Parlo di lingue vere, di quelle che le persone usano per comunicare, per commerciare, per scambiarsi pettegolezzi, per dire “ti amo”. Lingue che sono come le persone: nascono, crescono, generano figli e muoiono. Pertanto esistono, o per meglio dire esistevano, lingue morte.
Ci fu un tempo, un tempo di navi e avventurieri, in cui si commerciava usando la lingua degli Etruschi. Erano i tempi in cui i Rasenna (così chiamavano se stessi) erano i signori dell’Italia. Oggi di quella potenza non restano che lettere che a malapena riusciamo a leggere.
Ci fu un tempo, un tempo di spade ed eroi, in cui l’Europa parlava il celtico. Allora le tribù dei Celti erano numerose come le foglie sugli alberi e loro era il dominio sull’Europa. Oggi di quella moltitudine non restano che minoranze ostinatamente aggrappate ai confini del continente.
Ci fu un tempo, un tempo di biblioteche e poeti, in cui avreste potuto conversare coi saggi di tutta Europa in latino. Oggi che quella sapienza è scomparsa il tradurre brevi testi è una fatica insostenibile per la maggior parte di noi.
Ci fu un tempo, un tempo di campagne e contadini, in cui la saggezza parlava la lingua del popolo. Oggi che di saggezza avremmo un disperato bisogno, dobbiamo ricorrere a dizionari e libri e corsi per comprendere ancora il dialetto.

