venerdì 15 aprile 2022

La natura dei draghi

 



Inizia oggi ad Arona e durerà fino al 25 aprile una mostra sui draghi destinata a un pubblico adulto.

Alla mostra sui draghi ci saranno diorami, fossili, uova, poster e giochi per conoscere meglio la natura di queste creature fantastiche. Troverete sia draghi famosi che meno conosciuti e le specie sono accompagnate da indicazioni di carattere naturalistico che spaziano dal loro habitat allo stile di vita e ovviamente alla dieta. Ci saranno infine approfondimenti storici o artistici, con citazioni di autori famosi che hanno inserito dei draghi nelle loro opere.

Le informazioni disponibili lungo il percorso saranno integrate da conferenze tematiche disponibili on line su temi di dragologia applicata. Francesca D’Amato condurrà delle interviste per approfondire vari temi come, per esempio:

  • Allevamento in cattività di draghi, errori da evitare con Marta Cotti Piccinelli biologa e zoo keeper.
  • Amor di drago, le cure parentali nei rettili con la scrittrice e illustratrice Carla Negrini.
  • Disfida tra sauroctoni: san Giulio, san Patrizio e san Columba con il direttore dell’Ecomuseo del Lago d’Orta Andrea Del Duca.

Gli organizzatori della mostra sui draghi sono un gruppo di nerd con competenze variegate: i draghi nei diorami sono del modellista e scenografo Marco Ferrari che ha lavorato sotto la direzione scientifica di Francesca D’Amato. Il design degli allestimenti è dell’architetto Angela Martinetti, le soluzioni tecnologiche dell’ingegnere Stefano Giani. Nella mostra si potrà vedere anche una piccola parte della collezione privata di Roberto Savoini, infine l’ottimizzazione dei processi e la business intelligence di questa impresa sono merito di Tommaso Tonsi.

La mostra è stata realizzata grazie alla sponsorizzazione della Concessionaria Iveco di Borgo Agnello e con il patrocinio dei Comuni di Arona e San Maurizio d’Opaglio, oltre che dell’Ecomuseo del Lago d’Orta.

L’ingresso è gratuito, ma occorre avere mascherina e rispondere a un questionario anonimo per entrare. La visita dura circa un’ora se si leggono tutti i pannelli con attenzione.

Tutte le informazioni sulla mostra su www.naturadeidraghi.it


Di seguito la conferenza stampa della mostra. Per i curiosi, sì, ci sono anch'io.








mercoledì 23 febbraio 2022

L’anno più orribile della storia

Ogni tanto gli storici si divertono a stilare la classifica del peggior anno della storia dell’umanità. Probabilmente rientra nello sforzo consolatorio di trovare un periodo peggiore di quello che si sta vivendo. Anche perché, effettivamente, se andiamo di confronti molti motivi di lamentazione attuale vengono meno.

Uno degli anni che se non è al primo posto sicuramente sta sul podio degli anni orribili è considerato il 536. In quell’anno «il Sole sorgeva ma la sua luce non illuminava, come la Luna, per tutto l’anno. Sembrava come un’eclissi di Sole», racconta lo storico bizantino Procopio. 

Quella nebbia di origine misteriosa, che alcuni scienziati attribuiscono all’eruzione di un vulcano, durò per 18 mesi immergendo Europa e Asia nell’oscurità e dando vita alla decade più fredda degli ultimi 2300 anni. Le conseguenze furono catastrofiche. I raccolti furono rovinati e la carestia innescò una crisi sociale e demografica dalle dimensioni apocalittiche. 

L’inverno era arrivato potremmo dire parafrasando il celebre motto di Casa Stark ne Il Trono di Spade.

Esagerazioni di cronisti medievali isterici? Che un’eruzione vulcanica possa modificare il clima e innescare carestie a livello globale è cosa nota. Basti vedere cosa successe poco più di due secoli fa. A proposito, avete già letto Una lunga gelida estate? Scoprirete come un anno senza estate cambiò anche la storia della letteratura 

Tornando al secolo sesto, dopo la carestia arrivò la peste bubbonica che si diffuse a partire dall’anno 541 sterminando un terzo della popolazione dell’Impero romano d’Oriente.

E come se non bastasse ai primi due Cavalieri dell’Apocalisse, si aggiunse Guerra.

L’imperatore Giustiniano si era messo in testa di riconquistare la parte occidentale dell’Impero. L’Africa, ma anche e soprattutto l’Italia, dove stava quella Roma dai cui colli tutto era cominciato.

Con una specie di guerra lampo (533-534)  il generale Belisario riuscì a riconquistare Cartagine sconfiggendo i Vandali. L’anno successivo sbarcò in Sicilia, convinto di togliere la penisola agli Ostrogoti in breve tempo.

Ma anche allora se iniziare una guerra era facile, portarla a termine era un altro paio di maniche. I Goti si dimostrarono ben più duri di quello che pensavano i Romani e opposero una resistenza feroce, utilizzando ogni tattica, dalla guerriglia, al terrore, giungendo infine ad armare le masse di schiavi. 

Aiutati, va detto, anche dalla crisi demografica ed economica dell’impero causata dai disastri ambientali sopra descritti, nonché dagli intrighi, le invidie e le contrapposizioni all'interno dell’alto comando romano. Il risultato fu una guerra che si trascinò per vent’anni, devastando e spopolando l’Italia.

Negli anni peggiori si registrarono persino casi di cannibalismo. «Due donne in una tenuta presso la città di Rimini” racconta Procopio “rimaste sole nella villa mangiarono diciassette uomini, uccidendoli di notte mano mano che capitavano in casa; le quali furono poi ammazzate dal decimo ottavo». Episodio su cui forse dovrebbero riflettere quegli storici maschi che ritengono le donne mancanti “di sicurezza e aggressività

Quando infine Bisanzio prevalse si trovò davanti un paese distrutto. E poiché al male non c’è mai fine l’imperatore di Biasanzio chiamò un altro Cavaliere, non citato nell’Apocalisse ma ugualmente temibile: le Tasse. L’esoso sistema fiscale imposto, necessario per ripagare gli elevatissimi costi della guerra, diede il colpo finale. 

Quando nel 568, quindici anni dopo la fine della guerra Greco Gotica, un popolo che viveva in Pannonia decise di abbandonare quella terra sempre più fredda e inospitale per il peggioramento delle condizioni climatiche, invadendo l’Italia, trovò ben pochi disposti o capaci di lottare per difenderla. L’età di Roma era definitivamente tramontata e iniziava il vero medioevo.

Di tutti questi eventi abbiamo una testimonianza che viene dall’Isola di San Giulio. Qui fu scoperta infatti una lapide relativa alla sepoltura del vescovo di Novara Filakrio, morto attorno al 553/554. Che un vescovo di Novara con un nome greco si trovasse sull’isola e non nella città della diocesi negli ultimi anni della guerra Greco Gotica ha fatto pensare che fosse “sfollato” in un posto naturalmente sicuro e protetto com’era l’isola, difesa dalle profonde e pescosissime acque del lago d’Orta. Del resto Novara in quegli anni doveva essere probabilmente in rovina, considerate le violenze e le stragi causate dalla guerra. 

lunedì 14 febbraio 2022

Luoghi per innamorati

 



Ci sono nel bosco certi luoghi che un tempo si credeva vibrassero di misteriose energie soprannaturali. Sorgenti, specchi d’acqua, grotte, alberi e rocce erano la dimora di spiriti che potevano essere pericolosi o benefici, amicalmente servizievoli o crudelmente beffardi.

Contro queste tradizioni per secoli i Vescovi e i preti tuonarono dai pulpiti inutilmente. Più o meno nascostamente le persone continuarono a recarsi nei boschi, sino a epoche sorprendentemente recenti. E questo accadeva anche dalle nostre parti.

Tra le varie tradizioni una prevedeva che gli innamorati portassero l’amata presso una di queste rocce particolari e lì dichiarassero il loro amore.  Una tradizione che continua anche oggi? Parrebbe di sì a giudicare da quel che dicono i boschi, muti testimoni di passeggiate di coppia. 

Con quali risultati è difficile dirlo. Scatterà la scintilla? Durerà un mese, un anno o tutta la vita? Saranno parole d’amore scolpite nella pietra o scritte sulla sabbia? Tante, troppe sono le variabili per dare la responsabilità a un povero sassone che un antico ghiacciaio ha perduto nel bosco un po' a caso.

I Greci, che come ben sapeva Jung se ne intendevano di psicologia, consideravano Eros il più potente degli dei, giacché nessuno degli immortali poteva dirsi immune al suo potere. Ma Eros è un dio capriccioso e dispettoso, a cui piace creare una gran confusione e si diverte un mondo quando riesce a creare le attrazioni più strane e talora incompatibili.

Ma del resto che importa? Come dice il Buddha alla fine solo tre cose contano: quanto hai amato, come gentilmente hai vissuto e con quanta grazia hai lasciato andare cose non destinate a te.

I Greci comunque avevano intuito anche il legame tra Amore e i sassi. Il Santuario di Afrodite a Paphos nell'Isola di Cipro fu il più importante e il più antico dei santuari della dea, risalente alla tarda età del bronzo e in uso fino al IV secolo d.C. quando fu chiuso per decreto del cattolicissimo imperatore Teodosio. Il luogo non era casuale, perché secondo il mito Afrodite emerse dalla spuma del mare proprio di fronte a Paphos. All’interno della struttura, tuttavia, non c’era una statua. Il culto infatti era aniconico e veniva adorato un betilo, una pietra arrotondata approssimativamente conica. Scavi condotti nelle rovine del Santuario hanno effettivamente messo in luce una pietra di basalto che si ritiene potesse essere l’oggetto del culto. Se voleste vederla si trova nel locale museo.

A ben vedere, comunque, anche ai nostri tempi il legame tra l’amore e la pietra resiste, benché questa sia stata ridimensionata e collegata a certi tipi che stanno bene su un anello e si dice durino per sempre. Cosa tipica della nostra società consumistica, del resto, per la quale per dare valore a un sentimento che non ha prezzo si deve mettere mano alla carta di credito.

Nella foto il masso erratico che sorge dalle acque del Rio Zuffolone, che quelli di Suno chiamano “Preja da Scalavè” e quelli di Mezzomerico "Prion d'la Val dal Sec".


giovedì 10 febbraio 2022

Antichità di Carcegna

 



A Miasino, nella frazione di Carcegna, a partire dalla fine dell’Ottocento, furono scoperte numerose tombe facenti parte di una piccola necropoli. L’arco cronologico complessivo è piuttosto esteso e va dal II secolo a.C. al V d.C. 

Attraverso lo studio dei corredi tombali è possibile osservare la trasformazione sugli usi e costumi locali dal periodo celtico a quello della romanizzazione, quando agli oggetti della tradizione locale si affiancano prima e sostituiscono dopo quelli di provenienza romana. 

La completa romanizzazione degli indigeni si osserva a partire dall’epoca imperiale sino ad arrivare ad alcune tombe prive di corredo che testimoniano verosimilmente l’avvenuta cristianizzazione.

Una caratteristica della necropoli è la presenza di numerosi gruzzoli di monete. Non solo “l’obolo di Caronte”, la moneta deposta nella bocca del defunto per pagare il viaggio nel mondo dei morti, ma veri tesoretti monetali. Si tratta di un uso che testimonia forse la circolazione di denaro in una comunità dove l’economia locale era basata principalmente sul baratto e quindi si potevano consegnare all’eternità piccoli gruzzoli di monete.

Una situazione che si ritrova in altre zone, probabilmente da collegare alla presenza di una via di transito di cui l'antica Carcegna poteva rappresentare uno dei punti di passaggio.

Sul monte sopra Carcegna si trova un grande masso erratico di colore scuro, dove si osservano alcune coppelle. Si tratta di rituali che affondano le radici nelle tradizioni pagane, ma la cui datazione precisa è problematica considerato che la pietra è rimasta esposta, e verosimilmente anche frequentata, fino a epoche recenti.


giovedì 3 febbraio 2022

Omegna tra storia e leggenda

 



I più antichi ritrovamenti del territorio omegnese vengono da Cireggio e risalgono all’età preistorica. Nonostante alcuni altri ritrovamenti di epoca romana, è solo con il Medioevo che Omegna inizia ad emergere come centro abitato, con la presenza di un munito castello sull’altipiano di Cireggio e le mura cittadine difese da cinque porte, di cui resta ben visibile la  “Porta romana”, che in realtà risale a molti secoli dopo la fine dell'impero e coi Romani non c’entra nulla.

Dopo la vittoria del Vescovo di Novara sul Comune di Novara nel 1219 il lago d’Orta andò a costituire la Riviera di San Giulio e i Novaresi furono espulsi dal lago. Sconfitti sul piano militare decisero di giocare la carta della diplomazia e dell’intrigo per assicurarsi almeno un porto sul lago. Senza quello le merci che intendevano far transitare verso le Alpi sarebbero state gravate di dazi eccessivamente onerosi.

Poiché Omegna apparteneva ai signori di Crusinallo fu eletto podestà un certo Desiderato che era loro parente. Costui, usando abilmente lusinghe e promesse, riuscì a convincerli a vendere al Comune di Novara il borgo di Omegna e le terre circostanti per 1300 lire imperiali. Inoltre i signori di Crusinallo sarebbero diventati cittadini e soldati novaresi. In cambio vennero nominati governatori di quanto avevano ceduto. Avevano in sostanza perso la proprietà, ma mantenuto l’incarico. E in più avevano rimpinguato le casse della famiglia con un bel gruzzolo. In cambio di questo soddisfacente affare, ratificato nella convenzione dell'11 agosto 1221, il castello di Omegna ricevette il nome del podestà, diventando il Castello Desiderato.

Così almeno si narra, perché attorno alla storia di Omegna girano anche tante leggende più o meno attendibili.

Ci sono infatti leggende inventate dal popolo e altre messe in giro dagli storici, o sedicenti tali. A cui spesso vengono a dare manforte gli scrittori, che per professione devono inventare. Così attorno a Omegna sono sorte alcune storie abbastanza divertenti.

A cominciare dal nome, che alcuni vorrebbero far derivare da “Vae Moenia!” grido lanciato da Giulio Cesare dopo aver vanamente tentato di conquistare la città. Ora, a parte che l’episodio non è citato in nessuna fonte, sarebbe bene ricordare che il famoso conquistatore dell’intera Gallia, il trionfatore degli Elvezi e dei Germani, che aveva portato le insegne di Roma oltre la Manica e il Reno, espugnando fortezze, campi trincerati e città difese da eserciti ben superiori alle sue forze, aveva la carica di Proconsole della Gallia Cisalpina. Di cui il territorio di Omegna, ammesso che ai suoi tempi esistesse come villaggio, faceva parte integrante. E non si comprende perché avrebbe dovuto opporsi al proprio governatore.

Secondo lo scrittore Gianni Rodari nelle acque della Nigoglia fu trovata un'iscrizione in dialetto locale che recitava: «La Nigoeuja la va in su; e la legg la fèm nu!» («La Nigoglia scorre in su; e la legge la facciamo noi!»). Un modo per sottolineare l’indipendenza degli Omegnesi, che del resto si ritrova in un’altra leggenda.

Si racconta infatti che un giorno San Giulio, dopo aver cacciato i draghi dall’isola, cercò di sbarcare anche a Omegna. Ma gli abitanti non lo lasciarono avvicinare e presero a bersagliarlo con le rape. Per questo motivo nel territorio di Omegna, maledetto dal santo, le rape non crescono.


lunedì 31 gennaio 2022

San Giulio, i draghi e un dolce pensiero

 



Scavi condotti alla fine del secolo scorso sull’isola di San Giulio, hanno portato alla luce frammenti ceramici di età preistorica, inquadrabili in un lungo arco di tempo, dal neolitico all’età del ferro, vale a dire dal IV al I millennio a.C. 

A questa frequentazione sembra seguire una fase di abbandono, databile all’età romana che si interrompe improvvisamente con la costruzione di un edificio di culto paleocristiano nel V secolo d.C.

Le testimonianze dell’archeologia supportano una vicenda storica narrata da un testo di età longobarda, che contiene la Vita di san Giulio. In essa si racconta di come, alla fine del IV secolo, il prete Giulio nativo dell’isola greca di Egina giunse sul lago col fratello Giuliano. Dopo aver costruito insieme una chiesa a Gozzano (l’attuale San Lorenzo), Giulio proseguì il viaggio da solo, desiderando fondare la sua centesima chiesa sull’isola in mezzo al lago. 

Nonostante le lettere rilasciategli dall'imperatore Teodosio, che regnò dal 379 al 395, in cui si ordinava a ogni ufficiale dell’impero di dargli assistenza nel compito di abbattere gli altari pagani e sostituirli con chiese cristiane, tutti i barcaioli si rifiutarono di accompagnarlo sull’isola. Per timore, dicevano, dei velenosissimi draghi che la infestavano e che rendevano pericoloso avvicinarsi a meno di un tiro di freccia. Giulio non si diede per vinto e percorsa la costa occidentale sino alla punta Casario, prese il proprio mantello di cuoio impermeabile e lo trasformò in una imbarcazione, con cui raggiunse l’isola. 

Secondo la leggenda ordinò ai draghi di lasciare quel luogo, confinandoli su una scoscesa rupe piena di anfratti che si trova sulla costa occidentale, il Monte Camosino, e si diede a costruire la sua ultima chiesa.

Attorno a questa, che dopo pochi anni ospitò la sua sepoltura, si riorganizzò la vita del territorio, facendo dell’Isola il centro di evangelizzazione del lago, che da allora e per oltre mille anni prese il nome di Lago di San Giulio.

Oggi, 31 gennaio, si celebra la festa di San Giulio e da ogni paese i pellegrini si recano all’isola per pregare sulla tomba del santo. Da alcuni decenni le monache benedettine dell’Isola hanno aggiunto una nota dolce alla festa, inventando la ricetta dei Panini di San Giulio, che si preparano solo in questa occasione. Era una loro idea, nata in una fredda sera di gennaio, mettendo insieme quei pochi ingredienti che avevano a disposizione per offrire ai pellegrini una dolce accoglienza. 

Solo in seguito scoprirono che anticamente esisteva l’usanza di offrire ai pellegrini dei “paniculi” benedetti. Senza saperlo, e forse ispirate dall’antica saggezza di un luogo sacro da tempi antichi, avevano ridato vita a un’antica tradizione.


mercoledì 26 gennaio 2022

Un'antica chiesa di Gozzano



Un viaggiatore che scendesse alla nuova stazione di Gozzano, sulla linea Novara Domodossola, avrebbe due alternative. Dirigersi verso il centro, oppure voltare le spalle alla cittadina e andare alla scoperta di un misterioso edificio.

Se siete viaggiatori di questo secondo tipo potete seguirci. 

Occorre passare sotto il ponte ferroviario e riemergere dall’altra parte. Sulla destra un’area verde attira immediatamente lo sguardo. Al centro di una radura sorge una chiesetta romanica, dedicata a San Lorenzo.

Il luogo è decisamente antico. Secondo un'antica tradizione i santi Giulio e Giuliano fondarono in questo luogo la loro novantanovesima chiesa. Verosimilmente lo fecero sui resti di un antico luogo di culto pagano, perché quella era la loro missione, per la quale avevano lettere firmate dal cattolicissimo imperatore Teodosio I, colui che impose il cristianesimo niceno come credo ufficiale dell’impero romano, proibendo tutti i culti pagani.


Scavi archeologici condotti all'interno della chiesa, che è aperta solo in alcune occasioni, hanno messo in luce varie sepolture di età longobarda. Hanno individuato anche un cenotafio dove in antico si conservavano le reliquie di San Giuliano. Non sono più lì da oltre mille anni, perché nel X secolo furono traslate nella nuova chiesa a lui dedicata, che si trova sulla rocca, protetta dalle mura dell'antico castello.


La copertura di una delle tombe altomedievali era costituita da una grande lastra di pietra. Con grande sorpresa, una volta sollevato questo coperchio si scoprirono sulla superficie inferiore misteriose lettere incise. Non si trattava di un’iscrizione longobarda e tantomeno medievale. Rispetto alla tomba era circa mille anni più antiche. I caratteri infatti erano incisi nell’alfabeto celtico d’Italia e l’iscrizione, una volta tradotta, recitava “Ad Autesa dedicò Petua…”. 


La scritta era interrotta per la rottura della pietra, per cui non sappiamo se Petua, certamente una donna, fosse sola nella dedica. Il fatto che il suo fosse il primo nome fa pensare che, ammesso vi fossero citate altre persone, dovessero essere tutte di sesso femminile. Donne quindi che dedicano a una donna. Il cui nome tuttavia è mancante del patronimico, vale a dire il nome del padre, il modo con cui i Celti indicavano quello che noi chiameremmo cognome.


Chi era dunque questa Autesa? Una defunta, oppure qualcuna il cui nome poteva essere indicato senza possibilità di errore? Una dea forse? Nel Novarese ci sono varie iscrizioni celtiche in cui personaggi della comunità dedicano uno spazio sacro a una divinità.

E cosa rappresentano i misteriosi segni incisi sotto la scritta? Una ruota a quattro raggi, che richiama le famose croci celtiche ed è un simbolo antichissimo connesso alla ruota solare. E un altro segno decisamente più enigmatico, con due semicerchi sovrapposti e contrapposti.

Una divinità del cielo, come ipotizzano alcuni? La Madre di Lug, la cui festa cadeva ai primi di agosto, giorni in cui forse non casualmente si colloca la festa di San Lorenzo? 

Ed è un caso che la dedicazione antica della chiesa, secondo il Vescovo Bascapé, non fosse a San Lorenzo, ma alla Beata Vergine?

Non basta. Lug il Luminoso, che i Romani interpretavano come Mercurio e che Giulio Cesare diceva essere la più importante divinità tra i Galli in realtà è forse più assimilabile al re degli dei germanici, Wotan/Odino, con cui condivideva l’arma che portava in battaglia, una lancia simboleggiante il fulmine.

Ed è sempre un caso che i vecchi dicessero di stare lontani dalla chiesa di San Lorenzo durante i temporali? E per suffragare questo avvertimento raccontavano questa storia.


All’inizio del Novecento un fabbro che stava conducendo una mucca scomparve durante una tempesta. Fu ritrovato il giorno dopo in stato confusionale, il braccio carbonizzato. L’animale invece fu trovato morto vicino alla chiesa, ucciso dal fulmine.


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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.