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domenica 18 ottobre 2015

Il Gastaldo. Capitolo 1.2

L'assassinio di Alboino in un dipinto di Charles Landseer

Alboin aveva guidato l’invasione dell’Italia ed era stato assassinato in una congiura ordita dalla moglie. Il re, ubriaco come spesso gli accadeva, durante una notte di baldoria nel palazzo reale di Verona, aveva costretto la moglie Rosamunde a bere da una coppa costruita con il teschio di Cunimond, il re dei Gepidi che Alboin aveva sconfitto e ucciso in battaglia. Rosamunde, che era figlia di Cunimond e aveva dovuto sposare il vincitore, aveva bevuto, ma giurando vendetta. 
Dapprima si era concessa ad Elmilch, fratello di latte del re, facendone il suo amante e complice. Poi, necessitando di ulteriore aiuto, aveva deciso di attrarre alla sua causa un altro uomo, un fortissimo guerriero gepido di nome Peredeos. Poiché l’uomo appariva incrollabile nella fedeltà giurata al re, la donna era ricorsa all’inganno. Una notte, complice l’oscurità, si era infilata nel letto di Peredeos, fingendosi la sua donna, che aveva fatto allontanare dal palazzo con un pretesto. Soltanto quando Peredeos ebbe finito di unirsi a lei, la regina gli aveva rivelato la sua vera identità, mettendolo di fronte ad una scelta diabolica: pagare con la vita l’adulterio o unirsi ai congiurati. Peredeos, vinto, aveva ceduto. 
Così, la notte convenuta, Rosamunde aveva fissato con una corda la spada del re alla testata del letto, quindi, appena Alboin si era addormentato, aveva aperto la porta a Peredeos e ad Elmilch. Il re, che aveva i sensi sempre all’erta, si era svegliato e aveva tentato vanamente di estrarre la spada. Allora aveva cominciato a gridare, tentando di difendersi con uno sgabello, ma nulla aveva potuto contro i suoi assassini.
Elmilch avrebbe voluto diventare re, ma lo sdegno tra i Longobardi per un’azione così vile era stato tale da costringere i congiurati a fuggire, portando con loro il tesoro reale, a Ravenna, dove però Elmilch e Rosamunde avevano trovato la morte. Si raccontava che Peredeos, portato a Costantinopoli, avesse ancora dato dimostrazione della sua forza uccidendo un leone davanti all’imperatore.
Poiché con la morte di Alboin si era estinta la dinastia dei Gausi, i duchi avevano proclamato re Clefis, della stirpe dei Beleos. Il suo regno, tuttavia, era durato solo diciotto mesi, perché una guardia del corpo, corrotta dall’Impero, aveva sgozzato nel letto lui e la moglie Masane. Il figlio di Clefis, Autaris, era sopravvissuto, ma era ancora un bambino. Così i più potenti tra i duchi si erano accordati, dividendosi il potere finché il fanciullo non fosse stato in grado di salire al trono. 
Erano stati tempi di ferro e di sangue i dieci anni dalla morte di Clefis all’incoronazione di Autaris. Dieci anni in cui i duchi avevano spadroneggiato, uccidendo e cacciando i grandi latifondisti romani, saccheggiando le loro ville ed impadronendosi delle loro terre.
Raggiunta la maggiore età, Autaris era salito al trono e i duchi erano stati costretti a cedere al re il controllo su metà delle loro terre e delle loro fare, gli estesi gruppi familiari in cui era diviso il popolo longobardo.
Dopo la morte di Autaris, Agilulf il turingio, due mesi dopo essere stato proclamato re, aveva mandato a chiamare il guerriero e lo attendeva nel grande palazzo reale, dentro le mura di Mediolanum. 



domenica 4 ottobre 2015

Il Gastaldo. Capitolo 1.1

Cavaliere, lastrina in bronzo dorato
dello Scudo di Stabio, VII secolo.
BernaHistorisches Museum.
Sette mesi di siccità avevano ridotto la pianura umida e fertile in una steppa in cui solo le locuste prosperavano e si moltiplicavano. Dall’inizio dell’anno non cadeva una sola goccia di pioggia. Fatto straordinario, dicevano i contadini, innalzando inutilmente preghiere al loro Dio.

Una lunga nube di polvere inseguiva i cavalieri sulla strada verso la città. Gli zoccoli dei cavalli rimbalzavano sulla terra cotta dal sole, mentre attraversavano distese di erba ingiallita. Uno dei tre si passò il dorso della mano sul volto per tergersi il sudore e guardò i guerrieri che lo scortavano galoppando al suo fianco. Pensò che avrebbe preferito restare nel castello di Seprium, attorno al quale c’erano boschi nella cui ombra era possibile cercare un po’ di refrigerio. Pensò che non gli piacevano le città, luoghi circondati da mura che impedivano di vedere l’orizzonte, pieni di fango quando pioveva, di puzza quando faceva caldo e di sporcizia in ogni stagione dell’anno. Ne comprendeva la necessità, naturalmente, dal momento che un re aveva bisogno di una corte, di guardie, di magazzini e di artigiani.
Capiva l’utilità delle mura, che potevano tenere a bada eserciti numerosi anche per anni. Nonostante questo le città non gli piacevano e Mediolanum, per quanto fosse la città in cui l’aveva convocato il re, non solo non faceva eccezione, ma confermava in pieno la sua opinione.
La città era la più grande che avesse mai visto. Sapeva, per averlo sentito nelle lunghe sere in cui i vecchi raccontavano storie attorno al fuoco, che era stata la capitale dei Romani, dopo Roma e prima di Ravenna. Adesso invece a Ravenna stava l’Esarca dell’Impero, a Roma il Pontefice dei cattolici e a Mediolanum, da venti anni, stavano loro, gli Uomini dalle lunghe barbe.
Anche il cavaliere portava la barba lunga, come tutti quelli della sua gente che seguivano il costume tradizionale. Aveva la testa rasata dalla fronte alla nuca e i capelli biondi, divisi in due, pendevano lunghi fino all’altezza della bocca. Indossava un variopinto vestito di lino, a balze ampie e calzari aperti sino all’alluce con lacci di cuoio intrecciati. Al fianco teneva la spada e uno scramasax, una daga a lama larga che poteva essere utilizzata sia per il lavoro che in combattimento. Con la destra reggeva una lunga lancia con la cuspide a forma di foglia di salice, l’arma che, assieme alla spada, i guerrieri longobardi si addestravano ad usare fin da piccoli. Sulla schiena portava uno scudo circolare, di un braccio di diametro, in legno ricoperto di cuoio, con un umbone conico di ferro al centro ed una lamina di metallo lungo tutto il bordo, per proteggerlo dai colpi di taglio degli avversari.
L’elmo pendeva dalla sella sul fianco grigio e sudato di Graum. Faceva troppo caldo e Aribert, questo era il nome del guerriero, non aveva motivo per indossarlo. La guerra coi Franchi era terminata l’anno precedente, quando il re Autaris era riuscito a sconfiggere l’esercito franco che aveva invaso il regno. Non era stata una grande battaglia, poco più di una scaramuccia, ma i Franchi ne avevano abbastanza del caldo, delle alluvioni e della dissenteria. Così il loro re, Childelberto, aveva accettato di buon grado di trattare la pace per ritirare le truppe oltre le Alpi, lasciando solo l’esarca a combattere i Longobardi.
Proprio allora, però, era accaduto l’imprevisto: Autaris era morto, improvvisamente, e si sospettava che fosse stato avvelenato. Del resto nessun re longobardo era mai morto naturalmente, sebbene nessuno di loro fosse caduto sul campo di battaglia.


Questo è il primo capitolo de "Il gastaldo" ambientato nell'anno 590, che negli annali fu ricordato per una lunghissima siccità.



domenica 20 settembre 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Nona parte. La fine.



Mercoledì, ore 20,30

«Ciò che non riuscivo a spiegarmi all’inizio» cominciò il Maresciallo «era la sparizione del sacchetto dell’immondizia. Dall’ufficio non era stato rubato nulla e anche l’arma del delitto è stata trovata all’interno. La scomparsa di alcune pagine del dattiloscritto del Mogano e dell’intero romanzo inviato dal misterioso “Bien” mi hanno aperto gli occhi. Maccagno è stato ucciso, seduto alla scrivania, mentre portava occhiali da lettura. Stava leggendo qualcosa e l’assassino era alle sue spalle. Evidentemente era qualcuno che conosceva bene, a cui stava mostrando qualcosa di scritto. Poiché non abbiamo trovato fogli sulla sua scrivania vuol dire che l’assassino li ha rimossi, almeno in parte macchiati di sangue. Per evitare di sporcarsi ha buttato il tutto nel cestino e poi ha preso il sacchetto. Usando i guanti che si trovavano in bagno ha lavato la statuetta e l’ha nascosta nella cassetta del water per occultare ulteriormente le tracce, ben sapendo che avendo maneggiato quell’oggetto in passato qualche frammento d’impronta non l’avrebbe comunque incriminato. Ha messo il resto del romanzo inviato dal Mogano nella cassetta degli scarti, sperando che nessuno andasse a controllare.»
De Lorenzi si fermò un istante a guardare fuori. Aveva smesso di piovere.
«Tanta fatica per far scomparire un romanzo implica che questo sia la causa dell’omicidio. Cosa poteva esserci di così pericoloso? Qualcosa che Maccagno aveva giudicato strano e su cui era intenzionato ad andare a fondo, da buon appassionato di gialli. Ricevere due romanzi sostanzialmente identici da due persone diverse voleva dire che entrambi avevano attinto alla stessa fonte, copiandola ben oltre i limiti del plagio. Una colpa molto grave, soprattutto per chi desiderava riscattare la propria immagine davanti alla critica. Vero, professor Terzi?» 
«Ho seguito fin qui le sue elucubrazioni, ma non capisco dove voglia andare a parare.»
«Maccagno non era uno sciocco e ha impiegato poco a comprendere che “Bien” altro non era che il suo nome camuffato con un semplice cambio di lettere: A+1=b, L-1=i, D+1=e, O-1=n. Quello che però lei non poteva sapere, quando inventò quel gioco enigmistico, era che anche un’altra persona aveva avuto la stessa idea: presentare al Maccagno come proprio il romanzo scritto da una ragazza morta tredici anni fa!»
«Queste sono cose che vanno provate, in un tribunale…»
«Stiamo controllando tutta l’immondizia raccolta nella sua zona e sulle strade che conducono da qua a casa sua. Non è un lavoro piacevole e sarà lungo, ma troveremo quel sacchetto. Esamineremo il suo computer e scopriremo il file del romanzo. Perquisiremo la casa e troveremo il manoscritto che Camilla le diede quando era sua allieva al liceo. Se l’ha conservato anche il suo diario. Cosa accadde quel giorno professore? C’è la famiglia di una ragazza di diciassette anni che da troppo tempo attende la verità. E c’è un uomo a cui non è bastato scrivere un romanzo di successo per riportarla in vita. Collabori e liberi il suo cuore da questo peso, ora!»
Terzi scoppiò a piangere e ci volle un po’ prima che si riprendesse.
«Quel giorno Camilla aveva perso il treno» cominciò accompagnato dal ticchettio delle dita di Martelli sulla tastiera. «La incontrai fuori dalla scuola sotto la pioggia e mi offrii di accompagnarla a casa. Mentre guidavo qualcosa dentro di me scattò. Non ero più il suo professore, ma un uomo che si era innamorato di lei giorno per giorno. Mi fermai all’improvviso e glielo dissi. Lei equivocò, pensò forse volessi farle del male e scappò dalla macchina sotto la pioggia. Prima che potessi scendere anch’io sentii la frenata del TIR sull’asfalto viscido. Compresi immediatamente cosa era successo, fui preso dal panico e fuggii. Ho cercato per anni di cancellare quel ricordo. Scrissi il romanzo perché la volevo disperatamente in vita. La fiamma creativa che agitava la mia mente però si spense quando misi la parola “fine”. Desideravo riaccenderla in qualche modo ma ero ossessionato dal ricordo di quello che Camilla aveva scritto. Così decisi di mandarlo a Maccagno con uno pseudonimo. Lui però comprese facilmente chi era “Bien” e mi chiese spiegazioni per telefono. Era molto arrabbiato e io ero sconvolto. Non solo rischiavo di fare la figura del plagiaro per colpa di quell’idiota di Mogano, ma temevo che sarebbe emersa la verità. Corsi da lui per calmarlo, cercai di negare, ma lui era infuriato. M’insultò. Prese i fogli e cominciò a confrontarli davanti a me. Persi la testa e presi la mia statuetta. Poi cercai di far sparire le tracce.»
Terzi scoppiò di nuovo a piangere.
De Lorenzi gli appoggiò una mano sulla spalla e guardò fuori. Il cielo era finalmente sereno. Era stata raggiunta quota 198 e 37, ma gli esperti escludevano che il livello potesse crescere ancora. Alla gente di lago non restava che attendere il deflusso della piena che aveva invaso case e negozi, con l’eterna pazienza da montanari discesi sulle sponde del grande lago.





domenica 13 settembre 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Ottava parte



Mercoledì, ore 17,15

Il lago aveva superato quota 198 e continuava a crescere, alimentato dal Toce e dal Ticino in piena oltre che da centinaia di torrenti e ruscelli di varia lunghezza. De Lorenzi però guardava la montagna alle sue spalle. Il Mottarone offriva paesaggi considerati tra i più belli del mondo, ma ora faceva paura per i corsi d’acqua ingrossati che precipitavano a valle con centinaia di metri di dislivello e una potenza in continua crescita. Ricordava bene cosa era avvenuto ad Omegna alcuni anni prima. Tutti guardavano con preoccupazione al lago d’Orta e l’alluvione era arrivata alle spalle, dalla montagna, col suo carico di morte e distruzione.
La protezione civile era in stato di massima allerta e alcune zone di Stresa erano già state evacuate in via precauzionale. Ogni uomo disponibile era prezioso, ma De Lorenzi non poteva abbandonare la pista su cui era fuggito l’assassino. Anche se per farlo occorreva seguire strane piste.
Chiuse il libro e si appoggiò allo schienale.
Un uomo che veglia la sua fidanzata in coma, raccontandole incessantemente i giorni felici trascorsi assieme e soprattutto quelli lieti che verranno. Finché lei riapre gli occhi e dice “tu ed io per sempre insieme”. Perché l’amore, se è vero, può chiedere alla vita una seconda possibilità.
Era questo il romanzo che piaceva ai giovani? Era quel “per sempre” ad affascinarli? Si ripromise di parlare di più con Camilla, finché ne avesse avuto la possibilità.
A toglierlo da quei pensieri fu Spadaro che entrò per consegnargli il rapporto sui romanzi che aveva letto. Aveva l’aria provata.
«Fammi una sintesi».
«La maggior parte sono delle vere porcherie. Alcuni sono persino pieni di errori, per non parlare delle trame inconsistenti. Quello del Mogano è l’unico scritto veramente bene. Questo per quanto riguarda il contenuto dei racconti, ma la parte interessante è l’altra.»
«Spadaro, non tenermi sulle spine che abbiamo poco tempo, su!»
«Allora, ci sono diverse cose che non tornano. La prima è che manca una decina di pagine, dalla dodici alla ventidue per la precisione dal dattiloscritto del Mogano: le abbiamo cercate ovunque ma niente da fare. La seconda è che non c’è nessun romanzo firmato “Bien”. Anche questo è introvabile, busta compresa. Vado avanti?»
«Continua.»
«La terza è che il Maccagno ha fatto varie ricerche su internet nel pomeriggio di martedì. Su Google ha inserito varie frasi tratte dal romanzo di Mogano, intervallate ad altre molto simili, ma non identiche. E in tasca aveva un foglietto su cui stava scritto “–1 e +1”.»
Martelli entrò in quel momento.
«Mi scusi Maresciallo, mi aveva detto di avvisarla immediatamente quando avessimo trovato il Rosati. È stato rintracciato in Spagna.»
«Sta rientrando?»
«Non può farlo. È stato arrestato un mese fa a Barcellona per il possesso di cocaina e da allora si trova in carcere.»
«Allora a questo punto la situazione è chiara» disse il Maresciallo. «Il difficile ora è incastrare l’assassino. Preparatevi a fare un lavoro sporco.»



Nota per i lettori: siamo arrivati al punto di svolta. Nell'ultima parte sarà data la soluzione, pertanto se volete provare a individuarla, questo è il momento! 



domenica 6 settembre 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Settima parte


Mercoledì, ore 15,30

Alice Fraschini era una ragazza di ventidue anni con gli occhiali e l’aria di un cagnolino smarrito. Era carina, ma di quella bellezza che non attira gli uomini facendoli voltare per strada. Ci voleva piuttosto un segugio per scovarla, sepolta sotto maglioni troppo larghi e calzoni che si sfrangiavano sotto le suole basse delle scarpe.
Ricordava molto sua sorella Camilla, almeno a giudicare dalle foto di quando era ancora in vita. Camilla Fraschini era morta a diciassette anni un maledetto pomeriggio di tredici anni prima. Il brigadiere De Lorenzi era stato il primo intervenire sul posto e non avrebbe mai scordato l’immagine di quel corpo maciullato sull’asfalto bagnato della superstrada, dove era stato travolto dal camion che aveva cercato di fermare. L’autista olandese, condannato per omicidio colposo perché era al telefono e aveva bevuto troppo, aveva detto di essersela trovata davanti all’improvviso. Un’amica aveva riferito che Camilla si era accorta di aver dimenticato il diario ed era tornata a scuola a riprenderlo, ma nessuno era stato in grado di spiegare perché si trovasse in quel luogo, invece che sul treno successivo, o di ritrovare il diario. De Lorenzi non ci aveva dormito per giorni e quando un mese dopo era nata sua figlia non aveva esitato un istante a darle quel nome. 
Ricordava di aver visto Alice il giorno del funerale, stretta tra i genitori in prima fila. Ma la maggior parte dei bambini diventa adulta col passare del tempo. 
«Si trovava con il Mogano martedì?» chiese.
«Sì commissario» rispose mordendosi le unghie. «Eravamo a casa mia, a Domodossola, ma non stavamo facendo niente di male.»
«Maresciallo» la corresse gentilmente De Lorenzi. «Stia tranquilla, non sono suo padre. Non deve nascondermi niente.»
«Vede, a mia madre non piace che frequenti Gianni» si giustificò la ragazza. «Mio padre invece se ne frega. Non vive più con noi da dieci anni.» 
«Sua madre quindi non era in casa?»
«No, col negozio non rientra mai prima delle otto.»
«Devo desumere che il Mogano sia uscito un po’ prima delle venti da casa sua.»
«Sì, credo fossero le sette e mezza.»
«Ancora una cosa. Ha letto il romanzo giallo che Mogano ha mandato a Maccagno?»
«Gianni?» rise la ragazza. «Non ci credo, ha sempre disprezzato i giallisti!»
«Ne è sicura?»
«Sì, pensi che una volta abbiamo pure litigato perché mia sorella amava scrivere racconti gialli e mi ha proprio dato fastidio che lui parlasse male della categoria.»
«Sua sorella scriveva?»
«Sì ed era molto brava, dicevano i suoi professori, ma io non ho mai voluto leggere niente. Non so spiegarlo, è più forte di me.» 
Gli occhi si riempirono di lacrime.
«Mi scusi» disse soffiandosi il naso.
«Non deve scusarsi. Piuttosto, conserva ancora i racconti di Camilla?»
«No. Un anno fa abbiamo cambiato casa e siccome ora stiamo in un appartamento piccolo abbiamo buttato via un mucchio di roba.» 
«Giovanni Mogano l’ha aiutata a ripulire?»
«Sì, per guadagnare punti davanti a mia madre ha fatto parecchi viaggi in discarica, ma a lei continua a non piacere.»

domenica 9 agosto 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Sesta parte


Mercoledì, ore 11,30


Continuava a piovere e ormai era stata superata anche quota 197 e 73, la massima dal 1868.
Aldo Terzi portava male i suoi quaranticinque anni. Era alto, pelato, le spalle ricurve e la pancia prominente. Aveva alle spalle un passato di insegnante di lettere in un istituto alberghiero, famoso per aver le schiere di giovani che si erano distinti nelle cucine e nelle sale dei ristoranti di tutto il mondo. Si era ritirato, dopo il successo di “Tu e io per sempre”, dedicandosi interamente alla scrittura. 
«Che tragedia, povero Maccagno!»
«Lo conosceva bene?»
«Posso dire che eravamo amici».
«Quando l’ha visto l’ultima volta?»
«Credo un paio di settimane fa, ma l’ho sentito il giorno prima della sua morte.»
«Di cosa avete parlato?»
«Della difficoltà di trovare un buon romanzo giallo.»
«Non le ha parlato di Giovanni Mogano?»
«Mi ha detto di aver ricevuto un suo romanzo, ma ha convenuto con me nel ritenerlo uno scocciatore e uno sbruffone senza talento.»
«Lo conosce?»
«Ho avuto la sfortuna di incontrarlo qualche volta» fece un cenno con la mano come per allontanarne il ricordo. «Non ha mai scritto niente di buono, perché è uno di quegli istrioni della parola capaci di riempire un foglio di mille aggettivi senza dire nulla di sensato. Ha pubblicato due romanzi presso editori che stamperebbero un elenco telefonico purché lo scrittore sia disposto a pagare. Quel poco di buono che è riuscito a fare è merito di una persona a lui vicina, completamente succube del fascino di quel piccolo imbroglione.»
«Allude alla sua fidanzata?»
«Lei è molto perspicace.»
«La ringrazio, ma come fa a dirlo?»
«Alice è stata una delle mie allieve, una delle migliori, ma con un’autostima prossima allo zero. Di quelle ragazze destinate a innamorarsi dell’uomo sbagliato e a fargli da zerbino per il resto della loro esistenza, se non interviene qualche fatto esterno a salvarle. Una ragazza però di grande sensibilità artistica che cura la parte fotografica della sua presuntuosa “rivista letteraria”. L’unica cosa per cui valga la pena sfogliarla.»
«Dove si trovava martedì pomeriggio?»
«A casa a lavorare sul mio computer.»
«Ancora una domanda: ora che Maccagno è morto come immagina il suo futuro di scrittore?»
«Mi spiace doverlo dire, ma la casa editrice muore con lui. Arturo Maccagno è molto abile nella vendita, ma quanto a sensibilità editoriale lasciamo perdere. Ho idea che dovrò trovare un nuovo editore.»
Appena fu uscito, De Lorenzi prese il cellulare personale.
«Ciao Camilla, come va? Sono alle prese con un omicidio e in più c’è questo disastro dell’alluvione. Dì alla mamma che non so a che ora riuscirò tornerò a casa questa sera. Volevo chiederti un favore. Lasciami sul comodino quel libro di Terzi. Sì, proprio “Tu e io per sempre”. No, sto bene, non preoccuparti. Bacio. Ciao.»


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domenica 2 agosto 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Quinta parte



Mercoledì, ore 9.15

Durante l’alluvione del 1993 molti avevano accusato gli Svizzeri di aver aperto le dighe provocando la piena, ma era una leggenda, come accade per molte voci che girano sulla nazione elvetica. La verità era che nessuno aveva mai dato quell’ordine. Semplicemente una diga è un gigantesco catino. Come accade per la sopportazione in certi individui, quando è pieno smette di trattenere l’acqua e comincia a versare a valle la stessa quantità che riceve da monte. 
Quel livello era stato raggiunto nella notte e i fiumi avevano aumentato la loro portata. Pallanza era sott’acqua, ma l’inondazione aveva raggiunto anche Suna, di solito meno esposta al fenomeno. Vaste zone di Arona erano invase, con la popolazione costretta ad uscire di casa sui canotti dei Vigili del Fuoco. A Stresa la situazione stava diventando sempre più problematica. Le centinaia di turisti che giornalmente si recavano alle incantate isole del Golfo Borromeo erano scappati da tempo. Restavano i curiosi che assistevano all’evacuazione dello storico Grand Hotel des Iles Borromées che annoverava tra i suoi ospiti sovrani, presidenti e tycoon di tutto il mondo oltre a personaggi celebri come Gabriele D'Annunzio, George Bernard Shaw ed Ernest Hemingway.
Lo distolse da questi pensieri l’ingresso di Martelli con un giovane dall’aria arruffata, lo sguardo spiritato e in evidente sovrappeso. Giovanni Mogano tese la mano a De Lorenzi, che per tutta risposta gli indicò la sedia.
«Si accomodi pure».
«Ho saputo della morte di Maccagno, una vera sfiga!» 
Accavallò le gambe e prese a giocare con un foglietto di carta che aveva recuperato da una tasca dei jeans sdruciti.
«Lo conosceva bene?»
«L’ho incontrato a una presentazione letteraria qui a Stresa la settimana scorsa. Mi ha detto che stava cercando un buon romanzo giallo ambientato sul lago. Così ho mandato quello che avevo nel cassetto.»
«Ha avuto qualche riscontro?»
«Direi di sì. Lunedì pomeriggio Maccagno mi ha telefonato dicendo che il romanzo gli piaceva e che voleva parlarmi. Avevamo appuntamento proprio oggi.»
«Per quale motivo?»
«Credo volesse propormi di firmare un contratto.»
«Crede o ne è certo?»
«Per quale altro motivo avrebbe voluto vedermi?»
«Quindi lei è convinto che sarebbe diventato un collega di Aldo Terzi…»
«Non me lo nomini neppure!» fece un salto sulla sedia poggiando entrambi i piedi a terra e perdendo il foglietto. «Terzi è l’esempio vivente della decadenza della letteratura italiana. Fa cassetta, ma tutti i critici lo stroncano sui contenuti. Ho espresso il mio giudizio sulla mia rivista letteraria "Fiumi di inchiostro": un pessimo insegnante e un cattivo maestro; uno scrittore mediocre con un solo romanzo, che è un monumento alla prostituzione della penna al più becero consumismo, buono solo per un branco di adolescenti senza cervello...»
«Mia figlia lo adora…»
«Beh, non è tutta colpa loro» scrollò le spalle Mogano. «I ragazzi hanno solo modelli sbagliati. La televisione impera, la scuola arranca e la famiglia è distratta…»
De Lorenzi si domandò quali modelli avessero ispirato Mogano nei suoi vent’otto anni.
«Non è un po’ contraddittoria questa sua visione» domandò invece «con il fatto di volersi far pubblicare da Maccagno che in catalogo ha autori come Terzi?»
«Che vuole farci? È la dura legge della giungla editoriale per noi scrittori. Quanto meno Maccagno è, anzi era, uno dei pochi editori che non pretendeva di essere pagato per fare il suo lavoro.»
«Dove si trovava martedì pomeriggio tra le 16 e le 20?»
«Ero con la mia fidanzata. Poi sono tornato a casa.»
«Dovrò sentirla. Come si chiama?»
«Alice Fraschini.»


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domenica 26 luglio 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Quarta parte



Martedì, ore 17

Anche se la pioggia era un po’ diminuita, era stata superata la quota 196.81 fissata dalla Prefettura quale livello di esondazione generale del lago. Tutta l’area a valle della strada del Sempione era a rischio.
«Non può piovere per sempre, Maresciallo.». 
«Ma può sempre piovere troppo, Martelli. Non fare il filosofo e dammi il referto del medico, che è meglio.» 
La morte era avvenuta circa dodici ore prima del ritrovamento del cadavere. Maccagno era stato ucciso con un violento colpo alla testa inferto dall’alto verso il basso con un corpo contundente. La ferita coincideva con la base della statuetta del San Carlone, immersa nella cassetta del water, dopo essere stata accuratamente lavata. Dalla cassetta antinfortunistica del bagno mancavano i guanti di lattice, usati per manipolare l’oggetto.
Questo portava ad escludere ulteriormente che l’omicidio potesse essere opera di un ladro o di un balordo entrati per rubare e sorpresi dalla vittima. L’assenza di impronte anche nell’ufficio suggeriva inoltre che l’assassino fosse stato attento a non lasciare tracce e a cancellare quelle esistenti. 
«Notizie del Rosati?»
«È finito nei guai cinque anni fa, quando ad un controllo è risultato in possesso di pochi grammi di marijuana. Inoltre ha collezionato varie multe tra cui una per guida in stato di ebbrezza. Stiamo cercando di rintracciarlo.»
«Cosa mi dici della Zoppi?»
«Ha un appartamento di proprietà in cui vive da sola essendo separata dal marito. Ha due passioni: i gatti e il karatè. È cintura marrone e dicono che sia pure brava.»
Bussarono alla porta. 
«Maresciallo, abbiamo i tabulati telefonici» Spadaro entrò con un foglio in mano. «Nel pomeriggio di martedì sono state effettuate due lunghe chiamate dal fisso indirizzate allo studio commercialista della Maccagno Editore. Dal cellulare del Maccagno sono partite invece quattro chiamate, nessuna in entrata. La prima è alle 15.17, dura cinque minuti ed è diretta al cellulare di Maccagno Arturo. È lo stesso numero su cui l’abbiamo rintracciato. A questa stessa utenza è stata indirizzata l’ultima chiamata, alle ore 18.41, durata un minuto e 34 secondi. Il ricevente risulta agganciato ad una cella di Mantova. Alle 16.10 è stata effettuata una chiamata di otto minuti verso un numero intestato a Mogano Giovanni. Alle 16.57 il Maccagno ha fatto una telefonata di dodici minuti a Terzi Aldo.»
«Terzi è lo scrittore di punta della casa editrice» commentò De Lorenzi. «Ma dove ho sentito il nome di questo Mogano?»
Controllò i suoi appunti. 
«Ecco qua. È il nome del primo dei romanzi scartati. Aspetta, lasciami il foglio dei tabulati: voglio sentire Mogano e Terzi per capire di cosa hanno parlato con Maccagno. Spadaro, leggiti tutti i dattiloscritti già che ci sei e vedi se ci sono appunti.»


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domenica 19 luglio 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Terza parte


Martedì, ore 14

Arturo Maccagno era un giovane alto dall’aria simpatica. Di quelli venuti al mondo con l’arte innata di vendere bene la propria immagine e i prodotti ad essa associati.
«Povero zio» commentò «non meritava di finire così. Avete idea di chi è stato? Un ladro?»
«Non ci risulta che sia stato rubato nulla, ma su questo ci potrà aiutare lei. In questo momento, comunque, tutte le piste sono aperte. Avremmo bisogno di parlare anche con suo cugino Mauro Rosati, ma non riusciamo a rintracciarlo. Cosa ci può dire di lui?»
«Sono anni che non lo vedo.»
«Nemmeno per il funerale di sua zia?»
«Non mi piace essere ipocrita» Maccagno si appoggiò allo schienale e congiunse le punta delle dita davanti a sé. «Mia zia ha fatto delle scelte che la famiglia non ha mai condiviso e, purtroppo per lei, ne ha pagato le conseguenze. Suo marito era un violento e un alcolizzato che è morto troppo tardi per quello che mi riguarda. Al funerale andò mio zio, che peraltro si fece carico anche dei costi, dal momento che quel fannullone di mio cugino, che sta seguendo l’esempio di suo padre, non voleva pagare per seppellire sua madre.»
«Nonostante questo erediterà una parte del patrimonio.»
«So che gli ha detto di non farsi più vedere se fosse finito di nuovo nei guai, ma che altro poteva fare? Diseredarlo? In fondo mio zio era un buono.»
«Lei no?»
«Io credo che nella vita si debbano conquistare le cose. Detto questo mio zio era sano di mente e capace di intendere e di volere. Quindi liberissimo di decidere cosa fare di quanto ha costruito con le sue mani.»
«Quando ha sentito l’ultima volta suo zio?»
«Ieri pomeriggio.»
«Ha notato qualcosa di strano?»
«A dire il vero una cosa ci sarebbe. Posso dirle una cosa in via confidenziale?»
«Signor Maccagno, stiamo parlando di un omicidio!»
«Mi scusi, ma non ha a che vedere con questo. È che stavo guidando…»
«Ho capito. Martelli, non verbalizzare quello che sto per dire.»
L’appuntato smise di battere sulla tastiera.
«Allora signor Maccagno, ha ricevuto una telefonata. Non mi interessa sapere se stesse usando o meno l’auricolare. Possiamo riprendere?»
«Certo, il fatto è che dopo poco ho visto una pattuglia della polizia e ho chiuso bruscamente la telefonata.»
«La prossima volta si ricordi che è pericoloso guidare usando il cellulare. Ora riprendiamo. Che cosa le ha detto?»
«In realtà mi ha chiamato due volte mentre stavo andando a Modena. La prima per dirmi che aveva per le mani un ottimo romanzo giallo e che non vedeva l’ora di farmelo leggere. Più tardi mi ha richiamato dicendo che c’era una cosa strana di cui voleva parlarmi. Proprio in quel momento ho dovuto agganciare. Avrei voluto richiamarlo, ma ero in ritardo per la riunione. Poi mi hanno invitato a cena e mi sono dimenticato. Quando mi è venuto in mente era tardi e ho pensato fosse meglio rinviare all’indomani. Mi spiace doppiamente: non solo è stata l’ultima volta che l’ho sentito, ma forse voleva dirmi una cosa importante.»
«Ancora una cosa» gli mise davanti le fotografie dell’ufficio. «Le sembra manchi qualcosa?»
«Non saprei, detto così è difficile…» Maccagno esaminò attentamente le immagini. «Un momento! Manca una statuetta che si trovava qui, sulla libreria dietro la scrivania. C’erano due statuette e la targa, premi ricevuti dalla casa editrice e da mio zio.»
«Aveva un valore commerciale?»
«Non direi. Sono premi, non opere d’arte.»
«Potrebbe descrivermela?»
«Posso fare di più. Ho una foto scattata quattro anni fa» le dita presero a scorrere velocemente sullo schermo del cellulare. «Ecco, guardi!»
Si vedeva Giorgio Maccagno sorridente sulla riva del lago, in compagnia di un uomo alto e pelato. Reggevano una statuetta raffigurante il San Carlone in miniatura.
«Era il giorno in cui abbiamo vinto il Premio Internazionale del Lago Maggiore. Quello alla sinistra dello zio è Aldo Terzi. “Tu ed io per sempre” quell’anno fece il botto: centomila copie vendute e trattative in corso per i diritti cinematografici.»


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domenica 12 luglio 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Seconda parte

Martedì, ore 10.30

Giuliana Zoppi, cinquantasette anni per un metro e settanta di altezza, due freddi occhi azzurri dietro gli occhiali da segretaria. Aveva ritrovato una composta efficienza che doveva essere il suo abito naturale.

«Sono arrivata in ufficio alle otto, come mio solito» raccontò «Ho notato che la porta era socchiusa e sono entrata. Spesso il signor Maccagno arriva alle 7,30. Voglio dire, arrivava…»

«È mai capitato che la sera facesse tardi in ufficio?»

«Il mio orario è dalle 15 alle 19. Lui normalmente si fermava per terminare di leggere i romanzi inviati dagli scrittori. Mai oltre le 20 perché a quell’ora andava a cena.»

«Chi avrebbe potuto notare il suo ritardo?»

«Nessuno. Viveva solo da quando è rimasto vedovo.»

«Ricevete tanti manoscritti?»

«Almeno una dozzina al giorno. Maccagno sosteneva che la maggior parte sono porcheria e li buttava nella scatola dopo le prime pagine.»

«E quelli interessanti?»

«Li metteva in una cartelletta per riesaminarli in seguito.»

«Aveva qualche nemico? Qualcuno che potesse desiderare la sua morte?»

«Si dice che chi ha carattere abbia un pessimo carattere. Quando s’infuriava poteva essere molto sgradevole, ma in fondo era una brava persona.»

«Parenti?»

«Due nipoti. Arturo Maccagno lavora con noi per la parte commerciale. Il padre era deceduto dieci anni fa in un incidente stradale, la madre morì sei mesi dopo. Anche per questo l’aveva preso a lavorare qui. L’altro si chiama Mauro Rosati e vive a Roma. È il figlio di una sorella di Maccagno, morta a Roma l’anno scorso di tumore. »

«Ha notato qualche cosa strana successa negli ultimi giorni?»

«Forse non ha importanza, ma una cosa c’è. Ieri pomeriggio sono stata molto impegnata al telefono col commercialista. In una pausa Maccagno è uscito e mi ha chiesto chi fosse l’autore di un manoscritto. Di solito chi li manda aggiunge una lettera di presentazione. Questo invece era accompagnato solo dal biglietto “Spero sia di Suo gradimento. Cordialmente. Bien”.»

«Si ricorda che ora fosse?»

«Attorno alle 16. Comunque non dopo le 17 perché sono uscita due ore prima per castrare Bob.»

«Prego?»

«Bob è appena arrivato. Siccome ci sono altri gatti continuava a urinare in casa.»

«Gli ha dato il benvenuto insomma» sorrise De Lorenzi. «Quando vengono svuotati i cestini?»

«Normalmente il sabato mattina. Viene la donna e cambia il sacchetto. Qualche volta ci penso io, se è necessario. Perché?»

«Perché oggi è mercoledì e non c’è nessun sacchetto nel cestino.»

«Strano, io non l’ho toccato questa settimana.»



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mercoledì 8 luglio 2015

Piccola storia di un cactus



C’era una volta un piccolo cactus. O per meglio dire c’era una volta una grande famiglia di piccoli cactus che ebbe la ventura di abitare sul balcone di un personaggio decisamente negato per la coltivazione e, a sua maggior colpa, inclinato invece a una inconcludente meditazione filosofica.

Poiché difficilmente le disgrazie vengono da sole, un giorno avvenne che un evento del tutto fortuito costringesse l’inadempiente annaffiatore del cactus ad allontanarsi dalla già scarsa cura della sua piantina.

Solo e dimenticato da tutti il piccolo cactus dovette arrangiarsi con quello che passava il convento. Piccole gocce di pioggia rimbalzate oltre i limiti, qualche acquazzone un po’ più forte e un po’ più di stravento del solito. Piccole cose, insomma, capaci di far perdere la speranza a qualsiasi cactus. Ma il nostro era di quelli duri a morire. Di quelli per intenderci simili a quei gattini intirizziti che ti si presentano alla porta con in corpo le poche energie necessarie a emettere un flebile miagolio, ma che passato qualche mese, ben pasciuti e cresciuti, diventano delle teppe di prim’ordine, dei veri gattacci di quartiere che per quante volte i ragazzacci tentino di affogarli loro sono sempre lì a grattare alla porta. Mentre non sempre lo stesso si può dire dei ragazzacci…

Potete quindi immaginare la sorpresa del nostro padrone di casa quando un giorno, rimesso piede sul balcone dopo quattro mesi, vide accanto alla famigliola di cactus raggrinzita dalla siccità, ma di cui già conosceva la capacità di recupero, un’altra piantina grassa che aveva data per morta nell’autunno precedente.

Immediatamente, sopraffatto da una gioia difficile da comprendere a chi non l’abbia mai provata, il nostro corse a prendere dell’acqua con cui annaffiare tutte le piante.

E il suo piccolo gesto d’affetto fu ancora una volta ricambiato dal cactus, che in breve cominciò a rinverdire. Accanto alla sua ritrovata amica. 

domenica 5 luglio 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Prima parte



Martedì, ore 8.00


Da settantadue ore le nuvole scaricavano pioggia sul Lago Maggiore. Quota 195, che segna il livello di guardia, era stata superata la sera precedente, ma era il ritmo con cui il livello dell’acqua cresceva a mettere paura: 170 centimetri al giorno non si erano mai visti, nemmeno durante l’alluvione del 1993. A quel ritmo l’indomani avrebbe superato la quota 197,55 registrata nel 2000. E in 48 ore avrebbe raggiunto quota 200 registrata il 4 ottobre 1868, quando due terzi di Stresa erano stati inondati. 

Rivolse un pensiero al "Regolamento sulle Uniformi per l'Arma dei Carabinieri" che vietava l’uso dell’ombrello ai militari in divisa, senza distogliere gli occhi dalla piena silenziosa che cresceva ogni minuto. 

In quel momento squillò il cellulare.

«Maresciallo De Lorenzi» era la voce del brigadiere Spadaro. «Dovrebbe venire subito. Abbiamo un morto.»

«Annegamento?»

«Nossignore, omicidio.»

«Avete identificato la vittima?»

«È Giorgio Maccagno.»

«L’editore? Dove vi trovate?»

«La segretaria ha trovato il cadavere in ufficio e ci ha chiamati. Gli hanno fracassato il cranio.»

«Arrivo.»

Diede un’ultima occhiata al livello del lago, fece un cenno di saluto ai volontari della protezione civile che monitoravano la situazione e salì in macchina. 

«Andiamo Martelli» disse al giovane appuntato alla guida. «Qualcuno ha pensato che questo fosse il tempo giusto per uccidere.»

Negli uffici della Maccagno Editore trovarono Spadaro con una donna bionda, molto magra, seduta su una sedia, che si stava soffiando il naso con un fazzoletto. Il brigadiere lo salutò. 

«La signora Giuliana Zoppi ha effettuato la scoperta.»

«Sono desolato signora Zoppi» annuì De Lorenzi. «L’appuntato Martelli l’accompagnerà in caserma per raccogliere la sua deposizione. Più tardi dovrò farle alcune domande.»

L’ufficio di Maccagno era arredato con sobria eleganza. Oltre a varie librerie piene di volumi c’erano un tavolo da riunione e una scrivania. Su questa giaceva il cadavere, seduto sulla poltroncina girevole, con la testa leggermente reclinata sul lato destro sotto cui stavano gli occhiali da lettura. Il sangue fuoriuscito dalla ferita si era sparso sul piano, cadendo a gocce sul pavimento. Il braccio sinistro pendeva rigido lungo il fianco, il destro era ripiegato sotto il busto.

Sul piano, oltre allo schermo del computer, la tastiera e il mouse c’erano alcune penne e una cartelletta di cartone azzurra con la scritta “interessanti”. De Lorenzi girò attorno alla scrivania. Sul pavimento c’era una scatola di cartone piena di fogli. Sul primo stava scritto “Omicidio a chiare lettere, di Giovanni Mogano”. Il cestino invece era vuoto.

Sulla libreria retrostante oltre ai libri si trovavano pochi oggetti. Un gatto ombrellaio, premio ai benemeriti del Vergante, e una targa della Camera di Commercio per il cinquantesimo di attività.

«Giorgio Maccagno» il brigadiere lesse gli appunti «nato a Verbania il 22 aprile 1953. Iniziò l’attività nella libreria del padre, in seguito diventata una piccola casa editrice.»

«Non troppo piccola» osservò De Lorenzi. «Quanto meno dopo il successo di quel romanzo per adolescenti. Mia figlia Camilla lo adora.»

«Piccola ma agguerrita. Hanno anche una serie gialla e libri di storia locale.»

In quel momento entrò il medico. 

«Lo lascio a lei, dottor Mastrangeli: mi faccia avere il referto quanto prima. Spadaro, torno in caserma mentre voi completate i rilievi.»



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domenica 28 giugno 2015

Benvenuti nella mia cucina

La porta si chiuse alle sue spalle e Marzia capì di essere in trappola. Qualcuno – e non era difficile immaginare chi – aveva manomesso la maniglia rendendo impossibile aprirla dall’interno.
La vide arrivare dal fondo del corridoio strascicando i piedi, la testa piegata di lato e la bocca aperta in un grido silenzioso da cui colava un misto di sangue e materiale putrefatto. 
Marzia tentò di colmare con le parole l’abisso che la separava da quella mente sprofondata nel buio.
“Benedetta, mi riconosci? Sono Marzia Paoli. Ci conosciamo da quando eravamo compagne di banco al liceo e ti passavo i compiti di latino, ricordi?”
Passi lenti, instancabili.
“Quello là in fondo è Massimo, vero?” indicò un ammasso informe sul pavimento della cucina. “Ci deve essere anche il suo operatore: sono quasi inciampata nella videocamera entrando. Sai che il programma sui misteri non è andato in onda questa settimana? Lo so, a te sembrerà una cosa poco importante ormai, ma c’è un mucchio di gente là fuori che li sta cercando. Non che a me fosse simpatico, ma non è bello da parte tua attirare qui i tuoi colleghi per un’intervista e poi… Del resto l’hai fatto anche con me, solo che io, a differenza di Massimo, ho capito cosa ti era successo. Ti avevo avvisata di essere prudente durante il tuo viaggio ad Haiti: alcune mamaloa sono molto suscettibili.”
Nessun barlume di umanità nel cadavere marciante. Solo fame.
“Tempo fa un amico americano, che fa l’Ammazzavampiri, mi ha regalato questa” estrasse una Glock 17 e l’armò “proprio per casi come il tuo. Non pensare che non la sappia o non la voglia usare.”
Due braccia protese e uno sparo: una testa esplose e un corpo si afflosciò come un sacco vuoto. 
“Oltretutto i tuoi libri di cucina non mi sono mai piaciuti, Benedetta.”


Il racconto è stato pubblicato nell’antologia “Morto e mangiato” curata da Chiara Poli e Paolo Franchini, un progetto benefico a favore di A favore di A.I.S.EA Onlus e Associazione St Onlus.


La voce narrante è quella di Marzia Paoli, l’indagatrice dell’occulto, già protagonista del racconto lungo “Il risveglio”, dove compare anche l’Ammazzavampiri citato. Se non avete letto “Il risveglio” non preoccupatevi, ne parleremo molto presto. O forse, a ben pensarci, dovreste cominciare a preoccuparvene perché i vampiri che lo abitano non sono certo quelli romantici di Twilight, benché l’amore sia molto presente nella storia.






mercoledì 24 giugno 2015

La storia dei venti del lago d'Orta



Ci credereste mai se vi dicessero che una volta sul lago d’Orta non soffiava alcun tipo di vento? Sempre calma piatta. Se volevano sentire un po’ di brezza sulla pelle gli abitanti dovevano spostarsi verso Novara o verso Domodossola o arrivare sul lago Maggiore. Al loro ritorno i racconti tenevano vive le conversazioni per settimane. Poi tutto tornava come prima e i pensieri erano sempre gli stessi: Come sarebbe stato bello in estate sentire un po’ di vento fresco, di quello che, mentre si lavora, asciuga la pelle sudata. E in inverno? Oh quanto lo desideravano tutti , anche freddo e con qualche raffica più forte delle altre, per poi poter fare i commenti perché aveva spostato tre tegole sul tetto del Giuanin o perché aveva spaccato il vetro della finestra che la sciura Natalina aveva lasciato aperta. 

Intanto al bar si sospirava forte, illudendosi fossero aliti di vento. C’era perfino chi emigrava, non per cercar lavoro, ma per cercare il vento! Una bella mattina di primavera però tutti gli ortesi si svegliarono decisi a risolvere la questione e si presentarono sotto casa del sindaco che fu costretto a riceverli ancora in pigiama. Per far sì che potesse vederli tutti misero in prima fila i bambini, poi le donne e, in fondo alla sala, gli uomini. Ci volle un po’ ma, finalmente, scese il silenzio. Gli sguardi si posavano prima su uno poi sull’altro e infine sul sindaco che non riusciva a reprimere gli sbadigli. Ad un tratto una bimbetta magra magra e con le treccine che le incorniciavano il viso alzò la manina e disse: “Perché non chiediamo aiuto al re dei venti?”. 

Già, perché? Cominciarono a domandarsi gli ortesi. “Presto! qualcuno di voi parta immediatamente a cercare questo re – ordinò il sindaco che non vedeva l’ora di rimettersi a dormire”. 

Certo non fu cosa semplice, il tempo trascorreva e qualcuno cominciava a preoccuparsi della sorte di coloro che erano partiti per questa avventura, anzi, le speranze erano praticamente terminate quando il solito bimbetto bene informato arriva correndo e urlando sulla piazza: “Sono tornati!”. Di organizzare una festa di benvenuto neanche a parlarne, l’eccitazione era tanta che perfino il sindaco si precipitò in piazza. “Allora ce l’avete fatta? Avete trovato il re dei venti? Dov’è? Io non lo vedo!”. Le domande si sovrapponevano le une alle altre tanto che gli uomini non riuscivano a rispondere. 

“State calmi perché di re dei venti ve ne abbiamo portati tre! Eolo, il re greco, Njörd, il re celta e Fūjin, il re giapponese”. Ognuno di loro aveva un vortice personale che faceva alzare la polvere sotto gli occhi increduli degli ortesi. L’evento era di quelli unici nel suo genere, mai i tre re si erano incontrati. Il sindaco prese in mano la situazione invitandoli in comune spiegando quello che gli abitanti del lago volevano da loro: solo un po’ di vento! 

“E ci avete scomodati per qualche venticello? – dissero i tre re all’unisono – bastava dirlo e vi avremmo accontentati subito”. Confabularono tra di loro poi si misero sull’imbarcadero. Eolo alzò le braccia e disse: “Vieni “Blem” da oggi soffierai su questo lago da Carcegna e da Miasino e vieni anche tu “Marascon”, da Lagna e da San Maurizio”. 

Subito dopo fu Njörd a gridare: “Soffia “Inverna” da Gozzano e anche tu “Tramuntana” vieni da Pella”. 

Infine fu la volta di Fūjin a chiamare il “Vent” da Omegna e il “Cus” dal Nord: “Il “Cus” porterà tempo piovoso, non sarà troppo forte, strierà il lago e durerà almeno tre giorni”. 

Uno scroscio di applausi accompagnò la scorribanda dei venti appena chiamati sul lago d’Orta e, mentre i re si apprestavano a tornare nelle loro terre, un vecchietto si avvicinò e disse loro: “A proposito del “Cus”, ho pensato che calzerebbe a pennello questo detto: “Cus, trì dì a l’us”, che significa proprio che dura tre giorni!”




Questo racconto è opera di Paesesommerso e fu pubblicato alcuni anni fa su Ecorisveglio.

domenica 21 giugno 2015

Taxi per l’inferno

La nebbia copriva la pianura come un sudario, ma ciò non era un problema per “Johnny”: lavorava meglio con la nebbia. Appoggiato al lampione si accese una sigaretta e guardò l'orologio.
Mezzanotte. Forza, sbrigati, ho fretta di conoscerti.
Sorrise al pensiero. Vide le luci di un'auto e si sporse in avanti, ma quella proseguì la sua corsa.
Maledizione! Quanto tempo ci mette? E avevano detto cinque minuti. Balle! 
Diede un calcio ad una lattina.
Sono dieci minuti che aspetto! Gli farò pagare anche questa, può starne certo. Se almeno sarebbe una donna... 
Johnny non aveva studiato molto, ma la pistola che teneva sotto la giacca di pelle gli aveva aperto lo stesso molte porte. In quel momento due fari ruppero la nebbia puntando su di lui. Aguzzando la vista vide la scritta luminosa TAXI. Scese dal marciapiede, scavalcando le auto in sosta vietata e fece un cenno con la mano. Il veicolo mise la freccia e accostò.
Sei mio, pollo.
Poi vide il colore della carrozzeria ed ebbe un attimo d'esitazione. Non era bianco e nemmeno giallo, ma di uno strano rosso cupo. Anche i cristalli erano insoliti, completamente oscurati. Johnny imprecò sbalordito e come per risposta il finestrino si abbassò di un paio di centimetri.
«Taxi, signore.»
Il rapinatore si sentì gelare. C'era qualcosa in quella voce, qualcosa di freddo, di lontano, come un'eco. E non era una domanda, ma una sfida. Johnny non si era mai tirato indietro davanti a nulla, sin da quando, a tredici anni, aveva accoltellato un coetaneo che non voleva consegnargli le scarpe di marca. Gettò la cicca dopo averne tirato un ultima voluttuosa boccata, aprì la portiera posteriore ed entrò.
«Via Selva. Schizza.»
L’auto partì sgommando e Johnny fu spinto violentemente contro il sedile. Non vide il taxi bianco fermarsi accanto al lampione. Faticosamente si risollevò, imprecando tra i denti. Il guidatore correva velocissimo, incurante della nebbia, come se vedesse perfettamente la strada. Solo i fari sempre più radi di altre automobili rompevano di tanto in tanto il grigio muro di oscurità.
Johnny osservò la testa del taxista, coperta da un nero cappello a larghe falde e dai baveri rialzati del cappotto dello stesso colore. Soltanto una ciocca di sudici capelli bianchi sfuggiva ribelle a quella tenebra. Ci avrebbe piazzato volentieri una pallottola…
Lo provocò un po', tanto per divertirsi.
«Sei pazzo a correre così con questa nebbia! Non hai paura di farti male?»
«Conosco questa strada come le mie tasche, signore, la percorro da un'eternità».
La risposta fu seguita da sterzata così brusca da mandare Johnny a sbattere contro la portiera. Una violenta bestemmia gli proruppe dalla gola.
«Non dovrebbe bestemmiare, signore...»
«Ma chi ti credi di essere per darmi dei consigli, eh? Rallenta invece, che ci schiantiamo contro un muro.»
«Ho fretta, altri clienti mi aspettano. E devo battere la concorrenza, signore.»
«Adesso basta, io non mi faccio prendere per il culo da te, chiaro? Non so che cazzo ti sei fatto per berti il cervello così, ma non me ne frega un cazzo!» Johnny estrasse la pistola, puntandola alla nuca del guidatore. «Accosta e fuori i soldi o ti faccio saltare quel poco cervello bacato che ti rimane.»
«Cosa credi di fare con quella pistola inceppata, Johnny?»
«Come cazzo fai a sapere il mio nome?» domandò sorpreso. «Ora ti faccio vedere io se è inceppata!»
Puntò l'arma e premette il grilletto.
KLIK.
Riprovò.
KLIK.
Ancora e ancora.
KLIK, KLIK, KLIK, KLIK.
Imprecando Johnny alzò l'arma per colpire col calcio, ma la mano dell'autista scattò all'indietro velocissima e con un tocco gelido gliela strappò di mano. Johnny lanciò un urlo di dolore e si ritrasse stringendo la destra, rigida e gelata.
«Ommerda, che cazzo mi hai fatto? Che cazzo hai fatto alla mia mano?» gridò disperato.
«Avrai modo di riscaldarla, non preoccuparti.»
Johnny guardò disperato l'arto che aveva assunto un colore bluastro e gli faceva un gran male. Non riusciva a capire come avesse fatto a fregarlo a quel modo. Si slanciò verso la portiera, ma questa non si aprì, era chiusa, bloccata. Era in trappola, anche se forse c'era una possibilità... Sì, certo, prenderlo per la gola e costringerlo a fermarsi. Johnny era forte, molto forte.
«E avere entrambe le mani paralizzate? Lascia perdere, non ti conviene. Piuttosto ascolta cosa dice la radio, credo ti riguardi.»
La voce del guidatore era così sicura da risultare terrorizzante. Il rapinatore rimase immobile, mentre l’altro alzava il volume con la mano guantata. Un coro di voci, prima deboli, poi sempre più forti.
«Assassino, assassino, ASSASSINO!»
«No!» Johnny cercò inutilmente di tapparsi le orecchie.
La parola gli rimbombava nel cervello, senza tregua, come un martello pneumatico. Poi, all'improvviso cessò. Alzò gli occhi e vide un volto che lo osservava attraverso il parabrezza.
«Carlo Bignami. Aveva quindici anni quando lo accoltellasti. Ora è costretto su di una sedia a rotelle» la voce alla radio era una lama tagliente che mozzava il respiro.
Un secondo volto si affiancò al primo.
«Daniele Bianco. Lo uccidesti con un colpo alla nuca perché si era ribellato. Due figli e una moglie lo piangono.»
Altri volti apparvero accanto a questi. Di ognuno la voce ricordava il nome e il delitto: rapine, ferimenti, stupri e omicidi vennero elencati in un rosario di accuse, mentre le sue vittime testimoniavano silenziosamente contro di lui. Infine i volti scomparvero e il silenzio calò.
Allora Johnny, scompostamente e senza ritegno, rise.
«Non hai uno straccio di prova. Nessun tribunale mi può condannare. Se speravi che confessassi con questo trucco ti sei sbagliato. Avanti, sbirro, portami dentro e facciamola finita con questa pagliacciata. Tanto il mio avvocato mi tirerà fuori subito.»
«Non ti sto portando in prigione: il tuo tempo è scaduto. Sei stato contato, pesato e trovato mancante.»
Quelle parole rimbombarono come una sentenza inappellabile. 
«Ma cosa vuoi allora?» balbettò Johnny. «Ommerda, sei uno di quei fottuti giustizieri... Vuoi dei soldi? Posso darteli… Tieni ho qui mille euro, ma posso darti di più, diecimila, quindicimila... quanto vuoi? Quanto vuoi?»
L'autista fermò il taxi e si voltò, tendendo la mano e mostrando il volto scheletrico incorniciato da una lunga e sudicia barba bianca. I suoi occhi, rossi come la brace, lo fissarono per un istante lungo come l’eternità.
Infine il demonio parlò.
«Solo una monetina prima di scendere: ma in fretta, anima dannata.»    



Il racconto ha a che fare con Caronte, ma in questo caso non stiamo parlando del simpatico barcaiolo etilico del lago d'Orta...




domenica 14 giugno 2015

Il messaggero

Il cielo stellato si stendeva ancora sull’erba profumata di rugiada della prateria, ma i primi chiarori dell’alba preannunciavano il sorgere di un nuovo giorno. E il cavaliere riprese a parlare.

“Guarda, amico mio, l’alba è vicina e presto vedremo le bianche mura della capitale. 
Essere un messaggero del re è un ruolo importante, non per vantarmi, che richiede devozione, discrezione e abilità. Pericoli e spie sono dappertutto, occorre essere astuti. E la fatica aumenta sempre. Un tempo il regno era più piccolo, ma abbiamo sovrani valorosi in guerra e saggi in pace che hanno esteso i confini. Io stesso quando ero giovane avrei potuto attraversare il paese in pochi giorni, mentre ora mi ci vorrebbero mesi. 

Per lunghi anni non ho fatto altro che portare i dispacci del Re e ora che questo viaggio sta per terminare non so cosa sarà di me. Da sempre la mia stirpe ha portato messaggi per i Re di questo paese. Come la tua ha portato in groppa i messaggeri del Re. Da molti anni chiedevo al Re di mettermi a riposo. È molto vecchio ormai, il Re, benché dica di essere più giovane di me e mi chiami “vecchio mio”. A volte, ma che rimanga tra noi, dice cose strane, che non capisco, ma in fondo è un brav’uomo. Per molti anni ha respinto le mie richieste scuotendo la testa e borbottando tra sé, ma alla fine ha ceduto. Quando ci siamo congedati mi è sembrato persino commosso. Ora sono felice, benché ignori cosa sarà di me. Non ho mai incontrato messaggeri a riposo, ma so che il Re provvederà a tutto.

Ho viaggiato tanto. Si sa che i viaggi danno l’esperienza, che è la base della saggezza. Ho percorso miglia e miglia sulle piste di tutto il regno. Ho visto città splendide e tuguri miserrimi, uomini di ogni razza ceto sociale e religione. E donne... Ne ho viste di bellissime sai? Bionde e more, ricche e povere, vergini e prostitute. Ho solo un unico rimpianto, quello di non essermi mai fermato in una città, per parlare con la gente. 

Ho anche un figlio, sai? Un mattino di primavera il Re mi chiamò e mi disse che dovevo avere un figlio, che potesse prendere un giorno il mio posto. Risposi che per me andava bene quello che a lui piaceva. Mi condussero una ragazza bionda. Non era bellissima, ma mi amava. Sono stato con lei a lungo, quasi sette mesi, finché non rimase incinta, poi ripresi la pista.

Sono molto orgoglioso di mio figlio. Come è bello! Così fiero nel cavalcare, che sembro io a vent’anni, lanciato sulle piste ingoiando la polvere. Ogni tanto ci incontriamo. Quasi sempre procediamo in direzione opposta, ma una volta mi è persino capitato di fare un breve tratto assieme a lui. Ci intendiamo al volo, sai? Io so quello che prova quando mi vede e sono sicuro che anche lui nutre gli stessi sentimenti. 

Guarda le bianche mura della capitale! Il mio galoppo lungo una vita è giunto alla fine.”

Il Viceré lesse il messaggio consegnatogli dal vecchio e sollevò un sopracciglio. Poi ordinò ai suoi uomini più fidati di dargli una morte rapida e indolore, secondo gli ordini del Re.





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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.