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venerdì 20 febbraio 2015

Tolkien e l'origine delle rune

Codex runicus 

L’alfabeto runico era quello anticamente utilizzato dalle popolazioni germaniche, come gli Angli e i Vichinghi. Oltre al valore fonetico, le rune erano cariche di significati magici. Secondo “Hávamál” ("La canzone di Harr, l'eccelso", in lingua norrena) il capo degli dei e il signore della magia, Odino, per impadronirsi del segreto delle rune si sacrificò a se stesso, trafiggendosi con una lancia dopo essersi impiccato a Yggdrasill, l’immenso frassino cosmico. 

Per nove intere notti rimase appeso e

“Con pane non mi saziarono
né con corni [mi dissetarono].
Guardai in basso,
feci salire le rune,
chiamandole lo feci,
e caddi di là."

Tolkien, che era un profondo conoscitore della materia e che nei primi anni trenta aveva creato il gruppo dei “Kolbitar” con lo scopo di leggere le antiche saghe islandesi, attinse alle rune come forma di ispirazione per la scrittura delle lingue che andava creando per il suo mondo.


domenica 17 maggio 2009

Disfida 1 - Oscurità

Le prima disfida vede confrontarsi due "Pillole di mistero" ambientate nell'oscurità della notte.


Occhi gialli nell'oscurità.

Il racconto nasce da una testimonianza contenuta nel libro Paesi di mezzo.
Ho voluto raccontare questa storia, che mette insieme vicende vissute, racconti d'osteria e paure ancestrali.
E' la paura del buio e del timore verso i preti, custodi di un potere vissuto come incomprensibile ed esoterico, a costituire la base del racconto. Si credeva infatti che i preti potessero "fare la fisica" trasformandosi in animali o agendo sulle cose.
In questo caso la forza dell'amore e della giovinezza si rivelano più forti di qualsiasi ostacolo.

Il tema della puntata era "occhi".


Era un giovane coraggioso; uno di quelli che non avevano paura a camminare di notte, nelle tenebre. E poi aveva ottime ragioni per salire fino all’alpe: c’era la sua morosa lassù e aveva voglia di vederla per fare all’amore con lei.
Camminava veloce, risalendo il sentiero come un salmone un torrente. Niente e nessuno avrebbe potuto fermarlo, nemmeno il diavolo in persona.
Forse questo l’aveva pure detto all’osteria, bevendo l’ultimo bicchiere prima di mettersi in cammino. O forse qualcuno del paese aveva deciso che quel ragazzo di fuori non doveva venire a parlare con una di loro, ma temendo di affrontarlo di persona aveva deciso di chiedere aiuto a qualcuno in grado di evocare un pauroso potere…
Sia come sia, nelle tenebre iniziò a vedere due occhi gialli che lo fissavano, in mezzo alla strada. Rallentò il passo: dalla nera sagoma del cane cominciò a provenire un ringhiare sordo. Avanzò e la bestia indietreggiò, ringhiando più forte. Faceva alcuni passi indietro, ma poi ringhiava più forte di prima, con l’aria di volergli saltare alla gola.
Allora il giovane, che temeva di arrivare tardi e trovare tutti ormai a letto e la morosa sotto le coperte a piangere, si arrabbiò così tanto che con pochi salti fu davanti al cane e gli sferrò un calcio così forte che lo fece guaire. La bestia fuggì zoppicando e gemendo, svanendo nelle tenebre.
Il giorno dopo il giovane seppe che il prete aveva un braccio rotto.





La voce è quella di Marco l'Equi Librista.



L'armata delle tenebre
Il racconto prende spunto da un fatto raccontatomi da mio zio, una tempesta di fulmini che si abbatte sulle collini del lago d'Orta. Ho voluto immaginare che, nel bel mezzo di una simile tempesta tempesta, qualcuno bussi alla porta...
La leggenda di Hellequin e dell'armata di morit che lo seguirebbe ha origini molto antiche.
Si ritiene che affondino nei miti scandinavi, quando il dio Odino mandava le Valchirie, sotto forma di corvi, a raccogliere le anime dei valorosi morti sui campi di battaglia.

Di una dea corvo che esalta il valore dei guerrieri si parla però anche nei miti celtici, a proposito della dea Morrigan, il "Corvo della battaglia", dea splendida e terrificante, che incita gli uomini all'odio in battaglia, ma anche al furore sessuale.

Il tema della puntata di Siamo in Onda era "Paura".


Il vecchio guardò fuori dalla finestra. Di solito non aveva paura dei tuoni, ma quello non era un normale temporale. Sulle montagne tra il Cusio e la Valsesia c’era un’autentica tempesta di fulmini, che illuminava a giorno il cielo. Il cane, suo unico compagno in quel paese deserto era scomparso, lasciandolo solo sotto il rombo continuo dei tuoni.
Quel rumore gli ricordava la guerra. Per questo, forse, si fece viva invece quell’antica ferita. Una bella fortuna, gli avevano detto i dottori, all’epoca. La fortuna di essere l’unico sopravvissuto all’esplosione di quella maledetta granata che aveva disintegrato i suoi ragazzi.
Fu allora che iniziò a vederli. All’inizio gli erano parsi alberi agitati dal vento ma ora distingueva gli stendardi sotto i quali avanzavano. Entrarono lentamente nel giardino, fino a circondare la casa. Con un brivido di paura vide dragoni e ussari, legionari romani e samurai giapponesi, giannizzeri turchi e opliti spartani, picchieri svizzeri e lanzi tedeschi, cavalieri teutonici e arcieri inglesi... I valorosi di tutte le epoche, fianco a fianco, coi volti d’un pallore cadaverico lo fissavano con orbite vuote.
Li guidava, su un cavallo nero come la notte, un gigante dagli abiti variopinti, con un cappellaccio in testa e una vistosa benda su un occhio. Sulle sue spalle stavano appollaiati due corvi e ai suo fianchi cavalcavano due valchirie.
Bussarono alla porta.
«Hellequin, il gran condottiero dell’Armata dei Morti è qui per te!»
Il vecchio non aveva più paura ora. Corse in soffitta, aprì il baule, indossò l’uniforme e cinse la sciabola da ufficiale. Infine apri la porta, per unirsi a loro.




La voce è ancora quella di Marco l'Equi Librista.

sabato 28 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 4, i Longobardi


Secondo il protomedico beneventano Pietro Piperno (autore del De nuce maga beneventana, pubblicato a Napoli nel 1635; tradotto in italiano nel 1640 col titolo Della superstiziosa Noce di Benevento. Trattato historico), le radici della leggenda delle streghe e del noce risalirebbero al VII secolo.

Benevento all’epoca era la capitale del ducato della Langobardia minore. Nonostante la formale conversione al cristianesimo, molti longobardi continuavano antiche pratiche pagane tradizionali.
Secondo un testo agiografico del IX secolo, la Vita di Barbato: «I Longobardi, sebbene lavati dalle acque del santo battesimo, osservando un antico rito pagano vivevano con atteggiamenti bestiali e dinanzi al simu­lacro di un animale che si chiama volgarmente vipera piegavano la schiena che debitamente avrebbero dovuto piegare dinanzi al loro creatore. Inoltre non lontano dalle mura di Benevento, in una specie di ricorrenza adoravano un albero sacro al quale sospendevano una pelle di animale; tutti coloro che si erano lì riuniti, voltando le spalle all’albero spronavano a sangue i cavalli e si lanciavano in una cavalcata sfrenata cercando di superarsi a vicenda. A un certo punto di questa corsa, girando i cavalli all’indietro cercavano di afferrare la pelle con le mani e, raggiuntala, ne staccavano un piccolo pezzo mangiandolo secondo un rito empio».

Si trattava probabilmente di un antico rituale guerriero germanico in onore di Wothan/Odino. Secondo il mito, Odino si era impiccato ad un albero, dopo essersi ferito con la punta di una lancia, per ottenere la saggezza, traendone in premio le rune magiche. Per questo il Signore degli Impiccati, come anche era chiamato, mandava uno dei suoi due corvi, Hugin (“pensiero”) o Munin (“memoria”) presso la forca dopo l’esecuzione. Odino era anche il signore dei morti, che accoglieva i guerrieri valorosi caduti in battaglia nel Valhalla, offrendo loro un suntuoso banchetto.





È possibile che l’idolo d'oro a forma di vipera o, forse, di drago bicefalo o anfisbena (vedi) fosse un antico idolo germanico, così come non è da escludere che provenisse dal tempio di Iside, dal momento che la dea aveva il potere di dominare i serpenti.

Ad ogni modo, un sacerdote cristiano di nome Barbato levò la sua voce contro quello che ai suoi occhi era idolatria e profetizzò il castigo di Dio sul Duca Grimoaldo e sulla città di Benevento. Quando, nel 663, l’esercito bizantino dell’imperatore Costante II salì a stringere d’assedio la città, ricordando le parole del sacerdote, il figlio del Duca, Romualdo, mandò a chiamare Barbato promettendogli che avrebbe rinunciato al paganesimo se la città fosse stata risparmiata.
I bizantini, si disse per intercessione dell'Arcangelo Michele, si ritirarono e Romualdo nominò Barbato vescovo di Benevento. Il nuovo vescovo fece subito abbattere l'albero sacro e strapparne le radici. Al suo posto fece erigere la chiesa di Santa Maria in Voto. In privato, però, Romualdo continuò ad adorare la vipera d'oro, finché la moglie Teodorada, preoccupata per le conseguenze di quel gesto, gliela sottrasse, donandola a Barbato. Il Vescovo la fece fondere per ricavarne un calice.

In ogni caso, come vedremo, Barbato aveva vinto una battaglia, non la guerra…

venerdì 27 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 3, Iside




Tra l'88 ed l'89 d.C. l'imperatore Domiziano fece edificare un tempio dedicato alla dea egizia Iside a Benevento. Il tempio è andato distrutto, ma gli scavi archeologici effettuati nel 1903 hanno messo in luce un complesso che è un unicum. Si tratta infatti del luogo, fuori dall'Egitto, con la maggiore concentrazione di manufatti egizi originali. I resti furono rinvenuti sotto le mura longobarde, presso la chiesa di Sant'Agostino e comprendono una trentina di sculture egizie o in stile egizio ellenistico.

Iside è la forma greca dell’egiziano Ast o Eset, sorella e sposa del dio Osiride. Secondo il mito ricompose il corpo di Osiride, assassinato e smembrato dal dio serpente Seth, concependo un figlio, Horo. Dopo che Seth ebbe ucciso anche Horo, la dea pianse a lungo. Le sue lacrime commossero infine il dio Sole Ra, che le mandò Thot, il dio – ibis, il dio della luna, protettore della saggezza, delle arti e della parola, inventore delle scienze, dei geroglifici e autore del Libro dei Morti. Egli le rivelò l’incantesimo per risuscitare Horo.
Iside aveva numerosi titoli tra i quali “regina di tutti gli dei”, “regina del cielo” e il suo culto si diffuse ben oltre i confini dell’Egitto. In particolare la dea era venerata per la sua padronanza delle arti magiche: l’Inno di Osiride descrive l’uso di formule magiche da parte della dea per riportare Osiride in vita; il Libro dei Morti dedica un intero capitolo ai modi per concedere alle anime defunte alcuni poteri della dea.

La presenza di un tempio a lei dedicato a Benevento ha indotto molti studiosi a stabilire un collegamento con la tradizione del noce di Benevento sacro alle streghe.
È probabile in effetti che in età imperiale nell’area attorno a Beneventum sia avvenuto un sincretismo tra il preesistente culto di Diana/Artemide e quello di Iside, con lo sviluppo di rituali misterici, probabilmente officiati da donne e preclusi agli uomini.

La storia del noce di Benevento è però indissolubilmente legata ai Longobardi, come vedremo…

giovedì 26 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 2, Diana


Artemide è una delle dee più importanti della mitologia greca. Aveva numerosi attributi (talora fra loro contraddittori) e nomi, che le derivavano da un vasto processo di identificazione con le divinità femminili arcaiche di molti paesi del Mediterraneo.
Artemide, citando un Inno Omerico era: “Dea della caccia, vergine riverita, che uccide i cervi, saettatrice, sorella di Apollo dalla spada d’oro, che tra le colline ombrose e le cime ventose, godendo della caccia, tende il suo arco e scaglia dardi dolorosi.”
Dea della luna (per una tarda identificazione con Selene) era protettrice degli animali selvatici, dei bambini, delle vergini e delle persone indifese. Era però anche colei che uccideva di malattia le donne, come il gemello Apollo faceva con gli uomini.
Per questo motivo era anche associata, seppur non ufficialmente identificata, alla dea maga Ecate, detta l’Artemide dei crocicchi, legata al mondo dei morti e alla magia oscura.


Il legame tra Artemide e il noce è connesso ad una storia d’amore.
La dea vergine rifuggiva il contatto con gli uomini, che pagavano con la morte ogni oltraggio nei suoi confronti. Il cacciatore Atteone, ad esempio, reo di averla spiata mentre si bagnava nel fiume, fu trasformato in cervo dalla dea per evitare che potesse vantarsi di questa impresa e finì sbranato dai suoi stessi cani.
Sia detto per inciso, queste caratteristiche di forza ed autonomia della dea, ne hanno fatto un simbolo per molte femministe del novecento.
La dea amava circondarsi invece di fanciulle e ninfe votate alla verginità, con cui intratteneva rapporti di affettuosa e cameratesca amicizia. Quando una di queste fanciulle, Caria, morì, la dea pianse disperata finché il padre Zeus tramutò la fanciulla in noce. Da qui l’epiteto di Cariatide attribuito alla dea.
Il nome indicava anche le colonne dei templi a forma di ninfa. Inizialmente intagliate nel legno di noce, furono poi realizzate in pietra: per la prima volta nel Tesoro di Sifnos a Delfi (525 a.C.), in seguito nell’Eretteo di Atene.

I santuari di Artemide di norma erano situati fra i boschi, sulle montagne o sulle rive del mare, fuori dai terreni coltivati. La dea infatti simboleggiava la natura selvaggia in contrapposizione con la natura addomesticata dall'uomo mediante l'agricoltura. Per gli stessi motivi, probabilmente, la dea proteggeva i fanciulli e le vergini, due categorie di persone che, alla mentalità dell’epoca, dovevano apparire come “selvagge” e non ancora “addomesticate”, attraverso l’educazione e il matrimonio.

Il legame tra il noce e Artemide era presente anche in Italia, dove la dea fu identificata con varie divinità femminili italiche, tra le quali prese il sopravvento la romana Diana. Cerimonie in onore di Diana si svolgevano nei boschi e il nome della dea compare spesso nei processi per stregoneria, in quello che era chiamato “il gioco di Diana”, probabilmente un rituale di iniziazione delle giovani donne.

Non è possibile tacere un altro aspetto del culto di Artemide. Ad Efeso, in Jonia, era adorata una dea, chiamata Artemide/Diana che verosimilmente è collegabile anche all’antica dea anatolica Cibele. La Diana di Efeso, il cui tempio (Artemision) era una delle Sette Meraviglie del Mondo antico, aveva ben poche cose in comune con l’immagine della giovane e ascetica dea cacciatrice venerata in Grecia.
Era detta multimammia, per via delle innumerevoli mammelle che sporgevano dal suo petto nudo e le sacerdotesse dei suoi templi non facevano voto di castità, ma erano piuttosto esperte sacerdotesse dell’amore, che esercitavano la ierodulia (prostituzione sacra).

Tale attività era presente anche in alcuni santuari della Magna Grecia, ma non è chiaro se si sia diffusa anche nell’area sannitica (in cui era incluso Beneventum) dove era venerata la dea Diane.
Templi dedicati a Diana sono archeologicamente attestati nell’area beneventana, anche se non è chiaro quale forma assumessero le cerimonie in epoca romana.

Il nome di Benevento è però legato anche ad un’altra dea dagli inquietanti poteri magici.
Ma di Iside parleremo domani…

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.