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giovedì 3 agosto 2023

La barca delle streghe

 



C'era un tempo sul lago di Omegna una barca magica che navigava solo di notte. Su di essa si radunava una squadra di streghe che grazie ad essa compiva viaggi lunghissimi nello spazio di una notte fino ai paesi caldi e, come si credeva, persino in America. Ma poiché erano streghe gentili, e più che streghe dovremmo definirle fate, il loro viaggio non aveva il fine di compiere malefici o nuocere alle persone. Essendo mosse dalla grande passione per i fiori se ne andavano semplicemente in luoghi lontani per raccoglierne di nuovi e mai visti e riportarli sulle montagne da cui erano partite.

Una cosa singolare di queste streghe è che una parte di quanto avevano raccolto veniva deposto in una chiesa. Di questo strano fenomeno si accorse un giovane sacrestano che non capendo da dove venissero quei fiori così belli e strani, che non aveva mai visto, decise di mettersi di guardia di notte per capire chi li portasse.

Con sua grande sorpresa vide arrivare una barca, che si muoveva silenziosissima da sola nell’oscurità. Visto che a bordo non c’era nessuno decise di salire a bordo, nascondendosi sul fondo della barca in un punto nascosto, coprendosi col mantello. Ad una certa ora giunsero tredici figure femminili che salirono a loro volta sulla barca. Prima di partire quella che era evidentemente la loro guida disse “Vada per 13!”

La barca però non si mosse. Allora, senza indagare oltre, disse “vada per quanti siamo!”

A quel punto la barca prese a filare velocissima e silenziosa, quasi volando sull’acqua, col sagrestano sempre ben nascosto. Quando giunsero alla meta le streghe scesero a raccogliere i fiori e così fece il giovane, che ammaliato da quei profumi ne raccolse quanti poté. Infine, temendo che potessero partire senza di lui tornò nuovamente a nascondersi sull’imbarcazione.

Quando anche le streghe furono tornate, il viaggio fu rifatto in direzione opposta. Così, senza essere visto né molestato dalle sue compagne di viaggio, il sacrestano tutto contento tornò a Omegna, correndo dai suoi amici per mostrare quei fiori bellissimi che aveva raccolto.

Lo attendeva però una brutta sorpresa. I suoi amici cominciarono a gridare che i fiori erano stregati e la loro presenza era opera del Demonio. E già minacciavano di denunciarlo. Allora sconvolto e spaventato buttò i fiori nel lago, separandosi a malincuore da quella poetica bellezza che il cuore duro degli uomini non aveva compreso, né accettato.

martedì 1 agosto 2023

Una tisana con la Maga

 


“Prendi ancora un po’ di tisana, caro.”

Ho risalito le pendici scoscese della montagna su cui vive la Maga per andare a fondo su un mistero. Durante uno strano rituale svoltosi a Pella, una signora proveniente da un paese noto per essere patria di famose streghe e stregoni, mi ha infatti invitato a indagare su un’antica leggenda. E ora tra un biscotto e una tisana eccomi qui nello studio della Maga ad ascoltare le sue parole.

“Devi sapere, caro, che quando si parla di streghe ci si può riferire a varie figure.

Innanzitutto, comunemente si parla di quelle donne che per varie ragioni finirono sotto le grinfie dell'Inquisizione. In larga misura erano donne che non avevano fatto nulla di male ed erano state accusate per invidia. In altri casi, anche qui senza avere nessuna colpa, erano dedite a pratiche di erboristeria o curavano le malattie o aiutavano le donne a far nascere i bambini. Donne magari un po’ sole, strane, diverse, che rifiutavano di integrarsi nelle regole della società, ultime seguaci di culti sciamanici antichissimi e che per questo venivano accusate e poi in certi casi condannate.

Nelle tradizioni e nelle leggende si parla poi di streghe come donne dotate di veri poteri magici, portate a fare del male alle persone. Numerosi erano i malefici che potevano provocare. Le accuse principali erano quelle di provocare temporali e tempeste devastanti, di nuocere al bestiame, di far ammalare le persone, di provocare la sterilità, fino all'accusa gravissima di uccidere dei bambini. Si diceva anche che alcune di queste streghe fossero in grado di esercitare la fisica e quindi di trasformarsi in animali per spiare le persone o per interferire con le loro vite.

Ma c'è un ultimo tipo di streghe. Queste in realtà non erano esseri umani, ma creature fatate e se in italiano vengono chiamate streghe il nome dialettale utilizzato per indicarle era “faj”. Sono le fate della tradizione antica precristiana, quella che possiamo far risalire al mondo celtico. Creature appartenenti al Piccolo Popolo, capaci di compiere inimmaginabili prodigi. Non necessariamente cattive, come del resto le fate delle fiabe più antiche che non sono né buone né cattive ma reagiscono a seconda delle situazioni e soprattutto del modo in cui gli esseri umani si avvicinano a loro. Ecco, la storia di cui mi hai chiesto riguarda questa tipologia di streghe.

Ma prima di raccontartela voglio dirti qualcosa sul come questa storia è giunta fino a noi. Devi sapere che nell'Ottocento una ragazza napoletana dovette scappare dal Regno delle due Sicilie col padre per motivi politici. A Torino trovò anche l’amore, sposando un piemontese, ma dopo sette anni di matrimonio rimase vedova. Allora, avendo anche un figlio piccolo, si dedicò alla scrittura un po’ per passione un po’ per sostentarsi. Tra le tante opere che scrisse una fu dedicata proprio alle leggende delle Alpi. Per realizzare questo lavoro si avvalse di una serie di corrispondenti che le fornirono indicazioni relative ai vari territori. Ora, uno dei suoi cortesi corrispondenti, come li definisce, si era occupato di raccogliere per quel volume tutte le leggende della valle Anzasca, ma tra queste ne aveva scovata una ambientata sul lago d'Orta, ad Omegna. Ed è una leggenda interessante perché in fondo è una storia gentile intorno alle streghe, che normalmente sono circondate da un'aura molto negativa."


mercoledì 21 ottobre 2015

Si parla di streghe



Si parlerà di streghe in Valstrona, sabato prossimo. Un viaggio tra roghi ed erbe condotto dai Viaggiatori Ignoranti in un museo che sorge ai piedi delle grotte delle streghe. 

Creature ben diverse dalle poverette che finirono sui roghi, quelle che vivevano nelle grotte di Sambughetto. Oggi le chiameremmo più correttamente "fate" come del testo richiama il loro nome dialettale.

Ne ho parlato varie volte, dopo l'incontro con la Maga, richiamando le loro acrobatiche esibizioni (c'è anche un video) e la storia del prete che osò discendere in quegli oscuri cunicoli.

Tornando alle "streghe" in carne ed ossa, sembra che la nostra Diocesi vanti il primato di essere stata la prima a porre un freno ai roghi. Grazie a Vescovi illuminati che compresero presto che quando non si trattava di vendette private, le denuncie colpivano persone che avevano l'unica colpa di essere un po' eccentriche, sole e "alternative". 

Probabilmente tra queste si nascondeva anche qualche portatrice di antiche tradizioni pagane, ma certo non c'era nessun patto col Diavolo...




mercoledì 17 giugno 2015

Il ponte del bosco





Tra i luoghi di ritrovo delle streghe citati nell'inchiesta del 1519 compare un "ponte di Armeno". Non è chiaro di quale si tratti. 

C'è però una singolare coincidenza. Al Punt dal bosc, una struttura in rovina alla confluenza tra l'Ondella e l'Agogna, era tradizione recarsi per invocare la pioggia.
Il rito prevedeva che le donne in processione raccogliessero acqua da una sorgente, prendendola in bocca, per poi sputarla dal ponte. Al centro di questo sorgeva una cappella sacra crollata anni fa e sostituita da una struttura di metallo. 

Onestamente non ci avevo fatto caso prima, e condivido la mia domanda con voi. Chi si è arrampicato su un ponte pericolante per lasciare davanti all'effige sacra una bottiglietta di acqua minerale? Un vandalo incivile? O il fatto che sia ordinatamente disposta accanto a due pietre ai piedi dell'immagine non è una coincidenza?



mercoledì 3 giugno 2015

Antiche streghe a Crana


Secondo gli atti di accusa raccolti dal vice inquisitore della Diocesi di Novara nel 1519 a Crana le streghe si recavano sovente per i loro malefici.
Una notte "guastarono" un giovane che era sulla strada e un'altra scagliarono un maleficio sul bambino di un certo Giacomino Testore di Crana, che però risiedeva ad Ameno.
Ma Crana non era certo l'unico luogo scelto dalle streghe per i loro incontri notturni...

mercoledì 6 maggio 2015

Storie di donne, di streghe e di acqua



Domenica 10 maggio si tornerà a parlare del progetto "Accendiamo la memoria". A Miasino, presso la straordinaria Villa Nigra avremo una giornata di studi di cui trovate il programma nella locandina

Darò il mio contributo con un intervento dedicato alle prime donne di cui si abbia notizia a Miasino (siamo nel II secolo prima di Cristo) per continuare poi parlando di antichi rituali e delle temibili streghe di Pisogno.

Temibili quanto meno secondo l'inquisitore che diede loro la caccia, poco meno di cinquecento anni fa...

domenica 2 novembre 2014

La soffitta



Sono entrati di notte, sfondando la finestra sul retro. Sono in quattro, armati e mascherati. Non so se siano italiani o stranieri e del resto non ha importanza saperlo. Gli occhi eccitati dalla cocaina, la lama affilata che preme sul mio collo, i miei famigliari legati, questo ha importanza. 
Tra tutti hanno scelto di tenere libera me. Forse perché i miei diciassette anni mi fanno sembrare la più innocua della famiglia. O forse il motivo sta in quelle mani che mi stringono la carne con desiderio. Capisco che non c’è solo una rapina nei loro piani, questa notte.
Per calmarli dico che i gioielli sono nascosti in soffitta.
Salgo la scala a piedi nudi, con la camicia da notte che si stropiccia nelle mani di quello che mi sospinge. Gli altri tre sono dietro. Nessuno vuole perdersi la cosa. Sento i brividi percorrermi la schiena mentre i gradini che mi separano dalla porta scompaiono ad uno ad uno.
Ho mentito. Nella soffitta non ci sono gioielli, ma solo le cose della nonna, che nessuno di noi ha osato toccare. Stava lì tutto il tempo a parlare con gli spiriti. Ora che è morta, la vecchia strega ha continuamente bisogno di sangue per restare attaccata alla vita.
Questa notte ne avrà a fiumi.



Questo è il racconto scritto dall’Errante per il n. 18 di A6 Fanzine (download). Per una pura coincidenza era dedicato all'horror. Se, come noi, non credete alle coincidenze consideratelo pure un racconto per Halloween pubblicato con leggero ritardo…

martedì 18 giugno 2013

L'Alpe delle Streghe


I lettori più fedeli di questo blog si ricorderanno certamente di questo post pubblicato quasi due anni fa. Molte cose sono accadute da allora, ma questa è un’altra storia. Quello che importa ora è che la storia dell’alpe delle streghe ha un seguito. 

All’epoca fu l’amica Wally a raccontare all’Errante di questo alpeggio dalla fama sinistra e dal nome inquietante di Alpe delle Streghe, nonché della leggenda che avvolgeva quel luogo e la vecchia che l’abitava. Una spaventosa megera, capace di mutare forma e assumere quella di animali dal pelo nero come la notte, che ingaggiò un terribile duello di magia col parroco, venendo infine sconfitta. Di lei più nulla si seppe e l’alpe cadde in rovina.
Ora un’altra amica è tornata sul posto e ha raccontato a me (che nel frattempo sono tornato, ma anche questa è un’altra storia) ciò che ha scoperto. L’amica, che chiameremo Paesesommerso (il cui blog vi consiglio), e già in passato ci ha dato ottime dritte, mi ha scritto queste parole.

«Ho parlato con una signora che, quando era molto piccola andava all’alpeggio del bisnonno in compagnia delle mucche e della nonna. Quando passavano vicino all’Alpe delle Streghe la nonna la stringeva forte a sé e le diceva di non aver paura qualsiasi cosa fosse successa. Lei però non ricorda che sia mai capitato qualcosa anche perché passavano molto velocemente, quasi di corsa. Sostiene inoltre di aver sempre sentito dire che in quella casa c'era la "fisica" o si faceva "la fisica". Mi ha detto inoltre che i bambini che tentavano di bere il latte che vi si produceva non ci riuscivano perché quando prendevano in mano la scodella la trovavano piena di aghi. 
Incuriosita sono andata a vedere di persona le rovine dell’alpe. Mentre ero lì c'era uno strano silenzio poi, all'improvviso si è sentito un verso d'uccello che non avevo mai sentito prima, ma chi era con me sostiene di non aver sentito nulla.
Ho scattato anche una foto. Sul momento non ho notato nulla. Solo arrivata a casa ho visto quel gatto nero…»

A questo punto è necessario andare ad esaminare meglio l’immagine di apertura. Qui si vede bene il gatto nero. 


Ma è un gatto reale? O un’illusione? Guardiamo meglio.


Non è un vero gatto. Si tratta di uno squarcio nel tetto dalla strana forma, con i riflessi di quella che ha l’aria di essere una foglia a creare l’effetto molto inquietante di due occhi luminosi che ci ossevano dall’interno di un gatto di tenebra, entro cui si vede una strana croce con due segni incrociati.


Pubblico un dettaglio alla massima risoluzione disponibile del Gatto di Tenebra. Se ne avete il coraggio, potete provare a scrutare le sue misteriose profondità…



domenica 18 dicembre 2011

Le dodici magiche notti

Il solstizio segna il giorno più lungo (a giugno) e quello più corto (a dicembre) dell’anno. Questa data era molto importante per le culture antiche che guardavano con estrema attenzione all’alternarsi delle stagioni. Individuare il momento giusto per la semina, ad esempio, poteva avere un’importanza capitale, dal momento che un errore poteva esporre al rischio di carestie.
Realizzare un calendario preciso costituisce da sempre un dovere ed una fonte di enorme prestigio per le gerarchie religiose e politiche (spesso coincidenti). Basti pensare che il "Calendario Giuliano" fu voluto da Giulio Cesare in qualità di Pontefice Massimo nel 46 a.C. e rimase in uso (nei paesi ortodossi lo è ancora) finché Papa Gregorio XIII non promulgò, nel 1582, un nuovo calendario che da lui prese il nome: è quel "Calendario Gregoriano" che noi tuttora utilizziamo.

Per questi motivi è comprensibile come i giorni del Solstizio fossero oggetto di moltissime credenze. Il solstizio invernale era circondato da particolari timori, dal momento che nessuno poteva essere certo che il sole sarebbe tornato a sorgere un  po’ più caldo ogni giorno.
Inoltre si pensava che quelle notti fossero popolate di misteriose e pericolose presenze. E che fossero scelte dalle streghe per i loro ritrovi notturni.

Da Natale all’Epifania, passando per l’ultimo dell’anno, la tradizione situa le “Magiche dodici notti”. Sono notti in cui tutto è possibile. In cui i cieli sono solcati da ogni genere di presenza. Se qualcosa di strano deve accadere potete star certi che sarà in una di queste notti.
Ad esempio, si dice che l’ultima notte dell’anno gli spiriti inquieti del morti e intere coorti di demoni si aggirino nelle tenebre, incontrando le streghe che si riuniscono per celebrare i loro sabba. Per questo motivo sarebbe necessario provocare quanto più rumore possibile per spaventarli e tenerli lontani dalle case. Da qui l’origine dei botti a Capodanno.

Contro queste orde diaboliche si ergevano però anche degli strani personaggi che potevano assumere l'aspetto di un piccolo animale o persino di una nuvola di fumo per danzare nelle radure dei boschi assieme ai compagni prima di affrontare, a colpi di rami di finocchio, epiche battaglie contro streghe e stregoni, a loro volta armati di canne di sorgo.
Questi misteriosi personaggi, chiamati “benandanti”, erano coloro che nascevano ancora avvolti nel sacco amniotico e per questo erano detti anche  i "nati con la camicia". L’idea di questo straordinario dono è il motivo per cui li si riteneva particolarmente fortunati o privilegiati fin dalla nascita.

domenica 6 giugno 2010

La Dama e la Strega


Ricordate la Dama del lago?
Qualcuno ha pensato che fosse solo un altro personaggio del mio blog. Almeno finché non ha sentito la sua voce in diretta su Puntoradio raccontare di un incontro con il terribile Basilisco.
Ebbene, la Dama ha inviato questo altro suo racconto, che per inciso mi ha fornito anche la spiegazione di quella furibonda tempesta scoppiata improvvisamente sul lago un pomeriggio di tarda estate dell’anno scorso.


«Come ricorderai la Maga ti ha parlato di una strega nera con cui ho avuto a che fare. Ho deciso di raccontarti qualcosa sul mio incontro con lei. Vivevo tranquilla sul mio lago, il lupo ed il gatto al mio fianco, la bambina a tenere compagnia alla mia solitudine. Un giorno, all'improvviso, sentii freddo. Un freddo pungente, che veniva da dentro, che mi attanagliava le ossa e le viscere.
“Che strano” pensai “siamo in piena estate, come posso sentire un tale gelo?”
Temevo di essermi ammalata... ma io non mi ammalo mai: vuoi per l'uso sapiente che faccio di erbe e piante, vuoi per i miei poteri.
Mentre facevo tali considerazioni tra me e me, vidi un buffo ometto avvicinarsi alla mia casa; sembrava cercare qualcosa, o qualcuno... si aggirava e scrutava, annusava, toccava, spostava... il suo atteggiamento infastidì parecchio il lupo, che gli si piazzò immediatamente davanti, ringhiando e mostrando i denti.
Il gatto, dal canto suo, mi disse apertamente "non mi piace questo tipo: non mi sembra pericoloso, ma si porta dietro una scia di male".
Come sai bene il gatto raramente concede la sua voce e quando lo fa non lo fa con leggerezza.
Non feci in tempo a soppesare le parole del gatto che apparve una vecchia ed orribile donna. Di colpo mi prese un terrore mai provato. Sentii che quella che avevo davanti non era un'innocua vecchina e mi preparai ad affrontare una situazione che non avevo mai affrontato. Sarei stata all'altezza? Sarei riuscita a reggere un confronto, anzi, uno scontro, con questa malefica strega? Sì perché, avrai capito, quella che avevo davanti era una strega. Ma non una strega come me: io mi limito ad usare i poteri che la natura e le fate mi hanno dato, mescolandoli ad una centenaria saggezza tramandatami dai miei Maestri. Lei era ben altro. Era una strega nera. Nera nell'anima, nera nelle viscere, nera come una notte senza luna in una gelida notte d'inverno.
Quello che successe non oso descrivertelo nei dettagli, perché sto male all'idea di tali ricordi; un male non solamente emotivo, ma anche fisico. Ti dico che fu uno scontro arduo: la strega cercò di annientarmi usando i suoi poteri malefici. Tutt'intorno si fece il silenzio, la luce calò, come durante un'eclissi. Il lago divenne grigio ed immobile. Il tempo sembrò fermarsi, e forse si fermò davvero. Non vedevo più nulla se non lei, le cavità vuote dei suoi occhi, al posto delle pupille delle orribili fiamme. Per poco non mi sconfisse. Lo ammetto. Non sono così forte da poter reggere contro un tale potere. Se sono ancora qui per raccontarti questa storia lo devo alla bambina ed al suo fatato popolo. Essi accorsero in mio aiuto ed insieme affrontammo quel demonio, ricacciandola da dove era venuta.
Prima di scomparire però (insieme al buffo ometto che le faceva da servitore) mi giurò che sarebbe tornata per terminare ciò che aveva iniziato.
Ecco, ora sai il perché del mio esilio. Se sono lontana dal mio lago è per proteggere me stessa, il lupo ed il gatto, ma soprattutto quanti vivono attorno al lago: se la strega tornasse e scatenasse la sua furie per distruggermi, ne andrebbe di tutti coloro che sono nei paraggi.»


La Dama ha concluso la sua lettera promettendo che la prossima volta racconterà una storia di tutt’altra natura. Devo dire che ho accolto queste ultime parole con un certo sollievo. L’idea che un nuovo, definitivo scontro, tra la Strega nera e la Dama possa sconvolgere le placide rive del Lago d’Orta è di quelle che non lasciano dormire la notte.
Né me, né i miei lettori, credo.

venerdì 30 ottobre 2009

Streghe in Onda


Domani sera a Siamo in Onda, il talk show di Puntoradio che viene trasmesso il sabato sera dalle 21 alle 24 (in replica il martedì) si scateneranno le streghe. L’intera trasmissione, nella notte di Halloween sarà dedicata infatti a queste inquietanti figure, presenti in tutte le culture del mondo.
Naturalmente il vostro Alfa non poteva sottrarsi al richiamo da esse esercitato e ha pensato di scrivere una nuova inedita Pillola di Mistero che sarà letta domani sera a Siamo in Onda.
Se volete qualche anticipazione potete visitare domani mattina la Bottega del Mistero che ho aperto sul blog di Siamo in Onda.

Voglio confessarvi una cosa: in vita mia ho incontrato realmente (almeno) una strega. Lo era per sua stessa ammissione e abbiamo discusso a lungo della sua visione sciamanica del mondo. Era sui cinquanta, credo, ormai sfiorita sebbene non avesse completamente perso la sua originaria esotica bellezza. La definirei una strega buona, una di quelle donne che aiutano, o quanto meno tentano di farlo, gli esseri umani a curarsi in situazioni dove il sistema sanitario è latitante o assente.
Ne ho incontrata un’altra però, una che parlava poco e mi guardava in modo sospettoso, una che non ha mai detto di essere una strega, ma di cui conservo un ricordo angoscioso. Era bionda, aveva occhi di ghiaccio e potrei definirla decisamente bella. Tuttavia quello che vidi nel giardino della casa dove si trovava mi mise addosso un’inquietudine tale da farmi desiderare di allontanarmi da quel luogo in tutta fretta.

Ora, dandovi appuntamento a domani sera per la Pillola di Mistero, vi lascio con il quesito posto dallo staff di Siamo in Onda. Le vostre risposte saranno lette in diretta domani sera alla radio.

Chi, o cosa, vi ha stregato?

mercoledì 27 maggio 2009

Disfida 3 (beta). Due storie della fisica nei Paesi di mezzo

Ecco due storie di stregoneria, raccolte nei Paesi di Mezzo. Si credeva che certe persone potessero "fare la fisica", realizzando incantesimi per molestare la gente.

Il carretto e il muretto
L’alcool e la stanchezza alla guida provocano brutti effetti. Se poi ci si mette anche la “fisica”…
Un uomo di Boleto portava le pietre delle cave di granito col carro. I buoi conoscevano così bene la strada che spesso l’uomo dormiva, soprattutto alla sera quando rientrava a casa stanco per la lunga giornata.Poiché all’epoca nessuno aveva nemmeno immaginato l’etilometro e la patente a punti (per un carretto poi!) l’uomo era solito fare prima una lunga pausa all’osteria.«Un bicchiere di vino. Raso.»Raso voleva dire pieno fino all’orlo. E quando si diceva orlo si intendeva quello in cima al bicchiere, non quello un centimetro sotto! Doveva essere pieno al punto da fare fatica a non versarne nemmeno una goccia, quando lo si portava la prima volta alla bocca. Il che era anche un ottimo sistema per controllare quanto avevi bevuto e soprattutto quanto potevi ancora bere. Perché di bicchieri rasi ne andavano giù parecchi prima che i buoi potessero rimettersi in marcia.La maggior parte delle volte l’uomo aveva il sonno così conciliato dal vino da svegliarsi davanti alla porta di casa, più spesso per i rimbrotti della moglie che per naturale soprassalto di lucidità.Quella sera però si svegliò perché i buoi si erano arrestati, ma emettevano un verso strano. Davanti a loro c’era un muretto che sbarrava la strada. E non c’era spazio per girare, perché sui lati c’erano altri muri e piante.Allora l’uomo afferrò la livera, la leva di ferro che usava per spostare le pietre, e scese dal carro.Patapim! patapam! in breve cominciò a menare botte e a smontare il muro, finché aprì un varco nel muretto sufficiente a passare, lui, i buoi e il carretto.Il giorno dopo, si dice, incontrò il prete che zoppicava.«Come sta, don?» gli chiese.«Eh, così, così…»«La prossima volta, se non vuole zoppicare, se ne stia a casa di notte…»


La pecora
Chi lo dice che l’età porta la pace dei sensi? L’amore non ha età e ci sono persone pronte a fare qualsiasi cosa per conquistare la persona desiderata. Se poi ad innamorarsi è una strega…

Un giovane andava tutte le sere a trovare la fidanzata.Un bel giorno, lungo la strada, vide una pecora che belava e lo fissava, quasi invitandolo a seguirla.Le prime volte non gli diede peso, ma dopo alcune sere provò ad avvicinarsi. La pecora si lasciava accarezzare e anzi quasi pareva gli si strusciasse addosso, belando dolcemente.Così, dopo alcune sere, decise di prenderla e portarla a casa da sua madre. La pecora però non lo seguiva mai se lui si allontanava. Trascinarla a braccia era impossibile, così una sera salì portando con sé una corda. Però, non appena fece per avvicinarsi, la pecora spiccò un gran balzo, saltando il muretto di pietra e scomparendo nel bosco.La sera seguente, perché la pecora non si accorgesse della trappola, prese un rosario grosso, con la corda robusta e se lo mise in tasca. Quando la pecora si lasciò accarezzare, strusciandogli addosso, gli passò attorno al collo il rosario e con quella la trattenne. Quindi se ne tornò a casa con la pecora, chiudendola nel gabbiotto del maiale.Il mattino dopo disse alla madre: «Ti ho portato a casa una pecora».La madre, che lo conosceva bene, gli rispose: «Una pecora a casa! Ma smettila di fare il balordo!»Il figlio insisteva: «È vero ti dico! L’ho chiusa nel gabbiotto del maiale!»La madre, per levargli quella fissazione, lo seguì fino al gabbiotto, sospirando. Quando aprirono la porta si mise una mano sulla bocca, per non urlare.Dentro c’era una donna nuda. Era una vecchia di loro conoscenza, che faceva sempre tanti complimenti al giovane…

lunedì 18 maggio 2009

Disfida 2 - Il coraggio e la paura

A confronto due “Pillole di Mistero” sul tema della paura. Paure arcaiche che diventano improvvisamente concrete, costringendoci a guardare dentro noi stessi, per scoprirci eroi o vigliacchi.


“La caccia infinita” ovvero “La Bestia che si aggira nelle tenebre”.

Il tema proposto da Siamo in Onda era “Giro d’Italia”.

Mi è tornata in mente, a questo proposito, una storia antica. Una storia di improvvise esplosioni di violenza attribuite, nei secoli passati, ad una misteriosa “bestia” a lungo cacciata e mai realmente presa. Una lunga scia di sangue che si aggirava per l’Italia e l’Europa e che si intrecciava, spesso sovrapponendosi, ai tanti assalti attribuiti, a torto o a ragione, ai lupi.

Talora però le dimensioni o la descrizione fornita da vittime miracolosamente scampate all’assalto, individuavano in una misteriosa “Bestia” la responsabile delle aggressioni.
Alcuni di questi assalti furono particolarmente celebri, come quello della Bestia di Milano, che colpì tra il 1792 e il 1794 o quella, ancora più famosa Bête du Gévaudan che terrorizzò la zona del Gévaudan, tra il 1764 e il 1767. Quest’ultima vicenda ha ispirato anche dei film, l’ultimo dei quali è “Il patto dei lupi” con Vincent Cassel e Monica Bellucci.

Bestie che colpivano e scomparivano nelle tenebre, suscitando ondate di panico tra la popolazione, fino a che la cattura di un qualche grosso lupo metteva la parola fine a vicende piene di dubbi e mistero. Finché la Bestia non tornava a colpire in un altro luogo…

Così, quando circa un anno fa, ad Arona, qualcosa ha saltato un recinto…


E’ accaduto.
Avremmo dovuto saperlo. No, avremmo potuto saperlo se tanti anni di assenza non ne avessero cancellato persino il ricordo. I vecchi sapevano della sua esistenza, ma sono passati così tanti anni da quando abbiamo smesso di prestar fede alle storie dei vecchi…
Persino i più anziani non ricordano di averne mai sentito parlare.
Un tempo era diverso. Al calar del sole ci si serrava dentro le cascine, sprangando le porte, chiudendo le ante di finestre munite di solide sbarre. Soltanto gli uomini più coraggiosi osavano uscire fuori, nelle tenebre.
Dentro, accanto al fuoco e nelle stalle, i vecchi raccontavano alle donne e ai bambini di occhi che brillano nel buio; di artigli che lacerano la carne e zanne che squarciano la gola; della Bestia che si aggira nelle tenebre in cerca di preda; delle grandi cacce organizzate per stanare la Bestia; dei latrati dei cani; delle armi nervosamente strette tra le mani; delle trappole nascoste nelle foglie.

Tutto inutile.

La Bestia spariva, dopo aver lasciato una lunga striscia di sangue. Talora un lupo o un orso, quando ancora ce n’erano, o un cane idrofobo, finivano nella trappola, ma i racconti dei testimoni non coincidevano mai con la fredda realtà di un cadavere.
Le zampe erano troppo piccole, le fauci meno feroci e lo sguardo, no, lo sguardo era diverso.
E poi, come a confermare quel sospetto, a distanza di chilometri, talora di anni, una nuova esplosione di violenza, una nuova caccia, una nuova preda insoddisfacente…
È accaduto. Qualcosa è entrato in un recinto, saltando una rete alta due metri e sgozzando sei daini. Qualche giorno prima era toccato a tre caprette.
Si parla di un cane. No, quegli artigli non sono da cane, sono da felino.
È una lince, misteriosamente tornata dopo un esilio centenario. No, una lince non può fare quel macello. Deve essere una pantera, una tigre, forse fuggita da un circo o da uno zoo clandestino… Di nuovo si tendono trappole, si preparano battute, col timore che la bestia possa attaccare di nuovo.

E la caccia infinita riprende...




La voce è quella di Marco l'Equi Librista.



“La culla”

C’è un luogo, appena sotto Invorio, in cui sono situati molti inquietanti racconti. Si mormora che ai margini della palude le streghe compiano i loro crudeli riti e che sia pericoloso transitarvi di notte.
Il tema della puntata di Siamo in Onda era “il coraggio e la paura”. Mi sono divertito ad immaginare la storia di un uomo forte coi deboli e sempre pronto a celebrare se stesso. Un uomo che scopre, nel buio della notte davanti ad una culla, di essere molto meno coraggioso di quanto sosteneva di essere.



Il Rosso non aveva paura del buio. Tanto meno delle favole che circolavano sulle sinistre presenze nella palude sotto Invorio….
«Tutte sciocchezze!» sbuffò e picchiò il pugno sul tavolo dell’osteria. «Siamo nel Ventesimo secolo e ancora credete a queste cose da medioevo. Streghe, diavoli, fantasmi! Vorrei proprio vederli! Chissà come mai a me non si manifestano mai. Eppure passo sempre di lì.»
«Il Peppo li ha visti» mormorò il Togn, stringendo nervosamente le carte nelle mani. «E anche la Maria…»
«Un ubriacone e una donna isterica» la risata del Rosso rimbombò nella sala piena di fumo.
Era grande e grosso e ben pochi osavano discutere con lui, specie quando aveva bevuto un paio di bicchieri. Non ci metteva molto a menare le mani, come ben sapeva quella santa donna di sua moglie. Nessuno osò sostenere la sfida del Rosso, che cercava sempre qualcuno così stupido da contraddirlo. Solo gli occhi del vecchio Ferro non si abbassarono come canne piegate dal vento davanti al suo sguardo.
«Spera che non ti sentano loro» aveva detto solamente.
«Devono solo provarci a fare la fisica a me!» ruggì il Rosso.
Il Ferro sputò per terra ed tornò ad immergersi nel proprio sigaro. Nella Grande Guerra era stato un Ardito, era stato decorato e aveva perso una gamba. Non doveva dimostrare niente a nessuno. Così il Rosso se n’era andato, sbattendo la porta. Alcuni pensarono che quella sarebbe stata una brutta notte per sua moglie.

Il Rosso s’incamminò verso casa, lungo la strada che costeggiava la palude. Dietro una curva, improvvisamente, sentì il pianto di un bambino. Incuriosito si avvicinò e vide una culla, da cui provenivano i lamenti. Allora si fece avanti, per vedere chi fosse il bambino abbandonato.
Appena si sporse sopra la culla vide una testa colossale, che lo fissava con gli occhi gialli ed emetteva urla dalla bocca enorme.
Allora il Rosso fuggì a gambe levate fino a casa e la moglie ebbe il suo daffare per calmarlo, come un bambino spaventato, e metterlo a letto.



La voce è sempre quella di Marco l'Equi Librista

domenica 17 maggio 2009

Disfida 1 - Oscurità

Le prima disfida vede confrontarsi due "Pillole di mistero" ambientate nell'oscurità della notte.


Occhi gialli nell'oscurità.

Il racconto nasce da una testimonianza contenuta nel libro Paesi di mezzo.
Ho voluto raccontare questa storia, che mette insieme vicende vissute, racconti d'osteria e paure ancestrali.
E' la paura del buio e del timore verso i preti, custodi di un potere vissuto come incomprensibile ed esoterico, a costituire la base del racconto. Si credeva infatti che i preti potessero "fare la fisica" trasformandosi in animali o agendo sulle cose.
In questo caso la forza dell'amore e della giovinezza si rivelano più forti di qualsiasi ostacolo.

Il tema della puntata era "occhi".


Era un giovane coraggioso; uno di quelli che non avevano paura a camminare di notte, nelle tenebre. E poi aveva ottime ragioni per salire fino all’alpe: c’era la sua morosa lassù e aveva voglia di vederla per fare all’amore con lei.
Camminava veloce, risalendo il sentiero come un salmone un torrente. Niente e nessuno avrebbe potuto fermarlo, nemmeno il diavolo in persona.
Forse questo l’aveva pure detto all’osteria, bevendo l’ultimo bicchiere prima di mettersi in cammino. O forse qualcuno del paese aveva deciso che quel ragazzo di fuori non doveva venire a parlare con una di loro, ma temendo di affrontarlo di persona aveva deciso di chiedere aiuto a qualcuno in grado di evocare un pauroso potere…
Sia come sia, nelle tenebre iniziò a vedere due occhi gialli che lo fissavano, in mezzo alla strada. Rallentò il passo: dalla nera sagoma del cane cominciò a provenire un ringhiare sordo. Avanzò e la bestia indietreggiò, ringhiando più forte. Faceva alcuni passi indietro, ma poi ringhiava più forte di prima, con l’aria di volergli saltare alla gola.
Allora il giovane, che temeva di arrivare tardi e trovare tutti ormai a letto e la morosa sotto le coperte a piangere, si arrabbiò così tanto che con pochi salti fu davanti al cane e gli sferrò un calcio così forte che lo fece guaire. La bestia fuggì zoppicando e gemendo, svanendo nelle tenebre.
Il giorno dopo il giovane seppe che il prete aveva un braccio rotto.





La voce è quella di Marco l'Equi Librista.



L'armata delle tenebre
Il racconto prende spunto da un fatto raccontatomi da mio zio, una tempesta di fulmini che si abbatte sulle collini del lago d'Orta. Ho voluto immaginare che, nel bel mezzo di una simile tempesta tempesta, qualcuno bussi alla porta...
La leggenda di Hellequin e dell'armata di morit che lo seguirebbe ha origini molto antiche.
Si ritiene che affondino nei miti scandinavi, quando il dio Odino mandava le Valchirie, sotto forma di corvi, a raccogliere le anime dei valorosi morti sui campi di battaglia.

Di una dea corvo che esalta il valore dei guerrieri si parla però anche nei miti celtici, a proposito della dea Morrigan, il "Corvo della battaglia", dea splendida e terrificante, che incita gli uomini all'odio in battaglia, ma anche al furore sessuale.

Il tema della puntata di Siamo in Onda era "Paura".


Il vecchio guardò fuori dalla finestra. Di solito non aveva paura dei tuoni, ma quello non era un normale temporale. Sulle montagne tra il Cusio e la Valsesia c’era un’autentica tempesta di fulmini, che illuminava a giorno il cielo. Il cane, suo unico compagno in quel paese deserto era scomparso, lasciandolo solo sotto il rombo continuo dei tuoni.
Quel rumore gli ricordava la guerra. Per questo, forse, si fece viva invece quell’antica ferita. Una bella fortuna, gli avevano detto i dottori, all’epoca. La fortuna di essere l’unico sopravvissuto all’esplosione di quella maledetta granata che aveva disintegrato i suoi ragazzi.
Fu allora che iniziò a vederli. All’inizio gli erano parsi alberi agitati dal vento ma ora distingueva gli stendardi sotto i quali avanzavano. Entrarono lentamente nel giardino, fino a circondare la casa. Con un brivido di paura vide dragoni e ussari, legionari romani e samurai giapponesi, giannizzeri turchi e opliti spartani, picchieri svizzeri e lanzi tedeschi, cavalieri teutonici e arcieri inglesi... I valorosi di tutte le epoche, fianco a fianco, coi volti d’un pallore cadaverico lo fissavano con orbite vuote.
Li guidava, su un cavallo nero come la notte, un gigante dagli abiti variopinti, con un cappellaccio in testa e una vistosa benda su un occhio. Sulle sue spalle stavano appollaiati due corvi e ai suo fianchi cavalcavano due valchirie.
Bussarono alla porta.
«Hellequin, il gran condottiero dell’Armata dei Morti è qui per te!»
Il vecchio non aveva più paura ora. Corse in soffitta, aprì il baule, indossò l’uniforme e cinse la sciabola da ufficiale. Infine apri la porta, per unirsi a loro.




La voce è ancora quella di Marco l'Equi Librista.

sabato 9 maggio 2009

Wolverine in Valle Strona



È valoroso, veloce e vorace.
Ha lunghi artigli taglienti come coltelli e denti acuminati in quella bocca mai sazia. Tende imboscate, cattura le prede, braccate, sfinite. Nemmeno le nevicate più intense possono fermarlo, perché corre sulla neve fresca senza affondare, al contrario delle sue vittime.

Dilania e scompare.
Solo branchi numerosi di lupi affamati osano affrontare una creatura capace, si dice, di tenere testa persino ad un orso.
Gli americani lo chiamano Wolverine, ma il suo vero nome è Gulo gulo, cioè Ghiottone. Perché è la voracità il demone di questa bestia.
Ci fu un tempo, un tempo di ghiaccio e di neve, un tempo che nessuno di noi ha mai visto. Il Lago d’Orta, spillo in un mondo morso dal gelo, non era che un solo ghiacciaio in lento movimento. In quel tempo la Valle Strona era il territorio di caccia che gli artigli del Ghiottone difendevano da qualsiasi rivale.

Oggi il Ghiottone vive solo nell’Artico, ma di questo cacciatore antico resta un osso pietrificato, rinvenuto nelle grotte di Sambughetto. Grotte in cui le streghe, si sussurrava, consumavano i propri sinistri banchetti…

giovedì 30 aprile 2009

Beltane


Un rito le cui radici si perdono nella notte dei tempi si svolge in tutta Europa tra la notte del 30 aprile e il 1 maggio. Situata a metà strada tra l’equinozio di primavera e il solstizio d’estate, questa festa segnava l’inizio dell’estate e diventava l’occasione per celebrare la vita e l’amore. Forse per questo ancora oggi l’usanza di sposarsi a maggio è molto radicata.

I Celti chiamavano questa festa Beltane (gli irlandesi Beltaine), che è ricordata assieme a Samonios / Samain (1 novembre), Imbolc (1 febbraio) e Lughnasad (1 agosto) tra le grandi festività dell’anno celtico sul calendario di Coligny .

I druidi onoravano il dio Belanos (dio della luce) e la sua compagna Belisama (dea del fuoco) accendendo grandi falò, tra cui facevano passare il bestiame, in particolare i bovini, per purificarlo. Saltare il falò era segno di vitalità ed auspicio di buona sorte anche per gli esseri umani.
Anche le api erano collegate a questa festa, che era perciò allietata da grandi bevute di idromele, una bevanda alcolica ricavata dalla fermentazione di questa sostanza.

Un’usanza collegata alla festa, che nella tradizione italiana è nota come Calendimaggio, è quella dell’albero o del palo di maggio. Era tradizione abbellire gli alberi con nastri che erano usati dai ragazzi e dalle ragazze per tessere balli attorno alla pianta, chiaro simbolo di fertilità.
Per la “sfrenatezza” di questa usanza, che vedevano maschi e femmine accostarsi, scherzare e corteggiarsi, la Chiesa tentò in tutti i modi di sradicarla, proibendola e scagliando pesantissimi anatemi sui partecipanti.

Ciò che non può essere celebrato apertamente finisce però, inevitabilmente, per essere praticato di nascosto. Nella tradizione germanica questa notte è chiamata la Walpurgisnacht (la notte di Walpurga), che è con Samain (Halloween) è una delle notti in cui le streghe celebrano i sabba maggiori.
Santa Walpurga in realtà non aveva nulla a che fare con le streghe, essendo la badessa nel monastero tedesco di Heidenheim, morta nel 777. Poiché la traslazione delle sue spoglie nella città di Eichstätt avvenne il 1 maggio 870, le due feste finirono con l’incontrarsi e sovrapporsi nell’immaginario popolare. In ogni caso Santa Walpurga è considerata santa protettrice contro le streghe. Se doveste incontrarne, questa notte, ricordatevi di lei.

martedì 30 dicembre 2008

Terrore nella notte.



«Come fanno a starci quattro elefanti in una Cinquecento? Due davanti e due di dietro.»
L’Intortatore adora queste vecchie barzellette. Io non adoro lui, ma pazienza. Anche lui mi ha raccontato un’avventura occorsagli durante le magiche dodici notti, da Natale all’Epifania, passando per l’ultimo dell’anno. La tradizione vuole che in queste notti tutto sia possibile e che i cieli siano solcati da ogni genere di presenza. Se qualcosa di strano deve accadere potete star certi che sarà in una di queste notti. Infatti….
«Era l’ultimo dell’anno» prosegue l’Intortatore. «Avevamo fatto baldoria fino a tardi, poi io e un amico eravamo riusciti ad agganciare due pollastrelle. Due sorelle che i genitori avevano fatto uscire insieme perché si sorvegliassero a vicenda. Ovviamente le due pensavano a tutto tranne che a sorvegliarsi…
«Comunque, a quei tempi non avevo ancora una macchina mia. Il mio amico in compenso aveva una vecchia Cinquecento, in cui ci infilammo all’uscita del locale con le due pollastre. Naturalmente due davanti e due dietro. Cercavamo un luogo tranquillo, un po’ appartato. La pollastra davanti dice al mio amico che lei conosce un buon posto. Il che mi fa pensare che non sia così ingenua come si poteva pensare….
«Ad ogni modo entriamo in questa stradina, vicino alla torbiera sotto Invorio. Il mio amico spegne il motore e ci mettiamo al lavoro, nei limiti consentiti da quello spazio angusto. Mentre siamo così impegnati, la ragazza che sta con me mi fa: “Non hai sentito un rumore?”. Sulle prime minimizzo, penso che voglia fare un po’ la difficile. Lei insiste e allora alzo la testa. Anche gli altri due, disturbati da quelle frasi si guardano attorno. I vetri però erano tutti appannati, per cui non si vedeva nulla. Però si sente distintamente il rumore dei passi. Uno, due. Uno, due.
“C’è qualcuno!” sussurra il mio amico.
“Sono in due…” risponde la ragazza che sta con me.
“O Signore, io ho paura” dice l’altra davanti. “Dicono che in questo posto le streghe evochino i morti…”
La sorella per tutta risposta comincia a frignare che vuole andare a casa. Vedo la seratina sfumarmi tra le dita ed esclamo: “Ma non c’è nessun…”
Le parole mi muoiono in gola quando una macchia bianca compare davanti alla macchina.
Urliamo tutti e quattro.
“Via via via andiamo via subito di qua!”
Il mio amico accende il motore e ingrana la retromarcia. La Cinquecento sobbalza e fa del suo meglio sullo sterrato, mentre la macchia sembra volerci venire addosso. Sentiamo un poderoso nitrito. Appena il mio amico accende i fari vediamo davanti a noi un cavallo bianco che ci fissa sbuffando. Io tento di ridere, ma ormai l’atmosfera è rovinata. Le ragazze vogliono andare a casa. Ne hanno abbastanza. Tutto per un cavallo…»
Lo guardo, mentre scuote la testa. Non si interessa molto di leggende l’Intortatore. Altrimenti saprebbe che nella notte di Capodanno, le streghe e gli stregoni si tramutano in animali e girano nell’oscurità in cerca di vittime.

giovedì 27 novembre 2008

Un gatto nel paese delle streghe






Non sono un gattofilo. O meglio, ho forse smesso di esserlo da molto tempo, da quando non vivo più nella vecchia fattoria. All’epoca di gatti ne avevamo tre ed uno era mio. Non avevamo solo gatti, certo che no, all’epoca. C’erano anche quattro cani (tre cani + una volpe travestita da cane??), alcuni cavalli, pecore, mucche, capre, maiali, pesci di varie razze, svariati pennuti e persino una scimmia.

Il gatto, il mio gattino, era amico proprio della scimmia. Non chiedetemi perché, nè cosa o come comunicassero, ma spesso il gatto saliva sulla gabbia. La bestiaccia quadrumane, normalmente dispettosa e aggressiva, si calmava e lasciava che il gatto le facesse compagnia. Conservo ancora una foto che testimonia quella improbabile amicizia, in qualche cassetto.

Ad ogni modo non volevo parlarvi dei racconti della vecchia fattoria, oggi.

Volevo invece mostrarvi la foto di questo gatto, scattata a Sambughetto, il paese delle streghe di cui ho parlato nella Pillola di Mistero del 15 novembre.

Cosa ne pensate?


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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.