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mercoledì 18 novembre 2015

Un antico portale medievale a Orta



Camminando per le vie di Orta (e vi suggerisco di farlo in questo periodo quando c'è meno gente e si può visitare il paese più tranquillamente) è bene guardarsi sempre attentamente attorno.

Di tanto in tanto dai muri emergono tracce di un antico passato. Come questo portale, che riporta una data, 1483, e una scritta sotto l'immagine di un volto, forse persino più antica. I segni di cunei sulla sinistra danno infatti l'idea che il manufatto sia un reimpiego, probabilmente posizionato come architrave in una porta costruita nell'anno 1483.

Il campionario delle incisioni medievali ortesi è ampio e comprende svariati simboli, dall'Albero della Vita a figure animali. Come un lupo/cane presente in un altro portale non distante da quello qui sopra fotografato.

In genere si ritiene che avessero la funzione di proteggere le abitazioni dagli influssi malefici di ogni genere, dalle malattie alla cattiva sorte, e discendono da una tradizione antichissima presente già nel mondo classico.





giovedì 19 febbraio 2009

Viaggio a Roma


Vi ho parlato ieri dell’ottonaio del Cusio che da bersagliere partecipò alla presa di Roma e fu scomunicato dal Papa. Per inciso, l’ottonaio “maledetto” tornò a casa, mise su famiglia e i suoi discendenti lavorano ancora oggi l’ottone.
Come ho avuto modo di dire sempre ieri, non vi parlerò dei molti misteri di Roma. Non voglio rubare il mestiere ai “colleghi” romani che meglio di me conoscono la città. Sono sulle tracce, invece, dei molti cusiani giunti in città, nei tempi passati (ché di cusiani nell’Urbe ne arrivano a tutt’oggi).
Ne ho scovati alcuni le cui vicende, in gran parte sconosciute, mi piace condividere con voi.
Partirei da un tale di San Maurizio d’Opaglio che (lo lessi una volta in un antico libro mastro) nel Seicento gestiva una bottega in Piazza Navona, arrotondando gli incassi prestando denaro.
Salto dal lato meridionale del lago a quello settentrionale e risalendo il capriccioso corso del torrente Strona giungo sino a Campello Monti. Alcuni famosi gioiellieri di Roma discendono da una ragazza di quel paese, trasferitasi a Roma.
Tornando verso sud, una importante famiglia del soppresso comune di Isola San Giulio, che aveva possedimenti nella zona di Opagliolo, si trasferì a Roma ottenendo molto successo nel settore alberghiero.
Nutrita era la comunità di Alpiolesi insediata nella città papalina. Mi capitò, anni fa, di trovare un lasciapassare rilasciato ad uno di loro perché portasse in tutta tranquillità dei candelieri d’argento da Roma alla chiesa di San Carlo d’Alpiolo. C’erano molte frontiere da attraversare a quei tempi e farlo con merce non dichiarata poteva risultare molto pericoloso…

Ma il viaggio più incredibile è forse quello compiuto delle colonne di granito bianco del Montorfano (ma altre se ne aggiunsero in seguito, delle cave di Baveno e di Alzo) destinate alla Basilica di San Paolo: 2220 chilometri via acqua, scendendo il Lago Maggiore, il Ticino, i Navigli fino a Milano e da qui lungo il Po sino alla foci. Poi a Venezia per essere imbarcate su due navi che, circumnavigando l’Italia e risalendo il Tevere le scaricavano a Roma.
Così, amici romani, se volete toccare un pezzo di Piemonte, vi basta andare fuori le mura…



1. Amor Romae
2. Viaggio a Roma
3. Vacanze romane

domenica 28 dicembre 2008

La leggenda del Sasso Gambello



«In occasione del Natale ho deciso di raccontarti anch’io una leggenda».
Il Rubinettaio pare deciso a lasciare per un po’ da parte i suoi rubinetti…
«È una leggenda che ho trovato in un libro che credo ti interesserà: “Incisioni rupestri e megalitismo nel Verbano Cusio Ossola”. Gli autori sono Fabio Copiatti, Alberto De Giuli e Ausilio Priuli. Come protrai leggere, c’è una storia molto interessante alla pagina 84…»
Il Rubinettaio alle volte mi sorprende per la sua precisione. Dovessi cambiare i rubinetti me ne ricorderò…
«Come sai, la Sacra Famiglia dovette fuggire, perché inseguita dai soldati di Erode. La sua lunga fuga si concluse in Egitto, come noto, ma prima vide i tre fuggitivi errare un bel po’ per il mondo.
Un giorno i tre, sempre in fuga, giunsero anche sul Lago d’Orta. Pensavano di essere ormai al sicuro, sul pianoro di Cireggio, quando si accorsero che le guardie erano ormai vicine. La leggenda parla in realtà di ariani, ma è chiaro che qui i vecchi sbagliavano, giacché non potevano esserci seguaci di Ario a quel periodo!»
«In effetti», sorrido, «è improbabile che potessero esserci degli eretici cristiani ariani quando il Bambinello non aveva ancora cominciato a parlare…»
«Ad ogni modo i tre cominciarono a fuggire, finché non giunsero sul ciglio di quella profonda forra che è chiamata il Paradiso dei cani…»
«Aspetta!» lo interrompo «dei cani o dei Cani? Esiste una famiglia importante con quel cognome nella Valle Strona, che è appena lì sopra.»
«Questo non lo so» ammette il Rubinettaio. «In effetti la leggenda ha parecchi aspetti misteriosi. Te la racconto proprio per questo. Comunque ti stavo dicendo… Giunti sull’orlo del precipizio, Giuseppe si carica in spalla Maria, che tiene stretto al petto il Bambino e fa un gran salto. Gli inseguitori rimangono con la bocca spalancata, mentre i tre saltano l’intera valle, atterrando miracolosamente illesi, sull’altra sponda. L’impronta del piede di San Giuseppe è ancora ben visibile sul Sasso Gabello, come viene chiamata la roccia su cui atterrò. Lì fu costruita una cappelletta con un affresco dedicato alla Sacra Famiglia.»
«Ti ringrazio» annuisco «ma più che una leggenda questo pare un vero enigma, tanto più che il Sasso Gabello è ricoperto di misteriose incisioni, scritte e date di cui nessuno finora è riuscito a spiegare pienamente il significato…»

domenica 23 novembre 2008

Breve storia elfica




«Ho cercato ovunque: nei boschi, lungo le sponde del lago, persino nelle grotte. Ho consultato i libri più antichi nelle migliori biblioteche, ma degli elfi non ho trovato traccia.»
Sono salito dalla Maga a chiedere consiglio e conforto. Ho promesso ad un’amica un racconto sugli elfi, ma la mia ricerca finora è stata vana.
«Non li troverai mai, se non li cerchi nel posto giusto.»
La Maga mi sorride, mentre versa una delle sue tisane in due tazze fumanti che ha disposto sul tavolo di noce. Il gatto, nero come la notte, si stiracchia sul divano, pregustando già i biscotti che arriveranno tra poco. E devo ammettere che questi incontri con la Maga sono molto piacevoli anche per me, che sono più goloso del gatto…
«Tra tutte le creature del Piccolo Popolo gli Elfi sono quelli che maggiormente evitano il contatto con gli uomini. Non hanno bisogno di noi e anzi la nostra presenza li infastidisce. Inoltre è praticamente impossibile sorprendere un elfo, quindi la possibilità di imbattersi in loro per caso è pari a zero. Eppure gli elfi ci sono e anzi, su queste montagne hanno uno degli ingressi al loro regno segreto.»
«Dici davvero?» domando incredulo. «Non ne ho mai sentito parlare…»
In fondo sono ancora scottato per la fotografia della fata che mi aveva dato la maga.
«Conosci i Monti della Luna?»
«Sì» rispondo. «Sono grandi formazioni di granito disgregato. Cumuli di sabbia bianchissima sopra Boleto che creano un panorama lunare. I geologi ritengono che si siano formati quando le rocce che oggi formano la rupe della Madonna del Sasso si trovavano sul fondo di un mare caldo, in un ambiente tropicale, dove c’erano atolli e barriere coralline…»
«Bravo, hai studiato. Meriti un premio.»
La maga mette sulla tavola una scatola di biscotti allo zenzero fatti in casa. Lo sa che adoro i biscotti allo zenzero…
«Quei sabbioni nascondono l’ingresso al Regno degli Elfi. Nel cuore della montagna, scavate nel granito più duro d’Europa, stanno le gallerie e le sale del regno sotterraneo. I cumuli di sabbia altro non sono se non il prodotto dell’azione degli Elfi, che a lungo scavarono la pietra, costruendo lì la loro fortezza. Non c’è modo di entrare lì dentro, se non si conosce la magia elfica che apre la porta.»
Un dubbio mi assale.
«Qualcuno ci ha tentato, forse. Le cave di pietra hanno intaccato la montagna mettendo a rischio la stessa stabilità del Santuario…»
«I cavatori hanno toccato solo la parte più esterna della montagna» la Maga scuote la testa «senza avvicinarsi mai alle sale degli elfi. Ed è stato un bene per loro. E se hanno incontrato qualche prodotto della magia elfica, lo hanno distrutto senza rendersi conto di cosa stavano facendo.»
Ripenso alla storia che mi raccontò tempo fa il vecchio scalpellino, a proposito di una torre di pietra emersa dalla montagna, e mi pare di vedere ancora lo stupore e la meraviglia che lessi nei suoi occhi quando ne parlava.


Questa storia è dedicata all'amica Silvia, la Mezzelfa.

giovedì 6 novembre 2008

Il vecchio e la torre



Oggi vorrei riproporvi uno dei primi racconti che ho scritto sul blog.
Nasce da alcuni incontri avuti coi vecchi scalpellini che lavoravano il granito sopra Alzo. Uno in particolare, il piccolo grande scalpellino, mi raccontò la storia della Torre, che trovate nel racconto.

La testimonianza è autentica, ma l’atmosfera è un po’ onirica, trasformata dal passare del tempo e dall’accumularsi delle memorie.
Non posso assicurarvi che i fatti siano andati esattamente come li ho raccontati, ma i singoli episodi sono tutti (purtroppo) veri.
Spero possiate apprezzare la storia.


I racconti del vecchio scalpellino. La Torre, parte prima.

I racconti del vecchio scalpellino. La Torre, parte seconda.

Il granito di Hitler.

domenica 8 giugno 2008

Metodi sicuri per far nascere i bambini – 2

Appelli, lettere, prediche… Nemmeno le minacce erano servite a convincere le donne a non andare a cercare i bambini sui massi. Ogni sforzo pareva vano per sradicare quella antica superstizione.

Fu così che un prete, un prete di campagna, uno di quelli che si diceva praticassero la “fisica”, per intenderci, decise che era tempo di porre fine a quella storia.
Tornando da un viaggio a Novara si fermò a parlare con una donna. Non una donna qualsiasi naturalmente. Scelse la beghina più pettegola del paese, una che non sarebbe stata capace di tenersi un segreto nemmeno se le avessero dato mille monete d’oro per ogni secondo di silenzio.

«Avete un bicchiere di acqua?» le chiese.
«Acqua?» domandò sorpresa la donna. «Siete sicuro di stare bene?»
Sapeva bene infatti che il prete usava l’acqua solo per battezzare.
«Acqua, acqua» rispose scuotendo la testa. «Con quello che ho sentito…»
«Che cosa avete sentito?»
«Non posso dirvelo» scosse nuovamente la testa. «Niente vino, però, almeno per oggi …»
«Deve essere una cosa grave…»
«Ah, sapeste che peso che ho nel cuore per quella povera donna, ma… basta… ho già detto troppo….»
«Donna? Che donna? Una di qui? Cosa ha fatto?»
«Sia ringraziato il Signore non è di qui! È una di un paese vicino Novara. Una di quelle che non vogliono mai ascoltare noi preti…»
«Quante ce ne sono! Siamo in poche ormai… Persino durante la Messa… Quante ne vedo che, persino, sbadigliano… e poi le giovani… sempre a guardare i ragazzi… e poi si trovano nei guai… come forse quella che dite…»
«Ma cosa avete capito? Questa è una donna sposata. E ciò dimostra che il Diavolo può colpire chiunque… Solo che poi ne fanno le spese gli innocenti…»
«O Madonna!» la donna si segnò con la croce. «Cosa dite?»
«E’ meglio» sospirò il prete «che non lo sappiate, credetemi. Ne rimarreste sconvolta…»
«Ma conoscere le azioni del maligno ci aiuta a riconoscerle e prevenirle. Così ci avete detto durante la predica di domenica. Una bella predica, davvero…»

Il prete, cedendo infine di fronte a quella argomentazione, le raccontò tutto.

C’era una donna, di nome Maria, in un paese vicino Novara, che non voleva ascoltare il prete, che ammoniva di non andare a sedersi sui massi, perché ne avrebbero avuto solo disgrazie.
Ma lei rideva e col pancione continuava ad andarci.
Finché venne il giorno del parto. Il giorno in cui smise per sempre di ridere. Spinto dalle contrazioni il bambino cominciò ad uscire. Prima la testa, come è naturale, poi il corpo. Infine le gambe… da capra! Il bambino era normale fino alla vita, ma sotto, sotto aveva le gambe da animale, zoccoli compresi!

Quando ebbe finito di raccontare il prete si alzò e sospirando raccomandò alla donna di non dire nulla di quanto le aveva detto, incamminandosi poi verso la casa. Quando giunse all’uscio sapeva che la notizia stava già correndo di bocca in bocca.
Sorrise.
Una grande paura si combatte con un timore più grande.
Una radicata credenza si sradica diffondendo una nuova paurosa superstizione.

Così, da quel giorno, tutte le donne cominciarono a raccomandare alle giovani in attesa di non sedersi mai sulle pietre, se non volevano vedersi nascere dei figli dalle zampe di capra.

domenica 4 maggio 2008

Metodi sicuri per far nascere i bambini

Ci sono luoghi da cui è bene che gli uomini stiano alla larga.
Questo veniva ripetuto nei racconti attorno al fuoco o nelle stalle, quando alla sera ci si radunava per chiacchierare, sbrigando gli ultimi lavori della giornata.
Non che quei luoghi fossero malvagi. Non tutti perlomeno. Non che il divieto fosse effettivamente esteso a tutti.
Erano i maschi adulti a doverne stare lontani.

Perché lì, sui massi, le donne andavano a prendere i bambini. I quali potevano anche tornarci, per giocare allo scivolo sulla pietra liscia che li aveva generati. Ma gli uomini no.
Per loro quello era territorio proibito e portava male avvicinarsi. Una serie di racconti raccapriccianti descrivevano, in maniera dettagliata, cosa era capitato a quei pochi, incoscienti, pazzi o empi, che avevano osato sfidare il divieto.
Decisamente meglio non rischiare, pertanto. Tanto quelle erano cose di donne di cui gli uomini nulla capivano o potevano capire.

Poiché il valore di una donna si misurava soprattutto dai figli che riusciva a partorire, un ritardo eccessivo nel rimanere incinta cominciava ad essere oggetto di commenti e rimproveri più o meno aperti. Quale donna si poteva permettere di rischiare, allora? Chi poteva rifiutare l’aiuto della pietra che generazioni di donne, da tempo immemorabile, avevano invocato?

Nessuno ricorda più ciò che veniva compiuto; né come potessero prendere i bambini dalla roccia, perché quei riti anche allora erano avvolti dal mistero che solo alcune vecchie conoscevano e rivelavano a persone fidate. Perché i Vescovi, da secoli, avevano proibito quei culti antichi, anche se i preti preferivano non vedere e far finta di non sapere, purché le donne andassero a messa la domenica e le altre feste comandate. A nessuno interessava avere Inquisitori per il paese a far domande e ficcare il naso dove non avrebbero dovuto, perché si sa che a furia di scavare qualcosa alla fine si trova.
Ma poiché ci sono molte ore in un giorno e molti giorni in una settimana, non era difficile per le donne trovare il momento giusto per andare a fare una visita al masso. Qualcuna forse si lasciava scivolare sulla superficie; qualcun'altra forse deponeva offerte nelle piccole coppelle. Ciascuna sperando di poter essere madre.

Lì cominciava la seconda parte della storia. In un’epoca in cui non c’erano né medici, né ospedali le uniche a poter dare una mano erano le madri più anziane, alcune delle quali finivano con l’aiutare le più giovani dopo aver aiutato sé stesse, magari partorendo da sole in una vigna o in un pascolo.
Del resto come fai a tirarti indietro quando puoi assistere al compiersi di un nuovo piccolo grande miracolo come la nascita di un bambino?
Se si ha da fare si fa, dicevano. Senza pensarci. Così quando veniva il tempo e le mandavano a chiamare prendevano in mano la situazione: davano ordini perché tutto fosse pronto e tutte avessero il loro ruolo; allontanavano gli uomini, che in quei momenti di ruolo non potevano averne ed erano solo d’intralcio; calmavano la paura e davano indicazioni. Infine prestavano le prime cure al bambino, prima di riconsegnarlo alla madre.
Oppure dovevano mandare a chiamare il prete, perché le cose erano andate male e la madre o il bambino o entrambi non ce l’avevano fatta. Cosa che purtroppo accadeva troppo spesso…

lunedì 28 aprile 2008

I massi coppellati






Tra i luoghi più enigmatici del lago d’Orta, un posto di diritto occupano le numerose pietre, su cui sono incisi segni la cui interpretazione costituisce una vera sfida.
Cosa rappresentano, realmente, quei piccoli buchi scavati nella roccia, chiamati comunemente “coppelle”? Perché su alcune rocce sono incise delle canalette che collegano tra loro le coppelle? E delle linee, talora combinate a formare croci, quadrati, stelle? Per quale motivo in certi luoghi vi sono tracce di incisioni profonde, come quelle lasciate da una lama passata e ripassata più volte nello stesso punto? Per quale motivo alcune rocce risultano levigate come se qualcosa vi fosse stato sfregato ripetutamente? E le “impronte” che la tradizione vuole lasciate dai Santi o dalla Madonna? O le scritte, talora incise in un alfabeto incomprensibile, che si rinvengono su lastre di pietra?
A queste domande, da tempo, tentano di trovare risposte archeologi e storici. Con molta buona volontà gruppi di appassionati si sono messi ad esplorare i boschi e le vallate alla ricerca di segni sulle rocce, ricavandone un notevole elenco di segnalazioni.

È bene dire che non si tratta di un fenomeno esclusivo dell’area cusiana. Si può dire, anzi, che in tutto il mondo le rocce sono la lavagna naturale su cui l’umanità libera il desiderio di eternare un segno. È altrettanto utile ricordare che l’intelletto dell’uomo non è l’unico attore in questo campo: anche la natura modella la pietra col vento, l’acqua e il calore. E che sarebbe pertanto vano cercare un’interpretazione esclusivamente in chiave umana di fenomeni che sono, in parte, naturali. Per altro, rocce dalla forma significativa, ancorché naturale, hanno sempre attirato l’attenzione e l’interesse della nostra specie, che ha riservato loro forme di culto o venerazione.

A complicare ogni tentativo di interpretazione è la perdita, spesso totale, di ogni nostra conoscenza sull’immaginario religioso e simbolico delle popolazioni che ci hanno preceduto. Per rendersi conto della forza distruttiva di questo processo di rimozione, tuttora in corso, basta un semplice esperimento.
Si entri in una chiesa che abbia qualche secolo di vita e si osservino attentamente gli affreschi, gli arredi e i quadri. Dopodiché si cerchi di spiegare che cosa rappresentino i singoli elementi raffigurati e il perché della collocazione all’interno dell’edificio. I più giovani, in particolare, incontreranno enormi difficoltà a rispondere. È invece probabile che i più anziani, in particolare tra le donne, conservino ancora qualche capacità di spiegare, ad esempio, chi siano i santi e da quali elementi (animali, oggetti, strumenti di tortura, piaghe, ecc.) derivino quel significato.
Se questa è la nostra, ben misera, capacità di interpretare i segni, relativamente moderni, di una religione cui buona parte della popolazione italiana aderisce, è facile immaginare quanto risulti complicato comprendere il senso di segni ed immagini che appartengono ad un mondo agropastorale lontano nel tempo e legato ad antichissime ritualità pagane o paganeggianti.

Da qui discende, in larga misura il mistero e il fascino, dell’arte rupestre.

sabato 26 aprile 2008

I racconti del partigiano. I Muraglioni degli Inglesi

Sono mura alte, di pietra legata con cemento. Sembrano non finire mai, proseguendo per chilometri a cingere uno spazio privato. Li chiamano i Muraglioni degli Inglesi, o semplicemente i Muraglioni. Separano fisicamente i paesi di Gozzano e San Maurizio d'Opaglio racchiudendo un’enorme area verde. Furono costruiti, si racconta dagli Inglesi.
«Ma no, non quegli Inglesi!» ride il Partigiano. «Quelli venivano dal sud con gli Americani e quando arrivarono qui la guerra era già finita. E poi i Muraglioni esistevano dal secolo precedente. Una famiglia inglese, nell’Ottocento, aveva comprato quella terra, recintandola con un muro altissimo, per tenere fuori gli intrusi. Al tempo della guerra però gli inglesi non c’erano più. Il parco della villa era stato riempito di bidoni di carburante. Per evitare che la Petroliera, com’era chiamato il grande deposito militare di carburanti a Gozzano, potesse saltare in aria per un bombardamento alleato. Così c’erano bidoni sepolti nel terreno un po’ dappertutto e siccome il carburante scarseggiava di notte c’era chi andava a prenderselo. A suo rischio e pericolo. I fascisti avevano insediato un presidio nella Petroliera e da lì, in teoria, controllavano il territorio. In realtà, dai Muraglioni in su per loro iniziava il territorio nemico (Achtung Bandengerfahr, avvertiva il cartello). Al punto che a metà dei muraglioni i fascisti avevano pensato di creare un posto di blocco, sbarrando in parte la strada. Solo che, di notte, avevano paura a starci, perché i partigiani potevano giocare al tiro a segno con loro come bersagli. Così al calare del buio si ritiravano nella Petroliera e i partigiani prendevano possesso del posto di confine. All’alba i partigiani tornavano sulle montagne e i fascisti riprendevano il controllo!»
Sorride, come fosse stato un gioco. In un certo senso lo era, come quello del Cavaliere che giocava a scacchi con la Morte…
Di notte si potevano anche tentare audaci colpi. Per farlo, però, occorreva un mezzo di trasporto. Un carro era l’ideale, ma i partigiani non potevano certo tenere carri e cavalli sulle montagne. Così li prendevano a prestito.
Una notte una donna fu svegliata dal rumore di qualcuno che picchiava all’uscio. Erano i partigiani. Volevano il carro e il cavallo per andare a Gozzano a rubare l’olio nella ditta Bemberg. Le avrebbero dato un po’ di olio in cambio.
«Prendete quello che vi serve» rispose la donna «ma l’olio non lo voglio, che poi finisco nei guai.»
Il mattino dopo il cavallo e il carro erano davanti al cancello, senza tracce di olio. Il cavallo aveva l’aria stanca di chi ha avuto una notte di fatica e paura.

Lo stesso cavallo, che si chiamava Bigio, fu protagonista di un’avventura un po’ bizzarra, sempre nei pressi dei muraglioni. Il marito della donna era riuscito, chissà come e chissà dove (non lo disse mai) a procurarsi un carico di patate. Col carro carico se ne andava da Gozzano a San Maurizio d'Opaglio con l’aria soddisfatta di chi è riuscito a fare un buon affare.
Davanti alla Petroliera, però, fu fermato da una sentinella fascista. Era un giovane dallo sguardo feroce e la faccia da fame, che guardò il carico e guardò il cavallo. Poi disse di non muoversi e andò nel presidio a chiamare qualcuno.
L’uomo (e probabilmente anche il cavallo) capì che con un mucchio di patate di provenienza sospetta e un cavallo requisito in quanto mezzo di trasporto per il corpo del reato è possibile sfamare tante bocche. Quelli poi erano tempi di fame nera, anche per i soldati…
Senza pensarci due volte spronò il cavallo a tutta briglia tagliando per le brughiere, per evitare il posto di blocco ai Muraglioni.
Era un cavallo da tiro il Bigio, non da corsa, ma quel giorno, fosse la frusta o la paura di finire in pentola, avrebbe dato dei punti a qualunque cavallo di razza.

I racconti del vecchio scalpellino: il granito di Hitler.

Nel racconto del vecchio scalpellino c’era un episodio legato all’abbattimento della Torre.
Il granito ricavato dalla Torre fu destinato a soddisfare un ordinativo proveniente dalla Germania. Raccontando questa storia occorre lasciare per un po’ il lago dei misteri e spostarsi in quella che fu, per alcuni anni, la capitale dell’impero del male.
Il sogno visionario di Adolf Hitler fu un incubo per milioni di persone, anche se trovò migliaia di fanatici e volonterosi seguaci. L’imbianchino austriaco coltivò per tutta la vita velleità artistiche. Qualcuno ha sostento che se avesse potuto trovare il successo in quel campo il mondo non sarebbe diventata la tela su cui avrebbe dipinto col sangue le sue visioni.
Dal punto di vista artistico, il suo maggiore collaboratore fu Albert Speer. Egli fu architetto di Hitler dal 1934 al 1942, anno in cui venne nominato ministro dell'industria bellica. Il rapporto tra i due è oscuro e misterioso e molti storici hanno tentato di spiegarlo. Certamente Speer fu colui che cercò di tradurre le visioni di Hitler in veri progetti architettonici.
Tra questi, il più imponente e per molti versi inquietante è il progetto di edificazione di Germania (Ghermania). La città avrebbe dovuto essere la nuova capitale del Reich millenario sognato da Hitler. Questa città da incubo avrebbe dovuto sorgere sulle rovine di Berlino. Hitler e Speer non si proponevano infatti di sviluppare la città che avevano ereditato dalla storia. Intendevano piuttosto sostituirla con un nuovo centro di culto, che Speer non esitava a definire una “nuova Mecca”.
La nuova città avrebbe dovuto sorgere nel 1950 sulle rovine della vecchia Berlino (al punto che Hitler all’inizio accolse favorevolmente gli attacchi aerei alleati perché avrebbero fatto risparmiare sui lavori di demolizione).
Ogni modello doveva essere superato, in quanto il vero obiettivo era proprio quello di far impallidire al confronto Parigi, Vienna e Roma, cui la nuova città si sarebbe ispirata.
La Zeppelintribüne di Norimberga doveva essere più grossa delle Terme di Caracalla; la Kuppelhalle di Berlino doveva essere più grossa della cupola di S. Pietro; l'Arco di Trionfo doveva essere più grosso di quello di Parigi.
Una vera ossessione per le dimensioni, che seguiva un preciso criterio.
«Sempre il più grosso» era il parametro di Hitler per stabilire la dimensione degli edifici. «Lo faccio per restituire al singolo tedesco la consapevolezza del proprio valore. Per dire al singolo in tutti i campi: noi non siamo affatto inferiori, al contrario, noi siamo assolutamente uguali a qualsiasi altro popolo.»
Era un’architettura dalla monumentalità estensiva, perseguita con l’obiettivo del puro “record”, con edifici piuttosto mastodontici che maestosi.
Speer, dal 1937 “Ispettore generale per la nuova strutturazione della capitale del Reich”, progettò i diversi palazzi in pietra massiccia, sulla base della sua personale teoria del “valore delle rovine”. Gli edifici erano pensati fin dall’inizio a come sarebbero stati in forma di rovina. Per questo si evitò il più possibile l’acciaio, che sarebbe arrugginito, scegliendo invece le pietre naturali, che avrebbero fatto assomigliare i monumenti alle rovine romane.
Il granito, pietra eccezionalmente dura e resistente, fu scelto come il materiale più idoneo a costruire gli edifici della nuova capitale. Per questo vennero individuate cave di granito in ogni parte d’Europa che avrebbero dovuto fornire il materiale. Idealmente, camminando sulle lastre dei migliori graniti d’Europa, i nazisti avrebbero calpestato tutto il continente.
Anche ad Alzo giunsero gli architetti di Hitler. Il granito della Torre venne pazientemente squadrato nei formati richiesti. Gli scalpellini italiani erano stupiti e preoccupati dalla precisione germanica, che non tollerava che i pezzi fossero mezzo centimetro più larghi o più stretti di quanto ordinato…
Poi venne la guerra e la peste nazista, finalmente, finì. Della città immaginata per un impero immaginario non rimase pietra su pietra.
Il padrone delle cave dovette fuggire in sud America. L’attività estrattiva ad Alzo entrò in una crisi irreversibile. Molti scalpellini persero il lavoro. I pochi che continuavano vedevano i loro figli preferire la fabbrica alla cava.
Il vecchio scalpellino che aveva visto la Torre ergersi in tutta la sua maestosità ne parlava con rispetto, come se non fosse una semplice formazione rocciosa dovuta ad un caso capriccioso. Non lo disse, ma ho ragione di credere che pensasse alla Torre come a qualcosa di vivo. Come se gli scalpellini, senza rendersene conto, avessero messo a nudo il cuore della rupe e avessero prosperato sotto la sua potente mole. Il suo crollo segnò la fine di un’epoca e fu per molti l’inizio della fine.
Una cosa è certa: la maggior parte degli edifici dell’immaginaria città di Germania non venne nemmeno costruita. I resti della Torre, ridotti a massi lavorati rimasero a lungo ad Alzo, accatastati come un monumento alla follia umana, finché ad uno ad uno non vennero venduti tutti.
Impiegato per i cordoli delle strade e i marciapiedi nelle città ricostruite, il granito della città sognata da Hitler finì con l’essere calpestato da milioni di anonimi piedi in tutta Europa.
Forse quella fu la vendetta della Torre…

I racconti del vecchio scalpellino. La Torre, parte prima.

I racconti del vecchio scalpellino. La Torre, parte seconda.

Il granito di Hitler.


I racconti del vecchio scalpellino. La Torre, parte seconda.




Abbattere la Torre?
Il vecchio scalpellino, che a quei tempi era ancora un giovane dalle braccia d’acciaio e il passo veloce, non poteva credere alle sue orecchie.
Non si poteva fare una cosa simile!
I suoi compagni, però erano gente rassegnata. Lavoravano da stella a stella, dall’alba al tramonto, per una paga misera. D’inverno le cave chiudevano per il freddo e loro dovevano emigrare in Svizzera a lavorare come muratori. Potevano essere licenziati in tronco per la minima mancanza e avevano famiglie numerose da mantenere. Nessuno di loro poteva permettersi di andare contro il padrone, nemmeno per difendere la Torre.
Alla fine anche lo scalpellino dovette arrendersi. Chi era per opporsi al padrone? Chi era per opporsi a Loro, che si apprestavano a schiacciare l’Europa sotto gli stivali lucidi.
Con le lacrime agli occhi vide i minatori arrampicarsi sulla Torre. Bestemmiatori nati non avevano paura o rispetto di nulla. Nessuno di loro oltretutto aveva mai lavorato ai piedi della Torre. Andavano di cava in cava, dove li chiamava il migliore offerente. Mercenari della polvere nera li si sarebbe detti, avevano cuori duri come le pietra che foravano.
Fu suonato il corno. In tutto il Cusio le finestre vennero spalancate, per evitare che lo spostamento d’aria potesse romperle.
Lo scalpellino si tappò le orecchie per non sentire, ma udì comunque il botto. Una nuvola di polvere invase l’aria, avvolgendo la Torre. Quando si diradò la videro. La Torre era sempre lì. Non si era mossa nemmeno di un centimetro.
Rimasero stupefatti ad osservarla e molti in cuor loro tirarono un sospiro di sollievo. Ciò che stavano facendo era male e avrebbe potuto portare sfortuna a tutti. Sollevati si misero a mangiare, perché nel frattempo era giunto mezzogiorno e lo stomaco reclamava la sua parte.
Qualcuno, più allegro del solito, cominciò ad intonare una canzone che molte bocche presero ad accompagnare. La musica e il vino erano ottime medicine contro la tristezza e la fatica.
Improvvisamente si udì un tremore. Alzarono gli occhi al cielo e videro il terrore precipitare su di loro. La Torre stava collassando. La mina l’aveva indebolita e ora, dopo una strenua resistenza, cedeva, franando in tutta la sua altezza.
«Via tutti!» urlò uno che aveva combattuto nella Grande Guerra. «Ciascuno per sé e Dio per tutti!»
Difficilmente qualcuno lo udì. Abbandonato tutto si stavano dando alla fuga, affidandosi alla velocità delle gambe, perché non c’era riparo contro quella enormità che si abbatteva su di loro, in cerca di una vittima sacrificale o forse mossa solo dal caso e dalla gravità.
Se su questa terra esistesse una giustizia nelle disgrazie, la vittima di quella rovina sarebbe stato chi aveva voluto l’abbattimento della Torre. Non è così, normalmente e non fu così neanche quella volta, probabilmente. Non fu il più colpevole a trovarsi sulla strada dell’immenso masso che scendeva rotolando e rimbalzando, con salti di decine di metri. Fu il più lento, o solo il più sfortunato, perché sarebbe bastato poco, naturalmente, per salvarsi come gli altri. Invece il masso lo prese in pieno e la sua sola fortuna fu quella di morire sul colpo.
Passato lo spavento gli scalpellini riemersero dai rifugi che si erano trovati e si misero a contemplare la desolazione di quella frana. Anche il padrone si recò prontamente sul luogo della sciagura e iniziò immediatamente a stimare la quantità di granito che poteva essere lavorata. Ora avrebbe potuto inviare in Germania quanto Loro avevano richiesto.
Allo scalpellino non rimase che assoggettare il suo braccio al lavoro che gli veniva assegnato, ma prima di iniziare a lavorare un blocco lo accarezzava gentilmente, quasi a volersi scusare per ciò che stava facendo.
Al termine della sua vita, quando ormai tutti i suoi compagni, il padrone e finanche i committenti germanici erano morti da tempo, il suo rimpianto era che della Torre, con la sua morte, non sarebbe rimasta né immagine né memoria.
Questo racconto è un modesto tributo alla Torre e al piccolo grande Uomo che ne tramandava il ricordo.

I racconti del vecchio scalpellino. La Torre, parte prima.

I racconti del vecchio scalpellino. La Torre, parte seconda.

Il granito di Hitler.




I racconti del vecchio scalpellino. La Torre, parte prima.


L’ultimo scalpellino se la ricordava ancora, pochi anni prima di morire.
Raccontava dei suoi viaggi, che l’avevano portato a girare il mondo lavorando il granito con i suoi scalpelli. Da Alzo era partito, assieme a molti emigranti, per innalzare la diga di Assuan, in Egitto. Non quella costruita dai sovietici, dagli anni cinquanta ma la vecchia, quella costruita dagli inglesi nel novecentodue, che dovette essere innalzata due volte: la prima nel 1907-12, la seconda nel 1929-33. Il vecchio scalpellino aveva partecipato a questi ultimi lavori e ne aveva portato ricordi e fotografie.
Lavoro duro, faticoso e difficile, quello dello scalpellino in cui era facile rimanere vittima di incidenti, oppure prendersi la silicosi per la polvere che giorno dopo giorno si depositava nei polmoni. Eppure era sopravvissuto a tutto e quasi centenario, eppure lucidissimo, leggeva ancora il giornale senza occhiali. Delle tante cose che aveva visto nel suo lavoro una in particolare emozionava ancora e gli faceva brillare gli occhi su quella simpatica faccia da saggio cinese.
«La torre!» esclamava. «Dovevate vedere la torre! Era bellissima. Si ergeva altissima in mezzo alle cave e noi lì sotto sembravamo formiche ai suoi piedi. Era uno spettacolo incredibile!»
I cavatori di Alzo l’avevano inconsciamente creata mina dopo mina. Anche quel lavoro aveva qualcosa di incredibile. Uomini che scalavano la roccia, aggrappandosi a corde o scalette portando sulle spalle le punte. Poi cominciavano a forare la roccia, centimetro dopo centimetro, con punte che potevano essere gradualmente allungate giuntandole con altre sbarre d’acciaio. Si procedeva lentamente e ogni volta la punta doveva essere girata di un quarto di giro. Dapprima a mano, poi, quando il peso dell’acciaio diventava immenso, utilizzando delle cinghie.
Poi, quando i fori erano sufficientemente lunghi, il minatore risaliva la parete portando in spalla un sacchetto di polvere nera di dieci chili. Doveva infilarla nel foro, stando ben attento a non provocare la minima scintilla, se non voleva essere proiettato nel vuoto e ricadere sulle rocce cento metri più sotto. Occorreva riempire numerosi fori profondi anche dieci metri, perciò i viaggi su e giù per le scale nessuno stava nemmeno a contarli.
Quando i fori erano pronti si sistemavano le micce, che non dovevano essere né troppo lunghe né troppo corte. Chi le accendeva doveva avere il tempo di scendere per mettersi al riparo, ma si doveva evitare che la miccia si spegnesse. Quello rappresentava l’incubo di ogni minatore. Dover salire là sopra, per togliere le micce, senza sapere se il fuoco si era spento o se attendeva solo il momento per lui propizio – un colpo di vento, un raggio di sole – per riprendere la sua corsa… C’era il rischio di trovarsi là sopra proprio mentre l’esplosione aveva successo, maledetta sfortuna.
Forse per questo la maggior parte dei minatori spendeva il proprio salario all’osteria o al bordello. Quale donna poteva reggere l’idea di non sapere mai se alla sera sarebbe venuto a casa il marito oppure qualcun altro, per consigliarle di resistere e di non andare a vedere cosa ne restava?
Indifferente alle sorti degli uomini che si affaticavano ai suoi piedi, la “Torre” se ne stava lì. Era come un monolite di pietra, un monumento eretto in memoria di quanti erano morti, si erano feriti o ammalati. Un monumento sacro, insomma, al punto che qualcuno cominciava a pensare che la Torre non fosse solo una formazione di granito creata dal caso. L’avevano liberata dalla roccia, ma lei era sempre stata lì, in attesa di quel giorno.
La sua bellezza era però valutata in modo diverso da altri occhi. C’erano centinaia, forse migliaia di metri cubi di ottimo granito bianco di Alzo nella Torre e il padrone della cava sapeva quanto poteva valere quella pietra per Loro. Di fronte a quel guadagno cos’era la bellezza? I marchi del Terzo Reich non erano più belli? Cos’era la sacralità di quel monumento? Era pronto ad abbattere anche il Santuario della Madonna del Sasso, in cima alla rupe, pur di cavare qualche tonnellata in più! Per riuscirci aveva già fatto di tutto: mentire, promettendo di ricostruirlo a sue spese più bello in un altro luogo; far mandare al confino quel fastidioso avvocato sovversivo che osava tentare di fermare il progresso. Cos’era la Torre di fronte al Santuario? Nulla, al massimo un monumento alla superstizione del popolo bue.
Perciò diede l’ordine: si abbatta la Torre!

I racconti del vecchio scalpellino. La Torre, parte prima.

I racconti del vecchio scalpellino. La Torre, parte seconda.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.