sabato 26 aprile 2008

I racconti del vecchio scalpellino. La Torre, parte seconda.




Abbattere la Torre?
Il vecchio scalpellino, che a quei tempi era ancora un giovane dalle braccia d’acciaio e il passo veloce, non poteva credere alle sue orecchie.
Non si poteva fare una cosa simile!
I suoi compagni, però erano gente rassegnata. Lavoravano da stella a stella, dall’alba al tramonto, per una paga misera. D’inverno le cave chiudevano per il freddo e loro dovevano emigrare in Svizzera a lavorare come muratori. Potevano essere licenziati in tronco per la minima mancanza e avevano famiglie numerose da mantenere. Nessuno di loro poteva permettersi di andare contro il padrone, nemmeno per difendere la Torre.
Alla fine anche lo scalpellino dovette arrendersi. Chi era per opporsi al padrone? Chi era per opporsi a Loro, che si apprestavano a schiacciare l’Europa sotto gli stivali lucidi.
Con le lacrime agli occhi vide i minatori arrampicarsi sulla Torre. Bestemmiatori nati non avevano paura o rispetto di nulla. Nessuno di loro oltretutto aveva mai lavorato ai piedi della Torre. Andavano di cava in cava, dove li chiamava il migliore offerente. Mercenari della polvere nera li si sarebbe detti, avevano cuori duri come le pietra che foravano.
Fu suonato il corno. In tutto il Cusio le finestre vennero spalancate, per evitare che lo spostamento d’aria potesse romperle.
Lo scalpellino si tappò le orecchie per non sentire, ma udì comunque il botto. Una nuvola di polvere invase l’aria, avvolgendo la Torre. Quando si diradò la videro. La Torre era sempre lì. Non si era mossa nemmeno di un centimetro.
Rimasero stupefatti ad osservarla e molti in cuor loro tirarono un sospiro di sollievo. Ciò che stavano facendo era male e avrebbe potuto portare sfortuna a tutti. Sollevati si misero a mangiare, perché nel frattempo era giunto mezzogiorno e lo stomaco reclamava la sua parte.
Qualcuno, più allegro del solito, cominciò ad intonare una canzone che molte bocche presero ad accompagnare. La musica e il vino erano ottime medicine contro la tristezza e la fatica.
Improvvisamente si udì un tremore. Alzarono gli occhi al cielo e videro il terrore precipitare su di loro. La Torre stava collassando. La mina l’aveva indebolita e ora, dopo una strenua resistenza, cedeva, franando in tutta la sua altezza.
«Via tutti!» urlò uno che aveva combattuto nella Grande Guerra. «Ciascuno per sé e Dio per tutti!»
Difficilmente qualcuno lo udì. Abbandonato tutto si stavano dando alla fuga, affidandosi alla velocità delle gambe, perché non c’era riparo contro quella enormità che si abbatteva su di loro, in cerca di una vittima sacrificale o forse mossa solo dal caso e dalla gravità.
Se su questa terra esistesse una giustizia nelle disgrazie, la vittima di quella rovina sarebbe stato chi aveva voluto l’abbattimento della Torre. Non è così, normalmente e non fu così neanche quella volta, probabilmente. Non fu il più colpevole a trovarsi sulla strada dell’immenso masso che scendeva rotolando e rimbalzando, con salti di decine di metri. Fu il più lento, o solo il più sfortunato, perché sarebbe bastato poco, naturalmente, per salvarsi come gli altri. Invece il masso lo prese in pieno e la sua sola fortuna fu quella di morire sul colpo.
Passato lo spavento gli scalpellini riemersero dai rifugi che si erano trovati e si misero a contemplare la desolazione di quella frana. Anche il padrone si recò prontamente sul luogo della sciagura e iniziò immediatamente a stimare la quantità di granito che poteva essere lavorata. Ora avrebbe potuto inviare in Germania quanto Loro avevano richiesto.
Allo scalpellino non rimase che assoggettare il suo braccio al lavoro che gli veniva assegnato, ma prima di iniziare a lavorare un blocco lo accarezzava gentilmente, quasi a volersi scusare per ciò che stava facendo.
Al termine della sua vita, quando ormai tutti i suoi compagni, il padrone e finanche i committenti germanici erano morti da tempo, il suo rimpianto era che della Torre, con la sua morte, non sarebbe rimasta né immagine né memoria.
Questo racconto è un modesto tributo alla Torre e al piccolo grande Uomo che ne tramandava il ricordo.

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Il granito di Hitler.




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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.