giovedì 24 aprile 2008

I racconti del barcaiolo. L’isola nella nebbia


Lo incontro in uno dei bar che si affacciano sulla piazza. Ha l’aria furba del pirata abituato all’abbordaggio. Il suo però è di un tipo particolare poiché, come un vivissimo Caronte, il suo compito è sospingere i malcapitati turisti nella sua barca, per portarli verso l’isola. Nessun pericolo ad affidarsi a lui, per carità, salvo quello che corre il portafogli, viste le tariffe.
È il Filosofo a presentarmelo. Il Filosofo una sorta di collega di Caronte, perché lavora all’ufficio turistico di Orta che è un porto di mare, dove incontri persone provenienti da tutte le parti del mondo. Anche il Filosofo ne avrebbe da raccontare di storie, ma ci saranno altre occasioni per farlo.
Caronte mi guarda, con l’occhio indagatore di chi sa indovinare al volo chi ha di fronte. Ed estrae dalla sua inesauribile borsa di storie quella che va bene per me.
«Era il gennaio del 2005» comincia. «Sono sicuro, perché la settimana dopo c’era la festa di San Giulio. C’era una nebbia spaventosa, quella mattina, da non vedere l’isola. Avevamo capito che non ci sarebbe stato molto lavoro. Così ce ne stavamo tutti al bar, quando entrò un tizio, magro e pallido come la nebbia.
“Scusate, devo andare all’isola.”
I modi erano gentili, ma con il tono era così deciso da non ammettere risposte negativi. Gli dissi che avrei finito di bere il mio amaro e poi l’avrei portato io. Mi rispose che avrebbe aspettato fuori. Lo ritrovai sul molo, infatti. Si guardava continuamente attorno, come se aspettasse l’arrivo di qualcuno. Quando accesi il motore e mi staccai dalla riva, tirò un sospiro di sollievo.
“C’è una gran nebbia, oggi” dissi, cercando di avviare una conversazione con quell’enigmatico passeggero. «Si fermerà molto? Glielo chiedo perché normalmente basta che le persone si affaccino al molo e noi veniamo a prenderle, ma oggi…”
“Penso che mi fermerò parecchio” rispose.
Guardai dinnanzi a me, cercando d’individuare la sagoma dell’isola, ma la nebbia sembrava infittirsi.
“Non vi ricordate di me, vero?” mi chiese improvvisamente.
“Cosa volete” sorrisi indulgente “trasportiamo migliaia di persone all’anno...”
“Esattamente un anno fa mi avete portato indietro” insisté. “C’era anche una ragazza.”
“Mi spiace, ma trasporto centinaia di coppie di fidanzati, sposi, eccetera.”
“Non era certo la mia fidanzata, quella!”
A quel punto la mia curiosità prevalse. In ogni caso è meglio assecondarli, i matti.
“Sentite, perché non vi spiegate meglio? Così magari mi viene in mente…”
“Si certo” annuì. “A voi posso dirlo, dopotutto.”
Si avvicinò, per poter parlare senza dover sovrastare il rumore del motore urlando.
“Tre giorni a pane ed acqua” sorrise. “E per tre giorni trovai tutte le porte delle chiese chiuse. Finché il triduo di penitenza terminò e venni all’isola per confessarmi. Feci una confessione completa, da quando ricordavo i primi peccati. Mi aprii, fui assolto e fui sollevato. Quando ebbi finito andai nella Basilica a pregare sulla tomba del Santo Giulio, il grande esorcista. Felice lasciai la chiesa e mi diressi al molo. Fu lì che vidi la ragazza. Non c’era nessun altro oltre a noi. Io e lei, su un isola apparentemente deserta. Era carina, eravamo soli, sarebbe stata l’occasione ideale per attaccare bottone. Ma mi ero appena confessato ed ero già impegnato… Notai il suo sguardo un po’ deluso quando, dopo un po’ la barca salpò da Orta e venne a prenderci. C’eravate voi alla guida, me lo ricordo bene.”
“Può essere…” risposi più per farlo contento che per convinzione.
“Voi, comprensibilmente attratto, cominciaste a parlare con lei. Io ero seduto dentro e sentivo solo parte del vostro dialogo. Ad un certo punto però udii distintamente le vostre parole.
‘Venite spesso sull’isola?’
‘Solo se costretta’ scosse la testa lei. ‘L’acqua mi fa paura.’
A quel punto mi guardò e io riconobbi quello sguardo. In quel momento sentii la paura corrermi ad onde lungo la schiena. Vedete, c’’è un’antica leggenda che spiega come i demoni temano l’acqua e non possano attraversarla. Un tempo l’isola era infestata da loro, ma il Santo li cacciò, bandendoli per sempre da qui. Quel giorno un altro demone era stato cacciato e se ne andava dall’isola. Per questo ho deciso che tutti gli anni sarei tornato a confessarmi qui.”
Improvvisamente vidi la terra di fronte a me, ma con un brivido mi accorsi che non si trattava dell’isola, ma di Orta. Non so come, ma nella nebbia mi ero perso ed ero tornato indietro. Prima di poter dire qualsiasi cosa, vidi la ragazza in attesa sul molo.
Allora la riconobbi. Sorrise, ma il suo era un sorriso crudele.
Preso dal panico virai immediatamente, puntando al largo, mentre l’uomo accanto a me cominciava a pregare e invocare il Santo.
Vi giuro che non sto scherzando: la nebbia si alzò e vidi l’isola, mentre il sole iniziava a scintillare sull’acqua. Il mio passeggero si accasciò su un sedile, tenendosi la testa tra le mani e ringraziando San Giulio. Quando mi voltai verso il porto non c’era nessuno sul molo.»

3 commenti:

  1. Ciao Alfa!

    Suggestiva la storia!...
    Però il tizio un po' troppo bacchettone per i miei gusti... e forse anche il barcaiolo! ;)

    Però... con tutta quella nebbia, magari avrei fatto confusione anch'io scambiando la bella ragazza per qualcos'altro...

    ???

    Naaaaaa!!!
    :D :D :D

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  2. Posso rassicurarti su una cosa Milo: Caronte, il barcaiolo, non è affatto un bacchettone. Non dopo il secondo cicchetto, perlomeno...
    ;)

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  3. Bella storia.
    Ecco, una bella storia come questa (inedita, ovviamente) andrebbe più che bene per il concorso.
    Anche a gennaio fanno le traversate? Io la feci in barca a remi, ma era di agosto.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.