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domenica 20 settembre 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Nona parte. La fine.



Mercoledì, ore 20,30

«Ciò che non riuscivo a spiegarmi all’inizio» cominciò il Maresciallo «era la sparizione del sacchetto dell’immondizia. Dall’ufficio non era stato rubato nulla e anche l’arma del delitto è stata trovata all’interno. La scomparsa di alcune pagine del dattiloscritto del Mogano e dell’intero romanzo inviato dal misterioso “Bien” mi hanno aperto gli occhi. Maccagno è stato ucciso, seduto alla scrivania, mentre portava occhiali da lettura. Stava leggendo qualcosa e l’assassino era alle sue spalle. Evidentemente era qualcuno che conosceva bene, a cui stava mostrando qualcosa di scritto. Poiché non abbiamo trovato fogli sulla sua scrivania vuol dire che l’assassino li ha rimossi, almeno in parte macchiati di sangue. Per evitare di sporcarsi ha buttato il tutto nel cestino e poi ha preso il sacchetto. Usando i guanti che si trovavano in bagno ha lavato la statuetta e l’ha nascosta nella cassetta del water per occultare ulteriormente le tracce, ben sapendo che avendo maneggiato quell’oggetto in passato qualche frammento d’impronta non l’avrebbe comunque incriminato. Ha messo il resto del romanzo inviato dal Mogano nella cassetta degli scarti, sperando che nessuno andasse a controllare.»
De Lorenzi si fermò un istante a guardare fuori. Aveva smesso di piovere.
«Tanta fatica per far scomparire un romanzo implica che questo sia la causa dell’omicidio. Cosa poteva esserci di così pericoloso? Qualcosa che Maccagno aveva giudicato strano e su cui era intenzionato ad andare a fondo, da buon appassionato di gialli. Ricevere due romanzi sostanzialmente identici da due persone diverse voleva dire che entrambi avevano attinto alla stessa fonte, copiandola ben oltre i limiti del plagio. Una colpa molto grave, soprattutto per chi desiderava riscattare la propria immagine davanti alla critica. Vero, professor Terzi?» 
«Ho seguito fin qui le sue elucubrazioni, ma non capisco dove voglia andare a parare.»
«Maccagno non era uno sciocco e ha impiegato poco a comprendere che “Bien” altro non era che il suo nome camuffato con un semplice cambio di lettere: A+1=b, L-1=i, D+1=e, O-1=n. Quello che però lei non poteva sapere, quando inventò quel gioco enigmistico, era che anche un’altra persona aveva avuto la stessa idea: presentare al Maccagno come proprio il romanzo scritto da una ragazza morta tredici anni fa!»
«Queste sono cose che vanno provate, in un tribunale…»
«Stiamo controllando tutta l’immondizia raccolta nella sua zona e sulle strade che conducono da qua a casa sua. Non è un lavoro piacevole e sarà lungo, ma troveremo quel sacchetto. Esamineremo il suo computer e scopriremo il file del romanzo. Perquisiremo la casa e troveremo il manoscritto che Camilla le diede quando era sua allieva al liceo. Se l’ha conservato anche il suo diario. Cosa accadde quel giorno professore? C’è la famiglia di una ragazza di diciassette anni che da troppo tempo attende la verità. E c’è un uomo a cui non è bastato scrivere un romanzo di successo per riportarla in vita. Collabori e liberi il suo cuore da questo peso, ora!»
Terzi scoppiò a piangere e ci volle un po’ prima che si riprendesse.
«Quel giorno Camilla aveva perso il treno» cominciò accompagnato dal ticchettio delle dita di Martelli sulla tastiera. «La incontrai fuori dalla scuola sotto la pioggia e mi offrii di accompagnarla a casa. Mentre guidavo qualcosa dentro di me scattò. Non ero più il suo professore, ma un uomo che si era innamorato di lei giorno per giorno. Mi fermai all’improvviso e glielo dissi. Lei equivocò, pensò forse volessi farle del male e scappò dalla macchina sotto la pioggia. Prima che potessi scendere anch’io sentii la frenata del TIR sull’asfalto viscido. Compresi immediatamente cosa era successo, fui preso dal panico e fuggii. Ho cercato per anni di cancellare quel ricordo. Scrissi il romanzo perché la volevo disperatamente in vita. La fiamma creativa che agitava la mia mente però si spense quando misi la parola “fine”. Desideravo riaccenderla in qualche modo ma ero ossessionato dal ricordo di quello che Camilla aveva scritto. Così decisi di mandarlo a Maccagno con uno pseudonimo. Lui però comprese facilmente chi era “Bien” e mi chiese spiegazioni per telefono. Era molto arrabbiato e io ero sconvolto. Non solo rischiavo di fare la figura del plagiaro per colpa di quell’idiota di Mogano, ma temevo che sarebbe emersa la verità. Corsi da lui per calmarlo, cercai di negare, ma lui era infuriato. M’insultò. Prese i fogli e cominciò a confrontarli davanti a me. Persi la testa e presi la mia statuetta. Poi cercai di far sparire le tracce.»
Terzi scoppiò di nuovo a piangere.
De Lorenzi gli appoggiò una mano sulla spalla e guardò fuori. Il cielo era finalmente sereno. Era stata raggiunta quota 198 e 37, ma gli esperti escludevano che il livello potesse crescere ancora. Alla gente di lago non restava che attendere il deflusso della piena che aveva invaso case e negozi, con l’eterna pazienza da montanari discesi sulle sponde del grande lago.





domenica 13 settembre 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Ottava parte



Mercoledì, ore 17,15

Il lago aveva superato quota 198 e continuava a crescere, alimentato dal Toce e dal Ticino in piena oltre che da centinaia di torrenti e ruscelli di varia lunghezza. De Lorenzi però guardava la montagna alle sue spalle. Il Mottarone offriva paesaggi considerati tra i più belli del mondo, ma ora faceva paura per i corsi d’acqua ingrossati che precipitavano a valle con centinaia di metri di dislivello e una potenza in continua crescita. Ricordava bene cosa era avvenuto ad Omegna alcuni anni prima. Tutti guardavano con preoccupazione al lago d’Orta e l’alluvione era arrivata alle spalle, dalla montagna, col suo carico di morte e distruzione.
La protezione civile era in stato di massima allerta e alcune zone di Stresa erano già state evacuate in via precauzionale. Ogni uomo disponibile era prezioso, ma De Lorenzi non poteva abbandonare la pista su cui era fuggito l’assassino. Anche se per farlo occorreva seguire strane piste.
Chiuse il libro e si appoggiò allo schienale.
Un uomo che veglia la sua fidanzata in coma, raccontandole incessantemente i giorni felici trascorsi assieme e soprattutto quelli lieti che verranno. Finché lei riapre gli occhi e dice “tu ed io per sempre insieme”. Perché l’amore, se è vero, può chiedere alla vita una seconda possibilità.
Era questo il romanzo che piaceva ai giovani? Era quel “per sempre” ad affascinarli? Si ripromise di parlare di più con Camilla, finché ne avesse avuto la possibilità.
A toglierlo da quei pensieri fu Spadaro che entrò per consegnargli il rapporto sui romanzi che aveva letto. Aveva l’aria provata.
«Fammi una sintesi».
«La maggior parte sono delle vere porcherie. Alcuni sono persino pieni di errori, per non parlare delle trame inconsistenti. Quello del Mogano è l’unico scritto veramente bene. Questo per quanto riguarda il contenuto dei racconti, ma la parte interessante è l’altra.»
«Spadaro, non tenermi sulle spine che abbiamo poco tempo, su!»
«Allora, ci sono diverse cose che non tornano. La prima è che manca una decina di pagine, dalla dodici alla ventidue per la precisione dal dattiloscritto del Mogano: le abbiamo cercate ovunque ma niente da fare. La seconda è che non c’è nessun romanzo firmato “Bien”. Anche questo è introvabile, busta compresa. Vado avanti?»
«Continua.»
«La terza è che il Maccagno ha fatto varie ricerche su internet nel pomeriggio di martedì. Su Google ha inserito varie frasi tratte dal romanzo di Mogano, intervallate ad altre molto simili, ma non identiche. E in tasca aveva un foglietto su cui stava scritto “–1 e +1”.»
Martelli entrò in quel momento.
«Mi scusi Maresciallo, mi aveva detto di avvisarla immediatamente quando avessimo trovato il Rosati. È stato rintracciato in Spagna.»
«Sta rientrando?»
«Non può farlo. È stato arrestato un mese fa a Barcellona per il possesso di cocaina e da allora si trova in carcere.»
«Allora a questo punto la situazione è chiara» disse il Maresciallo. «Il difficile ora è incastrare l’assassino. Preparatevi a fare un lavoro sporco.»



Nota per i lettori: siamo arrivati al punto di svolta. Nell'ultima parte sarà data la soluzione, pertanto se volete provare a individuarla, questo è il momento! 



domenica 6 settembre 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Settima parte


Mercoledì, ore 15,30

Alice Fraschini era una ragazza di ventidue anni con gli occhiali e l’aria di un cagnolino smarrito. Era carina, ma di quella bellezza che non attira gli uomini facendoli voltare per strada. Ci voleva piuttosto un segugio per scovarla, sepolta sotto maglioni troppo larghi e calzoni che si sfrangiavano sotto le suole basse delle scarpe.
Ricordava molto sua sorella Camilla, almeno a giudicare dalle foto di quando era ancora in vita. Camilla Fraschini era morta a diciassette anni un maledetto pomeriggio di tredici anni prima. Il brigadiere De Lorenzi era stato il primo intervenire sul posto e non avrebbe mai scordato l’immagine di quel corpo maciullato sull’asfalto bagnato della superstrada, dove era stato travolto dal camion che aveva cercato di fermare. L’autista olandese, condannato per omicidio colposo perché era al telefono e aveva bevuto troppo, aveva detto di essersela trovata davanti all’improvviso. Un’amica aveva riferito che Camilla si era accorta di aver dimenticato il diario ed era tornata a scuola a riprenderlo, ma nessuno era stato in grado di spiegare perché si trovasse in quel luogo, invece che sul treno successivo, o di ritrovare il diario. De Lorenzi non ci aveva dormito per giorni e quando un mese dopo era nata sua figlia non aveva esitato un istante a darle quel nome. 
Ricordava di aver visto Alice il giorno del funerale, stretta tra i genitori in prima fila. Ma la maggior parte dei bambini diventa adulta col passare del tempo. 
«Si trovava con il Mogano martedì?» chiese.
«Sì commissario» rispose mordendosi le unghie. «Eravamo a casa mia, a Domodossola, ma non stavamo facendo niente di male.»
«Maresciallo» la corresse gentilmente De Lorenzi. «Stia tranquilla, non sono suo padre. Non deve nascondermi niente.»
«Vede, a mia madre non piace che frequenti Gianni» si giustificò la ragazza. «Mio padre invece se ne frega. Non vive più con noi da dieci anni.» 
«Sua madre quindi non era in casa?»
«No, col negozio non rientra mai prima delle otto.»
«Devo desumere che il Mogano sia uscito un po’ prima delle venti da casa sua.»
«Sì, credo fossero le sette e mezza.»
«Ancora una cosa. Ha letto il romanzo giallo che Mogano ha mandato a Maccagno?»
«Gianni?» rise la ragazza. «Non ci credo, ha sempre disprezzato i giallisti!»
«Ne è sicura?»
«Sì, pensi che una volta abbiamo pure litigato perché mia sorella amava scrivere racconti gialli e mi ha proprio dato fastidio che lui parlasse male della categoria.»
«Sua sorella scriveva?»
«Sì ed era molto brava, dicevano i suoi professori, ma io non ho mai voluto leggere niente. Non so spiegarlo, è più forte di me.» 
Gli occhi si riempirono di lacrime.
«Mi scusi» disse soffiandosi il naso.
«Non deve scusarsi. Piuttosto, conserva ancora i racconti di Camilla?»
«No. Un anno fa abbiamo cambiato casa e siccome ora stiamo in un appartamento piccolo abbiamo buttato via un mucchio di roba.» 
«Giovanni Mogano l’ha aiutata a ripulire?»
«Sì, per guadagnare punti davanti a mia madre ha fatto parecchi viaggi in discarica, ma a lei continua a non piacere.»

domenica 9 agosto 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Sesta parte


Mercoledì, ore 11,30


Continuava a piovere e ormai era stata superata anche quota 197 e 73, la massima dal 1868.
Aldo Terzi portava male i suoi quaranticinque anni. Era alto, pelato, le spalle ricurve e la pancia prominente. Aveva alle spalle un passato di insegnante di lettere in un istituto alberghiero, famoso per aver le schiere di giovani che si erano distinti nelle cucine e nelle sale dei ristoranti di tutto il mondo. Si era ritirato, dopo il successo di “Tu e io per sempre”, dedicandosi interamente alla scrittura. 
«Che tragedia, povero Maccagno!»
«Lo conosceva bene?»
«Posso dire che eravamo amici».
«Quando l’ha visto l’ultima volta?»
«Credo un paio di settimane fa, ma l’ho sentito il giorno prima della sua morte.»
«Di cosa avete parlato?»
«Della difficoltà di trovare un buon romanzo giallo.»
«Non le ha parlato di Giovanni Mogano?»
«Mi ha detto di aver ricevuto un suo romanzo, ma ha convenuto con me nel ritenerlo uno scocciatore e uno sbruffone senza talento.»
«Lo conosce?»
«Ho avuto la sfortuna di incontrarlo qualche volta» fece un cenno con la mano come per allontanarne il ricordo. «Non ha mai scritto niente di buono, perché è uno di quegli istrioni della parola capaci di riempire un foglio di mille aggettivi senza dire nulla di sensato. Ha pubblicato due romanzi presso editori che stamperebbero un elenco telefonico purché lo scrittore sia disposto a pagare. Quel poco di buono che è riuscito a fare è merito di una persona a lui vicina, completamente succube del fascino di quel piccolo imbroglione.»
«Allude alla sua fidanzata?»
«Lei è molto perspicace.»
«La ringrazio, ma come fa a dirlo?»
«Alice è stata una delle mie allieve, una delle migliori, ma con un’autostima prossima allo zero. Di quelle ragazze destinate a innamorarsi dell’uomo sbagliato e a fargli da zerbino per il resto della loro esistenza, se non interviene qualche fatto esterno a salvarle. Una ragazza però di grande sensibilità artistica che cura la parte fotografica della sua presuntuosa “rivista letteraria”. L’unica cosa per cui valga la pena sfogliarla.»
«Dove si trovava martedì pomeriggio?»
«A casa a lavorare sul mio computer.»
«Ancora una domanda: ora che Maccagno è morto come immagina il suo futuro di scrittore?»
«Mi spiace doverlo dire, ma la casa editrice muore con lui. Arturo Maccagno è molto abile nella vendita, ma quanto a sensibilità editoriale lasciamo perdere. Ho idea che dovrò trovare un nuovo editore.»
Appena fu uscito, De Lorenzi prese il cellulare personale.
«Ciao Camilla, come va? Sono alle prese con un omicidio e in più c’è questo disastro dell’alluvione. Dì alla mamma che non so a che ora riuscirò tornerò a casa questa sera. Volevo chiederti un favore. Lasciami sul comodino quel libro di Terzi. Sì, proprio “Tu e io per sempre”. No, sto bene, non preoccuparti. Bacio. Ciao.»


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Parte 3
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Parte 8
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domenica 2 agosto 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Quinta parte



Mercoledì, ore 9.15

Durante l’alluvione del 1993 molti avevano accusato gli Svizzeri di aver aperto le dighe provocando la piena, ma era una leggenda, come accade per molte voci che girano sulla nazione elvetica. La verità era che nessuno aveva mai dato quell’ordine. Semplicemente una diga è un gigantesco catino. Come accade per la sopportazione in certi individui, quando è pieno smette di trattenere l’acqua e comincia a versare a valle la stessa quantità che riceve da monte. 
Quel livello era stato raggiunto nella notte e i fiumi avevano aumentato la loro portata. Pallanza era sott’acqua, ma l’inondazione aveva raggiunto anche Suna, di solito meno esposta al fenomeno. Vaste zone di Arona erano invase, con la popolazione costretta ad uscire di casa sui canotti dei Vigili del Fuoco. A Stresa la situazione stava diventando sempre più problematica. Le centinaia di turisti che giornalmente si recavano alle incantate isole del Golfo Borromeo erano scappati da tempo. Restavano i curiosi che assistevano all’evacuazione dello storico Grand Hotel des Iles Borromées che annoverava tra i suoi ospiti sovrani, presidenti e tycoon di tutto il mondo oltre a personaggi celebri come Gabriele D'Annunzio, George Bernard Shaw ed Ernest Hemingway.
Lo distolse da questi pensieri l’ingresso di Martelli con un giovane dall’aria arruffata, lo sguardo spiritato e in evidente sovrappeso. Giovanni Mogano tese la mano a De Lorenzi, che per tutta risposta gli indicò la sedia.
«Si accomodi pure».
«Ho saputo della morte di Maccagno, una vera sfiga!» 
Accavallò le gambe e prese a giocare con un foglietto di carta che aveva recuperato da una tasca dei jeans sdruciti.
«Lo conosceva bene?»
«L’ho incontrato a una presentazione letteraria qui a Stresa la settimana scorsa. Mi ha detto che stava cercando un buon romanzo giallo ambientato sul lago. Così ho mandato quello che avevo nel cassetto.»
«Ha avuto qualche riscontro?»
«Direi di sì. Lunedì pomeriggio Maccagno mi ha telefonato dicendo che il romanzo gli piaceva e che voleva parlarmi. Avevamo appuntamento proprio oggi.»
«Per quale motivo?»
«Credo volesse propormi di firmare un contratto.»
«Crede o ne è certo?»
«Per quale altro motivo avrebbe voluto vedermi?»
«Quindi lei è convinto che sarebbe diventato un collega di Aldo Terzi…»
«Non me lo nomini neppure!» fece un salto sulla sedia poggiando entrambi i piedi a terra e perdendo il foglietto. «Terzi è l’esempio vivente della decadenza della letteratura italiana. Fa cassetta, ma tutti i critici lo stroncano sui contenuti. Ho espresso il mio giudizio sulla mia rivista letteraria "Fiumi di inchiostro": un pessimo insegnante e un cattivo maestro; uno scrittore mediocre con un solo romanzo, che è un monumento alla prostituzione della penna al più becero consumismo, buono solo per un branco di adolescenti senza cervello...»
«Mia figlia lo adora…»
«Beh, non è tutta colpa loro» scrollò le spalle Mogano. «I ragazzi hanno solo modelli sbagliati. La televisione impera, la scuola arranca e la famiglia è distratta…»
De Lorenzi si domandò quali modelli avessero ispirato Mogano nei suoi vent’otto anni.
«Non è un po’ contraddittoria questa sua visione» domandò invece «con il fatto di volersi far pubblicare da Maccagno che in catalogo ha autori come Terzi?»
«Che vuole farci? È la dura legge della giungla editoriale per noi scrittori. Quanto meno Maccagno è, anzi era, uno dei pochi editori che non pretendeva di essere pagato per fare il suo lavoro.»
«Dove si trovava martedì pomeriggio tra le 16 e le 20?»
«Ero con la mia fidanzata. Poi sono tornato a casa.»
«Dovrò sentirla. Come si chiama?»
«Alice Fraschini.»


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domenica 26 luglio 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Quarta parte



Martedì, ore 17

Anche se la pioggia era un po’ diminuita, era stata superata la quota 196.81 fissata dalla Prefettura quale livello di esondazione generale del lago. Tutta l’area a valle della strada del Sempione era a rischio.
«Non può piovere per sempre, Maresciallo.». 
«Ma può sempre piovere troppo, Martelli. Non fare il filosofo e dammi il referto del medico, che è meglio.» 
La morte era avvenuta circa dodici ore prima del ritrovamento del cadavere. Maccagno era stato ucciso con un violento colpo alla testa inferto dall’alto verso il basso con un corpo contundente. La ferita coincideva con la base della statuetta del San Carlone, immersa nella cassetta del water, dopo essere stata accuratamente lavata. Dalla cassetta antinfortunistica del bagno mancavano i guanti di lattice, usati per manipolare l’oggetto.
Questo portava ad escludere ulteriormente che l’omicidio potesse essere opera di un ladro o di un balordo entrati per rubare e sorpresi dalla vittima. L’assenza di impronte anche nell’ufficio suggeriva inoltre che l’assassino fosse stato attento a non lasciare tracce e a cancellare quelle esistenti. 
«Notizie del Rosati?»
«È finito nei guai cinque anni fa, quando ad un controllo è risultato in possesso di pochi grammi di marijuana. Inoltre ha collezionato varie multe tra cui una per guida in stato di ebbrezza. Stiamo cercando di rintracciarlo.»
«Cosa mi dici della Zoppi?»
«Ha un appartamento di proprietà in cui vive da sola essendo separata dal marito. Ha due passioni: i gatti e il karatè. È cintura marrone e dicono che sia pure brava.»
Bussarono alla porta. 
«Maresciallo, abbiamo i tabulati telefonici» Spadaro entrò con un foglio in mano. «Nel pomeriggio di martedì sono state effettuate due lunghe chiamate dal fisso indirizzate allo studio commercialista della Maccagno Editore. Dal cellulare del Maccagno sono partite invece quattro chiamate, nessuna in entrata. La prima è alle 15.17, dura cinque minuti ed è diretta al cellulare di Maccagno Arturo. È lo stesso numero su cui l’abbiamo rintracciato. A questa stessa utenza è stata indirizzata l’ultima chiamata, alle ore 18.41, durata un minuto e 34 secondi. Il ricevente risulta agganciato ad una cella di Mantova. Alle 16.10 è stata effettuata una chiamata di otto minuti verso un numero intestato a Mogano Giovanni. Alle 16.57 il Maccagno ha fatto una telefonata di dodici minuti a Terzi Aldo.»
«Terzi è lo scrittore di punta della casa editrice» commentò De Lorenzi. «Ma dove ho sentito il nome di questo Mogano?»
Controllò i suoi appunti. 
«Ecco qua. È il nome del primo dei romanzi scartati. Aspetta, lasciami il foglio dei tabulati: voglio sentire Mogano e Terzi per capire di cosa hanno parlato con Maccagno. Spadaro, leggiti tutti i dattiloscritti già che ci sei e vedi se ci sono appunti.»


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domenica 19 luglio 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Terza parte


Martedì, ore 14

Arturo Maccagno era un giovane alto dall’aria simpatica. Di quelli venuti al mondo con l’arte innata di vendere bene la propria immagine e i prodotti ad essa associati.
«Povero zio» commentò «non meritava di finire così. Avete idea di chi è stato? Un ladro?»
«Non ci risulta che sia stato rubato nulla, ma su questo ci potrà aiutare lei. In questo momento, comunque, tutte le piste sono aperte. Avremmo bisogno di parlare anche con suo cugino Mauro Rosati, ma non riusciamo a rintracciarlo. Cosa ci può dire di lui?»
«Sono anni che non lo vedo.»
«Nemmeno per il funerale di sua zia?»
«Non mi piace essere ipocrita» Maccagno si appoggiò allo schienale e congiunse le punta delle dita davanti a sé. «Mia zia ha fatto delle scelte che la famiglia non ha mai condiviso e, purtroppo per lei, ne ha pagato le conseguenze. Suo marito era un violento e un alcolizzato che è morto troppo tardi per quello che mi riguarda. Al funerale andò mio zio, che peraltro si fece carico anche dei costi, dal momento che quel fannullone di mio cugino, che sta seguendo l’esempio di suo padre, non voleva pagare per seppellire sua madre.»
«Nonostante questo erediterà una parte del patrimonio.»
«So che gli ha detto di non farsi più vedere se fosse finito di nuovo nei guai, ma che altro poteva fare? Diseredarlo? In fondo mio zio era un buono.»
«Lei no?»
«Io credo che nella vita si debbano conquistare le cose. Detto questo mio zio era sano di mente e capace di intendere e di volere. Quindi liberissimo di decidere cosa fare di quanto ha costruito con le sue mani.»
«Quando ha sentito l’ultima volta suo zio?»
«Ieri pomeriggio.»
«Ha notato qualcosa di strano?»
«A dire il vero una cosa ci sarebbe. Posso dirle una cosa in via confidenziale?»
«Signor Maccagno, stiamo parlando di un omicidio!»
«Mi scusi, ma non ha a che vedere con questo. È che stavo guidando…»
«Ho capito. Martelli, non verbalizzare quello che sto per dire.»
L’appuntato smise di battere sulla tastiera.
«Allora signor Maccagno, ha ricevuto una telefonata. Non mi interessa sapere se stesse usando o meno l’auricolare. Possiamo riprendere?»
«Certo, il fatto è che dopo poco ho visto una pattuglia della polizia e ho chiuso bruscamente la telefonata.»
«La prossima volta si ricordi che è pericoloso guidare usando il cellulare. Ora riprendiamo. Che cosa le ha detto?»
«In realtà mi ha chiamato due volte mentre stavo andando a Modena. La prima per dirmi che aveva per le mani un ottimo romanzo giallo e che non vedeva l’ora di farmelo leggere. Più tardi mi ha richiamato dicendo che c’era una cosa strana di cui voleva parlarmi. Proprio in quel momento ho dovuto agganciare. Avrei voluto richiamarlo, ma ero in ritardo per la riunione. Poi mi hanno invitato a cena e mi sono dimenticato. Quando mi è venuto in mente era tardi e ho pensato fosse meglio rinviare all’indomani. Mi spiace doppiamente: non solo è stata l’ultima volta che l’ho sentito, ma forse voleva dirmi una cosa importante.»
«Ancora una cosa» gli mise davanti le fotografie dell’ufficio. «Le sembra manchi qualcosa?»
«Non saprei, detto così è difficile…» Maccagno esaminò attentamente le immagini. «Un momento! Manca una statuetta che si trovava qui, sulla libreria dietro la scrivania. C’erano due statuette e la targa, premi ricevuti dalla casa editrice e da mio zio.»
«Aveva un valore commerciale?»
«Non direi. Sono premi, non opere d’arte.»
«Potrebbe descrivermela?»
«Posso fare di più. Ho una foto scattata quattro anni fa» le dita presero a scorrere velocemente sullo schermo del cellulare. «Ecco, guardi!»
Si vedeva Giorgio Maccagno sorridente sulla riva del lago, in compagnia di un uomo alto e pelato. Reggevano una statuetta raffigurante il San Carlone in miniatura.
«Era il giorno in cui abbiamo vinto il Premio Internazionale del Lago Maggiore. Quello alla sinistra dello zio è Aldo Terzi. “Tu ed io per sempre” quell’anno fece il botto: centomila copie vendute e trattative in corso per i diritti cinematografici.»


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domenica 12 luglio 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Seconda parte

Martedì, ore 10.30

Giuliana Zoppi, cinquantasette anni per un metro e settanta di altezza, due freddi occhi azzurri dietro gli occhiali da segretaria. Aveva ritrovato una composta efficienza che doveva essere il suo abito naturale.

«Sono arrivata in ufficio alle otto, come mio solito» raccontò «Ho notato che la porta era socchiusa e sono entrata. Spesso il signor Maccagno arriva alle 7,30. Voglio dire, arrivava…»

«È mai capitato che la sera facesse tardi in ufficio?»

«Il mio orario è dalle 15 alle 19. Lui normalmente si fermava per terminare di leggere i romanzi inviati dagli scrittori. Mai oltre le 20 perché a quell’ora andava a cena.»

«Chi avrebbe potuto notare il suo ritardo?»

«Nessuno. Viveva solo da quando è rimasto vedovo.»

«Ricevete tanti manoscritti?»

«Almeno una dozzina al giorno. Maccagno sosteneva che la maggior parte sono porcheria e li buttava nella scatola dopo le prime pagine.»

«E quelli interessanti?»

«Li metteva in una cartelletta per riesaminarli in seguito.»

«Aveva qualche nemico? Qualcuno che potesse desiderare la sua morte?»

«Si dice che chi ha carattere abbia un pessimo carattere. Quando s’infuriava poteva essere molto sgradevole, ma in fondo era una brava persona.»

«Parenti?»

«Due nipoti. Arturo Maccagno lavora con noi per la parte commerciale. Il padre era deceduto dieci anni fa in un incidente stradale, la madre morì sei mesi dopo. Anche per questo l’aveva preso a lavorare qui. L’altro si chiama Mauro Rosati e vive a Roma. È il figlio di una sorella di Maccagno, morta a Roma l’anno scorso di tumore. »

«Ha notato qualche cosa strana successa negli ultimi giorni?»

«Forse non ha importanza, ma una cosa c’è. Ieri pomeriggio sono stata molto impegnata al telefono col commercialista. In una pausa Maccagno è uscito e mi ha chiesto chi fosse l’autore di un manoscritto. Di solito chi li manda aggiunge una lettera di presentazione. Questo invece era accompagnato solo dal biglietto “Spero sia di Suo gradimento. Cordialmente. Bien”.»

«Si ricorda che ora fosse?»

«Attorno alle 16. Comunque non dopo le 17 perché sono uscita due ore prima per castrare Bob.»

«Prego?»

«Bob è appena arrivato. Siccome ci sono altri gatti continuava a urinare in casa.»

«Gli ha dato il benvenuto insomma» sorrise De Lorenzi. «Quando vengono svuotati i cestini?»

«Normalmente il sabato mattina. Viene la donna e cambia il sacchetto. Qualche volta ci penso io, se è necessario. Perché?»

«Perché oggi è mercoledì e non c’è nessun sacchetto nel cestino.»

«Strano, io non l’ho toccato questa settimana.»



Parte 7
Parte 8
Parte 9


domenica 5 luglio 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Prima parte



Martedì, ore 8.00


Da settantadue ore le nuvole scaricavano pioggia sul Lago Maggiore. Quota 195, che segna il livello di guardia, era stata superata la sera precedente, ma era il ritmo con cui il livello dell’acqua cresceva a mettere paura: 170 centimetri al giorno non si erano mai visti, nemmeno durante l’alluvione del 1993. A quel ritmo l’indomani avrebbe superato la quota 197,55 registrata nel 2000. E in 48 ore avrebbe raggiunto quota 200 registrata il 4 ottobre 1868, quando due terzi di Stresa erano stati inondati. 

Rivolse un pensiero al "Regolamento sulle Uniformi per l'Arma dei Carabinieri" che vietava l’uso dell’ombrello ai militari in divisa, senza distogliere gli occhi dalla piena silenziosa che cresceva ogni minuto. 

In quel momento squillò il cellulare.

«Maresciallo De Lorenzi» era la voce del brigadiere Spadaro. «Dovrebbe venire subito. Abbiamo un morto.»

«Annegamento?»

«Nossignore, omicidio.»

«Avete identificato la vittima?»

«È Giorgio Maccagno.»

«L’editore? Dove vi trovate?»

«La segretaria ha trovato il cadavere in ufficio e ci ha chiamati. Gli hanno fracassato il cranio.»

«Arrivo.»

Diede un’ultima occhiata al livello del lago, fece un cenno di saluto ai volontari della protezione civile che monitoravano la situazione e salì in macchina. 

«Andiamo Martelli» disse al giovane appuntato alla guida. «Qualcuno ha pensato che questo fosse il tempo giusto per uccidere.»

Negli uffici della Maccagno Editore trovarono Spadaro con una donna bionda, molto magra, seduta su una sedia, che si stava soffiando il naso con un fazzoletto. Il brigadiere lo salutò. 

«La signora Giuliana Zoppi ha effettuato la scoperta.»

«Sono desolato signora Zoppi» annuì De Lorenzi. «L’appuntato Martelli l’accompagnerà in caserma per raccogliere la sua deposizione. Più tardi dovrò farle alcune domande.»

L’ufficio di Maccagno era arredato con sobria eleganza. Oltre a varie librerie piene di volumi c’erano un tavolo da riunione e una scrivania. Su questa giaceva il cadavere, seduto sulla poltroncina girevole, con la testa leggermente reclinata sul lato destro sotto cui stavano gli occhiali da lettura. Il sangue fuoriuscito dalla ferita si era sparso sul piano, cadendo a gocce sul pavimento. Il braccio sinistro pendeva rigido lungo il fianco, il destro era ripiegato sotto il busto.

Sul piano, oltre allo schermo del computer, la tastiera e il mouse c’erano alcune penne e una cartelletta di cartone azzurra con la scritta “interessanti”. De Lorenzi girò attorno alla scrivania. Sul pavimento c’era una scatola di cartone piena di fogli. Sul primo stava scritto “Omicidio a chiare lettere, di Giovanni Mogano”. Il cestino invece era vuoto.

Sulla libreria retrostante oltre ai libri si trovavano pochi oggetti. Un gatto ombrellaio, premio ai benemeriti del Vergante, e una targa della Camera di Commercio per il cinquantesimo di attività.

«Giorgio Maccagno» il brigadiere lesse gli appunti «nato a Verbania il 22 aprile 1953. Iniziò l’attività nella libreria del padre, in seguito diventata una piccola casa editrice.»

«Non troppo piccola» osservò De Lorenzi. «Quanto meno dopo il successo di quel romanzo per adolescenti. Mia figlia Camilla lo adora.»

«Piccola ma agguerrita. Hanno anche una serie gialla e libri di storia locale.»

In quel momento entrò il medico. 

«Lo lascio a lei, dottor Mastrangeli: mi faccia avere il referto quanto prima. Spadaro, torno in caserma mentre voi completate i rilievi.»



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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.