Visualizzazione post con etichetta Aleister Crowley. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Aleister Crowley. Mostra tutti i post

sabato 1 aprile 2017

Un misterioso viaggiatore

Una certa agitazione si è diffusa stamattina a Orta. Tra i turisti che ricominciano a popolare il borgo è stato notato uno straniero dall'aspetto particolarmente inquietante. In cosa esattamente consistesse quest'aura negativa è però difficile dirlo con precisione.
Un negoziante della piazza, che ha chiesto di mantenere l'anonimato, ha parlato di gatti che soffiavano e proprietari di cani che faticavano a calmare i loro animali, che guaivano e cercavano di liberarsi dai collari. La cameriera di un bar ha riferito di essere letteralmente scappata dal tavolo a cui era seduto l'uomo. Interrogata ha confessato di non ricordare cosa l'avesse spaventata nel suo sguardo, ma ha giurato di non aver mai provato un terrore simile.
L'uomo, che viaggiava solo, è stato identificato come inglese da alcune frasi scambiate con un altro cameriere, a cui ha ordinato filetti di pesce persico, accompagnati da superalcolici in quantità sconveniente e in un orario decisamente insolito, senza peraltro dare minimamente segno di risentirne gli effetti nefasti.
Tutte le persone intervistate hanno peraltro dato segni, nervosi ma inequivocabili, di voler dimenticare al più presto questo sgradevole incontro. Infatti poche ore dopo, nuovamente sollecitati a fornire altri particolari, hanno negato rabbiosamente i fatti.
La visita del misterioso viaggiatore è stata comunque breve e si potrebbe pensare che sia stata solo il frutto di un sogno notturno o l'effetto di un'allucinazione collettiva, se non fosse per un oggetto caduto dalla sua tasca e trovato dopo la sua scomparsa.
Sul biglietto da visita era riportato: "Aleister Crowley, Netherwood Cl., Hastings" accanto a un simbolo esoterico.
Questo ritrovamento ha contribuito a rendere ancora più incredibile l'intera vicenda. Allo stato attuale, infatti, non è stato possibile scoprire cosa avrebbe spinto questo inquietante burlone a visitare il nostro tranquillo lago spacciandosi per un famigerato occultista morto settanta anni fa.


domenica 15 gennaio 2017

Svelato il mistero del mostro del Loch Ness?



Sui giornali corre voce che un fotografo dilettante di 58 anni, Ian Bremner, avrebbe fotografato il celeberrimo mostro di Loch Ness, il più famoso di tutti i mostri di lago. Il fatto che Bremner lavori in una fabbrica di whisky potrebbe far sorgere facili ironie, se non fosse che in questo caso abbiamo la prova regina. Una foto, piuttosto nitida, del "mostro" sinuosamente guizzante tra le onde. 

Non la statica figura immortalata nella celeberrima foto del 1934, scattata da Robert Kenneth Wilson, che finì sulle pagine dei giornali dell'epoca, contribuendo ad alimentare la leggenda del "mostro del Loch Ness". E attirando frotte di turisti, studiosi di criptozoologia e pazzi di vario genere. 

Tra questi il più tenebroso fu certamente l'occultista e negromante Aleister Crowley che visse in una grande villa sul lago, chiamata Boleskine House. La storia di questa abitazione sconfina in una leggenda in cui è difficile distinguere tra verità e fantasia. Si dice che vicino ad essa sorgesse un tempo una chiesa, bruciata con i fedeli che si erano radunati in preghiera.

Abbandonata da Crowley, con tutti i suoi misteri e le voci sui terribili misfatti che vi si sarebbero svolti, la casa restò a lungo disabitata, fino a quando fu acquistata nel 1970 da Jimmy Page, chitarrista dei Led Zeppelin. Dieci anni dopo però, a seguito di una serie di sciagure che avevano colpito la band, egli si convinse a venderla.

Ma torniamo al mostro, che secondo la leggenda era già attivo ai tempi di San Colombano, nel sesto secolo dell'era cristiana. A quei tempi, correva l'anno 566, una bestia strisciante uscì dall'acqua e uccise un uomo, prima di essere cacciata dalle preghiere del santo.
Dopo decenni di "caccia" a Nessie, come viene affettuosamente chiamato il mostro, ecco finalmente che la foto di Bremner ci restituisce un'immagine chiara dell'oggetto.

È infatti ormai dimostrato che la "foto del chirurgo", scattata da Robert Kenneth Wilson nel 1934 fu un falso, realizzato montando una sagoma su un minisommergibile. 

In quella di Bremner, scattata pochi giorni fa, si vede invece chiaramente la testa dell'animale, dalla forma che ricorda la testa di un cane, che corrisponde a quello di... una foca comune. Seguita da altri due simili che saltano tra le onde, sollevando molti spruzzi. Non posso proporvi l'immagine, non disponendo delle autorizzazioni, ma potete facilmente vederla in questo articolo.

L'andamento apparentemente sinuoso del nuoto e l'improvvisa sparizione sott'acqua potrebbe essere alla base di alcuni degli avvistamenti succedutisi negli anni.

A questo punto viene da chiedersi se anche il famoso "mostro" di San Colombano non fosse in realtà una foca grigia, animale più grande della foca comune e molto diffuso sulle coste del Mare del Nord. Questi animali, grandi come un lottatore di sumo, nascondono infatti dietro gli occhioni dolci un animo da spietati serial killer. Per lungo tempo si è creduto che la loro dieta si limitasse ai pesci, mentre recenti osservazioni hanno dimostrato che praticano il cannibalismomentre analisi condotte con il DNA le hanno smascherate come uno dei principali killer di delfini "per puro divertimento".

Attaccare la preda sulla terraferma, trascinandola in acqua per finirla è peraltro una delle tecniche di caccia delle foche. Recentemente, nei mari antartici, si è avuto un attacco, purtroppo mortale, da parte di una foca leopardo (specie peraltro assente nel Mare del Nord) ai danni di una giovane biologa inglese.

Dobbiamo quindi considerare risolto il caso del "mostro del Loch Ness"? Lasciamo agli scienziati il compito di dire una parola definitiva sull'argomento. Nel frattempo torniamo ad occuparci dei mostri del nostro lago d'Orta.

Abbiamo, infatti, anche noi un santo, Giulio di Egina, che attorno all'anno 390 (quindi quasi due secoli prima di San Columba) allontanava terribili mostri in forma di drago dall'isolotto al centro del lago, per confinarli, senza ucciderli, in una parte scoscesa e inaccessibile della costa...

mercoledì 4 dicembre 2013

Il corvo di Orta

Ernesto Ragazzoni fu il più grande poeta ortese, anche per la sua capacità di interpretare quello spirito insieme romantico e ironico che gli abitanti di questo piccolo borgo cusiano hanno sempre avuto. Ho già fatto cenno ad alcune sue produzioni eccentriche, ma vale la pena ora di ritornare sui nostri passi e guardare di nuovo a questo personaggio, morto di cirrosi epatica tre giorni prima di compiere cinquant’anni, il 5 gennaio 1920.

Non aggiungo altro alla sua biografia, dal momento che una volta egli disse a un amico: 

«Quando non ci sarò più [...] se qualche amico di buona volontà vorrà raccogliere le mie poesie e i miei scritti, non potrò certo oppormici. Ma, te ne prego, se qualcuno farà la prefazione, bada che non mi prenda troppo sul serio. Non vorrei, per esempio, una biografia che dicesse solennemente: "E. R. nacque ai tanti del mese dell'anno tale, e morì... come se si trattasse di un uomo celebre qualunque. E se aggiungesse poi che studiai all'Istituto tecnico di Novara e che ebbi il diploma di ragioniere? Penso quanto sarebbe buffo di far sapere al mondo che quel mattacchione di Ragazzoni era ragioniere!»

Chi volesse approfondire la sua figura può peraltro trovare online un interessante saggio di Cesare Bermani, che di Ragazzoni è un esperto. 

Oltre che poeta, Ragazzoni fu un appassionato di occultismo e teorie teosofiche. Si racconta che durante un soggiorno in Inghilterra abbia assistito, nascosto in un bosco, a un rituale magico eseguito da una setta. Si trattava forse della “Golden Dawn” che ebbe molta influenza, non sempre positiva, su vari movimenti filosofici, politici e culturali del Novecento e di cui uno dei principali componenti fu il famigerato occultista Aleister Crowley.

Il fascino per le atmosfere misteriose non si esaurì, per nostra fortuna, in queste avventure notturne. Ragazzoni rimase affascinato da un poema che era stato introdotto in Europa nel 1859 dal “poeta maledetto” francese Charles Baudelaire.
Il testo era stato pubblicato nel febbraio 1845 sull’American Review a firma di un certo “Quarles”. Per qualche tempo l’autore di questo componimento rimase ignoto, finché, in un suntuoso appartamento di Waverley Place, di proprietà di miss Anna C. Lynch, un’autrice famosa che amava raccogliere intorno a sé il meglio della società letteraria di New York, un giovane scrittore fu invitato a recitare proprio quei versi ormai famosi, che avrebbero catapultato l’autore nell’Olimpo dei grandi della poesia anglosassone, accanto a Milton, Shelley e Keats.
Un silenzio elettrizzato afferrò i presenti, mentre ascoltavano rapiti la sua voce recitare 

Once upon a midnight dreary, while I pondered weak and weary…” 

Così cantò Edgar Allan Poe, apprezzato scrittore di racconti polizieschi e del terrore, e ognuno in quella sala comprese che solo lui poteva essere l’autore di “The Raven”. 
Dieci anni dopo la prematura morte di Poe, avvenuta in circostanze misteriose e mai chiarite, Baudelaire tradusse “The Raven” in francese facendolo conoscere nel vecchio continente. Ragazzoni s’innamorò di quel poema e scrisse una delle migliori traduzioni italiane, che diede alle stampe assieme ad altre sempre da Poe, nel 1896.

Non so dire dove sia nata l'idea di tradurre quei versi. Concedetemi di pensare che durante un ritorno invernale al suo “hortus conclusus”, osservando un corvo sui tetti di pietra del piccolo borgo di Orta, il poeta Ernesto Ragazzoni abbia deciso di mettere mano alla penna per scrivere: 

Una volta, a mezzanotte, mentre stanco e affaticato
meditavo sovra un raro, strano codice obliato,
e la testa grave e assorta — non reggevami piú su,
fui destato all’improvviso da un romore alla mia porta.
«Un viatore, un pellegrino, bussa — dissi — alla mia porta,
                          solo questo e nulla più!»

Oh, ricordo, era il dicembre e il riflesso sonnolento
dei tizzoni in agonia ricamava il pavimento.
Triste avevo invan l’aurora — chiesto e invano una virtù
a’ miei libri, per scordare la perduta mia Lenora,
la raggiante, santa vergine che in ciel chiamano Lenora
                          e qui nome or non ha più!

E il severo, vago, morbido, ondeggiare dei velluti
mi riempiva, penetrava di terrori sconosciuti!
tanto infine che, a far corta — quell’angoscia, m’alzai su
mormorando: «È un pellegrino che ha battuto alla mia porta,
un viatore o un pellegrino che ha battuto alla mia porta,
                          questo, e nulla, nulla più!».

Calmo allor, cacciate alfine quelle immagini confuse,
mossi un passo, e: «Signor — dissi — o signora, mille scuse!
ma vi giuro, tanto assorta — m’era l’anima e quassù
tanto piano, tanto lieve voi bussaste alla mia porta,
ch’io non sono ancor ben certo d’esser desto». Aprii la porta:
                          un gran buio, e nulla più!

Impietrito in quella tenebra, dubitoso, tutta un’ora
stetti, fosco, immerso in sogni che mortal non sognò ancora!
ma la notte non dié un segno — il silenzio pur non fu
rotto, e solo, solo un nome s’udì gemere: «Lenora!»
Io lo dissi, ed a sua volta rimandò l’eco: «Lenora!»
                          Solo questo e nulla più!

E rientrai! ma come pallido, triste in cor fino alla morte
esitavo, un nuovo strepito mi riscosse, e or fu sì forte
che davver, pensai, davvero — qualche arcano avvien quaggiù,
qualche arcan che mi conviene penetrar, qualche mistero!
Lasciam l’anima calmarsi, poi scrutiam questo mistero!
                          Sarà il vento e nulla più!

Qui dischiusi i vetri e torvo, — con gran strepito di penne,
grave, altero, irruppe un corvo — dell’età la più solenne:
ei non fece inchin di sorta — non fe’ cenno alcun, ma giù,
come un lord od una lady si diresse alla mia porta,
ad un busto di Minerva, proprio sopra alla mia porta,
                          scese, stette e nulla più.


martedì 29 maggio 2012

Cadaveri eccellenti in un campo di fragole

Il 13 febbraio 1967 usciva “Strawberry fields forever” un singolo dei Beatles che in origine avrebbe dovuto essere pubblicato nell’album “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” ma fu lanciato come singolo con “Penny Lane”.
La canzone è considerata una delle migliori del gruppo, in un anno magico per la band che sfornava il film e l’album “Magical Mystery Tour” e il citato “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band”. Il quale, secondo la rivista “Rolling Stone”, occupa il numero 1 della lista dei 500 album della storia del rock.

Dietro questo successo si celerebbe però un mistero. A partire dal 1969 si è diffusa la voce che Paul McCartney sia morto in un incidente stradale nel 1966, assieme alla ragazza cui aveva dato un passaggio. A suffragare questa tesi sarebbero decine di indizi sparsi nei dischi dei Beatles pubblicati dopo e, sorprendentemente, anche prima del tragico evento.
Ad esempio il fatto che Paul sia l’unico scalzo sulle strisce pedonali nella celebre copertina di “Penny Lane” (foto). O che, secondo alcuni, John Lennon alla fine di “Strawberry fields forever” canti «I buried Paul» ("ho sepolto Paul") invece di «cranberry sauce».

Tanti enigmi per uno strano rebus, smentito ufficialmente dai Beatles e dallo stesso interessato, che secondo i sostenitori della teoria “Paul è morto” sarebbe peraltro solo un sosia di nome William Campbell. Di grande talento, ci sarebbe da dire, vista la carriera musicale che continua tuttora.
La teoria ha ispirato libri, film e si è ulteriormente diffusa nell’era di internet arricchendosi di dettagli. Uno tra questi è particolarmente stravagante in quanto identifica il sosia di Paul in un figlio, o addirittura nella reincarnazione, dell'occultista Aleister Crowley.

Crowley è uno dei personaggi che compaiono sulla copertina di “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band”. La leggenda nera che circonda la sua torbida e controversa figura ha affascinato molti personaggi del mondo della musica e della letteratura.
Il chitarrista dei Led Zeppelin Jimmy Page, ad esempio, comperò nel 1970 Boleskine House, la villa sul Loch Ness in cui aveva vissuto Crowley e su cui pesa un’atmosfera di maledizione. Vendendola nel 1980 a seguito di una serie di sciagure che avevano colpito la band.

Lo Strawberry Field di cui parla la canzone era in origine il nome di un orfanotrofio vicino alla casa di John Lennon. Il cantante era rimasto orfano della madre a 17 anni ed era legato a quel luogo nel cui giardino, incolto e misterioso, s’intrufolava con gli amici per giocare.
Strawberry Field è diventato anche il nome del memorial a lui dedicato, un’area di un ettaro nel Central Park di New York, città in cui Lennon, fu assassinato l’otto dicembre 1980 da un malato di mente che gli esplose contro cinque colpi di pistola.

Beatles – Strawberry fields forever

Post più popolari

"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.