Questo è un blog di racconti, leggende, storie raccontate dagli ubriachi nelle osterie e di cialtronesche invenzioni che ruotano attorno al lago d'Orta. Se cercate la Verità, qualunque sia quella che v’illudete di trovare, avete sbagliato indirizzo.
mercoledì 14 gennaio 2015
Lo strano inverno del Maestro
mercoledì 3 marzo 2010
Le due Bestie
«Ho ancora i polmoni intasati» annuisco. «Se si decidesse a smettere di fumare il suo maledetto sigaro forse l’abbattimento delle polveri sottili sarebbe un obiettivo raggiungibile.»
«Non farci affidamento» scuote la testa. «Da che mi ricordo ho sempre visto il Maestro fumare. A parte questo, però, non mi hai raccontato cosa sei andato a fare da lui.»
Quando ho terminato di fargli il riassunto dell’incontro, rimane a fissarmi da dietro le lenti spesse degli occhiali.
«Argomento intrigante» osserva. «Di quelli però che rischiano di annegare gli aspetti importanti dentro un mare di dettagli forse ininfluenti.»
«Cosa vorresti dire?» sono incuriosito dalle sue parole.
«Intendo che il rischio è quello di correre dietro ai dettagli, inseguendo il significato nascosto di una serie di simbolismi minuti e non vedere invece la grande metafora che sta davanti ai nostri occhi. Un po’ come quando si osserva un grande quadro troppo da vicino. Puoi distinguere le singole pennellate e magari riconoscere le impronte digitali dell’autore, ma non vedi la bellezza della composizione nel suo insieme.»
Il Filosofo è fatto così: quando meno me l’aspetto riesce a sorprendermi.
«In fondo si tratta di un testo religioso, con contenuti morali» continua. «A me, ad esempio, viene da pensare che le due Bestie al servizio del drago possano avere un valore allegorico. La prima esce dal mare, luogo di dimora dei mostri, ma anche simbolo dei mutamenti e del desiderio di ricchezze che spinge gli uomini ad imprese speculative azzardate e non sempre lecite. Inoltre questa bestia è così potente e temibile da ricordarmi il Leviatano. Forse non casualmente, il filosofo Thomas Hobbes, nel 1651, prese proprio questo simbolo per indicare il potere assoluto. Nel suo caso con un valore positivo: lo Stato assoluto è nella sua visione l’unico antidoto contro il caos ed il disordine. Rovesciando la prospettiva potremmo però pensare che esso rappresenti il Potere che cessa di essere uno strumento costruito dall’Uomo per l’Uomo e diventa invece un fine esso stesso. Il Potere politico, economico, militare, o di qualsiasi altra natura, che usurpa la regalità per schiacciare un’umanità cui davvero non rimangono spazi di azione, se non residuali, al di fuori delle logiche – il marchio – imposte dal Potere.»
Il discorso del Filosofo mi pare molto più interessante rispetto alle mille contrastanti interpretazioni sul senso recondito del numero seicentossessantasei. È lui stesso però a ritornare su questo argomento.
«Tra l’altro il numero DCLXVI che riunisce tutti i numeri usati all’epoca, potrebbe indicare proprio questo: la pienezza e la totalità del Potere assoluto.»
«E allora l’altra Bestia?» domando. «Quella che sorge dalla terra?»
«Potrebbe essere il simbolo della religione» la voce del Filosofo diviene amara. «Quell’insieme di regole, pratiche e rituali che molto spesso sostituisce la vera fede. Essa sorge dalla terra, perché è creazione umana e non divina. Assume belanti sembianze d’agnello, ma parla con voce di drago, piena di falsità. Il suo scopo è creare sostegno e consenso attorno alla prima bestia. È la famosa alleanza tra il Trono e l’Altare, che dal tempo di Costantino in poi è stata una costante della nostra civiltà e ancora oggi è una tentazione a cui molti non sanno rinunciare, basti pensare a quante volte la religione è usata per fini politici e quante volte la politica si riempie la bocca parlando dei “valori” religiosi per cercare di imporre visioni molto terrene e ben poco celesti.»
Sono considerazioni amare, quelle del Filosofo, e inquietanti. Perché se avesse ragione davvero, allora staremmo già vivendo, da molto tempo e senza rendercene conto, sotto il dominio delle due Bestie.
Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5 e ultima
martedì 2 marzo 2010
Il numero della Bestia.

«Naturalmente» alza al cielo il sigaro come un indice d’ammonimento «tanti si sono spremuti le meningi per cercare di trarre da queste parole, e dalle molte altre che compongono il libro, un significato.»
Annuisco. Ho letto qualcosa sull’argomento. E molte cose mi sono apparse delle colossali sciocchezze.
«Personalmente» il Maestro emette una nuvola di fumo più intensa delle altre «se fosse per me non perderei il tempo a correre dietro a queste cose. Tuttavia, poiché me lo hai chiesto, mi limiterò a sottolineare alcuni aspetti. Il primo, che però è quello di cui molti si dimenticano, è che il numero della bestia è definito un “numero d’uomo”. Il che fa escludere da subito che sia un numero del diavolo, il quale è citato poco prima esplicitamente come il “grande drago, il serpente antico, che è chiamato anche Diavolo e Satana”. Esso piuttosto vuole indicare, attraverso una sorta di cifratura il nome di una persona. Molti ritengono che il nome sia quello di un personaggio che non poteva essere messo per iscritto esplicitamente. Il nome di un personaggio importante, anzi importantissimo, come un imperatore. Parlarne male sarebbe stato reato capitale. Non solo: anche detenere testi in cui il nome di un imperatore fosse espresso in quei termini poteva comportare la condanna a morte con l’accusa di lesa maestà. Quale fosse poi l’imperatore in questione è discusso: secondo alcuni sarebbe Nerone (anche sulla base di complessi calcoli cabalistici che non dovevano essere sconosciuti all’ebreo Giovanni e ai tanti ebrei cristiani dei suoi tempi), per altri Domiziano. Il primo fu notorio persecutore dei cristiani mandando a morte, tra gli altri Pietro e Paolo. Il secondo, ai cui tempi probabilmente fu scritta l’Apocalisse, instaurò un regno di terrore interno che coinvolse anche alcuni cristiani.»
Mentre parla mi tornano in mente le parole dello storico romano Tacito a proposito delle differenze tra Nerone e Domiziano: “Nerone almeno distolse lo sguardo dai suoi delitti: li ordinò, ma non rimase a godersi lo spettacolo. Sotto Domiziano, invece, la parte peggiore delle nostre miserie era vedere ed essere visti...”
«Ad ogni modo» continua il Maestro «se anche si trattasse dell’Anticristo, un personaggio citato in numerosi testi come l’uomo che alla fine dei tempi perseguiterà i fedeli, la chiave per scoprire il suo nome non andrebbe cercata nella triplice ripetizione del numero 6, come pure sostiene qualcuno, ritenendo il numero 6 quello dell’imperfezione (come il 7 sarebbe quello della perfezione). La numerazione che utilizziamo noi (e che include il “6” fu introdotta in Europa per mezzo degli Arabi solo dopo l’anno Mille. Allora l’apocalisse era già stata scritta da un millennio. Giovanni era un ebreo che scriveva in greco e viveva in un impero latino. Se avesse scritto il numero in latino avrebbe usato la cifra DCLXVI, suggestiva perché racchiude tutti i numeri utilizzati all’epoca (tranne la “M”, usata per indicare “mille”). Se avesse scritto in greco avrebbe usato un sistema sempre alfabetico, diverso da quello latino, utilizzando le lettere CHI, XI, SIGMA, che potrebbero essere le iniziali di un nome. Secondo un’interpretazione cabalistica ebraica il “numero” corrisponderebbe però al nome di “Sorat” un demone preposto alla magia nera, il che sposterebbe l’interpretazione dall’ambito umano nuovamente a quello demoniaco…»
A questo punto la testa comincia davvero a farmi male. Troppe informazioni tutte assieme o troppa nicotina nello studio?
«Insomma» il Maestro ormai è un torrente in piena che nessuno pare in grado di fermare « come si capisce bene, ciascuno ha detto la sua. Tolstoj lo individuava in Napoleone. Qualcuno ci ha visto il Papa. Qualcun altro i codici a barre, internet (www sarebbe 666…) o, in alternativa Bill Gates. Infatti, poiché il suo vero nome sarebbe William Henry III, se trasformi ciascuna lettera del nome nel relativo codice Ascii e le sommi tutte ottieni proprio 666… Questo numero si otterrebbe applicando lo stesso metodo a “MS-DOS 6.21” e “Windows 95”. Se poi ami il gioco d’azzardo sappi che sommando tutti i numeri della roulette, da 0 a 36 avrai come somma 666. Del resto se come diceva Einstein, Dio non gioca a dadi, è difficile credere che possa essere un appassionato del tavolo verde…»
Per esperienza ho imparato che quando il Maestro inizia a fare dell’umorismo è il momento di squagliarsela. Se è una tortura ascoltare le sue lezioni nella camera a gas del suo studio, dover ridere alle sue battute è impresa che va al di là delle mie forze.
Così, rifilandogli l’indecorosa scusa della scadenza del parcometro, infilo la porta.
«A proposito» sento che mi urla dietro mentre già sono sulle scale. «Lo sai quanti sono i posteggi a pagamento in questo paese?»
Ma il vociare di una comitiva di turisti nella piazza mi impedisce di udire la risposta.
Così, ancora tramortito dal fumo inalato nell’antro del Maestro mi infilo nella tranquilla bottega di un mio caro amico, il Filosofo. Ma se volete sapere di cosa abbiamo parlato dovrete attendere fino a domani….
Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5 e ultima
lunedì 1 marzo 2010
Il Maestro e la Bestia
«Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Questa è la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: perché quel numero è di un uomo: il suo numero è seicentosessantasei.»
Il volume si chiude si scatto e un ghigno appare sul volto del Maestro.
«Chi lancia questa sfida» mi dice «è l’autore (al capitolo 13, versetti 16-18), dell’ultimo e più misterioso dei libri che compongono la Bibbia: l’Apocalisse, che vuol dire “rivelazione”. In questo caso rivelazione, di eventi futuri che avverranno, fatta a “Giovanni”. Tradizionalmente questo Giovanni è identificato con l’Evangelista Giovanni, il discepolo che Gesù amava. Il testo, scritto in forma profetica, è volutamente enigmatico e oggetto di interminabili controversie in particolar modo per la corretta interpretazione delle profezie riguardanti i flagelli che colpiranno la Terra negli ultimi tempi.»
Mi asciugo la fronte con il fazzoletto. Il caldo lì dentro mi pare insopportabile.
«L’Apocalisse» il Maestro si interrompe solo il tempo di tirare una boccata dal suo micidiale sigaro «descrive numerose creature misteriose che per secoli hanno infestato di paure l’immaginario cristiano. Basti pensare ai terribili “Quattro Cavalieri” (Pestilenza, Guerra, Carestia e Morte) del capitolo 6 (1-8) che rappresentano la personificazione degli incubi più spaventosi dell’umanità e compaiono in molte raffigurazioni medioevali.»
Mentre parla mi viene in mente che, ancora nel Novecento, queste figure hanno ispirato il romanzo “I quattro cavalieri dell’Apocalisse”, di Vicente Blasco Ibáñez, da cui nel 1921 fu tratto un film che consacrò il mito dell’attore Rodolfo Valentino. Nel 1962 Vincente Minnelli ne trasse un remake ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale.
«Oppure» imperversa il Maestro « possiamo citare i quattro “angeli incatenati” (quattro demoni in realtà) in attesa “dell’ora, del giorno, del mese e dell’anno” in cui “uccidere un terzo dell’umanità” scatenando contro di essa “due miriadi di miriadi” (“miriade” indica il numero 10.000) di armate di cavalieri. Questi ultimi hanno corazze di fuoco, giacinto e zolfo e i loro micidiali cavalli hanno teste di leone, da cui gettano fuoco, fumo e zolfo, e code velenose come teste di serpenti.»
Guardando la bocca del Maestro l’immagine dei cavalli che eruttano fuoco, fumo e zolfo non mi sembra per nulla fantasiosa.
«Senza addentrarci oltre nell’impressionante “bestiario” dell’Apocalisse, bisogna dire che in questo libro sono descritte in particolare due “Bestie” al servizio del drago.»
Il Maestro di nuovo apre il libro che aveva in mano e, per chiarire subito di chi sta parlando, legge.
«E fu precipitato il grande drago, il serpente antico, che è chiamato anche Diavolo e Satana, il seduttore del mondo intero fu precipitato sulla terra e i suoi angeli furono precipitati con lui.»
Di nuovo il libro viene chiuso di scatto, spostando in parte la cortina di fumo che aleggia in permanenza davanti al Maestro.
«Come dicevo, nel capitolo tredicesimo sono descritte» riprende lentamente «le due Bestie generate dal Drago. La prima esce dal mare, che per la Bibbia è sempre dimora dei mostri, come il terribile Leviatano, mostro marino a cui potremmo dedicare un intero incontro. La Bestia uscita dal mare, dicevo, ha dieci corna e sette teste e sulle corna dieci diademi e sulle teste nomi di bestemmia. È simile ad una pantera, ma ha piedi da orso e fauci da leone. Ad essa il drago consegna la sua forza, il suo trono ed il suo gran potere, al punto che gli uomini adorano la bestia dicendo: “Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?”. Al potere smisurato di questa bestia è però concesso un limite temporale: quarantadue mesi, durante la quale viene adorata da quanti sono destinati alla perdizione.»
Lo sguardo inquisitore del Maestro si posa su di me come volesse accertare che io non sia tra quelli, quindi, non so dire con quale risposta, si allontana per riprendere il filo della narrazione.
«La seconda Bestia sorge invece dalla terra» il suo sigaro fa un movimento da sotto il tavolo verso l’alto. «Ha due corna d’agnello e parla come un drago. È una bestia ingannevole, insomma, che si maschera sotto sembianze innocue ed è capace di compiere grandi prodigi, come far scendere il fuoco dal cielo sulla terra davanti agli occhi degli uomini. Con questi costruisce un’immagine della prima bestia e le dà vita, consentendole di imporre un marchio sulla mano destra o sulla fronte degli uomini. E non è possibile eseguire alcun commercio senza quel marchio, o il nome della bestia, o il numero del suo nome. E questo “numero della bestia” è il famoso o per meglio dire famigerato, seicentosessantasei.»
La testa mi gira, di fronte a quella selva di cifre, simboli, creature mostruose e profezie. Il Maestro, con il suo sigaro in mano, mi sembra sempre più l’incarnazione di uno dei flagelli della mia personale e fumosa, Apocalisse.
Se volete sapere cosa è successo dopo, dovrete tornare ancora domani per la quarta parte della storia.
Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
domenica 28 febbraio 2010
DCLXVI post.

Se non avete capito di cosa sto parlando, vi do il classico “aiutino”, sempre invocato in televisione. Avete presente, no?
Conduttore/trice: «Come si chiama la capitale dell’Inghilterra?»
A.: «Un aiutino?»
C.: «Ci sta la regina e c’è un fiume importante che si chiama Tamigi…»
A.: «Un aiutino?»
C.: «Inizia per Lon…»
A.: «Un aiutino?»
C.: «Su, forza è facile: Inizia per “Lon” e finisce per “a”.»
A.: «Un aiutino?»
C.: «Di più non posso dire, il tempo sta per scadere. Si butti!»
A.: «Parigi?»
Questo è ciò che accade in televisione, dove peraltro gli aspiranti partecipanti al Grande Fratello pensano che la città della domanda precedente si scriva L’Ondra (in inglese L’Ondon).
Ma qui non siamo in televisione, qui siamo nella blogosfera e non vi sono telespettatori, ma lettori. Voglio dire: insomma, leggere è ben altra fatica che stare ad ascoltare distrattamente, magari pensando ad altro. Occorre impegno, concentrazione, attenzione, specialmente se, come in questo caso, il blogger si diverte a menare il cane per l’aia da millecentotrenta caratteri (spazi inclusi).
In realtà non si è trattato di un puro (e sadico) divertimento, ma di un esperimento. Chi è giunto fin qui nella lettura (senza saltare, neh! Se lo avete fatto adesso dovete tornare a Vicolo Corto senza passare dal via, dal momento che nel tratto saltato c’è un indizio che è essenziale per la comprensione del post) è certamente in grado di affrontare il resto.
Perché ciò di cui parliamo è uno dei misteri più complessi, per la cui risoluzione si sono esercitate le più acute (e le più folli) menti umane.
Ovviamente chi s’intende di numerazione romana (o chi è diventato un asso nel cercare l’aiutino di cui sopra su wikipedia) avrà capito di cosa sto parlando. Per gli altri un piccolo schema riassuntivo.
La numerazione romana non si esprime attraverso cifre, ma lettere. Ogni lettera ha un valore proprio e l’accostamento di più lettere, da sinistra a destra, si legge come una lunga somma di numeri successivi.
Un esempio:
I = 1
V = 5.
VI = V + I = 5+ 1= 6.
Semplice no? A dire il vero ci sono anche dei piccoli trucchi. Così, ad esempio, 4 si può scrivere IIII, ma più correttamente si scrive IV. In questo caso, il fatto che una cifra di valore inferiore (I = 1) sia scritta alla sinistra della cifra più alta (V = 5) basta a mettere in guardia il lettore sul fatto che non di un’addizione ma di una sottrazione si tratta (IV = V - I = 5 - 1 = 4). Per evitare confusioni, questa regola si applica però solo all’ultima unità, decina o centinaia (ad esempio IX = 9; XC = 90; CM = 900).
Detto questo, vi fornisco tutti gli elementi per decifrare la cifra indicata nel titolo.
I = 1; V = 5; X = 10; L = 50; C = 100; D = 500.
Facile quindi calcolare il valore di DCLXVI…
Voglio tranquillizzare quanti hanno fatto un salto sulla sedia con le parole di uno scrittore, Roger R. Talbot, che ha dedicato a questo numero il romanzo I numeri della sabbia, di cui ho già parlato in questo post, essendo ambientato sul Lago d’Orta.
«Da qui parte una disputa lunga secoli per rispondere a una sola domanda, la più misteriosa di tutta la Bibbia: chi sarebbe l’uomo il cui nome corrisponde al 666?»
«Ha che fare con Satana», replicò subito lei. «L’ho visto un sacco di volte in tv, sui muri delle chiese sconsacrate, o in luoghi dove la polizia aveva smantellato qualche setta satanica.»
«Idiozie per idioti. Il 666 è un mistero che attira e perciò è sempre stato usato per impressionare i creduloni e ricavarne qualche guadagno.»
Roger R. Talbot, I numeri della sabbia
Naturalmente anch’io come voi, mi sono chiesto per quale motivo questo numero sia così misterioso. E chi poteva rispondere a questa mia curiosità se non il Maestro? Così ho preso i miei quattro straccetti e mi sono recato in pellegrinaggio nel fumoso antro di questo inquietante personaggio.
Volete sapere cosa ne è scaturito? Ve lo dirò domani…
Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
sabato 27 febbraio 2010
Un tranquillo week end di paura (in compagina del Maestro)

Con un’avvertenza, però, non fatevi trarre in inganno dalla foto.
Il Maestro, infatti, non ha nulla in comune con quel morbido gattone,tranne, forse, l’amore per i libri. E se dobbiamo rimanere nell’ambito felino posso assicurarvi che quando trascorro un pomeriggio con il Maestro mi sembra di essere piuttosto nella situazione ritratta nella scena qui sopra. Dove naturalmente il più peloso non sono io.
Questo vi dico essendo fresco reduce da una visita allo studio del Maestro. Infatti, avendo finalmente terminato uno di quegli esperimenti che tengo nel mio laboratorio segreto sulla seconda isola, ho potuto dedicare un po’ di tempo a questo blog che ultimamente avevo trascurato.
Se vi domandate cosa mi ha spinto a ripartire proprio dal Maestro, vi risponderò dicendo che il post che pubblicherò domani contiene un mistero così grande da richiedere senza ombra di dubbio la consulenza del Maestro.
Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
venerdì 15 gennaio 2010
La Befana contro Babbo Natale

«Erano tempi di autarchia culturale quelli, prima ancora che economica. Il Regime ostacolava qualsiasi cosa venisse dall’estero, in particolar modo dall’odiata e decadente America.»
Osservo il Maestro parlare e mi domando, silenziosamente, quanti anni potesse avere a quei tempi e, soprattutto, da che parte potesse stare. Nonostante tutto non riesco ad immaginarmelo aggregato ad una squadraccia di picchiatori. Tra l’altro, benché sia praticamente impossibile stabilire la sua età, mi sembra piuttosto di poterla collocare – se proprio dovessi datare la sua giovinezza – ai tempi in cui Noé collaborava con Cavour (e se non conoscete la storia correte subito a leggere questo post!)
«L’opposizione a quanto era straniero e non italiano era sovente implacabile e sempre ottusa e non risparmiava nulla e nessuno. Qualcuno, un bel giorno, decise che Santa Claus era un personaggio troppo americano. Un po’ come accade oggi con Halloween, dimenticandone le antiche origini europee. Ad ogni modo, sembrava inaccettabile che Santa Claus, un simbolo americano consumistico, oltretutto legato ad una bibita americanissima come la Coca Cola, potesse sbarcare impunemente in Italia senza permessi. Così per prima cosa gli si cambiò il nome, cercando di naturalizzarlo. Divenne Babbo Natale, un nome che poteva andare, se si chiudeva un occhio sul fatto che, bianco di pelo com’era avrebbe dovuto essere piuttosto “Nonno Natale” o forse, ancora meglio, “Zio Natale” dal momento che non risulta che il panciuto ometto sia sposato e soprattutto che abbia figliato, cosa peraltro che avrebbe potuto aprire inquietanti interrogativi sulle genealogie familiari, nelle menti dei più svegli tra i pargoli beneficiati dalle sua visite notturne.»
Il Maestro alle volte ha uno strano senso dell’umorismo, tutto suo, che fatico a comprendere, forse anche per via del fumo che a questo punto nel piccolo studio si è fatto così denso da rendere difficile scorgere la sua mano dall’altra parte di quel muro in lento movimento.
«Insomma, la cosa non era più tollerabile e si decise di intervenire in maniera netta, decisa, esemplare. A quei tempi, tuttavia, non era pensabile che i propagandisti del Regime potessero impadronirsi di un simbolo religioso per caricarlo di significati politici. A quei tempi Santa Romana Cattolica Ecclesia sorvegliava ancora con premurosa e vigile attenzione le cose di sua competenza. Nessuno pertanto avrebbe avuto l'ardire di agitare l’immagine del Bambino Gesù – a ben guardare la festa era sua – contro Babbo Natale.
L’idea fu forse considerata, ma subito scartata. Innanzitutto il Bambinello tutto poteva suscitare tranne quell’idea di forza, ardimento e sprezzo del pericolo che si volevano inculcare nelle menti degli Italiani. Secondariamente, esistevano seri dubbi sul fatto che il Bambinello avesse la cittadinanza italiana.
In quella notte di Consiglio in cui metri e metri di piastrelle furono consumate dalle suole chiodate degli stivali; in cui, soprattutto, le migliori menti del Partito vennero spremute fino a sfrigolare e fumare; in quella notte, dicevo, l’idea giusta infine venne.
C’era una sola persona che poteva contrapporsi a Babbo Natale: la Befana. Per prima cosa era italiana, anzi italianissima, perché era tradizionalmente venerata fin dai tempi dell’Impero di Roma, quindi prima dell'avvento dello stesso Bambinello. Secondariamente – benché il suo mezzo non fosse un veloce idrovolante moderno ma una vecchia scopa di saggina – la Befana indubitabilmente volava, con indubitabile sprezzo del pericolo per giunta. In terzo luogo la Befana era patriottica perché femmina e in quanto tale poteva facilmente svelare la sua vera identità: nascosta sotto la maschera della vecchia stava il volto giovane – e bello – dell’Italia.»
A questo punto ho le lacrime agli occhi, non tanto per il racconto quanto per il fumo che si aggira sinuoso per la stanza, scivolando strato su strato a serrarmi la gola, cingendola con un cappio da cui dubito di potermi sottrarre vivo.
«Nacque così» conclude il Maestro «la Befana Fascista, che si sviluppò come un’organizzazione di beneficenza del Regime, da contrapporsi non solo all’americano Santa Claus - Babbo Natale, ma anche alle organizzazioni caritatevoli cattoliche, strette attorno l’immagine tremante di freddo – e forse non solo di quello – del Bambinello.»
mercoledì 7 gennaio 2009
Un Maestro di Natale
A Natale tutti sono più buoni. Anche il Maestro non fa eccezione a questa regola. Così le volute del suo sigaro sembrano uscire dalla pipa di un bonario e saggio mago seduto nella sua capanna piuttosto che dalle consuete fauci di un iroso e infido drago nel suo antro.
«Le dodici notti sommano una serie di credenze provenienti dalle più diverse culture. Noi tendiamo a credere che la tradizione sia una sorta di mitologico cristallo, immutabile nel tempo. In realtà, finché essa è viva, viene continuamente rielaborata e modificata, a volte inconsciamente altre volte per un fine ben preciso. La novità di oggi, se ha successo, è la tradizione di domani. Si modifica continuamente come un cangiaforme, ma per accorgersene il nostro sguardo deve andare oltre il suo limitato orizzonte cronologico. Spesso infatti i cambiamenti sono così impercettibili da risultare quasi invisibili. Altre volte però sono così improvvisi da risultare irritanti per i severi custodi della forma. Se la novità prende piede, però, diventa tradizione! Molte cose che riteniamo “tradizionali” furono inventate di sana pianta da qualcuno, che faticò magari a farle digerire ai suoi contemporanei. Potremmo dire che “tradizione” è ciò che una generazione riceve dalla precedente, elabora e trasmette alla successiva. Se questa per qualche motivo la rifiuterà, essa morirà. Prima di esalare il suo ultimo respiro, però, qualcuno forse la trasformerà in un oggetto da museo, cristallizzandola. E dopo alcune generazioni, magari, qualcuno riterrà di sciogliere quel cristallo dando nuova vita alla tradizione. O così almeno crederà di aver fatto. Insomma, è tutto molto complicato. Del resto, come diceva il grande Oscar: la verità è raramente pura, e mai semplice…»
Quella citazione di Wilde in bocca al Maestro mi sorprende e mi confonde. L’ho sempre creduto un uomo dalle ferree convinzioni, invece scopro un personaggio capace di fare del dubbio un metodo. Come ci si sbaglia, a volte, sulle persone.
«Natale, Capodanno, l’Epifania, sono un crocevia di storie, leggende, credenze intrecciate con la religione, ma anche con l’economia, l’ideologia e la politica…»
« Sono allibito: non c’è dunque riparo all’invadenza della politica?»
«Qualcuno ti potrebbe anche rispondere che il privato è politico» sorride sornione il Maestro. «Comunque si possono fare vari esempi di quello che ti ho detto: potremmo parlare degli oscuri intrecci tra Babbo Natale e la Coca Cola; o delle due Befane, quella buona e quella cattiva, diventate una sola; del numero dei Magi e del perché divennero tre Re; della festa del Sol Invictus; di Odino dalla barba bianca che dispensa regali; o della concorrenza tra l’americano Babbo Natale e la Befana Fascista…»
Mentre parla fatico a prendere appunti. Sarà lo spumantino o il panettone che mi ha offerto poco prima. Sarà il fumo o l’atmosfera natalizia…
«Sarebbe un discorso lungo, ma» il Maestro alza l’indice della mano destra «ora devo pensare ai regali per i miei nipotini, quindi faremo bene a rimandare il tutto a dopo la Befana...»
domenica 21 settembre 2008
I draghi del lago d’Orta - 5
«Che le cose stessero come ti ho detto, si intuisce anche da un altro fatto. Gli indigeni, se così posiamo chiamarli, tengono infatti uno strano comportamento nei confronti dei due fratelli. A Gaudianum, ad esempio, alcuni uomini si trovavano a passare per la via dove si stava costruendo la chiesa. Tra parentesi: la cosa è interessante, perché noi sappiamo che l’oratorio venne costruito lungo una via che collegava Novara all’Ossola. Ad ogni modo, questi uomini hanno un timore. Ascolta cosa dice la Leggenda.»
Il Maestro riapre il librettino alla pagina 30.
«Si dissero l’un l’altro: “pensi che tali uomini costringeranno anche noi a trattenerci ad aiutarli? Per poter passare oltre facilmente con una scusa, mettiamo uno di noi sdraiato sul carro come se fosse morto; diremo di avere un cadavere; con una scusa di questo genere, infatti, passeremo subito oltre e non saremo trattenuti per un così gran lavoro. Crediamo infatti di non poter essere esonerati in altro modo.»
Il maestro chiude il libro e mi lancia un’occhiata come per sottolineare quelle parole.
«La storia continua coi due fratelli che effettivamente li fermano, invitandoli a dare una mano. Loro spiegano che devono portare il corpo dell’amico morto per dargli sepoltura. Giulio e Giuliano li ammoniscono a non mentire. Quelli insistono e vengono lasciati liberi di ripartire, ma quando infine si fermano il loro compagno non scende dal carro. Lo chiamano, gli dicono di non fare lo stupido, infine lo tirano finché si accorgono che l’uomo è morto sul serio. A parte la conclusione moralistica, quel che mi sembra significativo è il fatto che gli uomini avessero il fondato timore di essere costretti a lavorare e la consapevolezza di non poter essere esonerati in altro modo. Questo vuol dire che chi li fermava aveva autorità e potere di persuasione non solo morale. Ancora più interessante è però l’atteggiamento dei barcaioli.»
Il Maestro fa una lunga tirata di sigaro, per creare un po’ di suspence, mentre le mie cellule cerebrali ormai boccheggianti implorano un po’ di ossigeno.
«Secondo la tradizione Giulio non trova nessuno disposto a traghettarlo fino all’isola. Nelle versioni più addomesticate si parla del fatto che il santo non trova alcuna barca lungo la sponda, il che suona strano in un lago piccolo dove i pescatori erano certo numerosi. In altre versioni si dice chiaramente che i barcaioli rifiutano di portarlo sull’isola. La paura dei draghi è il motivo dichiarato. La paura di compiere un sacrilegio è invece l’ipotesi più probabile. In effetti sarebbe occorso un bel coraggio per traghettare un simile passeggero, chiaramente animato da intenzioni bellicose nei confronti delle divinità del lago, su un’isola sacra. Nota che la paura è tanta che le lettere dell’imperatore non paiono sortire effetto. Del resto un timore immediato e sicuro è sempre più forte di un timore possibile ma lontano. Così Giulio deve ricorrere alla sua arma segreta: il mantello zattera.»
«Mi pare di capire che non crede al miracolo…» azzardo.
«Quanto a quello di San Brendano che navigò su una barca di pelle nel mare del nord e sostò sul dorso di una balena!» ride il Maestro. «Comunque io ho una mia teoria… e non escludo che un giorno vedrai qualcuno navigare sull’acqua a bordo di un mantello! Ma questo è un trucco a cui sto lavorando e di cui ti parlerò un’altra volta, se ne avrò voglia…»
Così, lasciandomi sulle spine, il Maestro mi congeda con un gesto. Trovo a fatica l’uscita nella caligine dello studio. Solo quando sono fuori e i polmoni si dissetano di aria mi rendo conto che non sono riuscito a chiedergli nulla sulle profezie della fine del mondo. Di rientrare in quell’antro, però non se ne parla.
Almeno per ora.
I draghi del Lago d'Orta
Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Parte quarta
Parte quinta
sabato 20 settembre 2008
I draghi del lago d’Orta – 4

«I draghi sono quindi un simbolo del diavolo e, non a caso» il Maestro torna a fissarmi «San Giulio è invocato negli esorcismi. Sull’isola ancora si conserva la gabbia in cui un tempo erano rinchiusi gli indemoniati.»
Queste parole mi fanno venire in mente una storia che ho ascoltato tempo fa dal Barcaiolo.
«Dobbiamo dunque pensare che sull’isola vi fosse una colonia di demoni infernali?» domanda retoricamente il Maestro. «Certo che no! Qui arriviamo al terzo modo di analizzare la leggenda e ci viene in soccorso lo storico. Prima di dare una risposta dobbiamo tuttavia chiarire chi fosse il prete Giulio, e cosa ci facesse un greco nativo dell’isola di Egina sul nostro lago. Una risposta ce la fornisce la stessa leggenda della vita del santo… A proposito, sai perché si chiama “leggenda”?»
«Ehm, a dire il vero…»
«Si vede che il latino non è il tuo forte!» ride. «Leggenda vuol dire che è da leggere! Erano storie delle vite dei santi che erano lette a scopo, potremmo dire, didattico educativo. La leggenda della vita del santo Giulio è piuttosto antica, anche se i manoscritti più antichi sono posteriori al 1066. Vi si trova infatti un riferimento all’uccisione del diacono Arialdo, che in quell’anno fu trucidato sull’isolino Partegora, di fronte ad Angera. Nuclei della leggenda sono però ritenuti più antichi e dovrebbero risalire al VI-VII secolo. Orbene, ascolta questo passaggio, tratto da un vecchio codice del XIII secolo. I due fratelli si sono presentati di fronte al cattolicissimo imperatore Teodosio, che a quei tempi risiedeva nell’Istria e aveva imposto per legge che tutti i sudditi dell’impero diventassero cristiani, vietando ogni forma di culto dei pagani. Lì sono accolti con rispetto dal Imperatore, che ritenendoli due esuli perseguitati domanda loro cosa desiderino, pronto a rendere loro giustizia. Ascolta cosa chiedono invece.»
Con uno dei suoi guizzi improvvisi il Maestro afferra un librettino dedicato a San Giulio Prete, edito dal Monastero Benedettino dell’isola nel 1986, aprendolo alla pagina 22.
«“Ci occorre l’appoggio delle sacre credenziali della tua clemenza e queste ti chiediamo, perché con la loro autorità, ci sia permesso distruggere tutti i simulacri profani del tuo regno, tagliare i boschi sacri e dare alle fiamme le loro are e i loro templi. In tal modo, eliminati e distrutti questi, possiamo erigere edifici consacrati a Cristo Signore, dedicarvi altari e in essi immergere nelle sacre acque battesimali le popolazioni ristorate dalla rugiada della dottrina… In questo modo noi combattiamo per la purezza della fede e tu realizzi i tuoi santi propositi.”»
Il Maestro mi indirizza uno sguardo di trionfo, prima di riprendere la lettura.
«L’imperatore, pieno di gioia, disse loro: “Vi do, secondo la vostra richiesta, le sacre lettere in modo che i patrizi, i capi dei soldati, i tribuni, i centurioni e tutti coloro che sono costituiti in autorità, obbediscano per mio ordine alle vostre parole. Il popolo conformemente a quanto voi avete stabilito vi presti aiuto con degna obbedienza e i prepositi collaborino con voi perché la santa Chiesa si moltiplichi e cresca per opera vostra. E chiunque dei nostri, disprezzando il comando, si sottrarrà alle disposizioni che abbiamo opportunamente stabilite, subirà la pena capitale.”»
Il Maestro richiude il libretto e tira una lunga boccata di tossine, prima di riprendere a parlare.
«Agli occhi dei primi cristiani gli dei pagani altro non erano se non demoni da combattere con ogni mezzo. E un tempio pagano era un’anticamera dell’inferno, da abbattere e distruggere. Se guardiamo il percorso compiuto dai due fratelli, troviamo che le loro non erano solo vuote parole. Giunti nel Lazio, dapprima si fermano nella località chiamata “Aquae Salviae”, a cinque miglia da Roma, dove, tra gli altri miracoli, mettono in fuga i demoni. Giunti in Lombardia, a Brebbia distruggono il santuario di Minerva, connesso alle sorgenti sacre. Poi si spostano ad Angera, dove esisteva un antro dedicato al dio Mitra, ma se ne vanno in gran fretta. Secondo la leggenda per aver previsto il martirio di Arialdo. Per non fare una brutta fine sospetto io. Negli stessi anni infatti alcuni missionari cristiani vennero trucidati dagli abitanti della Val di Non, inferociti perché questi stavano abbattendo i loro idoli. Se consideriamo che Mitra era sacro ai soldati, che Angera era sede della flotta romana del Verbano e che i militari dell’epoca erano per lo più barbari dal gladio facile, si intuisce che un pericolo potesse effettivamente esserci.»
La mano del Maestro passa davanti al collo, con un rapido gesto.
«Dopo di che i due fratelli giungono sul lago d’Orta e costruiscono a Gaudianum, l’odierna Gozzano, la loro novantanovesima chiesa, quello che è attualmente l’oratorio di San Lorenzo. Gli scavi compiuti all’interno della chiesa hanno evidenziato la presenza di iscrizioni celtiche e tombe romane, per ciò è probabile che nelle vicinanze del villaggio ci fosse qualche area sacra. Infine Giulio si sposta sull’isola per costruire la centesima chiesa, dove intende porre anche la sua tomba. Ti pare che avrebbe scelto uno scoglio disabitato e insignificante?»
«In effetti mi sembra improbabile» ammetto.
«Gli scavi archeologici hanno dimostrato» riprende il Maestro «che l’isola fu frequentata dal neolitico fino a tutta l’età del ferro. Non vi sono state rinvenute tracce di un’occupazione in età romana, salvo un’epigrafe che vi fu portata nell’alto medioevo come pietra di recupero. La cosa del resto è comprensibile. Durante l’età preistorica l’isola era certamente un ottimo posto per insediarsi, essendo ben difeso naturalmente e al centro di un lago pescoso. In età romana è probabile che l’isola, come molti altri centri preromani, sia stata abbandonata dalla popolazione a favore di nuovi villaggi costruiti lungo le strade principali. Ora, questa è solo un’ipotesi, ma non è così peregrina, è possibile che il luogo dell’antico insediamento sia diventato un luogo sacro, in quanto era stata la dimora degli antenati. Oltretutto, nella religiosità delle popolazioni indigene, che non dimentichiamocelo erano di stirpe celtica per quanto romanizzati, un’isola con un bosco, al centro di un lago dalle acque sorgive, offriva gli elementi ideali per essere considerata un santuario. Essi infatti adoravano le divinità nei boschi, accanto alle sorgenti e sulle isole. Non dimentichiamoci che il santuario principale dei druidi delle isole britanniche si trovava sulla piccola isola di Mona.»
«A quali divinità potrebbe essere stato dedicato un simile santuario?» domando incuriosito.
«Questo è impossibile dirlo» sbuffa il Maestro «in assenza di testimonianze archeologiche. È però interessante notare che nel Novarese era particolarmente sentito il culto di Mercurio e delle Matrone. Lo sappiamo da numerosi ritrovamenti archeologici. Si tratta di divinità celtiche, di cui ignoriamo il nome originale, che vennero romanizzate ma conservarono molti degli attributi indigeni. È interessante il fatto che sia le Matrone che Mercurio, dio dei commerci e secondo Cesare principale divinità dei Galli, nella Gallia Cisalpina (quindi anche dalle nostre parti) sono quasi sempre associati ai culti delle acque. Infine, ma questo forse è solo un caso, il simbolo di Mercurio è il Caduceo, un bastone attorno a cui sono arrotolati due serpenti o, meglio, due piccoli draghi.»
I draghi del Lago d'Orta
Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Parte quarta
Parte quinta
venerdì 19 settembre 2008
I draghi del lago d’Orta - 3

Il mio interlocutore corre il serio rischio di cedere ad un altro dei suoi molti difetti: la prolissità. Lo intuisco dallo sguardo che inizia a vagolare nell’aria inseguendo le volute di fumo mentre parla. Così entro a gamba tesa nella geometria dei suoi ragionamenti.
«Ma l’osso del drago che sta appeso nella sacristia della basilica?» domando con aria fintamente ingenua. «È di dimensioni ben maggiori a quelli di una vipera…»
«L’osso del drago!» il Maestro mi fulmina con un’occhiataccia. «Benedetta ignoranza! Come prima cosa, si dice che l’osso sia stato trovato nel Buco dell’Orchera, qui a Orta e non sull’isola. Secondo: quella è una vertebra di balena. Terzo, poiché le balene vivono nel mare, e certamente non possono risalire a nuoto fino al lago d’Orta, quell’osso è stato portato qui, via terra, da qualcuno. Per quale motivo? Ascolta le parole del Cotta!»
Con uno scatto riapre il libro, stavolta alle pagine 316 e 317 e legge.
«Tra gli progenitori di quella razza pensano alcuni si ritrovassero bestie di corporatura uguale ad un uomo, e ne deducono l’argomento dalla proporzione di un osso (questo è un nodo del dorso) il quale appeso al cielo della sagristia, si mostra a’ creduli curiosi, con asserirglielo avanzo di quei brutti animali.»
Il libro chiuso di scatto apre, con l’aria smossa, un labile varco nella caligine dello studio. Gli occhi del maestro scintillano per un istante in quel vuoto, prima che si avventi come un serpente sul sottoscritto.
«Hai capito?» mi domanda «Creduli curiosi! Neanche il Cotta, che nacque nel diciassettesimo secolo, credeva a quella panzana!»
«Dobbiamo dunque credere» domando «che San Giulio abbia compiuto la grande impresa di scacciare un po’ di vipere e di bisce d’acqua dall’isola? In effetti mi è capitato di vederne alcune lunghe più di due metri e con un diametro di almeno cinque o sei centimetri…»
«Non si può escludere che sull’isola ve ne fossero» il Maestro si appoggia allo schienale col sigaro in verticale nella sinistra. «Se l’isola era disabitata, come è probabile che fosse. La questione però è un’altra. Non è un caso che il Cotta, che già aveva avuto i suoi problemi col Vescovo… ma questa è un’altra storia… si affanni a sostenere che il racconto va preso alla lettera. I serpenti e i draghi invece sono un simbolo!»
Per dare enfasi a quella parola il Maestro traccia uno strano segno nell’aria col sigaro, come volesse disegnare un’inquietante immagine di fumo. Poi riprende.
«E fu precipitato il grande drago, il serpente antico, che è chiamato anche diavolo e satana, il seduttore del mondo intero fu precipitato sulla terra e i suoi angeli furono precipitati con lui.»
Mentre l'eco delle parole dell’Apocalisse di Giovanni si spengono nello studio, noto per la prima volta il quadro alle spalle del Maestro. Ritrae un uomo dietro una nuvola di fumo. Un uomo sul cui volto è disegnato un ghigno che non esiterei a definire malvagio. Un uomo che altri non è se non il Maestro.
E un lungo brivido mi corre lungo la schiena.
I draghi del Lago d'Orta
Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Parte quarta
Parte quinta
giovedì 18 settembre 2008
I draghi del Lago d’Orta - 2
I draghi del Lago d'Orta
Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Parte quarta
Parte quinta
mercoledì 17 settembre 2008
I draghi del lago d’Orta - 1
Lui è così. O lo ammazzi o stai ad ascoltarlo. Nel primo caso, però, non potrei scrivere su Il Lago dei Misteri del nostro incontro nel suo fumoso antro, così ingoio il rospo e non dico nulla a difesa di uno dei post più folli (lo ammetto) che abbia scritto sul blog.
Ironia della sorte, ero venuto a trovare il Maestro per parlare delle voci sulla fine del mondo, ma ora l’unica fine che riesco a prevedere è la mia. Perché il Maestro stavolta pare proprio deciso ad uccidermi, soffiandomi addosso il fumo pestilenziale del suo sigaro come neanche il drago Smog contro il povero hobbit Bilbo Baggins…
«Andiamo per ordine» le punte delle dita grassocce del Maestro si toccano nel fumo che aleggia perenne davanti al suo viso. «Secondo la leggenda, il prete Giulio, greco dell’isola di Egina, giunse sul lago ai tempi dell’Imperatore Teodosio, con patenti imperiali che gli consentivano di costruire chiese in onore al vero Dio. Lasciato il fratello Giuliano a costruire la chiesa di Gozzano, Giulio si incamminò lungo la costa occidentale del lago. Dopo essersi ristorato ad una fonte, che da allora prese il nome di Fontana di San Giulio, giunse alla punta Casario. Da qui desiderava raggiungere lo scoglio isolato al centro del lago. Non trovando però barcaioli che lo potessero accompagnare, stese il suo mantello sull’acqua e, usando il bastone come remo, raggiunse l’isola navigando su quella miracolosa zattera. Cosa accadde poi ce lo dice il Cotta.»
La mano del Maestro si muove fulminea, afferrando la Corografia della Riviera di San Giulio di L.A. Cotta (nell'edizione del 1980 curata da Carlo Carena), e apertala senza esitazione alla pagina 316, inizia a leggere il passo.
«Salito il santo sulla sommità dello scoglio, vi formò una piccola croce con ramoscelli schiantati da uno di quei cespugli, e ficcatala nella fessura d’un sasso, armossi col sacrosanto segno di Croce, e rivolto a quelli animali gridò: “Sbucate dalle vostre tane, o bestie micidiali, ragunatevi quindi, e attente uditemi. Sono già tanti anni che possedete questo mucchio di sassi e l’ammorbate col vostro fiato; egli è ormai tempo che ve ne andiate ed a me, servo di Gesù Cristo, si lasci libero per fondarvi una basilica ai santi Apostoli e tramutarlo in abitazione d’uomini. Via dunque, sgombratelo, e fra i burroni e macchie di quelle balze – segnando il vicino monte Camozzino posto alla ripa orientale – finiscano le vostre pestilenze e il propagarvi.»
Mentre parla, la mano del maestro si agita nell’aria ed indica con precisione, fuori dalla finestra, il monte Camosino, dall’altra parte del lago.
«A seguito di questo ordine» il Maestro chiude di scatto il libro «tutte le bestie si gettarono in acqua, attraversando il lago a nuoto per dirigersi nel luogo del loro esilio. Fin qui la leggenda. Ora vedremo quale mistero si nasconde dietro queste parole…»
I draghi del Lago d'Orta
Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Parte quarta
Parte quinta
lunedì 7 luglio 2008
Il Maestro e Margherita – 2
«Questo si è un mistero» ride il Maestro «dal momento che non solo gli antichi commentatori, ma persino il Cantù, situano a Milano il luogo dell’esecuzione.
Azzardo un’ipotesi: ad Invorio esisteva una “via pusterla”. Il termine pusterla, o posterla, designa infatti una piccola porta nella cinta fortificata. La stessa casata dei Pusterla prese il cognome proprio dall’avere dimora accanto ad una di queste porte a Milano. Ora, qualche invoriese, desideroso di arricchire la propria terra di una romantica leggenda, avrà pensato che la via fosse stata dedicata a Francesca Pusterla.
Una cosa simile è avvenuta anche a Gozzano, dove esisteva l’antica “via villa”. Qualche amministratore erudito pensò bene di leggere “via Villa”, interpretando la dedicazione alla regina Willa, moglie di Berengario II, protagonista del famoso assedio nel castello dell’Isola di San Giulio. Così la strada divenne “via Regina Villa”, mentre in origine designava semplicemente una zona del borgo di Gozzano denominato “villa”, anche questo un termine medievale.
Tornando ad Invorio, possiamo aggiungere che un fantasma è un buon modo per far parlare dei monumenti, se si vogliono attirare turisti. Del resto non mi risulta che nessuno abbia mai visto, realmente, lo spettro di Margherita Pusterla ad Invorio…»
Il maestro e Margherita, prima parte.
domenica 6 luglio 2008
Il Maestro e Margherita – 1
Avevo deciso di sottoporre al Maestro la storia di Margherita Pusterla, prima di pubblicarla, ma il fascino della vicenda, che confesso mi ha preso la mano, e una gita in montagna, che mi ha impedito di andarlo a trovare prima, pongono ora il mio racconto sotto il suo inesorabile giudizio.
«Tanto per cominciare Francesco Pusterla non era quello stinco di santo che Cesare Cantù tratteggiò nel romanzo “Margherita Pusterla”» il Maestro sbuffa un anello di fumo. «Certamente era scrupoloso nell’onorare i doveri coniugali: così tanto che durante i banchetti abbandonava gli invitati, trascinando Margherita nella camera per consumare rapidamente gli appetiti che nascevano sotto la tavola, per così dire. Quando poi la moglie era gravida, o indisposta per altri motivi, o assente essendo egli in viaggio, il nostro dava l’assalto a qualunque donna gli capitasse a tiro, serve e cortigiane comprese, naturalmente.
Quanto poi all’amore di Luchino per Margherita, non tutti i commentatori antichi sono d’accordo. Alcuni sostengono che effettivamente si fosse invaghito della bella cugina, ma per altri la congiura aveva ben altre cause. La nobiltà antica di Milano mordeva infatti il freno sotto la Signoria dei Visconti, vedendo ridimensionato il proprio ruolo, mentre ai mercanti e al popolo era gradito, dal momento che sotto il governo di Luchino Visconti si poteva andare per il territorio lombardo “impunemente e senz’armi”. Cosa che, naturalmente, faceva molto bene all’economia.
Lo sterminio dei Pusterla fu molto utile ai Visconti perché dopo di esso nessuno osò più sollevarsi contro di loro, per quanto i Milanesi siano già paurosi di natura, chiosa perfidamente Pietro Azario, un cronachista dell’epoca. Il quale però era novarese e quindi aveva il dente avvelenato contro i lombardi.
I Visconti del resto facevano quanto i re avrebbero fatto in Francia: eliminavano la vecchia nobiltà feudale sostituendola con parvenu fedelissimi alla monarchia, in quanto elevati spesso da infime condizioni. Dei gentiluomini di Luigi XI si sarebbe detto, nel secolo successivo, che portavano una lunga chioma per nascondere lo orecchie tagliate, segno infamante del loro passato di canaglie.
Occorre dire poi che Luchino Visconti fu ripagato con la stessa moneta dalla moglie, la bellissima Isabella “Fosca” Fieschi, la quale, mentre il marito era a costretto a letto dalla gotta, organizzò una gita in battello da Milano a Venezia per sole dame. Una gita che passò alla storia per le avventure amorose delle focose gitanti.
Famosa fu anche la confessione resa dalla donna per poter ottenere la salvezza dell’anima dalle pene dell’inferno. Essendo ormai morto il marito (qualcuno insinua da lei avvelenato per sfuggire alla punizione, dopo la “gita di piacere” a Venezia), dichiarava che il primogenito Luchino Novello non era figlio di Luchino. Dietro quest’ultima confessione, si cela però forse la mano dell’arcivescovo Giovanni Visconti, fratello di Luchino, eminenza grigia della politica e delle complicate successioni familiari viscontee.
Torniamo però alla nostra bella e sfortunata Margherita, contesa dai due focosi nobili. La sua fine è alquanto diversa da quella raccontata dalla leggenda. Essa infatti fu decapitata, “come un’altra Ecuba” dice sempre l’Azario, dopo il marito e i figli, sulla piazza del Broletto a Milano. Difficile pertanto che il suo fantasma si aggiri dalle parti di Invorio…»
Continua
martedì 27 maggio 2008
I cunicoli
Decisamente quello dei cunicoli è un mistero difficile da spiegare. Non posso che chiedere a lui…
«I cunicoli!»
La risata del Maestro rimbomba nello studio invaso di fumo, facendomi quasi pentire di avergli fatto quella domanda. Alla fine mi punta contro il terribile sigaro.
«Questa storia dei cunicoli è un’assurdità» sbuffa una nuvoletta. «Se fosse vera ogni castello avrebbe decine di passaggi segreti da cui si potrebbe arrivare, sempre passando sottoterra, fino ad altri castelli. Bada bene: anche se si trovano dall’altra parte della valle o addirittura del lago! Sarebbero opere di ingegneria straordinaria, questi cunicoli.
A cosa sarebbero serviti poi? Per andare dalla Torre di Buccione al Castello sul Monte Mesma, ad esempio? Ma dove avrebbero messo la terra di una simile opera, secondo loro? Mi dicano! Che poi i due castelli appartenevano pure a potenze nemiche: Buccione al Vescovo, il Mesma al Comune di Novara. E in quel tempo tra i due, altro che carità cristiana: volavano scomuniche, sganassoni, spadate e molte frecce!»
«Quindi è tutto inventato?» azzardo.
«Tutto magari no. Ogni castello poteva avere delle cantine e dei piccoli passaggi per uscire di nascosto. Ma raramente superavano il centinaio di metri. Non dimentichiamoci cosa comportava scavare dei tunnel all’epoca, in terreni per lo più sabbiosi, oltretutto. Lo facevano se era indispensabile, non certo per il divertimento di far buchi.
Spesso i cunicoli erano realizzati durante gli assedi. Gli assedianti scavavano per arrivare sotto le mura e minarle; gli assediati per fare ai nemici una bella sorpresa. Una guerra di talpe, insomma. I francesi, ad esempio, ne stavano scavando uno a Torino, quando Pietro Micca fece saltare tutto. Ma questa è un’altra storia...
Eppure questa dei cunicoli è una delle tradizioni più radicate. Ogni volta che parlo di castelli c’è qualcuno che vuole spiegarmi che da lì si arriva in quel posto piuttosto che in quell’altro!»
Una rete fittissima nel sottosuolo...
Non oso dire al Maestro di quanto sussurrano taluni: che molti cunicoli si collegherebbero ad una rete di passaggi molto più antica, scavata prima che la nostra specie apparisse sul pianeta. Gallerie che porterebbero in luoghi segreti, difesi da parole d’ordine stabilite all’alba del mondo, in lingue non umane. Luoghi nel ventre della terra in cui sarebbero custoditi tesori inimmaginabili e oggetti capaci di donare al possessore virtù, forza, ricchezza.
Occorre solo trovare il coraggio di infilarsi, nelle viscere della terra, per cercarli…
«È pericoloso inseguire certi sogni!»
Come se mi avesse letto nella mente il Maestro mi ammonisce con voce severa.
«Di tanto in tanto, qualche imprudente, inseguendo questo sogno, finisce in trappola. I cunicoli si rivelano per quello che sono: buchi pericolanti nel terreno, dove basta muovere una pietra per provocare un crollo e una tragedia. È accaduto non lontano da qui, purtroppo, ad un ragazzo che voleva esplorare i sotterranei di un castello in rovina. Decidemmo allora di sigillare tutti i passaggi, per evitare altri incidenti simili.»
mercoledì 14 maggio 2008
I sotterranei di Novara – 2
Il Filosofo mi aveva avvertito.
«Tra i tanti personaggi che, di tanto in tanto, mi vengono a trovare è forse il più singolare.»
Ora, seduto davanti alla scrivania, osservo il Maestro lanciare pigramente cerchi di fumo in aria, mentre il suo sigaro pestilenziale termina di avvelenare la poca aria rimasta nello studiolo.Il Maestro non ha mai insegnato a scuola, di questo il Filosofo è certo; ma non ha idea del perché lo chiamino così.
«Quante baggianate si raccontano!» ride strizzando gli occhi dietro gli occhialini, mentre il pizzetto ingiallito di fumo improvvisa una strana danza saltellante sotto il suo mento. «Fantasmi, streghe, misteri… a tutto c’è una spiegazione logica!»
«è proprio per questo che mi sono rivolto a voi» azzardo. «Mi hanno detto che avete raccolto moltissime notizie sui molti misteri del lago…»
«Dimostrando» mi interrompe puntandomi contro il sigaro «senza ombra di dubbio, che si tratta di montature. Non ci sono segreti, misteri o altro su cui indagare. Al limite qualche allucinazione, qualche suggestione, qualche truffa.»
«Infatti il vostro punto di vista sarebbe utilissimo» preciso. «Vorrei farle alcune domande per il blog che sto realizzando…»
«Internet…» storce il naso. «Pare che non sappiate pensare ad altro voi giovani! Lo sai che Internet collasserà nel 2011? È un fatto tecnico, dovuto al sovraccarico della rete per via delle quantità sempre crescenti di dati trasmessi... Comunque, cosa volevi sapere?»
«Tanto per cominciare, ho aperto una breve parentesi sui misteri di Novara. Così mi chiedevo se poteva dirci qualcosa del cavallo d’oro nei sotterranei del castello…»
«È presto detto: Leonardo stava studiando una grande statua equestre in bronzo per Ludovico il Moro. Una statua dedicata a Francesco Sforza, fondatore della casata e padre del Moro. La progettazione impegnò Leonardo per molti anni dal momento che lo scultore intendeva costruire qualcosa di assolutamente eccezionale. Finché, pressato dalle richieste del Duca, realizzò un modello in creta, che fu esposto al pubblico e che malauguratamente andò distrutto durante l’occupazione francese di Milano del 1499.
Considerate le difficoltà tecniche legate alla realizzazione di una statua come quella, gli storici ritengono che non sia stato realizzato altro che il modello esposto. Secondo alcuni però la vera statua sarebbe stata realmente costruita. E non sarebbe stata realizzata in bronzo, bensì in oro. Una colossale cavallo d'oro, realizzato col tesoro accumulato dagli Sforza. Per nasconderla alle truppe nemiche il cavallo sarebbe stato nascosto nei sotterranei del Castello di Novara. Sarebbe stato proprio il desiderio di dare un ultimo sguardo alla statua a perdere il Duca, che a Novara venne fatto prigioniero il 10 aprile del 1500.»
Il Maestro tira una lunga boccata dal sigaro.
«Ma ovviamente…» conclude giocherellando con il pesante anello d’oro che porta al dito «sono tutte sciocchezze...»
Post più popolari
-
Non volevo entrare nella nota polemica sulla disparità di trattamento tra la Befana, costretta a girare da sola con le scarpe rotte e il man...
-
Nel novembre del 1897 in fondo ad un pozzo a Coligny (Ain, nel sud della Francia), fu ritrovata una statua di Marte alta 174 cm assieme a n...
-
Dopo quasi un anno di incessante lavoro, Alfa ha deciso di prendersi una vacanza dal blog. Per lasciare i suoi lettori impegnati durante la ...
-
Questa notte i sogni del nostro amico Alfa erano turbati. Si agitava come un pazzo per sistemare una serie di cose in un edificio fatiscient...
-
Ovvero, chi visita questo blog, parte seconda. Scorrendo l’elenco delle frasi che hanno digitato i lettori di questo blog per giungere fino ...
-
Presumo che solo pochi tra i cinque (quattro escluso l’autore) lettori di questo blog sappiano che sulla ridente sponda (non so perché si...
-
Una cupa vena di preoccupazione le solca la fronte mentre mi versa una squisita tisana di menta, camomilla e finocchio. La Signora degli Ani...
Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.