venerdì 19 settembre 2008

I draghi del lago d’Orta - 3




«Innanzitutto dovremo chiederci» il sigaro passa improvvisamente da destra a sinistra nella bocca del Maestro «che tipo di “draghi” affrontò il Santo? La risposta si ricava facilmente dalla leggenda stessa. Poiché i “draghi” furono confinati sul monte Camosino, che è un noto viperaio, queste bestie, almeno nella fantasia degli agiografi, erano sostanzialmente delle grosse serpi. Questo è confermato peraltro dall’iconografia, dove si vede il santo, a bordo del mantello – zattera, accostarsi ad un’isola brulicante di grossi serpenti che protendono bocche e lingue velenose. D’altro canto l’identificazione del “draco” col serpente è abbastanza frequente nei testi antichi, nonostante alcuni tentativi di distinzione tra anguis che vive nel mare, serpens che striscia sulla terra e draco che vola nell’aria. Ma già Isidoro di Siviglia riteneva inapplicabile tale distinzione e infatti...»
Il mio interlocutore corre il serio rischio di cedere ad un altro dei suoi molti difetti: la prolissità. Lo intuisco dallo sguardo che inizia a vagolare nell’aria inseguendo le volute di fumo mentre parla. Così entro a gamba tesa nella geometria dei suoi ragionamenti.
«Ma l’osso del drago che sta appeso nella sacristia della basilica?» domando con aria fintamente ingenua. «È di dimensioni ben maggiori a quelli di una vipera…»
«L’osso del drago!» il Maestro mi fulmina con un’occhiataccia. «Benedetta ignoranza! Come prima cosa, si dice che l’osso sia stato trovato nel Buco dell’Orchera, qui a Orta e non sull’isola. Secondo: quella è una vertebra di balena. Terzo, poiché le balene vivono nel mare, e certamente non possono risalire a nuoto fino al lago d’Orta, quell’osso è stato portato qui, via terra, da qualcuno. Per quale motivo? Ascolta le parole del Cotta!»
Con uno scatto riapre il libro, stavolta alle pagine 316 e 317 e legge.
«Tra gli progenitori di quella razza pensano alcuni si ritrovassero bestie di corporatura uguale ad un uomo, e ne deducono l’argomento dalla proporzione di un osso (questo è un nodo del dorso) il quale appeso al cielo della sagristia, si mostra a’ creduli curiosi, con asserirglielo avanzo di quei brutti animali.»
Il libro chiuso di scatto apre, con l’aria smossa, un labile varco nella caligine dello studio. Gli occhi del maestro scintillano per un istante in quel vuoto, prima che si avventi come un serpente sul sottoscritto.
«Hai capito?» mi domanda «Creduli curiosi! Neanche il Cotta, che nacque nel diciassettesimo secolo, credeva a quella panzana!»
«Dobbiamo dunque credere» domando «che San Giulio abbia compiuto la grande impresa di scacciare un po’ di vipere e di bisce d’acqua dall’isola? In effetti mi è capitato di vederne alcune lunghe più di due metri e con un diametro di almeno cinque o sei centimetri…»
«Non si può escludere che sull’isola ve ne fossero» il Maestro si appoggia allo schienale col sigaro in verticale nella sinistra. «Se l’isola era disabitata, come è probabile che fosse. La questione però è un’altra. Non è un caso che il Cotta, che già aveva avuto i suoi problemi col Vescovo… ma questa è un’altra storia… si affanni a sostenere che il racconto va preso alla lettera. I serpenti e i draghi invece sono un simbolo!»
Per dare enfasi a quella parola il Maestro traccia uno strano segno nell’aria col sigaro, come volesse disegnare un’inquietante immagine di fumo. Poi riprende.
«E fu precipitato il grande drago, il serpente antico, che è chiamato anche diavolo e satana, il seduttore del mondo intero fu precipitato sulla terra e i suoi angeli furono precipitati con lui.»
Mentre l'eco delle parole dell’Apocalisse di Giovanni si spengono nello studio, noto per la prima volta il quadro alle spalle del Maestro. Ritrae un uomo dietro una nuvola di fumo. Un uomo sul cui volto è disegnato un ghigno che non esiterei a definire malvagio. Un uomo che altri non è se non il Maestro.
E un lungo brivido mi corre lungo la schiena.



I draghi del Lago d'Orta

Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Parte quarta
Parte quinta


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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.