venerdì 12 settembre 2008

Problemi antichi...



Si narra che gli dei, volendo punire il re di Uruk, il superbo e terribile Gilgamesh, inviarono sulla terra un rivale capace di tenergli testa. Enkidu, questo il nome del gigante, era una creatura selvatica e coperta di peli, che scorrazzava per le campagne, spargendo il terrore con il suo aspetto terribile e liberando gli animali dalle trappole dei cacciatori.
Allora Gilgamesh uscì dalla città con una prostituta sacra e la mandò dall’uomo perché lo seducesse. La donna si mostrò ad Enkidu, che si accese subito di desiderio per la sua bellezza. Giacquero assieme incessantemente per sette notti e sei giorni, finché Enkidu si alzò per tornare dalle fiere selvatiche. Queste tuttavia lo fuggirono, non riconoscendolo più come uno di loro.
La sacerdotessa allora chiamò Enkidu e l’invitò in città ad incontrare il grande re Gilgamesh. Prima però lo lavò e lo vestì, rendendolo presentabile.
Entrati in Uruk Enkidu sfidò Gilgamesh e i due si affrontarono come tori infuriati, finché Gilgamesh prevalse. Enkidu infatti aveva perso la propria natura selvaggia. Dopo di che i due si abbracciarono e divennero grandi amici, vivendo assieme mille avventure.

Il racconto è tratto dall’Epopea di Gilgamesh (VII sec. a.C.). Se non è, come si dice, il mestiere più antico del mondo, la prostituzione è quindi ratica molto antica e affonda nel mito. Non stupisce pertanto che anche i Vescovi di Novara e Conti della Riviera di San Giulio abbiano in qualche modo dovuto fare i conti con questo problema.

Negli statuti emanati dal vescovo Guglielmo Amidano nel 1343 si vietava (art. 29) che nell’isola di san Giulio potessero risiedere donne non originarie dell’isola, oppure che non fossero madri, mogli, figlie o serve di sicura al servizio di qualche laico ivi risiedente.


Nel 1689 il Vescovo G. Battista Visconti diede nuovi statuti, in cui si sanzionavano anche nuovi delitti. Leggiamo il testo originale.
«Essendo gravi e atroci per più rispetti li delitti della violenza, e del ratto delle Donne, Né essendovi sufficientemente provvisto per Statuto alcuno, come meritano tali delitti: perciò volendo Noi procurare rimedio a sì gravi delitti s’impone la pena dell’ultimo supplizio e confisca dei beni a ciascuno che rapirà qualche donna, o con violenza conoscerà carnalmente Donna alcuna, che non siano meretrici pubbliche, o tenterà di far tal ratto, o violento conoscimento carnale come sopra, la qual cosa s’impone parimenti a tutti quelli che accompagneranno il delinquente, o gli daranno consiglio, aiuto, o favore per teli delitti.
Per il ratto o violenza come sopra delle meretrici pubbliche sarà castigato, oltre che da pena statutaria, in altra pena maggiore anche corporale ad arbitrio nostro, secondo la qualità e circostanze del fatto e l’istesso a complici e fautori come sopra…
E poiché è cosa intollerabile che il Padre e la Madre prostituiscano le proprie figlie, volendo castigare delitto tanto infame, ed insopportabile, imponiamo pena al Padreidi cinquecento scudi e dieci anni di galera, alla madre della frusta nella piazza del Borgo d’Orta, in giorno di mercato e della catena infame e di dieci anni d’esilio; e se fosse con inganno, e resistenza della figlia s’impone la pena dell’ultimo supplizio all’uno e all’altro e della confisca dei beni.
A quelli Mariti che conculcano l’onore proprio essendo prostitutori delle loro mogli, s’impone la pena della frusta e maggiore, all’arbitrio nostro, ed a proporre accuse in ciò non solo si ammetterà la Moglie, ma anche li loro parenti.»

2 commenti:

  1. Vicende che affondano nel passato di un'usanza più che mai drammaticamente attuale... Se la mente non cambia, non cambia davvero, questo problema non troverà mai soluzione, temo.

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  2. Per stare ai fatti, in tanti ci hanno provato, ma nessuno è mai riuscito ad impedire il fenomeno.
    Evidentemente la questione è alquanto complessa.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.