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mercoledì 3 giugno 2015

Antiche streghe a Crana


Secondo gli atti di accusa raccolti dal vice inquisitore della Diocesi di Novara nel 1519 a Crana le streghe si recavano sovente per i loro malefici.
Una notte "guastarono" un giovane che era sulla strada e un'altra scagliarono un maleficio sul bambino di un certo Giacomino Testore di Crana, che però risiedeva ad Ameno.
Ma Crana non era certo l'unico luogo scelto dalle streghe per i loro incontri notturni...

mercoledì 20 maggio 2015

Viaggio al castello, tra diavoli e fantasmi: 2 - la torre

Molto tempo prima che si svolgesse la battaglia di Campaldino, a Poppi viveva una giovane e avvenente Contessa. Così almeno narra la leggenda, che ci ha tramandato anche il suo nome. La bella Matelda era andata in sposa, com’era usanza a quei tempi, a un uomo molto più vecchio di lei, un nobile della potente famiglia dei Guidi, il quale oltretutto era assente perché impegnato nelle Crociate. Così almeno aveva mandato a dire, ché la scusa delle Crociate era vecchia già a quei tempi.

Ad ogni modo Matelda si trovava sola a fronteggiare un nemico insidioso, i richiami della propria carne che, come in una famosa canzone, le facevano dire: “troppo giovane son io / e il nero è un triste colore”.

La giovane Contessa non era però donna da arrendersi a un destino avverso. La storia non dice se il marito all’atto della partenza avesse previdentemente cinto di una ferrea cintura di castità i suoi bianchi fianchi. Verosimilmente non lo fece, in quanto questa usanza è soprattutto una leggenda da storie umoristiche. Ma se pur il Guidi si decise a usare tale prudenza la donna dovette essere più astuta, trovando il modo di farsi fare una chiave di scorta da qualche fabbro.

Risolto quel problema Telda si mise alla ricerca di un sistema per placare il diavolo che le bruciava dentro. Lasciata da parte l’acqua santa, che non sembrava avere alcun potere, il suo sguardo fu attratto da un giovane menestrello, dalla dolce voce e dal bell’aspetto. Ovviamente non ci mise molto a farlo entrare nel proprio letto, tanto più che quello, lusingato e affascinato, intravedeva solo i vantaggi di essere sotto la protezione di una si bella e ricca nobildonna.

Giorno dopo giorno il giovane deliziava la sua Signora col sole e con la luna, finché esausto o forse essendogli venuto a noia quel tran tran o forse ancora sentendo la nostalgia della mamma, della partita a calcetto con gli amici e delle altre cose che agli uomini alla fine stanno a cuore e che per via della bella Contessa stava trascurando, le chiese il permesso di partire. Lo chiese per cortesia di ospite, ma anche perché si era accorto che tutte le porte erano ben serrate e non c’era modo di fuggire da quella torre attraverso le strette feritoie da cui a malapena poteva entrare la luce del sole.

Sulla bella fronte di Telda apparve una ruga di disappunto. Non solo il giovane voleva separarsi da lei, ma per il suo stesso mestiere di cantastorie non dava certo garanzia di essere persona capace di mantenere il massimo riserbo su quanto era accaduto dentro quelle mura.

Ad ogni modo, facendosi giurare che sarebbe presto tornato da lei, gli concesse il permesso di partire. E gli fece pure un bel dono, come pegno d’amore. Il giovane, felice, s’incamminò per la scala segreta che la bella Telda gli aveva detto di prendere per uscire non visto da alcuno. In cuor suo già pregustava il momento in cui avrebbe potuto trovarsi con gli amici all’osteria e davanti a un bicchiere di vino sbandierare le sue avventure amorose.

Proprio in quell’istante però una botola si aprì sotto i suoi piedi e il disgraziato, straziato dalla caduta e dalle lame affilate che sporgevano dalle pareti, precipitò in un buio sotterraneo, da cui inutilmente levò le sue ultime disperate invocazioni di aiuto.

A quel tempo i menestrelli andavano e venivano in continuazione e spesso sparivano da una parte per ricomparire da un’altra. Matelda aveva quindi messo a punto un metodo efficiente per coniugare le proprie voglie alla massima discrezione. E lo attuò senza sosta.

Fin troppo, perché i menestrelli giovani e belli non erano una risorsa senza limiti. Poi forse qualche sospetto nella categoria aveva cominciato a girare, dal momento che tutti quelli che dicevano di voler andare a Poppi non si vedevano più in giro.

Tilde però non poteva più fermarsi e così rivolse le sue attenzioni ai migliori giovani del paese, che cominciarono a scomparire misteriosamente. Ma il paese era piccolo e la gente cominciava a mormorare. Per questo, forse, o perché alla fine la Giustizia o il Diavolo ci mettono sempre il naso, qualcosa andò storto. 

Forse quella notte il giovane che si allontanava dalla Contessa scendendo la tragica scala aveva dei sospetti e stava all’erta. Forse il meccanismo s’inceppò. Certo è che la vittima designata si avvide della trappola e riuscì a fuggire. 

Il suo racconto riempì d’orrore la popolazione che diede l’assalto alla torre e trovò la conferma dei peggiori sospetti. Decine di scheletri giacevano nel sotterraneo e dalle orbite vuote sembravano ancora urlare la propria disperata richiesta di aiuto.

Lo sdegno di fronte a quel delitto si tramutò in cupo furore. La Contessa fu richiusa nella fortezza, che da allora assunse il triste nome di Torre dei Diavoli. E lì fu lasciata a morire di stenti.

Una leggenda dice che di notte il suo spirito inquieto si aggiri ancora tra quelle mura, cercando l’amore di qualche bel giovane…

Devo precisare che l'immagine di apertura si riferisce al Castello dei Conti Guidi, che fu edificato in epoca più tarda rispetto ai fatti tramandati attorno alla Contessa Matelda. La Torre dei Diavoli si trova da qualche parte alle mie spalle, più o meno quindi dove trascorsi la notte. Ovviamente non corsi alcun pericolo né ebbi alcuna strana avventura nell'albergo...





mercoledì 13 maggio 2015

Viaggio al castello, tra diavoli e fantasmi. 1 – la battaglia

Dante Alighieri davanti al castello di Poppi



Mi capita talora di dover viaggiare per lavoro. Fortunatamente nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di luoghi molto belli. Talora sono anche carichi di leggende e storie. Voglio raccontarvi dell’ultimo in cui sono stato…

Pochi giorni fa, provenendo dalle vallate tridentine e dalle calde spiagge della Trinacria, risalendo lo stivale dalla bella Puglia e scendendo dal montano Piemonte siamo calati da ogni direzione in un luogo carico di storia: Poppi, al centro del Casentino. Un luogo in cui i destini se non dell’Italia quanto meno della sua cultura furono decisi sul campo di battaglia. Era sabato quel giorno ed era l’undicesimo giorno del giugno 1289. 

La strada che ho percorso per arrivare a Poppi è la stessa su cui, il 2 giugno di quell’anno lontano, s’incamminarono le truppe guelfe di Firenze: il passo della Consuma. Una decisione pericolosa, perché la strada era impervia, che era stata suggerita dai guelfi fuggiti dalla nemica Arezzo, che bene conoscevano quella via. 

I due comandanti dei guelfi fiorentini erano Guillaume Bertrand de Durfort e Aimeric de Narbonne, due francesi e due autentici professionisti della guerra. Ricordiamoci i loro nomi e lasciamoli alla testa dell’esercito, composto da circa duemila cavalieri e diecimila fanti, mentre s’inerpicano sulle montagne.

Spostiamoci invece sull’altro fronte, dove i Ghibellini d’Arezzo furono presi di sorpresa da quella mossa e costretti a dar battaglia nel luogo scelto dagli avversari: la piana di Campaldino, proprio sotto il castello dei conti guidi a Poppi. A guidarli il Vescovo di Arezzo, Guglielmo degli Ubertini. La sua guida non era solo spirituale - possiamo immaginarci la benedizione impartita ai soldati - ma soprattutto militare. Guglielmo aveva un concetto proprio, ma molto comune all’epoca, di come si dovessero regolare le questioni. Ad esempio, per porre fine a un contrasto che si trascinava da troppo tempo col monastero di Camaldoli fece bastonare i monaci dai suoi soldati. E poiché la legge vietava agli uomini di Chiesa di spargere sangue sul campo di battaglia Guglielmo ci andava con una mazza con cui poteva spaccare teste senza versarne.

Il terreno scelto per lo scontro era favorevole ai Fiorentini, dal momento che gli Aretini, che avevano ricevuto rinforzi da parte di tutti i Ghibellini italiani, avrebbero dovuto caricare in salita. E così fecero. Buonconte da Montefeltro guidò l’attacco di 300 feditori a cavallo, preceduti da dodici “paladini”. L’effetto sui feditori guelfi fu disastroso. Quasi tutti vennero disarcionati, ma continuarono a combattere a piedi, mentre i ghibellini si incuneavano tra le file nemiche.

Tra i feditori a cavallo schierati da Firenze c’era anche un giovane di nome Dante Alighieri che anni dopo confessò di aver provato “temenza grande” in quel frangente. Fortunatamente per noi e per le sorti della letteratura sopravvisse. E come lui un altro poeta, lo scanzonato Cecco Angiolieri che pure si trovava a Campaldino tra i guelfi.

Le sorti della battaglia, fino a quel momento molto incerte, vennero decise da Corso Donati, capo della riserva di cavalleria guelfa. Uomo poco incline a rispettare le regole, senza aspettare il comando, irruppe nella battaglia di propria iniziativa, incuneandosi tra la cavalleria e la fanteria nemica.

A quel punto Guido Novello di Poppi, che comandava la riserva ghibellina, giudicando persa la giornata si ritirò nel proprio castello. La battaglia si trasformò così in una caccia, dove i fiorentini e i loro alleati cercarono di catturare quanti più prigionieri. Ne presero un migliaio, buona parte dei quali fu riscattata in moneta sonante. I più poveri, quelli per cui i parenti non erano in grado di pagare, morirono nelle carceri di Firenze. La caccia terminò solo quando un violento temporale si abbatté sulla piana di Campaldino. Secondo una tradizione spesso le battaglie più cruente erano seguite da violente tempeste.

La battaglia fu infatti molto sanguinosa per l’epoca. Sul campo caddero circa 2000 combattenti, di cui circa 1700 ghibellini. Anche i comandanti non furono risparmiati. Guillaume Bertrand de Durfort fu abbattuto da un quadrello di balestra mentre tentava di organizzare la controffensiva. Guglielmo degli Ubertini fu ucciso da un colpo di picca alla testa. Con lui cadde il suo parente Guglielmo Pazzo, che inutilmente aveva cercato di difenderlo. 

Aimeric de Narbonne fu ferito al volto, ma sopravvisse, nonostante una tradizione pretenda che il suo fantasma si aggiri ancora per la piana di Campaldino. Fu accolto con tutti gli onori e “Amerigo” divenne un nome tradizionale a Firenze. Tra i tanti che lo portarono ci fu il fiorentino Amerigo Vespucci da cui prese il nome il continente scoperto da Colombo: America.

Un mistero grande avvolse invece Buonconte da Montefeltro, che non fu trovato né tra i vivi né tra i morti e nessuno ebbe più notizia di lui. A dare una risposta fu proprio Dante Alighieri che nella battaglia era stato suo nemico e che nel suo viaggio ultraterreno lo incontrò in Purgatorio. "Forato ne la gola" e in fin di vita, una lacrimuccia gli era bastata a salvare la propria anima carica di nefasti peccati. Così il Diavolo, che contava di vincere facile, preso da un accesso d’ira s’era accanito sul suo corpo, facendolo straziare e scomparire nelle acque dell’Arno.

Ma i diavoli a Poppi pare siano di casa. Nella seconda parte vi parlerò di una malefica contessa il cui spettro sembra non trovi pace…





mercoledì 12 novembre 2014

Fantasmi sul lago d’Orta




Mentre il livello del lago continua a salire e velocemente supera ogni limite, inondando le rive e i paesi rivieraschi, giunge la segnalazione di un fantasma che sarebbe apparso sul vetro di una casa prospiciente le fredde acque dell’Orta.

Suggestione? Può essere. 

Sul caso però indagherò più a fondo. Lascio a voi il giudizio, sperando che nel frattempo la piena del lago non faccia troppi danni.


giovedì 17 luglio 2014

La Bestia misteriosa del lago d’Orta

Le notizie volano veloci e corrono di bocca in bocca anche sul lago d’Orta. Del resto quella riportata da Orta Blog è destinata a suscitare scalpore. Da tempo la popolazione di anatre sul lago sarebbe in declino. Ora questo fatto, che varie persone giurano essere reale, avrebbe trovato una spiegazione. Una bestia misteriosa si muoverebbe quasi invisibile sotto il pelo dell’acqua, pronta a ghermire le proprie prede. Pesci e volatili, almeno per ora.
C’è chi sostiene di avere visto coi propri occhi la Bestia e che questa sarebbe un piccolo coccodrillo che qualche scriteriato stanco di tenerselo a casa avrebbe liberato nel lago.
Questa è la versione rassicurante, naturalmente. Perché altri, meno apertamente, ma con uguale convinzione sussurrano, scrutando le tenebre che ricoprono l’acqua, che la Bestia è sempre esistita. Che dopo secoli di letargo Essa si è svegliata e vaga nelle tenebre per a saziare la propria fame. 
Leggende? Fole di ubriachi? Può essere, ma se ci guardassimo attorno con maggiore attenzione, vedremmo che la Bestia è raffigurata in un monumento che è sotto gli occhi di tutti e che fu eretto Mille anni fa.

Guardare per credere. 



E se pensate sia un fotomontaggio, ebbene andate sull’Isola di San Giulio, entrate nella Basilica, superate il sarcofago del Duca senza testa e gli affreschi in cui si parla di antichi esorcismi, e cercate l’ambone di pietra nera che sembra fuso nel metallo. Osservate infine le figure apocalittiche che vi furono scolpite.
Simboli, certamente, ma di un passato che è meno morto di quello che alcuni vorrebbero far credere…

mercoledì 12 marzo 2014

La pietra misteriosa


Esiste un luogo, nel territorio un tempo noto come Castelli Cusiani, la cui memoria è associata a un crimine rimasto impunito. I protagonisti di questa storia, che per rispetto delle persone coinvolte e dei parenti ancora in vita non chiamerò coi loro veri nomi, si svolsero però molto tempo prima che il nome di Castelli Cusiani venisse adottato.

C’era dunque un giovane che aveva sedici anni e faceva l’apprendista da un sarto in un paese sulla collina. Tutte le mattine risaliva la strada e la discendeva la sera. Era una via nuova, costruita da pochi decenni per consentire il passaggio di carri e carrozze. 

Circa a metà si trovava una grande pietra, accanto a una piccola sorgente. I più anziani ricordavano che sull’altura soprastante esisteva un antico castello dei guelfi novaresi. Un giorno però erano giunti i loro nemici ghibellini che in tutto il contado andavano distruggendo le fortezze nemiche. Benché fosse costruito in cima a una roccia scoscesa il castello, non si sa se con l’inganno o il tradimento, fu preso. I suoi difensori, che si erano arresi con la promessa di aver salva la vita, furono passati a fil di spada e i loro corpi lasciati in pasto agli animali.

Una storia lugubre, che non poteva non richiamare altre ancora più inquietanti presenze. I vecchi infatti sussurravano che, nonostante l’edicola dedicata alla Madonna che vi era stata scavata, in alcune notti dell’anno attorno al masso, posto all’incrocio di tre strade, le streghe si radunassero per incontrare qualcuno di cui nessuno osava pronunciare il nome nemmeno in pieno giorno, figuriamoci quando le ombre del Monte Avigno cominciavano ad allungarsi sulla piana.

I giovani però non ascoltano mai i racconti dei vecchi, tanto più quando essi sono oscure parole intrise di superstizione. Così l’apprendista se ne tornava a casa tutte le sere con le mani in tasca fischiettando, senza temere nessuno in questo o nell’altro mondo. Così diceva, almeno.

Una sera però giunse a casa più tardi del solito e con il viso stravolto. Senza nemmeno cenare s’infilò nel letto. La mattina dopo non si alzò proprio, lamentando grandi dolori alla pancia. I suoi cominciarono a preoccuparsi, ma era gente povera e non avevano modo di pagare il dottore. Così le cose andarono sempre peggio. Arrivò la febbre e dal delirio in cui il ragazzo si dibatteva, cominciarono a emergere incerti frammenti di una possibile verità.

Un pezzo dopo l’altro, mettendo ordine tra parole sconnesse, grida e improvvisi silenzi, i suoi parenti ricostruirono l’accaduto.

Quella sera, tornando dal laboratorio, il giovane apprendista aveva visto una carrozza, ferma accanto al masso. Pensò che gli occupanti si fossero fermati per bere quell’acqua deliziosa e fece per andare oltre, ma si sentì chiamare. Vide un uomo molto elegante, con mantello, bastone e cilindro che gli sorrideva, offrendogli dei cioccolatini.

Nessuno aveva mai visto delle simili delizie da quelle parti. Come resistere a una simile offerta? Ma chi era quell'uomo misterioso? Cosa contenevano quei dolciumi? Quale era stata la contropartita per averli? Nessuno poté mai saperlo, perché il disgraziato giovane, tra atroci dolori, spirò portando con sé il suo segreto.

mercoledì 30 ottobre 2013

Aspettando il Grande Cocomero



Linus van Pelt, uno dei bambini protagonisti dei Peanuts, è convinto che nella notte di Halloween il Grande Cocomero sorga dall'orto più sincero per elargire doni ai bambini. Ogni anno gli scrive, come a una sorta di Babbo Natale, e ogni anno cerca di convincere gli altri bambini e il cane Snoopy ad attendere con lui l’arrivo del Grande Cocomero. La sua fede tuttavia non riesce a contagiare gli amici che prima o poi lo lasciano solo per andare a praticare il tradizionale "dolcetto o scherzetto". 
Così, invariabilmente ogni anno, il Grande Cocomero non si manifesta al povero Linus cui non resta che tornarsene a casa, deluso. La sua fede, tuttavia, non si spezza e l’anno successivo potete stare certi che sarà di nuovo lì, ad aspettare il Grande Cocomero.

Non ho idea del perché nella traduzione italiana “The Great Pumpkin”, vale a dire “la Grande Zucca" sia diventata un cocomero. Farse perché all’epoca dell’arrivo dei Peanuts in Italia le zucche della festa di Halloween erano molto meno conosciuta dei cocomeri? Ad ogni modo, se condividete la fede di Linus, sarà meglio passare la notte di Halloween in un orto dove non ci siano cocomeri, ma zucche, come quello nella foto ad Ameno.

Se poi volete approfondire le sorprendenti origini di questa festa vi rimando a questo post scritto cinque anni fa ma sempre attuale.

Se invece pensate che queste siano storie vecchie, morte e sepolte, vi devo dire due cose. La prima è che stiamo proprio parlando di morti che escono dai luoghi dove erano sepolti, come quelli che vanno a costituire l’Armata delle Tenebre  in questo racconto.

La seconda è un fatto che mi è accaduto realmente. Stavo appunto parlando delle origini di Halloween in un ristorante della valle Strona, quando fui interrotto dal brusio che si levava da uno dei tavoli. Quando chiedemmo cosa stesse accadendo, scoprimmo che un’anziana signora, che mai aveva sentito parlare di Halloween, dei Celti, di Hellequin e della sua masnada, stava raccontando una storia. Quando era piccola sua nonna le raccomandava di non stare in mezzo alla strada la sera del giorno dei morti, perché in quelle ore sarebbero passati gli spettri in processione.

Si trattava certamente della stessa tradizione che ho raccontato qui prendendo spunto da una vecchia leggenda.

lunedì 31 maggio 2010

Storie di cani e di gatti, di streghe e stregoni


Quante volte avete incontrato di notte, sul bordo della strada, un cane o, più probabilmente, un gatto. Nessuna casa nei paraggi, solo boschi ed oscurità.
“Cosa potrà mai fare un animale domestico in questo posto?” vi sarete chiesti, immaginando un randagio o ad un animale abbandonato.
Nella maggior parte dei casi avrete centrato la verità, dal momento che purtroppo sono ancora molti, troppi, i criminali che abbandonano quelli che per alcuni mesi erano stati loro compagni di vita. Eppure, in alcuni rarissimi casi, la realtà è ben diversa.

Aveva bevuto e si era tirato praticamente finito ballando al ritmo house sparato a palla. Non andava nemmeno troppo forte, in realtà, perché a malapena riusciva a tenere gli occhi aperti. Ad un certo punto, improvvisamente, vide davanti ai fari un cane nero in corsa.
Cercò di frenare, ma l’urto era inevitabile. La macchina sbandò paurosamente e per poco non finì fuori strada. Non scese nemmeno dalla macchina per controllare come stesse l’animale, ma appena si fu ripreso dallo spavento cercò d’ingranare la marcia. Quella però non voleva proprio saperne di entrare.
Faceva caldo quella sera ed il giovane guidava con il finestrino abbassato. Così non la vide arrivare, ma sentì chiaramente la mano che gli artigliava la spalla e lo scuoteva violentemente. Si girò e vide, a pochi centimetri dal suo volto, lo sguardo insanguinato e feroce di un uomo dalla testa di lupo.
Allora il giovane urlò e spalancò gli occhi.
Di fronte a lui c’erano i volti di due carabinieri che gli intimavano di alzarsi, vestirsi e seguirli.
Lo portarono via in manette, passando davanti al SUV che aveva posteggiato davanti a casa. La parte anteriore era visibilmente ammaccata e c’erano tracce di sangue sul paraurti. Mancava la targa, che era in mano ad uno dei carabinieri. Era stata trovata sul luogo dell’incidente che era costato la vita al prete del paese vicino.

Il giovane non lo sapeva, né lo sapevano i Carabinieri e al giudice non importava, ma si racconta che le streghe, per lo più vecchie donne, e gli stregoni, per lo più preti, possano praticare la “fisica”; che siano in grado di suscitare visioni; e che possano trasformarsi in cani ed in gatti per aggirarsi nelle tenebre a molestare le persone, rimanendo vittima, talora, dei loro stessi imbrogli.

domenica 16 maggio 2010

Il piccolo signore della vendetta


I suoi antenati tiranneggiavano la Terra, al tempo in cui i nostri si nascondevano timidamente tra i cespugli. Erano i tempi in cui Terribili Lucertole si aggiravano tra gigantesche felci in forma d’albero. Quelle immense montagne di carne attiravano la vorace attenzione dei più famelici occhi che abbiano mai cercato preda. Improvvise, sbucando dalla foresta più fitta, scattavano zanne capaci di strappare un quintale di carne con un solo terribile morso. Subito dopo il crudele Tirannosauro cantava al sole il suo trionfo.
Ma venne il tempo della decadenza anche per l’impero del Re dei dinosauri. Si dice che una luce intensa abbia solcato il cielo, sollevando una fiammata ed un tuono oltre la linea dell’orizzonte. L’immensa nube di polvere che si alzò dal cratere provocò una lunghissima gelida notte, che svuotò la Terra dai suoi giganteschi padroni. Allora i nostri progenitori uscirono fuori dalle loro tane sotterranee e, passo dopo passo, colonizzarono il pianeta.
La discendenza del sangue del Tiranno, tuttavia, non si è estinta. Si è ridotta, questo sì, e trasformata, come se la catastrofe avvenuta milioni di anni fa avesse plasmato quelle cellule, quelle ossa e quella carne, trasformandola in un modello in scala ridotta e apparentemente innocua. Guardatelo con più attenzione, tuttavia. Osservate le sue zampe robuste e gli artigli e quella bocca i cui denti si sono saldati un solo, fiero becco. Guardatelo, mentre passeggia per il cortile e scruta l’orizzonte in cerca di preda o di avversari da aggredire selvaggiamente.
Non è facile crederlo, lo so, ma il re del cortile, quel gallo che passeggia superbo nell’aia è l’erede del grande Tiranno vissuto al tempo dei dinosauri. Come un decaduto erede di una famiglia un tempo nobile, esso si aggira con l’animo pieno di risentimento contro la sorte della sua stirpe.
Immagino stiate sorridendo della sua tronfia arroganza. Vi consiglio di non farlo. Quando i lunghi inverni si trascorrevano nelle stalle raccontando molte varie storie, di tanto in tanto prendeva la parola un vecchio, che nella sua saggezza aveva imparato a fare economia di parole. Quando parlava tutti tacevano e le sue erano storie che entravano nell’anima, scavando un solco profondo.
Egli raccontava che nelle notti di tempesta un gallo di sette anni, roso dal desiderio di vendetta, poteva deporre un solo maledetto uovo su un mucchio di letame. Un rospo, uscito dalle tenebre, l’avrebbe covato fino alla schiusa. Ne sarebbe strisciato fuori un piccolo serpente dalla testa di gallo.
Basilisco, ovvero re dei rettili, questo era il nome di questo piccolo ma pericolosissimo drago, capace di ucciderti col solo potere del suo sguardo.

sabato 6 marzo 2010

L’uomo nella fotografia


«Tutto cominciò in un bar sul lago. All’improvviso vidi quell’uomo che fissava Giada. Ricordo, non so dire perché, di aver pensato che doveva essere lì da molto tempo. Non dissi nulla, perché avevo solo voglia di divertirmi, però convinsi gli altri ad andare subito al disco pub.
Mentre guidavo avrei voluto chiedere a Giada di quell’uomo, ma pensai che se non lo conosceva era inutile spaventarla. Se lo conosceva forse avrebbe mentito.
Nel locale cominciammo subito a divertirci. Con il cellulare scattavo un mucchio di foto a me e a Giada da mettere su Facebook. Sul più bello però vidi di nuovo l’uomo, seduto su una poltroncina di pelle nera in un angolo, che continuava a fissarla con quegli occhi più profondi della notte.
Immediatamente gli scattai una foto, per mostrarla ai miei amici e vedere se qualcuno lo conosceva. Poi trascinai Giada via dalla pista portandola su un divanetto dall’altra parte.
Lei però era arrabbiata con me. Diceva che le avevo fatto male.
Non mi sembrava di essere stato violento. Pensai che reagisse così per colpa di quell’uomo. Mi alzai a guardare se era ancora seduto e per cercare gli amici, ma non vidi né l’uno né gli altri. Giada invece si era alzata e se ne stava andando, camminando sui tacchi alti, con la borsetta in mano. La rincorsi, ma c’era così tanta gente che facevo fatica a starle dietro.
Quando la raggiunsi nel posteggio, vidi l’uomo di fronte a lei. Un sorriso gli scopriva denti che scintillavano alla luce dei lampioni. Fui preso dalla rabbia e mi lanciai contro di lui per dargli il fatto suo, ma quel vigliacco si era nascosto.
Voltandomi vidi il volto sconvolto di Giada. Cercai di calmarla, la presi per mano e la trascinai in macchina. Un attimo dopo sgommavo via da quel posto, pensando di essermi liberato di quell’uomo.
Non ricordo con esattezza cosa sia successo dopo. Devo aver sbagliato strada. Credevo fosse una scorciatoia, invece finiva in mezzo al bosco. Dovetti fermarmi. Giada urlava e piangeva in preda al terrore. Ricordo che scesi dall’auto e che di fronte a me c’era l’uomo che mi fissava. Non so cosa sia accaduto dopo. Quando ho ripreso i sensi c’era solo Giada accanto alla macchina. Morta.»
Il giovane si mise le mani sulla faccia, singhiozzando.
«Si calmi» disse il commissario, dandogli un bicchiere d’acqua. «Ha detto di aver scattato delle foto a quell’uomo, no? Pensa di poterlo individuare in quelle che abbiamo trovato nel suo cellulare?»
«Certamente! Non potrò mai dimenticare il suo sguardo e quei denti scintillanti.»
Il giovane fece passare velocemente vari scatti, dove si vedevano Giada e altre persone sorridenti, finché finalmente trovò quella che stava cercando.
In essa si vedeva, in un angolo del locale, una poltroncina di pelle nera. Completamente vuota.

domenica 13 dicembre 2009

Un lupo mannaro longobardo ad Orta


Nacqui il settimo anno dopo la grande migrazione. Era la mezzanotte del venticinquesimo giorno del mese di dicembre. Giorno infausto, insinuò qualcuno dei nostri servi romani. Sfortunato davvero, perché mio padre frustò loro e diede a me il nome di Agilulf, che nella lingua degli Uomini dalla Lunga Barba significa Lupo Spaventoso.
Destino segnato il mio. A quindici anni combattevo al servizio del Duca Meinulf, tra i suoi Guerrieri Lupo. Indossavo la pelle appartenuta a mio padre, morto in battaglia cinque anni prima. Quando noi scendevamo in campo si spargeva il panico. Sgozzavamo i nemici, avidi di placare la nostra sete con il sangue delle loro ferite.
Un giorno, improvvisamente, venne la condanna del Re contro il Duca. L’accusa era tradimento, la sentenza era la morte. Il Duca l’accettò. Io, unico tra i suoi, la rigettai. Fuggii dalla fortezza dell’isola, inseguito da quelli che erano stati i miei compagni.
Odiato, bandito, braccato, mi rifugiai nelle grotte che si diceva fossero infestate dalle streghe. Lì supplicai Votan, il dio stregone, di darmi la forza del lupo di cui portavo la pelliccia. Il sole tramontò, la luna si alzò nel cielo e dalla mia gola uscì un ululato che fece rimbombare la montagna. Mi spinsi fuori, nelle tenebre, e fu strage di quanti mi davano la caccia.
Vagai per anni, senza meta, sbranando galline, pecore, maiali, buoi, cavalli ed esseri umani. Di giorno le mie membra e la mia mente tornavano umane, ma la notte era diverso. Erano artigli e zanne e caccia selvaggia e odore inebriante a guidare i miei passi. Il mio scopo era placare a morsi la fame che mi divorava. Talora però, sotto la luna lattiginosa dei pleniluni autunnali, indulgevo ad un odioso languore e mi offrivo alle streghe come destriero verso il loro sabba.
Finché un giorno il Re decise di dare ascolto ai lamenti dei suoi sudditi o, piuttosto, si rese conto che la mia ribellione oltraggiava la sua autorità. Così mi mandò contro molti cacciatori. Alla fine uno fu sufficientemente fortunato da uccidermi, ma non abbastanza saggio da consegnare il mio corpo al fuoco.
Rinacqui sei notti dopo la mia morte. Le mie mani spostarono il masso che sigillava il mio cadavere e i miei occhi di non morto videro nuovamente la luna. Ora non era più mannara fame di carne: era sete di sangue quella che muoveva nell’eterna notte i miei primi passi da vampiro.

Nota

Il racconto prende le mosse da un fatto storico: l'invasione longobarda dell'Italia nel VI secolo d.C. Il duca Meinulf (o Mimulfo) visse realmente sul Lago d'Orta e venne giustiziato per alto tradimento nel 590 d.C.
Tra i Longobardi, gli "Uomini dalle lunghe barbe", di stirpe germanica, pagani e devoti al dio Wotan (Votan nel racconto) militavano speciali guerrieri vestiti con pelli di lupo, che di questi animali imitavano il comportamento durante il combattimento.
Secondo la leggenda potevano diventare Lupi Mannari gli stregoni (specie se nati la notte di Natale) o coloro che indossavano pelli di lupo stregate. Si credeva anche che uno stregone che in vita era stato lupo mannaro dopo la morte potesse risorgere come non morto. Come vampiro, insomma…


martedì 2 giugno 2009

Fantasmi Vs Bufale

Ovvero come i fantasmi possano essere una buona fonte di reddito.

Il post di ieri era corredato da una foto inquietante, reperita in rete. Nel rispondere alla domanda “dove l’hai trovata?” ne approfitto per alcune considerazioni.

Cominciamo dalla foto, reperita sul sito www.attivissimo.net “attivissimo” (mi si passi la battuta scontata), nello smascherare ogni genere di bufala e teoria complottista. Come spiega l’articolo la ragazza fantasma compare in due foto diverse ed è un ottimo esempio di copia incolla digitale applicato alle leggende urbane sui fantasmi.


Naturalmente le storie dei fantasmi, come si è visto nel post di ieri, sono sempre state un ottimo modo per fare buoni affari.

Sarà un caso, ma con l’inizio della Controriforma le storie di fantasmi, incubi, streghe, demoni e chi più ne ha più ne metta, si moltiplicarono.
Le ipotesi che possiamo formulare per spiegare questo inquietante fenomeno sono due.

1) All’epoca ci fu l’apertura di qualche “misterioso portale” che rovesciò sulla terra buona parte di ciò che prima era stato contenuto dietro le Porte degli Inferi e solo l’intervento benedicente della Chiesa riuscì a porre un freno a questa invasione, mirata senza dubbio a portare il regno di Satana sulla Terra.

2) Dopo la protesta di Lutero, lucrare sulla vendita delle indulgenze per i defunti (causa scatenante della contesa col mondo protestante) era diventata questione “scottante”. Ma se fossero stati i defunti stessi a reclamare a gran voce offerte, messe ed indulgenze? Allora si sarebbe dimostrato, in un colpo solo che
a) Lutero aveva avuto torto a scagliarsi contro questa pratica;
b) versare alla Chiesa generose offerte per i defunti nell’Aldilà non solo era pratica pia, ma finanche mezzo indispensabile per la salvezza di viventi nell’Aldiqua.

Io proprio non saprei pronunciarmi su quale delle due ipotesi possa essere quella più vicina al vero. E voi?

lunedì 1 giugno 2009

Fantasmi, larve, ombre, fochi ed orribili spettri.


Cosa accadeva in sul principio del secolo Decimosettimo nella Riviera di San Giulio, un tempo placida e tranquilla terra felice agli uomini e alle messi? In quegli anni terribili inspiegabili fenomeni vennero a turbare i sogni delle donne e degli uomini della Riviera.
Per ogni dove la notte si udivano suoni spaventosi, suoni capaci di gelare il sangue nelle vene, di far rizzare i capelli e provocare altri, imbarazzanti, effetti collaterali. E come non fosse bastato l’udito, anche la vista faceva impallidire i temerari che osavano aprire lentamente le persiane per sbirciare timidamente nelle tenebre. Luci brillanti, o bianco-bluastre, ma anche veri fuochi, in getti doppi o tripli, comparivano sui tetti delle case, sui campanili, gli alberi e persino tra le corna degli animali!
A lungo discussero, gli uomini del tempo, su quale fosse la causa di quei fenomeni e su come, soprattutto, si potessero far cessare. Dopo lungo dibattito si trovò la spiegazione: quelle manifestazioni altro non erano che le anime dei defunti che, tormentate per i loro peccati, vagavano senza tregua sulla terra, implorando l’aiuto dei vivi. L’individuazione della causa portò con sé, come normalmente accade, anche la risoluzione del problema.
Fu un frate minore dell’ordine riformato a suggerire la soluzione: c’era d’andare questuando la mercede dei sacerdoti perché, coi suffragi e le messe s’ottenesse l’intercessione delle anime purganti. E c’era da costruire begli ossari, graziosamente affrescati, dove disporre in bell’ordine e in bella vista le ossa dei defunti, affinché potessero trovare la pace eterna, ricordando al contempo agli uomini e alle donne la caducità dell’umana condizione.
Le elemosine stimolate da quella predicazione sortirono copiose e come ruscelletti di montagna, sommandosi le une alle altre, divennero fiumi che andarono ad allagare le casse da cui attingevano instancabilmente le sante mani dei frati, dei sacerdoti e dei canonici.

I risultati di questa santa impresa non tardarono a farsi vedere.

Questo almeno testimonia, alcuni anni dopo i fatti, Lazzaro Agostino Cotta (Corografia della Riviera di San Giulio, Libro Terzo, pag. 249): “È incredibile il fervore d’essi nel suffragare all’anime dei defunti, più intensamente accresciuto verso il principio del corrente secolo per i fantasmi, larve, ombre, fochi ed orribili spettri che di notte apparivano, accompagnati da strepiti spaventosi, dai quali oggidì per intercessione delle anime purganti il paese è del tutto libero.”
Il Cotta non dimentica inoltre di sottolineare alcuni altri benefici “effetti collaterali” di questa pia usanza sul clima e i raccolti, sempre più copiosi, e sulla ricchezza, gli onori, e le comodità del paese, senza dimenticare di ricordare la protezione offerta contro le incursioni dei nemici.

giovedì 28 maggio 2009

Disfida 4 (beta). Due storie di morti

Due racconti che hanno a che fare coi morti. Morti che paiono non avere alcuna voglia di starsene sottoterra in santa (ed eterna) pace….


Il cavallo bianco

Un’altra storia ispirata ad una testimonianza raccolta da Paesi di Mezzo. I becchini erano figure strane, evitate e temute, per quel loro contatto quotidiano con la morte. Qui però il becchino ha a che fare con qualcuno ancora più temibile.


C’era un uomo, che faceva il becchino. In tempi in cui le fosse si scavavano e si riempivano a mano capitava spesso che il lavoro finisse ben oltre il tramonto.
Poiché se avesse avuto paura dei morti il nostro non avrebbe fatto quel lavoro, l’essere da solo nel cimitero dopo il tramonto, con una pala in mano e una bara da seppellire non era per lui un problema. Certo, c’era l’umidità della notte, specie nei mesi invernali, ma un fiasco di vino era un ottimo rimedio per quello.
Così il becchino, finito il suo lavoro, se ne tornava verso casa, tutto sommato contento del suo lavoro, che gli permetteva di non emigrare. Una cosa di cui non c’era mai penuria erano i morti, per cui il suo era quasi un vivere di rendita.
Certo, c’erano cose antipatiche, come quel toccarsi quando lo incrociavano. Del resto gli uomini frugavano nei pantaloni anche quando incontravano i preti e, con più discrezione però, le suore. A suo modo il becchino si sentiva di appartenere ad una casta privilegiata, guardata sempre con timore, se non con rispetto.
«Sono un collega del prete!»
Lo raccontava ridendo all’osteria, dove non mancavano mai le occasioni per farsi offrire da bere, perché di storie da raccontare ne aveva sempre tante. I cadaveri hanno infatti comportamenti strani. Talora, riesumandoli per purgare il cimitero, si trovavano scheletri scomposti, come se si fossero rigirati più volte nella tomba. O corpi stranamente conservati. Altri ancora sembravano aver rosicchiato il sudario in cui erano stati avvolti…
Quello che gli accadeva da un po’ di tempo era però inspiegabile. Ogni volta che tornava a casa, passando dal Brentu vedeva un cavallo bianco. Aveva chiesto in giro di chi fosse, ma nessuno possedeva un animale del genere. Eppure, ogni volta, il cavallo sembrava attenderlo. Lo seguiva per un tratto di strada quasi sfidandolo a salirgli in groppa, poi, misteriosamente come era apparso, scompariva nell’oscurità della notte.
Il becchino non si fermava, perché sapeva che in questi casi era sempre meglio continuare il cammino, ma aveva cominciato ad inquietarsi.
Una notte, dopo un po’ di tempo che questa storia andava avanti, arrivato al Brentu non vide il cavallo. Non fece però in tempo a tirare un sospiro di sollievo, perché da dietro un cespuglio sbucò un cane nero che gli ringhiava contro. Allora alzò la pala e gli diede un gran colpo di piatto sulla schiena.
Il giorno successivo vide il prete che camminava tutto indolenzito con la mano sulla schiena. Da allora il cavallo bianco non si fece più vedere...




I morti che camminano

Una storia che viene dalla Valle Strona, ma che a sua volta è ispirata ad una credenza radicata in tutta Europa, quella dei morti che camminano.

Solo poche persone possono vederli e solo in alcuni giorni dell’anno. Nessuno sa dove vadano e perché. Del resto è noto: i morti non parlano. Nemmeno quando vanno in processione.
Procedono lenti in lunghe file. Talora sono interi eserciti, resti di legioni romane, orde barbariche o eserciti medievali, in marcia dietro una bandiera o un generale che hanno giurato di seguire fino agli inferi.
Talora sono anonime folle disarmate, che illuminano la strada con il fuoco che arde sulle mani. Punizione eterna per i loro peccati? Espiazione in attesa del giudizio? Difficile dirlo…
In tutta Europa gli avvistamenti di queste processioni di fantasmi sono innumerevoli. E non potevano mancare, naturalmente, nella Valle Strona, la valle più selvaggia del Cusio, dove le tradizioni fanno ancora parte del presente.

Si narra di una donna che, molti anni fa, rimase senza il fuoco. Era inverno e il camino spento pareva utile solo a convogliare nella casa il freddo della notte. Col marito in Germania a fare il peltraio e il bambino che piangeva nella culla, per la donna che abitava in quella casa isolata la notte si preannunciava più tetra del solito.
Così, quando dalla finestra vide le luci, uscì per chiedere a quelle persone se potessero darle un po’ di fuoco. Lo chiese alla prima, che camminava avvolta nel mantello nero, senza ottenere risposta. Lo chiese alla seconda, alla terza, alla quarta… senza ottenere nulla, fino all’ultima, che le diede una candela senza parlare.
La donna, felice, corse ad accendere il camino. Solo quando soffiò per spegnere la fiamma che aveva in mano, si accorse che non si trattava di una candela, ma di un dito. Inorridita lo lasciò cadere a terra, restando a fissarlo per molto tempo. Infine cedette alla stanchezza e andò a dormire.
Poco prima dell’alba fu svegliata da un bussare alla porta. Quando andò ad aprire trovò una figura ammantata che protendeva una mano scheletrica con sole quattro dita.
La donna corse in tutta fretta a raccogliere il dito e glielo diede. Poi rimase a guardare, incapace di muoversi, mentre quell’ombra si allontanava per accodarsi alle altre che scomparivano dietro la curva.

mercoledì 27 maggio 2009

Disfida 3 (beta). Due storie della fisica nei Paesi di mezzo

Ecco due storie di stregoneria, raccolte nei Paesi di Mezzo. Si credeva che certe persone potessero "fare la fisica", realizzando incantesimi per molestare la gente.

Il carretto e il muretto
L’alcool e la stanchezza alla guida provocano brutti effetti. Se poi ci si mette anche la “fisica”…
Un uomo di Boleto portava le pietre delle cave di granito col carro. I buoi conoscevano così bene la strada che spesso l’uomo dormiva, soprattutto alla sera quando rientrava a casa stanco per la lunga giornata.Poiché all’epoca nessuno aveva nemmeno immaginato l’etilometro e la patente a punti (per un carretto poi!) l’uomo era solito fare prima una lunga pausa all’osteria.«Un bicchiere di vino. Raso.»Raso voleva dire pieno fino all’orlo. E quando si diceva orlo si intendeva quello in cima al bicchiere, non quello un centimetro sotto! Doveva essere pieno al punto da fare fatica a non versarne nemmeno una goccia, quando lo si portava la prima volta alla bocca. Il che era anche un ottimo sistema per controllare quanto avevi bevuto e soprattutto quanto potevi ancora bere. Perché di bicchieri rasi ne andavano giù parecchi prima che i buoi potessero rimettersi in marcia.La maggior parte delle volte l’uomo aveva il sonno così conciliato dal vino da svegliarsi davanti alla porta di casa, più spesso per i rimbrotti della moglie che per naturale soprassalto di lucidità.Quella sera però si svegliò perché i buoi si erano arrestati, ma emettevano un verso strano. Davanti a loro c’era un muretto che sbarrava la strada. E non c’era spazio per girare, perché sui lati c’erano altri muri e piante.Allora l’uomo afferrò la livera, la leva di ferro che usava per spostare le pietre, e scese dal carro.Patapim! patapam! in breve cominciò a menare botte e a smontare il muro, finché aprì un varco nel muretto sufficiente a passare, lui, i buoi e il carretto.Il giorno dopo, si dice, incontrò il prete che zoppicava.«Come sta, don?» gli chiese.«Eh, così, così…»«La prossima volta, se non vuole zoppicare, se ne stia a casa di notte…»


La pecora
Chi lo dice che l’età porta la pace dei sensi? L’amore non ha età e ci sono persone pronte a fare qualsiasi cosa per conquistare la persona desiderata. Se poi ad innamorarsi è una strega…

Un giovane andava tutte le sere a trovare la fidanzata.Un bel giorno, lungo la strada, vide una pecora che belava e lo fissava, quasi invitandolo a seguirla.Le prime volte non gli diede peso, ma dopo alcune sere provò ad avvicinarsi. La pecora si lasciava accarezzare e anzi quasi pareva gli si strusciasse addosso, belando dolcemente.Così, dopo alcune sere, decise di prenderla e portarla a casa da sua madre. La pecora però non lo seguiva mai se lui si allontanava. Trascinarla a braccia era impossibile, così una sera salì portando con sé una corda. Però, non appena fece per avvicinarsi, la pecora spiccò un gran balzo, saltando il muretto di pietra e scomparendo nel bosco.La sera seguente, perché la pecora non si accorgesse della trappola, prese un rosario grosso, con la corda robusta e se lo mise in tasca. Quando la pecora si lasciò accarezzare, strusciandogli addosso, gli passò attorno al collo il rosario e con quella la trattenne. Quindi se ne tornò a casa con la pecora, chiudendola nel gabbiotto del maiale.Il mattino dopo disse alla madre: «Ti ho portato a casa una pecora».La madre, che lo conosceva bene, gli rispose: «Una pecora a casa! Ma smettila di fare il balordo!»Il figlio insisteva: «È vero ti dico! L’ho chiusa nel gabbiotto del maiale!»La madre, per levargli quella fissazione, lo seguì fino al gabbiotto, sospirando. Quando aprirono la porta si mise una mano sulla bocca, per non urlare.Dentro c’era una donna nuda. Era una vecchia di loro conoscenza, che faceva sempre tanti complimenti al giovane…

mercoledì 20 maggio 2009

Disfida 4 – Inquietanti incontri

Due Pillole di Mistero scritte per Siamo in Onda che trattano di incontri misteriosi nella notte, raccontati da due amici di Alfa, il Filosofo e l’Intortatore. Al primo capitano sovente incontri con entità misteriose e nel racconto ci narra che questa peculiarità risale ai suoi antenati. L’Intortatore è, invece, il tipico play boy di provincia, assolutamente convinto di essere irresistibile. Le sue storie, raccontate agli amici durante gli aperitivi, hanno però di solito un finale decisamente diverso da quello che il seduttore aveva previsto.



La scelta

Il racconto è ispirato ad una storia ascoltata da un’anziana donna e affronta il tema del “Destino”. L’ambientazione è nel bosco, teatro usuale per le leggende e i racconti misteriosi. Ci sono infatti luoghi, nelle paludi e nei boschi, che è bene attraversare con gli occhi ben aperti. Il finale è, volutamente, aperto. Ci sono scelte che sta a noi compiere, per quanto ignota sia la sorte che ci riservano. E se non sappiamo cosa riserverà il destino, possiamo decidere come affrontarlo.


È il mio amico Filosofo a raccontarmi questa storia.
“Alla metà dell’Ottocento un uomo aveva un alpeggio sul Mottarone. Poiché le bestie erano sorvegliate da un alpigiano, egli preferiva risiedere a Gozzano, salendo all’alpe ogni due giorni. Partiva la mattina presto, ben sapendo che il cavallo ormai conosceva la strada. In questo modo poteva ancora schiacciare un pisolino durante il tragitto.
Anche quella mattina sellò l’animale sbadigliando e partì, addormentandosi poco dopo, come suo solito. Fu svegliato all’improvviso da un nitrito del cavallo. Si trovava nel mezzo di un bosco, in corrispondenza di un incrocio. Stranamente non ricordava di essere mai stato in quel posto prima e anche il cavallo dava segni di nervosismo.
«Sta a te scegliere!»
La voce fece impennare l’animale e rizzare i capelli all’uomo, che si aggrappò alle redini, stringendo le gambe per riprendere il controllo. Da dietro un albero comparve una sagoma scura, che indossava un cappello a cilindro e un vestito nero.
«Cosa scegli?» domandò di nuovo la figura. «Puoi svoltare a destra, proseguire diritto o svoltare a sinistra, ma non puoi più tornare indietro.»
L’uomo guardò allarmato dietro le spalle e vide che il sentiero stava svanendo, inghiottito da una nebbia così scura e minacciosa da fargli accapponare la pelle.
«Sta a te scegliere» ripeté per l’ultima volta l’essere. «Sappi che una strada, non ti è lecito sapere quale, ti consentirà di raggiungere la tua meta; un’altra ti farà trovare un tesoro favoloso; ma guai a te se sceglierai la terza!»
«Cosa mi accadrebbe?» domandò allarmato l’uomo, che era il mio trisavolo.
«Se la prenderai» gridò la figura prima di svanire «sarete maledetti tu e i tuoi discendenti per sette generazioni!»
L’uomo non poteva sapere quale fosse la direzione giusta, ma una cosa sapeva con certezza: se non la meta, poteva decidere il modo. Spronò il cavallo e scelse la sua via, a tutta velocità.




La voce è quella di Marco l’Equi Librista



La pupa e il motore

Il tema è “donne e motori”. La storia è la classica leggenda metropolitana dell’autostoppista fantasma. In questo caso però l’ambientazione è cusiana. Sulla strada che da Arona conduce al lago d’Orta esiste una palude, la famigerata palude di Invorio. E poco distante c’è un piccolo cimitero, ai piedi dell’antica chiesetta di San martino d’Ingravo. Qui, in tempi antichi sorgeva un paese, Ingravo, scomparso misteriosamente nel nulla.


Stavo salendo sulla mia nuova Porsche, fuori dal solito bar di Arona, quando la vidi. Una pupa di quelle che ti lasciano a bocca aperta. Carrozzeria da urlo, accessoriata al punto giusto, sguardo smarrito.
«Puoi darmi un passaggio?» mi chiede «Dovrei tornare a casa…»
«Ti porto anche in Paradiso, se vuoi!» le rispondo.
La faccio salire, aprendole la portiera. Un po’ di cavalleria non guasta per creare la giusta atmosfera. Le chiedo dove abita.
«A Bolzano» mi risponde con un filo di voce.
Sfodero uno dei miei sorrisi scioglicuore, ingrano la marcia e parto sgommando.
Mentre i fari squarciano le tenebre davanti a noi, inizio ad accordare le distanze tra di noi. Il motore è la musica che fa da sottofondo al canto delle mie parole, che la carezzano gentilmente, tessendo attorno all’uccellino una rete da cui non potrà fuggire. La vedo giocherellare con una ciocca di capelli, segno inequivocabile che le mie parole stanno centrando il bersaglio.
Stiamo uscendo da Invorio quando parla nuovamente.
«Voi uomini avete parole dolci, ma i vostri gesti, poi, ci feriscono…»
Rimango un po’ sorpreso da quelle parole, ma non mi scoraggio. Se fosse mia abitudine fermarmi alle prime difficoltà non avrei il carniere pieno di prede.
Mentre infilo le curve lungo la palude assesto i colpi definitivi, dicendo quelle parole a cui nessuna donna potrà mai resistere. Quando imbocco la salita, dopo il ponte sull’Agogna, sono certo di averla in pugno.
«Fermati qui» mi dice, infatti, poco dopo l’ultima curva.
«Davanti al cimitero?» domando ironico.
«Sono arrivata. Non vuoi scendere da me?»
In quel momento sento un brivido gelato. Mi volto verso di lei, ma non vedo nessuno.
Il giorno successivo ho dovuto far cambiare il sedile della macchina…





La voce è sempre quella di Marco l’Equi Librista

martedì 19 maggio 2009

Disfida 3 – Luoghi inquietanti

Oggi confrontiamo due Pillole di Mistero che hanno a che fare con due luoghi molto diversi: la Rocca che si erge superba sulla rupe di Angera e un antico mulino di cui oggi non restano che rovine.


Bambole

Una Pillola di Mistero che si muove sul tema “bambole” ripercorrendo la storia di queste creature dalle sembianze umane, talora molto inquietanti. La presenza di un “Museo della bambola” nella rocca di Angera rappresenta il collegamento con il nostro territorio. Una presenza discreta, ma non per questo meno, sottilmente, preoccupante, se si pensa all’esercito di bambole ivi asserragliato.


Sono belle, bellissime, e sanno di esserlo. Hanno il sorriso crudele di chi sa di essere ammirata, ma intoccabile. Le accogliamo nelle nostre case per divertire i nostri figli. Se ne stanno lì a fissarci con occhi immobili che non ci perdono mai di vista. Ci osservano di giorno, ma soprattutto di notte. Vegliano su di noi o forse ci sorvegliano attendendo solo il momento giusto.
Le bambole sono antiche quanto la nostra specie. Erano già con noi nelle caverne. Gli Egizi, i Greci e i Romani le costruivano per le loro bambine. Anche gli antichi druidi costruivano enormi bambole, o fantocci, di vimini. Poi li riempivano di esseri umani e appiccavano il fuoco per propiziarsi la sorte.
C’è chi sospetta che mentre dormiamo esse possano prendere vita e aggirarsi attorno a noi nell’oscurità. Nessuno, tuttavia, è mai riuscito a sorprenderne una mentre lo faceva. Forse per questo le bambole sono usate dalle streghe per i loro crudeli riti. Si crede infatti che gli spiriti inquieti possano trovare dimora in esse, in attesa di poter passare in un corpo più accogliente.
Ci sono molte case piene di bambole, ma nessuna è pari alla Rocca di Angera. C’è un intero esercito schierato lì dentro, come in attesa di un burattinaio che impartisca l’ordine di mettersi in marcia. Se amate le bambole vi consiglio di visitare questo museo. Solamente, non fatelo dopo la mezzanotte…




La voce in questo caso è quella di Fulvio Julita.


La farina del Diavolo

Ci sono luoghi, paesi, nazioni per il cui possesso gli uomini sono disposti ad ingannare, rubare o uccidere e persino ricorrere ad alleati che sarebbe meglio non invocare. La brama sfrenata di denaro, potere e sesso è la farina che macina perennemente il mulino infernale. La farina del diavolo, tuttavia, va in crusca e il patto col demonio porta alla rovina chi lo sottoscrive. Insomma, cibarsene nuoce gravemente alla salute… dell’anima.


Sulle colline attorno al lago esiste un mulino di cui non vi dirò il nome, perché troppo sfortunata è la memoria di quel luogo.
Il mulino era uno dei più belli e ricchi della zona. Ci viveva un mugnaio che aveva due figli. Alla sua morte lasciò il mulino al figlio maggiore, mentre il minore fu mandato in convento, così da lasciare indivisa la proprietà. Il ragazzo però non ne voleva sapere della vita monastica. Si era anzi messo in testa che il mulino dovesse essere suo a tutti i costi. Per una questione di principio prima ancora che di interesse.
Una volta adulto gettò la tonaca alle ortiche. Tutti pensavano che presto la fame l’avrebbe spinto a ritornare tra i frati, invece l’uomo cominciò subito a spendere soldi a destra e a manca. Nessuno sapeva come facesse e da dove li prendesse, ma più spendeva e più pareva averne. Col denaro conquistò rapidamente una notevole influenza e riuscì a farsi eleggere a varie cariche. Ricchezza e potere gli attrassero, naturalmente, molte donne.
Fu allora che cominciarono a circolare strane voci. Alcune delle donne che l’avevano frequentato ebbero strani incidenti. Alcune impazzirono. Altre raccontarono di cose misteriose e terribili che avevano visto nella sua casa.
Nessuno tuttavia prestò fede a queste dicerie, finché il fratello maggiore morì improvvisamente. Chi vide il suo cadavere giurò che sul suo volto c’era un’espressione di terrore assoluto.
Il mulino passò al fratello minore, che poteva finalmente coronare il suo sogno. Proprio allora, però, come per magia, tutta la sua fortuna svanì. Perse rapidamente tutti i soldi e i creditori divennero numerosi.
Infine la donna che viveva con lui venne trovata morta in un bosco, orribilmente assassinata. Il giudice ordinò di arrestare l’uomo. Quando le guardie andarono per prenderlo, lo sentirono urlare da dentro il mulino: «Mi hai ingannato, maledetto!»
Allora sfondarono la porta ed entrarono, ma trovarono solo il suo cadavere penzolante da una corda.




La voce è quella di Marco l’Equi Librista.

lunedì 18 maggio 2009

Disfida 2 - Il coraggio e la paura

A confronto due “Pillole di Mistero” sul tema della paura. Paure arcaiche che diventano improvvisamente concrete, costringendoci a guardare dentro noi stessi, per scoprirci eroi o vigliacchi.


“La caccia infinita” ovvero “La Bestia che si aggira nelle tenebre”.

Il tema proposto da Siamo in Onda era “Giro d’Italia”.

Mi è tornata in mente, a questo proposito, una storia antica. Una storia di improvvise esplosioni di violenza attribuite, nei secoli passati, ad una misteriosa “bestia” a lungo cacciata e mai realmente presa. Una lunga scia di sangue che si aggirava per l’Italia e l’Europa e che si intrecciava, spesso sovrapponendosi, ai tanti assalti attribuiti, a torto o a ragione, ai lupi.

Talora però le dimensioni o la descrizione fornita da vittime miracolosamente scampate all’assalto, individuavano in una misteriosa “Bestia” la responsabile delle aggressioni.
Alcuni di questi assalti furono particolarmente celebri, come quello della Bestia di Milano, che colpì tra il 1792 e il 1794 o quella, ancora più famosa Bête du Gévaudan che terrorizzò la zona del Gévaudan, tra il 1764 e il 1767. Quest’ultima vicenda ha ispirato anche dei film, l’ultimo dei quali è “Il patto dei lupi” con Vincent Cassel e Monica Bellucci.

Bestie che colpivano e scomparivano nelle tenebre, suscitando ondate di panico tra la popolazione, fino a che la cattura di un qualche grosso lupo metteva la parola fine a vicende piene di dubbi e mistero. Finché la Bestia non tornava a colpire in un altro luogo…

Così, quando circa un anno fa, ad Arona, qualcosa ha saltato un recinto…


E’ accaduto.
Avremmo dovuto saperlo. No, avremmo potuto saperlo se tanti anni di assenza non ne avessero cancellato persino il ricordo. I vecchi sapevano della sua esistenza, ma sono passati così tanti anni da quando abbiamo smesso di prestar fede alle storie dei vecchi…
Persino i più anziani non ricordano di averne mai sentito parlare.
Un tempo era diverso. Al calar del sole ci si serrava dentro le cascine, sprangando le porte, chiudendo le ante di finestre munite di solide sbarre. Soltanto gli uomini più coraggiosi osavano uscire fuori, nelle tenebre.
Dentro, accanto al fuoco e nelle stalle, i vecchi raccontavano alle donne e ai bambini di occhi che brillano nel buio; di artigli che lacerano la carne e zanne che squarciano la gola; della Bestia che si aggira nelle tenebre in cerca di preda; delle grandi cacce organizzate per stanare la Bestia; dei latrati dei cani; delle armi nervosamente strette tra le mani; delle trappole nascoste nelle foglie.

Tutto inutile.

La Bestia spariva, dopo aver lasciato una lunga striscia di sangue. Talora un lupo o un orso, quando ancora ce n’erano, o un cane idrofobo, finivano nella trappola, ma i racconti dei testimoni non coincidevano mai con la fredda realtà di un cadavere.
Le zampe erano troppo piccole, le fauci meno feroci e lo sguardo, no, lo sguardo era diverso.
E poi, come a confermare quel sospetto, a distanza di chilometri, talora di anni, una nuova esplosione di violenza, una nuova caccia, una nuova preda insoddisfacente…
È accaduto. Qualcosa è entrato in un recinto, saltando una rete alta due metri e sgozzando sei daini. Qualche giorno prima era toccato a tre caprette.
Si parla di un cane. No, quegli artigli non sono da cane, sono da felino.
È una lince, misteriosamente tornata dopo un esilio centenario. No, una lince non può fare quel macello. Deve essere una pantera, una tigre, forse fuggita da un circo o da uno zoo clandestino… Di nuovo si tendono trappole, si preparano battute, col timore che la bestia possa attaccare di nuovo.

E la caccia infinita riprende...




La voce è quella di Marco l'Equi Librista.



“La culla”

C’è un luogo, appena sotto Invorio, in cui sono situati molti inquietanti racconti. Si mormora che ai margini della palude le streghe compiano i loro crudeli riti e che sia pericoloso transitarvi di notte.
Il tema della puntata di Siamo in Onda era “il coraggio e la paura”. Mi sono divertito ad immaginare la storia di un uomo forte coi deboli e sempre pronto a celebrare se stesso. Un uomo che scopre, nel buio della notte davanti ad una culla, di essere molto meno coraggioso di quanto sosteneva di essere.



Il Rosso non aveva paura del buio. Tanto meno delle favole che circolavano sulle sinistre presenze nella palude sotto Invorio….
«Tutte sciocchezze!» sbuffò e picchiò il pugno sul tavolo dell’osteria. «Siamo nel Ventesimo secolo e ancora credete a queste cose da medioevo. Streghe, diavoli, fantasmi! Vorrei proprio vederli! Chissà come mai a me non si manifestano mai. Eppure passo sempre di lì.»
«Il Peppo li ha visti» mormorò il Togn, stringendo nervosamente le carte nelle mani. «E anche la Maria…»
«Un ubriacone e una donna isterica» la risata del Rosso rimbombò nella sala piena di fumo.
Era grande e grosso e ben pochi osavano discutere con lui, specie quando aveva bevuto un paio di bicchieri. Non ci metteva molto a menare le mani, come ben sapeva quella santa donna di sua moglie. Nessuno osò sostenere la sfida del Rosso, che cercava sempre qualcuno così stupido da contraddirlo. Solo gli occhi del vecchio Ferro non si abbassarono come canne piegate dal vento davanti al suo sguardo.
«Spera che non ti sentano loro» aveva detto solamente.
«Devono solo provarci a fare la fisica a me!» ruggì il Rosso.
Il Ferro sputò per terra ed tornò ad immergersi nel proprio sigaro. Nella Grande Guerra era stato un Ardito, era stato decorato e aveva perso una gamba. Non doveva dimostrare niente a nessuno. Così il Rosso se n’era andato, sbattendo la porta. Alcuni pensarono che quella sarebbe stata una brutta notte per sua moglie.

Il Rosso s’incamminò verso casa, lungo la strada che costeggiava la palude. Dietro una curva, improvvisamente, sentì il pianto di un bambino. Incuriosito si avvicinò e vide una culla, da cui provenivano i lamenti. Allora si fece avanti, per vedere chi fosse il bambino abbandonato.
Appena si sporse sopra la culla vide una testa colossale, che lo fissava con gli occhi gialli ed emetteva urla dalla bocca enorme.
Allora il Rosso fuggì a gambe levate fino a casa e la moglie ebbe il suo daffare per calmarlo, come un bambino spaventato, e metterlo a letto.



La voce è sempre quella di Marco l'Equi Librista

domenica 17 maggio 2009

Disfida 1 - Oscurità

Le prima disfida vede confrontarsi due "Pillole di mistero" ambientate nell'oscurità della notte.


Occhi gialli nell'oscurità.

Il racconto nasce da una testimonianza contenuta nel libro Paesi di mezzo.
Ho voluto raccontare questa storia, che mette insieme vicende vissute, racconti d'osteria e paure ancestrali.
E' la paura del buio e del timore verso i preti, custodi di un potere vissuto come incomprensibile ed esoterico, a costituire la base del racconto. Si credeva infatti che i preti potessero "fare la fisica" trasformandosi in animali o agendo sulle cose.
In questo caso la forza dell'amore e della giovinezza si rivelano più forti di qualsiasi ostacolo.

Il tema della puntata era "occhi".


Era un giovane coraggioso; uno di quelli che non avevano paura a camminare di notte, nelle tenebre. E poi aveva ottime ragioni per salire fino all’alpe: c’era la sua morosa lassù e aveva voglia di vederla per fare all’amore con lei.
Camminava veloce, risalendo il sentiero come un salmone un torrente. Niente e nessuno avrebbe potuto fermarlo, nemmeno il diavolo in persona.
Forse questo l’aveva pure detto all’osteria, bevendo l’ultimo bicchiere prima di mettersi in cammino. O forse qualcuno del paese aveva deciso che quel ragazzo di fuori non doveva venire a parlare con una di loro, ma temendo di affrontarlo di persona aveva deciso di chiedere aiuto a qualcuno in grado di evocare un pauroso potere…
Sia come sia, nelle tenebre iniziò a vedere due occhi gialli che lo fissavano, in mezzo alla strada. Rallentò il passo: dalla nera sagoma del cane cominciò a provenire un ringhiare sordo. Avanzò e la bestia indietreggiò, ringhiando più forte. Faceva alcuni passi indietro, ma poi ringhiava più forte di prima, con l’aria di volergli saltare alla gola.
Allora il giovane, che temeva di arrivare tardi e trovare tutti ormai a letto e la morosa sotto le coperte a piangere, si arrabbiò così tanto che con pochi salti fu davanti al cane e gli sferrò un calcio così forte che lo fece guaire. La bestia fuggì zoppicando e gemendo, svanendo nelle tenebre.
Il giorno dopo il giovane seppe che il prete aveva un braccio rotto.





La voce è quella di Marco l'Equi Librista.



L'armata delle tenebre
Il racconto prende spunto da un fatto raccontatomi da mio zio, una tempesta di fulmini che si abbatte sulle collini del lago d'Orta. Ho voluto immaginare che, nel bel mezzo di una simile tempesta tempesta, qualcuno bussi alla porta...
La leggenda di Hellequin e dell'armata di morit che lo seguirebbe ha origini molto antiche.
Si ritiene che affondino nei miti scandinavi, quando il dio Odino mandava le Valchirie, sotto forma di corvi, a raccogliere le anime dei valorosi morti sui campi di battaglia.

Di una dea corvo che esalta il valore dei guerrieri si parla però anche nei miti celtici, a proposito della dea Morrigan, il "Corvo della battaglia", dea splendida e terrificante, che incita gli uomini all'odio in battaglia, ma anche al furore sessuale.

Il tema della puntata di Siamo in Onda era "Paura".


Il vecchio guardò fuori dalla finestra. Di solito non aveva paura dei tuoni, ma quello non era un normale temporale. Sulle montagne tra il Cusio e la Valsesia c’era un’autentica tempesta di fulmini, che illuminava a giorno il cielo. Il cane, suo unico compagno in quel paese deserto era scomparso, lasciandolo solo sotto il rombo continuo dei tuoni.
Quel rumore gli ricordava la guerra. Per questo, forse, si fece viva invece quell’antica ferita. Una bella fortuna, gli avevano detto i dottori, all’epoca. La fortuna di essere l’unico sopravvissuto all’esplosione di quella maledetta granata che aveva disintegrato i suoi ragazzi.
Fu allora che iniziò a vederli. All’inizio gli erano parsi alberi agitati dal vento ma ora distingueva gli stendardi sotto i quali avanzavano. Entrarono lentamente nel giardino, fino a circondare la casa. Con un brivido di paura vide dragoni e ussari, legionari romani e samurai giapponesi, giannizzeri turchi e opliti spartani, picchieri svizzeri e lanzi tedeschi, cavalieri teutonici e arcieri inglesi... I valorosi di tutte le epoche, fianco a fianco, coi volti d’un pallore cadaverico lo fissavano con orbite vuote.
Li guidava, su un cavallo nero come la notte, un gigante dagli abiti variopinti, con un cappellaccio in testa e una vistosa benda su un occhio. Sulle sue spalle stavano appollaiati due corvi e ai suo fianchi cavalcavano due valchirie.
Bussarono alla porta.
«Hellequin, il gran condottiero dell’Armata dei Morti è qui per te!»
Il vecchio non aveva più paura ora. Corse in soffitta, aprì il baule, indossò l’uniforme e cinse la sciabola da ufficiale. Infine apri la porta, per unirsi a loro.




La voce è ancora quella di Marco l'Equi Librista.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.