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giovedì 3 settembre 2009

Note bio bibliografiche

Mary Shelley

Una lunga gelida estate

Note bio bibliografiche


Una lunga gelida estate è un lungo racconto, composto da quadri che possono essere letti in modo più o meno indipendente. Per aiutare il lettore ad orientarsi, indico di seguito i nomi dei personaggi, con le fonti per gli approfondimenti e alcune indicazioni biografiche sui protagonisti e le voci narranti.

Alfa dei Misteri: è la voce narrante, che riordina le storie raccontate da Camilla. La figura di Alfa è avvolta da un alone di mistero. Di sé racconta di vivere su un’isola del lago d’Orta, diversa dall’isola di San Giulio. La sua sedicente attività è quella di indagatore dei misteri del lago d’Orta e di narratore delle storie che vi si svolgono.

Balzac, Honoré de (1799 –1850): scrittore francese, maestro del romanzo realista. Citato tra I viaggiatori che soggiornarono tra il Lago d’Orta e il Lago Maggiore. Ospiti illustri .

Bonaparte, Napoleone (1769 –1821): militare francese di origine corsa, politico e fondatore del Primo Impero francese. Brillante generale combatté, la sua fortuna cominciò a declinare dopo la disastrosa spedizione contro la Russia. Sconfitto ed esiliato all’Elba, tentò di ricostruire l’impero ma fu sconfitto definitivamente a Waterloo, in Belgio (1815). L’Imperatore e la pioggia

Browning, Robert (1812 –1889): poeta e drammaturgo britannico. Citato tra i viaggiatori che soggiornarono tra il Lago d’Orta e il Lago Maggiore. Ospiti illustri

Butler, Samuel (1835 –1902): scrittore inglese. Citato tra i viaggiatori che soggiornarono tra il Lago d’Orta e il Lago Maggiore. Ospiti illustri

Cambronne, Pierre Jacques Étienne (1770 –1842): generale francese distintosi durante la battaglia di Waterloo al comando della Guardia Imperiale. Le sue parole sprezzanti davanti all’offerta di resa furono celebrate da Hugo nel capitolo XV de “I miserabili”. La vecchia guardia muore; Epilogo.

Camilla: è una ragazza di sedici anni di cui non si conosce altro che il nome. La sua storia è raccontata da un diario ritrovato da Alfa. In esso si narra dell’inquietante incontro con un misterioso ragno parlante nei sotterranei della casa dalle 99 stanze e delle 101 finestre. A seguito del morso di questa inquietante creatura, Camilla comincia a scrivere storie. Una lunga gelida estate è la prima di queste storie. incentrata su di un immaginario diario di Mary Woolstonecraft Shelley. Le sue parti sono scritte con caratteri in colore rosso. Premessa.

Clairmont, Claire (1798 – 1879): figlia di primo letto di Mary Jane Clairmont, seconda moglie di William Godwin. Ebbe una relazione con Lord Byron, da cui nacque una figlia, Allegra (1817 – 1822). Fu presente a Villa Diodati, ma non scrisse nessun racconto, limitandosi a leggere, e forse giocare ad interpretare con Percy Shelley, alcune storie di fantasmi. Epilogo

Coleridge, Samuel Taylor (1772 –1834): poeta, critico letterario e filosofo inglese. Con William Wordsworth tra i fondatori del Romanticismo inglese, con la pubblicazione delle Ballate Liriche (1798) in cui è contenuta La ballata del vecchio marinaio (The Rime of the Ancient Mariner). Altri suoi famosi componimenti sono Kubla Khan e Christabel (1816). Fu amico e frequentatore di William Godwin. Epilogo

Crichton, John Michael (1942 – 2008): statunitense, autore di numerosi best sellers, molti dei quali sono stati trasformati in film di successo (come Jurassic Park), sceneggiatore, regista e produttore cinematografico. Ideatore della serie televisiva E.R. Medici in prima linea. Citato tra i viaggiatori che soggiornarono tra il Lago d’Orta e il Lago Maggiore. Ospiti illustri

Dickens, Charles (1812 – 1870): scrittore britannico considerato uno dei più importanti romanzieri di tutti i tempi. Citato tra i viaggiatori che soggiornarono tra il Lago d’Orta e il Lago Maggiore. Ospiti illustri

Drais, Karl (1785-1851): barone tedesco di tendenze democratiche, inventore nel 1818 della “draisina” un velocipede (privo di pedali) antenato della bicicletta. Mille e ottocento e muori ghiacciato

Franklin, Benjamin (1706 –1790): politico statunitense e genio poliedrico, inventore e appassionato di meteorologia e anatomia. Epilogo

Godwin William (1756–1836): filosofo politico radicale considerato uno tra i principali pionieri del pensiero ateo ed anarchico. Padre di Mary Wollstonecraft Shelley. Il Prometeo moderno

Goethe, Johann Wolfgang (1749 –1832): scrittore, poeta e drammaturgo tedesco. Citato tra i viaggiatori che soggiornarono tra il Lago d’Orta e il Lago Maggiore. Ospiti illustri

Hawking (dottor): personaggio immaginario, descritto da Camilla in La neve in estate.

Hemingway Ernest Miller (1899 –1961): romanziere statunitense, autore di racconti brevi e giornalista. Citato tra i viaggiatori che soggiornarono tra il Lago d’Orta e il Lago Maggiore. Ospiti illustri

Hugo, Victor-Marie (1802 –1885): scrittore, poeta e drammaturgo, considerato il padre del Romanticismo francese. Nel capitolo XV de I Miserabili (1862) celebra la figura di Cambronne: «Dire queste parole, e poi morire. Cosa c'è di più grande? Poiché voler morire è morire e non fu colpa sua se quell'uomo, mitragliato, sopravvisse. Colui che ha vinto la battaglia di Waterloo non è Napoleone sconfitto, non è Wellington, che alle quattro ripiega e alle cinque si dispera, non è Blücher che non ha proprio combattuto; colui che ha vinto la battaglia di Waterloo è Cambronne. Poiché fulminare con una tale parola il nemico che vi annienta, vuol dire vincereEpilogo

Humphreys, William Jackson (1862 - 1949): fisico e climatologo americano. Scoprì la relazione tra le eruzioni vulcaniche e i mutamenti climatici (per il rapporto con Napoleone; sul clima). Epilogo.

Johnson (giudice): personaggio immaginario, descritto da Camilla in La neve in estate.

Lady Lamb, Caroline (1785 –1828): aristocratica e scrittrice inglese britannica. Ebbe una tempestosa relazione con Lord Byron nel 1812. Per vendicarsi pubblicò il romanzo autobiografico "Glenarvon" (1816), il cui protagonista è il perfido e crudele Ruthwen Glenarvon, ritratto satanico di Lord Byron. Lord Ruthven

Lord Byron (George Gordon Byron, 1788 –1824): poeta e politico inglese. Detto Albè dagli amici, per le iniziali L.B. con cui si firmava. Lanciò la sfida letteraria a Villa Diodati, invitando gli amici presenti a scrivere una storia dell'orrore.. Dal canto suo iniziò una storia, rimasta incompiuta, di un viaggio in Grecia con un vampiro. La storia fu ripresa e sviluppata dal suo medico Polidori. La poesia Darkness è ispirata agli strani fenomeni atmosferici del 1816. Altre sue opere: Il Giaurro (1813), Il pellegrinaggio del cavaliere Aroldo (1812-1818), Don Giovanni (incompleto, 1824). Lord Ruthven

Lord Ruthwen: un aristocratico vampiro descritto da Polidori nel racconto “Il Vampiro” (1819). La nascita di un mito

Lord Wellington (Sir Arthur Wellesley, 1769 –1852): militare e politico britannico di origine irlandese, assunse il comando delle forze anglo-alleate nella battaglia di Waterloo. L’Imperatore e la pioggia

Nietzsche, Friedrich Wilhelm (1844 –1900): filosofo e scrittore tedesco. Visse ad Orta una breve ma intensa storia d’amore con loù Salomè, che gli ispirò la sua oper apiù importante, “Così parlò Zarathustra” (1885). Citato tra i viaggiatori che soggiornarono tra il Lago d’Orta e il Lago Maggiore. Ospiti illustri

Polidori, John William (1795 –1821): medico e scrittore inglese di origine italiana. Medico personale di Lord Byron nel suo viaggio in Europa nel 1816. Uno dei cinque partecipanti alla disfida letteraria, scrisse un racconto di una donna dalla testa di scheletro e, successivamente, “Il Vampiro” (1819), dapprima attribuito a Byron e poi rivendicato da Polidori stesso. Del viaggio e del soggiorno in Svizzera lasciò un diario, pubblicato nel 1911 (“The Diary of Dr. John William Polidori 1816 Relating to Byron, Shelley, etc. Edited and Elucidated by William Michael Rossetti, Londra 1911). In esso descrive come Mary Woolstonecraf Shelley lo chiamasse "il suo fratellino". Parla inoltre della sfida a duello lanciata a Shelley (che l'accolse sghignazzando), per il quale nutriva una forte gelosia. La vicenda di una donna curiosa : La nascita di un mito

Salomé, Lou: (1861 –1937): scrittrice e psicoanalista tedesca di origine russa. Ad Orta visse una tormentata relazione con Friedrich Nietzsche, ispirandogli, probabilmente le prime due parti della sua opera più importante Così parlò Zarathustra (1885). Citata tra i viaggiatori che soggiornarono tra il Lago d’Orta e il Lago Maggiore. Ospiti illustri

Shelley, Percy Bisshe (1792 –1822): uno dei più grandi poeti romantici inglesi. Marito di Mary Woolstonecraft Shelley, che lo chiamava il suo “Cavalier Elfo”. Raccolse la sfida di villa Diodati, ma si limitò ad improvvisare una folle sceneggiata dopo aver ascoltato questi versi della Christabel di Coleridge:
Beneath the lamp the lady bowed, /
And slowly rolled her eyes around; /
Then drawing in her breath aloud, /
Like one that shuddered, she unbound /
The cincture from beneath her breast: /
Her silken robe, and inner vest, /
Dropped to her feet, and full in view, /
Behold! her bosom and half her side- /
A sight to dream of, not to tell! /
O shield her! shield sweet Christabel!
L’alchimista della poesia, il Prometeo moderno , epilogo


Stendhal (Henri-Marie Beyle, 1783 –1842): scrittore francese. Citato tra I viaggiatori che soggiornarono tra il Lago d’Orta e il Lago Maggiore. Ospiti illustri

Stoker, Abraham "Bram": (1847 –1912): scrittore irlandese, autore di Dracula (1897), il più famoso vampiro della letteratura e dello schermo. La nascita di un mito

von Blücher, Gebhard Leberecht (1742 –1819): feldmaresciallo a capo delle forze prussiane nella battaglia di Waterloo. L’Imperatore e la pioggia

Wollstonecraft, Mary (1759 –1797): filosofa e scrittrice. La sua opera più famosa è la “Rivendicazione dei diritti della donna” (1792) che fa di lei una bandiera del movimento femminista. Madre di Mary Woolstonecraft Shelley. Il Prometeo moderno

Woolstonecraft (Godwin) Shelley, Mary (1797 - 1851): scrittrice, saggista e biografa inglese. Raccolse la sfida lanciata da Lord Byron a Villa Diodati, scrivendo il “Frankenstein, ovvero il Prometeo Moderno” pubblicato nella versione definitiva nel 1831 (ripubblicato a cura di Malcolm Skey, Milano, 1991). Del suo viaggio in Italia e in Europa nel 1840-1843 ha lasciato un diario Rambles in Germany and Italy. Una sua biografia si trova in Mrs. Shelley” di Lucy Madox Rossetti, 1890.

Wordsworth, William (1770 –1850): poeta inglese, è ritenuto con l’amico Coleridge il fondatore del Romanticismo e del naturalismo inglese, ispirato dalla suggestiva cornice del Lake District. Fu amico e frequentatore di William Godwin. Epilogo

mercoledì 2 settembre 2009

Epilogo



Una lunga gelida estate

Epilogo


La storia non finisce mai, anche se talora i grumi del destino paiono concentrarsi in pochi mesi. Perciò, cosa accadde dopo quella gelida estate del 1816?
L’eruzione del Tambora, a parte gli eventi distruttivi immediati, fu dimenticata. Solo nel 1913 William Humphreys collegò l’eruzione agli effetti climatici del 1816, sebbene già nel XVIII secolo Benjamin Franklin avesse sospettato che l’eruzione del vulcano islandese Laki fosse responsabile di un analogo abbassamento della temperatura, con effetti negativi sui raccolti per la pioggia e il freddo, verificatosi nel 1784 in Europa e negli Stati Uniti. Per inciso, furono gli studi di Franklin sui fulmini a suscitare la passione di Percy Bisshe Shelley per l’elettricità.
Come tutti sanno, Napoleone Bonaparte, sconfitto a Waterloo nel 1815, fu imprigionato dagli inglesi nell’isola di Sant’Elena dove morì il 5 maggio 1821. Pierre Jacques Étienne, visconte di Cambronne, che secondo la tradizione pronunciò l’insolente risposta agli inglesi (celebrata nel capitolo XV de “I miserabili” di Hugo), benché ferito, sopravvisse alla battaglia. Processato dal nuovo regime, fu assolto e reintegrato nell’esercito. Cambronne non solo negò sempre di aver pronunciato l’insulto, ma giunse a giurarlo alla moglie, una Lady inglese molto bigotta. Le sue parole, insomma, sarebbero state fraintese dei giornalisti francesi che scrissero la cronaca della battaglia. Anche se, in una cena tra amici, ammise di aver dato all’intimazione di resa una risposta energica, ma meno brillante rispetto a quella riportata dai cronisti…
Cosa accadde invece ai protagonisti della singolare scommessa lanciata da Lord Byron tra le gelide mura di Villa Diodati il 16 giugno 1816? Tutti coloro che erano presenti nella villa quella sera ebbero un tragico destino, al punto da far ipotizzare l’esistenza di una “maledizione di Villa Diodati”.
Il 9 ottobre 1816, dopo il ritorno in Inghilterra degli Shelley e di Claire che aspettava una figlia da Byron, Mary ricevette una lettera allarmante da parte della sorellastra Fanny. Percy si precipitò a casa della donna, ma non poté fare altro che constatarne la morte per suicidio. A dicembre Harriet, moglie di Percy, incinta di un altro uomo si suicidò nel lago di Hyde Park. A Percy fu però negato l’affidamento dei due figli “per indegnità morale”. Così, nel tentativo di ottenerlo, sposò Mary, che divenne a tutti gli effetti la signora Shelley.
Nonostante il successo di “Frankenstein”, pubblicato nel 1818, a causa dei debiti contratti e temendo di perdere la custodia dei figli, i coniugi Shelley abbandonarono l’Inghilterra, portando con loro Claire con la figlia di Byron Alba, e i due loro figli, William e Clara. A Venezia Alba fu presa in consegna da Byron (che la chiamò Allegra), a patto che Claire sparisse dalla sua vita. Contro la volontà di Claire la bambina fu messa in convento.
Nel febbraio del 1818 la piccola Clara Shelley contrasse la dissenteria a Venezia e morì. Il piccolo William morì di malaria nel giugno del 1819 a Roma. Mary, che in pochi mesi aveva perso due figli, precipitò nella depressione da cui si riebbe solo con la nascita del figlio Percy Florence nel novembre 1819.
Nel frattempo dall’Inghilterra giungeva un’altra drammatica notizia. John Polidori, nonostante il successo de “Il Vampiro” pubblicato nel 1819, era morto in circostanze misteriose. In seguito si scoprì che il medico, oberato da debiti cui non poteva fare fronte, si sia suicidato con un veleno di sua elaborazione.
Dopo aver girato l’Italia ed essere sfuggiti ad una misteriosa vicenda giudiziaria a Napoli (“un paradiso abitato da demoni”), gli Shelley si sistemarono nel 1822 in Liguria, dove incontrarono nuovamente Byron. La loro fragile felicità era però destinata ad essere nuovamente travolta dagli eventi. Allegra, la figlia di Byron e Claire morì nel convento dove il padre l’aveva sistemata. Il fatto gettò nella disperazione Claire, che accusò Byron di aver provocato la morte della sua bambina. Mary ebbe un aborto spontaneo e sarebbe morta senza il pronto intervento di Percy. Il poeta peraltro si stava allontanando dalla moglie, sprofondata nella depressione, allacciando una relazione con un’altra inglese, Jane Williams.
L’otto luglio 1822 Percy Shelley, in compagnia del marito della sua amante e di un marinaio italiano, naufragarono nel Golfo di La Spezia. Il corpo del poeta fu cremato sulla spiaggia secondo un rituale descritto nell’Eneide e il suo cuore, sottratto incredibilmente intatto alle fiamme, fu donato a Mary entro uno scrigno di legno.
L’anno successivo Lord Byron partì per la Grecia con l’intento di aiutare i patrioti che combattevano per l’indipendenza dall’impero Ottomano. Credeva di poter essere la guida di un popolo di filosofi e guerrieri e si trovò invece in mezzo a briganti e pastori, perennemente divisi da faide interne e stretti d’assedio dall’esercito turco. Lord Byron contrasse la meningite e morì a Missolungi il 19 aprile 1824. La sua morte, comunque, impressionò l’opinione pubblica europea, spingendola a sposare la causa dei ribelli. Nel 1829 la Grecia otteneva l’indipendenza.
Rientrata in Inghilterra col piccolo Percy Florence, Mary si guadagnò da vivere scrivendo. Oltre al Frankenstein, ripubblicato con successo nel 1831, scrisse vari romanzi e racconti e curò la pubblicazione delle opere del marito. A distanza di quasi due secoli il “Frankenstein” della giovane scrittrice è più famoso e letto delle opere dei due poeti all’epoca tanto di moda.
Mary non si risposò mai, dedicandosi alla cura del figlio, l’unico sopravvissuto della sfortunata famiglia. Attorno agli anni quaranta compì un viaggio col figlio in Europa, rivedendo molti luoghi della propria giovinezza. Morì il 1 febbraio 1851, dopo lunghe sofferenze, per un tumore al cervello.
Claire Clairmont, dopo la morte della figlia (che aveva persino tentato di rapire dal convento a cui era stata affidata) odiò profondamente Byron. Condusse una vita irrequieta attraverso l’Europa, finché non tornò in Italia, dove si convertì al cattolicesimo e morì ottantenne a Firenze nel 1879.

Resta ancora una domanda: un’eruzione vulcanica può cambiare il corso della storia e della letteratura? Probabilmente gli eventi che sono stati descritti in “una lunga gelida estate” sarebbero comunque avvenuti. O forse, le tessere del destino erano da tempo tutte sistemate, ma attendevano la caduta del primo tassello per disegnare il loro arabesco…

Domani: note bio bigliografiche

martedì 1 settembre 2009

Il Prometeo moderno



Una lunga gelida estate

9 – Frankenstein


Il Prometeo moderno

Per comprendere come una ragazza di diciotto anni abbia potuto scrivere, tra il 1816 e il 1817, “Frankentein, ovvero il Prometeo moderno” che è considerato il primo romanzo di fantascienza, occorre capire chi fosse Mary Shelley (è lei, infatti, la scrittrice che ha ispirato e guidato Camilla nei racconti raccolti in questa lunga serie dal titolo “Una lunga gelida estate”).
Il padre di Mary era William Godwin, un filosofo politico radicale che è considerato uno tra i principali pionieri del pensiero ateo ed anarchico. La madre, Mary Wollstonecraft fu filosofa e scrittrice. La sua opera più famosa è la “Rivendicazione dei diritti della donna” che fa di lei una bandiera del movimento femminista.
Nonostante considerasse il matrimonio un’istituzione borghese, Godwin sposò la Wollstonecraft dopo che questa era rimasta incinta. Mary peraltro aveva già avuto una figlia, Fanny, dalla relazione con un americano e per questi motivi il loro matrimonio fu aspramente giudicato. Purtroppo Mary Wollstonecraft morì di febbre puerperale dieci giorni dopo la nascita di una bambina, che prese il nome di Mary Wollstonecraft Godwin.
Il padre, conformemente ai principi propri e della moglie, istruì le figlie, cosa abbastanza rara all’epoca. Mary crebbe, leggendo le opere della madre, verso la quale nutrì sempre un forte senso di colpa per esserne stata, suo malgrado, la causa della morte. Il padre, volendo dare una madre a Fanny e Mary, decise di risposarsi con Mary Jane Clairmont che aveva già due figli, Claire (il cui vero nome era Jane) e Charles, nati da due padri diversi, mentre da Godwin ebbe il piccolo William.
La vicinanza di età portò Mary e Claire a legarsi in un complicato rapporto di amicizia e rivalità che durò per tutta la vita, ma sembra che la matrigna preferisse i propri figli a quelle della Wollstonecraft e questo portò la piccola Mary a idealizzare ulteriormente la figura materna, trovando il naturale rifugio per le sue solitarie letture proprio accanto alla tomba della madre. Verso il padre Mary provava invece il sentimento di un affetto mai ricambiato e l’impressione di essere continuamente rifiutata.
A quindici anni Mary era descritta dal padre come "straordinariamente audace, piuttosto imperiosa e attiva di mente. Il suo desiderio di conoscenza è grande e la sua perseveranza in tutto ciò che intraprende quasi invincibile".
L’ambiente culturale in casa Godwin del resto era molto vivace e vedeva la presenza di intellettuali e artisti del calibro di William Wordsworth, Samuel Taylor Coleridge (Mary e Claire ascoltarono, nascoste sotto un divano, il poeta recitare a casa del padre la Ballata del Vecchio Marinaio), Walter Scott e Percy Bysshe Shelley. Di questo Mary s’innamorò a quindici anni, suscitando l’imprevista contrarietà del padre deciso a tutelare, molto borghesemente, la “reputazione immacolata” della figlia.
Da qui la fuga d’amore in Francia, in compagnia di Claire, che per vari
anni (condividendo più di Mary le teorie sul libero amore di Shelley) convisse coi due amanti. Claire allacciò anche una relazione con Lord Byron (probabilmente nell’ambito dell’eterna rivalità con la sorellastra, Claire “puntò” un poeta più famoso di Shelley guadagnandosi, secondo le sue parole, “dieci minuti di felicità e una vita d’infelicità”).
Mary, che fin da ragazza aveva scritto racconti e brevi storie per suo diletto, trovò nella vicinanza e nell’aiuto di Shelley sostegno anche dal punto di vista della scrittura. Il poeta la spronava infatti a conquistarsi una reputazione letteraria e i suoi interventi redazionali su Frankenstein sono consistenti, sebbene la storia sia interamente frutto della mente di Mary. Shelley ispirò anche la figura di Victor Frankenstein, il geniale studente dal curriculum poco ortodosso, che insegue il suo sogno creativo sprofondando progressivamente nell’orrore e nella disperazione.
Shelley inviò il manoscritto, anonimo, agli editori che lo pubblicarono il primo gennaio 1818, convinti che potesse essere del poeta. Il romanzo ottenne qualche recensione favorevole, in un’accoglienza della critica generalmente tiepida. Il successo presso il pubblico, invece, fu subito enorme. Quando i critici, imbarazzati, scoprirono che la vera autrice era la giovanissima Mary Shelley, e non il marito, scrissero “per un uomo era eccellente ma per una donna è straordinario”.
Occorre dire, a quanti non hanno letto il romanzo, che “Frankenstein, ovvero il Prometeo moderno” è anche, e forse soprattutto, “un romanzo filosofico in una storia gotica con una cornice sotto forma di diario” (Malcolm Skey), in cui vengono trattati temi ancora oggi attuali. Oltre al problema dei limiti morali della scienza, il romanzo denuncia duramente l’ipocrisia di una società che esclude il diverso e non da valore a coloro che non hanno alle spalle una famiglia importante né una cospicua ricchezza in borsa. Ugualmente spietata è la critica verso la giustizia umana che condanna l’innocente lasciando libero il vero colpevole.
Elementi questi praticamente assenti nella celebre filmografia ispirata al romanzo. Il Prometeo moderno di Mary Shelley non è affatto quell’essere subumano reso celebre dalla, peraltro straordinaria, interpretazione cinematografica di Boris Karloff. È una creatura dallo spirito filosofico, dotata di fine eloquenza, nata con un animo proteso al bene, che il rifiuto e l’odio da parte di tutta la razza umana, compreso il proprio creatore, spinge inesorabilmente verso un destino di malvagità e morte.
Il richiamo al mito di Prometeo e al suo rapporto di odio amore verso il padre Creatore, è del resto esplicito non solo nel titolo, ma in numerosi riferimenti interni al testo a partire dal disperato grido di dolore che sale al cielo dagli inferi all’inizio del romanzo:

“Ti ho forse pregato io, Creatore, dalla creta
Di farmi uomo? Ti ho forse chiesto io
Di trarmi dal buio?”
(J. Milton, Paradiso perduto, libro X, vv. 743-45)

Domani: Epilogo

lunedì 31 agosto 2009

Deliri notturni



Una lunga gelida estate

9 – Frankenstein

Deliri notturni




Quella sera ascoltai una conversazione tra mio marito e John in cui si parlava della possibilità di infondere la vita ad un corpo inanimato mediante l’elettricità.
L’argomento di questa conversazione, unito all’impressione della scena seguita alla lettura di Christabel agitarono il mio riposo notturno. Non riuscivo a prendere sonno, girandomi in continuazione nel letto, finché la stanchezza non mi sopraffece.
Allora una visione spaventosa mi si presentò in sogno.
“Vidi, a occhi chiusi, ma con un’acuta potenza evocativa della mente, vidi il pallido studioso di arti profane inginocchiato davanti alla cosa da lui creata. Vidi il fantasma orribile di un uomo disteso e poi, per opera di una potente macchina, vidi che mostrava segni di vita, scosso da un moto inquieto, semivitale. Inorridito lo studioso fuggiva lontano dalla sua odiosa opera, sperando che, abbandonandola a se stessa, si spegnesse la flebile scintilla di vita da lui comunicata. Poi lo studioso si addormenta, ma qualcosa lo risveglia: apre gli occhi e scorge l’orrenda cosa, in piedi, a fianco del letto, nell’atto di aprire le cortine e di guardalo con acquosi occhi gialli, animati tuttavia dall’intelletto.”*

Mi svegliai di colpo, col cuore colmo di angoscia, cercando di allontanare da me quella visione di una mostruosità disumana. Poi, mentre l’emozione si depositava, come la polvere che un turbine di vento ha levato in aria, compresi che avevo trovato la mia storia o meglio, che la mia storia aveva trovato me.

“L’ho trovata!” gridai. “Trasformerò in una storia la terribile visione di questa notte. Infonderò nel lettore lo stesso terrore che ho provato in quel frangente, Una cosa terrificante, perché terrificante sarebbe il risultato di un qualsiasi tentativo umano di imitare lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo.
Il giorno seguente cominciai a scrivere.
“Fu in una cupa notte di novembre che vidi la fine del mio lavoro. Con un’ansia che arrivava fino allo spasimo raccolsi intorno a me gli strumenti della vita per infondere una scintilla animatrice nella cosa immota che mi giaceva davanti. Era già l’una del mattino, la pioggia batteva sinistramente sui vetri e la candela era quasi tutta consumata quando, al bagliore della luce che andava estinguendosi, vidi gli occhi giallo opachi della creatura aprirsi, respirò ansando e un moto convulso gli agitò le membra”.*


*Mary Wollstonecraft Shelley, Frankenstein ovvero il Prometeo moderno, 1818.


Domani: 9 - Frankenstein. Il Prometeo moderno

domenica 30 agosto 2009

La nascita di un mito


Una lunga gelida estate

8 – Il Vampiro

La nascita di un mito


John Polidori era figlio di Gaetano Polidori, già segretario di Vittorio Alfieri emigrato in Inghilterra e sposato ad una inglese. John, laureato in medicina ma mosso da ambizione di successo in campo letterario, divenuto medico personale di Lord Byron, lo accompagnò nel suo viaggio attraverso l’Europa nel 1816. Di questo viaggio tenne un diario, con l’intenzione di darlo alle stampe, secondo la moda dell’epoca.
In esso c’è una lacuna tra il 2 luglio (“Piovuto tutto l giorno. In serata con la signora [Mary] Shelley”) e il 5 settembre (“Non ho scritto il mio diario fino ad ora per negligenza e dissipazione. Ho avuto una lunga spiegazione con Shelley e Lord Byron; ho tentato di sparare a Shelley un giorno sull’acqua”). Dopo questa data le strade di Polidori e Byron si separeranno.

Quella che segue è una pagina del diario di John Polidori che fu strappata dall’autore e rinvenuta casualmente sotto una piastrella della sua camera durante una mia visita a Villa Diodati.

“[? Lug]io 1816. La mia storia della donna dalla testa di scheletro non è piaciuta. Come non era piaciuta la mia opera teatrale. Hanno riso di me, ancora una volta.
Byron e Shelley sono sempre assieme e parlano di poesia, di letteratura e non mi considerano degno della loro compagnia. La signorina Clare Clairmont non fa altro che lamentarsi del disinteresse di L[ord] B[yron] nei suoi confronti. Solo la signora [Mary] S[helley] è gentile con me. Quanta compassione provo per lei, creatura così intelligente e dotata, unita in un legame extraconiugale ad un uomo così indegno del suo amore, eppure cieca di fronte alla sua reale natura!

Ho persino sfidato a duello S[helley], ma il codardo mi ha riso in faccia! Inoltre L[ord] B[yron] mi ha minacciosamente ammonito: “S[helley] non è persona da amare i duelli, mentre io al contrario non sono tipo da tirarmi indietro e sono pronto in qualsiasi momento a prendere il suo posto!”

Ho deciso di mettere mano al frammento scritto da L[ord] B[yron] sul viaggio in Grecia con un vampiro. Quando avrò completato il racconto sono certo che l’apprezzamento della signora [Mary] S[helley] nei miei confronti aumenterà. E per allora avrà forse mutato idea su S[helley], quando questi avrà rivelato la sua natura.
Scriverò di una creatura tenebrosa e mortale e gli darò il nome di Lord Ruthven. Un giovane pieno di amicizia e ammirazione nei suoi confronti lo accompagnerà in un viaggio verso la Grecia. Qui scoprirà la vera, maledetta, natura di vampiro della creatura in cui aveva posto così tanta fiducia e speranza. E questo sarà l’inizio della sua rovina...”

E questo è l'incipit del racconto...

«Nel mezzo delle sregolatezze che accompagnano l’inverno londinese, avvenne che comparisse a vari ricevimenti degli esponenti del bel mondo un nobiluomo, degno di attenzione più per le sue stranezze che per il rango. Osservava con sguardo fisso l’allegria che lo circondava, come se non potesse prendervi parte. Quando la gaia risata di una bella fanciulla attirava la sua attenzione, la gelava con uno sguardo, e incuteva paura in quegli animi in cui regnava la superficialità».

Il racconto “Il Vampiro”, di John William Polidori, venne pubblicato nel 1819 e inizialmente attribuito a Byron. Quando questi negò la paternità dell’opera, John Polidori si fece avanti rivendicandola.
Il racconto introdusse la figura del nobile maledetto diventato vampiro. In precedenza, nel folclore popolare, la figura del vampiro era piuttosto quella di un mostro orribile e spaventoso, tormentatore di poveri contadini analfabeti. Il Lord Ruthven di Polidori è il primo vampiro affascinante e la sua figura elegante e seduttiva, ben introdotta nell'alta società del suo tempo, avrà un’influenza decisiva sulla letteratura vampiresca successiva, che culminerà nel famosissimo “Dracula” di Bram Stoker.

Domani: 9 – Frankenstein. Deliri notturni

sabato 29 agosto 2009

La vicenda di una donna curiosa.


Una lunga gelida estate

8 – Il Vampiro

La vicenda di una donna curiosa.

“Voglio raccontarvi la mia storia”.
John se ne stava impettito e pronto a raccontare quello che aveva inventato in risposta alla sfida lanciata da Albé. Ci accingemmo quindi ad ascoltare il suo racconto.
“C’era una dama, che viveva in una grande ed antica dimora. Ella aveva accesso a tutto il palazzo, le era stato vietato, a pena di gravissime conseguenze, di entrare in una stanza che si trovava nei sotterranei del castello. La donna per un po’ obbedì a quell’ordine, ma lentamente il tarlo della curiosità cominciò a divorarla. Mille angosciose domande sul contenuto della stanza le torturavano la mente. Infine risolvere quel mistero divenne per lei quasi una ragione di vita.
Così, dopo aver a lungo studiato i tempi ed i modi per raggiungere la stanza senza essere vista da nessuno, si accinse a violare il divieto. Confidava infatti nell’impunità derivante dalla segretezza furtiva del suo agire. Raggiunta la porta della stanza accostò l’orecchio. Si udivano dei rumori provenire dall’interno, segno indubitabile della presenza di qualcuno. Una luce filtrava, come una lama, da sotto la porta. Allora, spinta dalla curiosità non più trattenuta accostò l’occhio al buco della serratura.
Ciò che vide era al di là di ogni più orribile immaginazione. L’oscenità di quanto stava accadendo era tale da sovvertire tutte le leggi della Terra e del Cielo. Terrorizzata la donna fuggì a perdifiato, cercando rifugio da quella visione nella propria camera. Solo quando ebbe chiuso la porta alle proprie spalle tirò un respiro di sollievo.
Si diresse verso il letto, cercando un’impossibile pausa alla propria angoscia, ma mentre si avvicinava il suo occhio incrociò la propria immagine riflessa dallo specchio. Un urlo di terrore le uscì dalla bocca, vedendo che i bei lineamenti del suo volto erano scomparsi e che al loro posto stava un teschio, e la donna cadde a terra priva di vita.”


Domani: 8 – Il Vampiro. La nascita di un mito

venerdì 28 agosto 2009

L’alchimista della poesia


Una lunga gelida estate

7 – Il Cavalier Elfo

L’alchimista della poesia

Mary lo incontrò a casa di suo padre in un giorno di novembre del 1812 quando lei aveva quindici anni e lui ne aveva venti, si era da poco sposato e aveva cominciato a frequentare la casa del padre di lei, William Godwin.
La ragazza, nonostante l’opposizione del padre, vide subito sotto l’aspetto superficiale del giovane, timido e malaticcio, afflitto da sofferenze e delusioni, uno spirito celeste. Il giovane poeta che aveva già messo in versi la “Regina Mab” divenne così il suo Cavalier Elfo.
Il padre, intuendo forse il pericolo, la spedì in Scozia per un lungo anno, ma quando nel maggio del 1814 i due s’incontrarono nuovamente diventarono inseparabili. Nemmeno tre mesi dopo Mary e Percy fuggivano in Francia, accompagnati dalla sorellastra di lei, Claire.
Percy Bisshe Shelley, il Cavalier Elfo, era una figura complessa e tormentata: autore di versi sublimi; frequentatore notturno di cimiteri; alchimista; appassionato della scienza occulta come delle nuove meraviglie rivelate dalla chimica e dalla fisica, in particolare dagli esperimenti scientifici sull’elettricità; separato dalla moglie, da cui aveva avuto due bambini; diseredato dal padre dopo essere stato cacciato dall’università per il suo professo ateismo. Perennemente inseguito da creditori infuriati era spesso costretto alla fuga.
Quando era messo alle strette da energumeni maneschi intenzionati a riavere i loro soldi, non tentava nemmeno di difendersi e se veniva sfidato a duello (gli accadde più volte) si limitava a sommergere di risate lo sfidante.
Propugnatore e sperimentatore del libero amore (“in questo il vero amore differisce dall’oro: che dividere non è sottrarre”) era incline a convivere con almeno due donne sotto lo stesso tetto, suggerendo peraltro anche alle mogli e amanti di regolarsi allo stesso modo.
Percy Bisshe Shelley era però anche un generoso idealista dalle idee radicali. Una delle cause della rottura con la famiglia era il netto rifiuto da parte del giovane poeta di vivere secondo le regole e i privilegi dell’aristocrazia inglese. A convincere il padre a diseredarlo fu probabilmente la sua ostinata determinazione ad utilizzare il patrimonio familiare per aiutare i bisognosi, seguendo il progetto di "Giustizia Politica" di William Godwin, padre di Mary.
Fu forse questa onestà di fondo dell’uomo, che rifiutava le regole ipocrite della società della sua epoca, a colpire e legare Mary, che a sua volta era cresciuta con l’ispirazione di idee di libertà e giustizia. E ad ispirarle queste parole: [lo] “amo così teneramente e interamente, la mia vita è nella luce dei suoi occhi e la mia intera anima è completamente assorbita da lui".

Domani: 8 – Il Vampiro. La vicenda di una donna curiosa.

giovedì 27 agosto 2009

Christabel


Una lunga gelida estate

7 – Il Cavalier Elfo


Christabel


«Era il pomeriggio ed Albè, per dimostrare la potenza della poesia prese a leggere i versi della Christabel di Coleridge. Ascoltai estasiata la storia di Christabel che di notte s’inoltra nel bosco a pregare per il suo fidanzato lontano. Del suo incontro con una ragazza bellissima, nascosta dietro gli alberi, che le rivela di essere stata rapita da cinque uomini sconosciuti e di essere a loro sfuggita…
Christabel, nella quale un animo buono si unisce alla bellezza esteriore, si offre naturalmente di aiutare ed ospitare Geraldine nel proprio castello. Una volta introdotta nella propria dimora la giovane, Christabel si rende conto, però, che essa nasconde un terribile segreto. Nonostante questo Christabel non riesce a sottrarsi alla terribile influenza di Geraldine e si ritrova in potere di una creatura dal fascino mortalmente perverso.
Christabel riesce infine ad osservare Geraldine mentre si spoglia. Quando le vesti cadono a terra e il corpo rimane nudo, vede con orrore che il seno e i fianchi della creatura che si accinge a dormire nel suo hanno un aspetto orribile a vedersi, deformi e pallidi come la visione di un incubo.
Alle parole di Albè seguì il silenzio, che fu rotto dall’urlo del mio Cavalier Elfo. Egli gridò, portandosi le mani alla testa, e corse fuori dalla stanza, cacciando l’oscurità per mezzo di una candela.
Lo seguimmo impauriti e lo trovammo in giardino, privo di sensi. Preoccupato John gli spruzzò subito il viso con dell’acqua. Quando riaprì gli occhi li tenne fissi su di me e disse che ascoltando quei versi gli era tornata in mente la storia di una donna che aveva occhi al posto dei capezzoli e che questa visione l’aveva riempito d’un orrore indicibile. Allora aveva avuto la certezza del fatto che un vampiro dormisse nel suo letto e che quella mostruosa creatura fossi io.
Percy con quella sceneggiata aveva voluto raccogliere la sfida di raccontare una storia dell’orrore. Tuttavia rimasi pietrificata a quelle parole, pronunciate senza staccare lo sguardo da me. Ero ammutolita, incapace di credere che l’uomo che amavo potesse concepire simili pensieri su di me. Ciò insinuò nel mio animo un vago senso di colpa, come se, il solo fatto che si potesse pensare di me una simile mostruosità, la rendesse possibile. Una strana agitazione allora mi pervase, rendendomi quasi impossibile dormire. Come compresi in seguito, i miei deliri notturni in quella casa buia e silenziosa, non erano altro che le doglie per l’orribile parto della mia fantasia.»

Segue: L’alchimista della poesia

mercoledì 26 agosto 2009

Lord Ruthwen


Una lunga gelida estate

6 – Albè

Lord Ruthwen

Camilla appare comprensibilmente affascinata dalla figura di Mary, che in quella gelida estate del 1816 era quasi sua coetanea. Mi sembra tuttavia necessario interrompere il racconto della nostra Camilla per aprire una parentesi su Albè, lo straordinario personaggio che in quel periodo aveva eletto a propria dimora Villa Diodati presso Ginevra. Un personaggio che ai suoi tempi era un autentico mito vivente. “Il più famoso lord inglese” annotò nel proprio diario il suo compagno di viaggio John Polidori, riportando compiaciuto le parole di un banchiere svizzero.
Immaginate un viaggiatore. Un lord inglese. Un poeta romantico. Un dongiovanni. Un uomo dalla condotta sessuale irregolare. Un atleta. Un patriota. Un filosofo politico. Un raffinato dandy. Un aristocratico con l’ostentazione di un parvenu. Un indolente amante dell’azione. Un prodigo avaro. Uno scettico superstizioso. Un misantropo bramoso d’ammirazione. Un eroe satanico capace di versi religiosi degni d’un vescovo. Un uomo che viveva per l’istante, ma credeva nell’eternità. Immaginate tutto questo e molto altro ancora. Immaginate che tutte queste personalità siano le sfaccettature di un solo individuo e avrete forse un pallido ritratto di Albè, come lo chiamavano affettuosamente i suoi amici dalle sue iniziali. L.B. si firmava George Gordon Byron, per tutti Lord Byron.
Nato da una famiglia di antica nobiltà e svariate tare mentali, Byron crebbe durante l’infanzia in ristrettezze economiche ed in balia di una madre violenta di carattere e mentalmente instabile. Affetto da deformità ad un piede fin dalla nascita, lottò contro questa menomazione rafforzando il corpo con l’esercizio fisico al punto di diventare un eccellente nuotatore. Rimase famosa la sua traversata a nuoto delle gelide acque del Bosforo.
Acquisito titolo e proprietà Lord Byron compì il suo Grand Tour in vari paesi europei, come tutti gli aristocratici della sua epoca. Ne tornò con i primi due canti del poema Childe Harold’s Pilgrimage, una sorta di guida emozionale dei paesi visitati nel suo viaggio. L’opera ebbe un immenso successo sia per il contenuto, in un’epoca che amava i resoconti di viaggio, che per la curiosità morbosa verso il protagonista. Lord Byron incarnava infatti appieno l’ideale dell’eroe romantico e ribelle. In particolare il pubblico femminile lo adorava e i pettegolezzi sulla sua vita sentimentale, riempivano le cronache del bel mondo.
Lord Byron, peraltro, era apprezzato anche dagli uomini, in particolar modo da coloro che mal sopportavano la plumbea cappa di conformismo reazionario calata sull’Europa dopo la sconfitta di Napoleone. I suoi versi erano citati da quanti anelavano la libertà in tutta l’Europa, dall’Italia divisa e oppressa alla Russia gemente sotto il giogo degli zar. Lo spirito ribelle e la satira con cui fustigava in versi i tiranni, la generosità con cui finanziò i movimenti insurrezionali e il coraggio con cui seppe mettersi in gioco per la libertà dei popoli oppressi gli guadagnarono, molti anni dopo la sua morte, questa entusiastica dedica da parte di Giuseppe Mazzini: «L’eterno spirito dell’intelletto libero da catene non ebbe mai più splendida apparizione tra noi».
La fama dei salotti era però un vento che poteva rapidamente girare. Così, dopo la separazione dalla moglie, Annabella Milbanke, fu costretto a lasciare l’Inghilterra in volontario esilio per sfuggire a pesanti sospetti e voci piccanti sul suo conto. Si parlò d’incesto con la sorellastra Augusta, ma probabilmente questa voce fu sparsa per coprire la ben più grave, per l’epoca, accusa di omosessualità. Sembra infatti che il trasgressivo Lord avesse gusti sessuali che oggi definiremmo bisessuali.
Il viaggio in Europa, nel 1816, in compagnia del medico John Polidori, vide una tappa importante a Villa Diodati, presso Ginevra. Affittata nella convinzione che l’edifico avesse ospitato il grande poeta John Milton, autore del “Paradiso perduto”, essa fu per alcuni mesi non solo rifugio sicuro, ma una vera fucina di idee.
I due viaggiatori incontrarono infatti altri inglesi, loro vicini di casa: il poeta Percy Bysshe Shelley, la sua amante diciottenne Mary Godwin Wollstonecraft, da cui Shelley aveva già avuto il piccolo William, e Claire Clairmont, figlia di primo letto della matrigna di Mary e quindi sua “sorellastra”.
Claire, amante di Byron, aveva insistito perché gli Shelley l’accompagnassero nel viaggio in Svizzera. Tuttavia Albè, spirito volubile, si stancò presto di lei, nonostante la figlia nata dalla loro relazione, chiamata Alba in omaggio al padre.
Lord Byron del resto, come i protagonisti delle sue opere (il più famoso dei quali fu Don Giovanni), era un personaggio realmente contraddittorio e ciò che agli occhi degli altri era motivo di attrazione era fonte per lui di un tormento interiore i cui effetti non potevano che ricadere su quanti gli stavano accanto. La sua duplice natura, in cui si alternavano luce e tenebra, fu colto da un’altra sua amante. Lady Caroline Lamb era stata la dama più in voga della società inglese, in cui aveva introdotto il giovane Lord Byron. Per vendicarsi dell’abbandono del capriccioso amante pubblicò il romanzo autobiografico "Glenarvon", il cui protagonista è il perfido e crudele Ruthwen Glenarvon, il cui rapporto con l’amata è quello d’un demonio verso la sua vittima, foriero di sventura per se stesso e per chi ha avuto la disgrazia d’imbattersi in lui.
Un ritratto di Lord Byron che, come vedremo, pochi anni dopo fu fonte di ispirazione per il suo ex medico ed amico, John Polidori.

Segue: 7 – Il Cavalier Elfo. Christabel

martedì 25 agosto 2009

Viaggio in Grecia con vampiro


Una lunga gelida estate

6 – Albè


Viaggio in Grecia con vampiro


Il giorno seguente mi affannai, invano, a cercare la mia storia, ma questa era un fantasma che sfuggiva ad ogni mio sforzo per afferrarla. Così mi sedetti e ascoltai in silenzio il racconto di Albè.
“Durante il mio viaggio in Grecia” cominciò “ho avuto modo di constatare quanto diffusa e radicata sia, presso quella gente, la credenza nell’esistenza dei vampiri. Ritengono infatti che alcuni morti possano tornare alla vita, per nutrirsi di un orribile pasto. Questi non morti, secondo quanto raccontano le leggende, si cibano unicamente di sangue umano. Come sapete Giaurro, l’eroe della resistenza greca di cui scrissi pochi anni fa, morì in battaglia dopo essersi ferocemente vendicato dell’assassino del suo unico amore. Ebbene, il suo desiderio di libertà e vendetta contro i turchi era così grande da far sì che la tomba non potesse contenerlo, così una notte egli risorse come vampiro.”
Lo sguardo fiammeggiante di Albé si posò su Claire, che si ritrasse intimorita, abbracciandomi. Devo dire che Claire in quei giorni si andava rendendo conto di quanto l’interesse di Albé nei suoi confronti stesse diminuendo. Spesso faceva scenate isteriche, lamentandosi con me di quanto tempo Albé passasse con mio marito. Cercava, credo, di suscitare la mia gelosia, ma i rapporti con il mio Cavalier Elfo erano tali da non lasciare spazio alla gelosia o ad altre simili meschinità.
“Non è di Giaurro tuttavia” riprese Albé “che voglio narrarvi, ma della strana vicenda occorsa ad un giovane, nel suo Gran Tour, avente per meta la Grecia.”
La storia proseguiva con il racconto del viaggio di questo giovane in compagnia del misterioso Augustus Darvell Questo era un uomo più anziano verso cui il giovane provava sconfinata ammirazione, ma la cui salute peggiorava man mano che il viaggio proseguiva. Finché, giunti in un cimitero turco, Darvell chiedeva al giovane di non rivelare a nessuno della sua morte, impegnandolo in un giuramento sacro. La storia si concludeva con la morte di Darvell, contrassegnata da misteriosi simboli e rituali.
“La storia dovrebbe avere un seguito” osservai.
Albé rispose con un’alzata di spalle a quella che ai suoi occhi doveva apparire come la sciocca frase di una ragazzina.
“Per quanti sforzi si possano mettere in campo” esclamò poco dopo “la banalità della prosa non sarà mai pari alla forza dirompente della poesia.”
Con quelle parole stava chiaramente dicendo quanto avesse ormai perso l’interesse per quella sfida. Per inciso Claire, che non aveva mai preso sul serio la scommessa, colse l’occasione per tirarsi fuori dalla gara.
“In ogni caso” bisbigliai io “non credo che questo racconto potrebbe arrivare a conclusione.”
L’unico a sentire le mie parole fu John, dal momento che gli occhi degli altri erano ancora puntati su Albé, che andava sostenendo l’incomparabile superiorità della poesia sulla prosa.
“Io credo, invece” mi disse John “che questa storia potrebbe diventare un vero racconto se solo qualcuno vi mettesse mano. E sono pronto a scommetterlo.”
In seguito John avrebbe vinto la scommessa, ma questo non lo avrebbe salvato dalla sua tragica fine.


Segue: Lord Ruthwen

lunedì 24 agosto 2009

Scriveremo una storia dell’orrore.


Una lunga gelida estate

5 – Un’estate piovosa.

Scriveremo una storia dell’orrore.


“In una notte di tempesta” cominciò a leggere Claire “mentre i tuoni facevano tremare l’atmosfera e i fulmini danzavano nel cielo come draghi di fuoco, un gruppo di viaggiatori si trovò confinato in una locanda, che aveva offerto a ciascuno un provvidenziale riparo. Poiché la tempesta all’esterno allontanava da tutti l’idea del sonno, i viaggiatori rimasero accanto al camino, stringendosi nelle coperte. Per ingannare il tempo, decisero che ciascuno di loro avrebbe raccontato una storia sulle sue esperienze soprannaturali. Storie di fantasmi, di vicende misteriose, di incontri ai confini della realtà…”

“Ho trovato! Scriveremo ciascuno una storia di fantasmi!”

Albè era balzato in piedi, interrompendo la lettura di Claire, che rimase a bocca aperta a guardare il suo uomo giganteggiare nella stanza alla luce rossastra del camino.

“Come dici, caro?” chiese sgranando gli occhi.

“Si, l’ho detto e lo ripeto!” l’uomo alzò un braccio al cielo. “Io vi sfido! Sfido te Percy, e sfido te John, e sfido te Mary, e naturalmente anche te Claire, a scrivere una storia di fantasmi. Ciascuno di noi racconterà una sua storia, così come i protagonisti del racconto che stavamo ascoltando. Non siamo anche noi viaggiatori intrappolati dalla tempesta in questo luogo? Abbiamo letto abbastanza ed è ora di dare ascolto alla potenza creatrice che aleggia tra le mura di questa dimora. La sentite anche voi, vero? Allo stesso modo l’udì il sommo Milton, quando fu ospite del suo amico Diodati. Lasciamo allora che essa ci parli, ci suggerisca, ci guidi!”

Confesso che quelle parole mi suscitarono un turbine di emozioni difficilmente descrivibile. Per me, figlia di due persone di chiara fama letteraria, l’idea di scrivere era sorta naturalmente molto presto. Il mio passatempo preferito da bambina era scrivere delle storie, piacere a cui anteponevo solamente quelli di costruire castelli in aria, fantasticare, inseguire sogni bizzarri o quello di sostare presso la tomba della mia povera madre, luogo prediletto per le mie solitarie letture. Ora, seduta sulla poltrona davanti a quel grande autore, mi sentivo riportare indietro nel tempo. Rivedevo la bambina ottenne che ero stata, nascosta sotto un divano ad ascoltare il grande Coleridge recitare a casa di mio padre The Rime of the Ancient Mariner.

Ora, esattamente dieci anni dopo, accolsi seriamente quella sfida e mi misi subito a pensare ad una storia che potesse parlare alle oscure paure della nostra stessa natura, suscitando brividi di orrore; una storia che incutesse al lettore la paura di guardarsi attorno, che raggelasse il sangue accelerando i battiti del cuore.



Domani: 6 – Albè. Viaggio in Grecia con vampiro

sabato 22 agosto 2009

Il cavaliere pallido.


Una lunga gelida estate

5 – Un’estate piovosa.

Il cavaliere pallido.

C’era una volta un cavaliere, capostipite di un’illustre casata. L’uomo, nella sua lunga e feroce vita, aveva collezionato tanti e tali peccati da suscitare un brivido d’orrore in quanti passavano accanto al suo castello costruito a picco sul lago. Nelle oscure notti senza luna, si raccontava, da una botola segreta nel castello venivano precipitati sugli scogli sottostanti i nemici del nobile o presenze divenute ingombranti di cui voleva disfarsi in modo rapido. Tra queste si annoveravano numerose amanti ed un paio di mogli.
Si raccontava che la madre di una delle sue amanti fosse una strega; che questa per anni, anche dopo la morte dell’uomo, avesse inutilmente chiesto giustizia per quel delitto; e che per questo un’orrenda maledizione gravasse sulla sua anima inquieta e su quella della sua famiglia.
Allorquando i giovani rampolli della casata abbandonavano l’età infantile e s’incamminavano su quella della speranza, una figura rivestita di un’armatura di ferro faceva la sua comparsa lungo il viale del castello, fino a perdersi sotto l’ombra delle mura antiche.
Poi si udiva un cancello cigolare e si udiva rumore di passi fino alla camera in cui riposava il ragazzo.
La porta si apriva lentamente e il cavaliere vestito di ferro entrava nella stanza, con la visiera dell’elmo alzato. Si diceva che sul suo volto vi fosse impresso un dolore eterno, impossibile da descrivere, come se il fantasma tentasse in tutti i modi di opporsi al proprio crudele compito.
Quindi il cavaliere si chinava sul ragazzo e lo baciava sulla fronte. In quell’attimo la giovinezza in boccio appassiva e il giovanetto scivolava rapidamente verso la morte.


Segue: Scriveremo una storia dell'orrore

venerdì 21 agosto 2009

L’amante infedele.






Una lunga gelida estate


5 – Un’estate piovosa.

L’amante infedele.


C’era una volta un giovane che apparteneva ad una nobile casata. Un giorno, andando al mercato, i suoi occhi incontrarono quelli di una fanciulla. Per un istante che divenne eternità i due si fissarono senza riuscire a staccare lo sguardo.
In breve i due caddero innamorati. Tutto quello che ne seguì – presentarsi, darsi appuntamento quella sera e consumare il loro amore sotto l’ombra incantata di un noce – non fu che la realizzazione di qualcosa che, sentivano, era stato scritto molto tempo prima che loro venissero al mondo. Quando si lasciarono all’alba, stremati e felici, si giurarono sopra ogni cosa più preziosa, amore eterno.
Purtroppo, come spesso accade, la loro passione non viveva nell’astratto mondo dei sogni, ma nel concreto, e sovente gretto, mondo reale.
Quando il padre di lui scoprì la relazione – e lo scoprì quasi subito, giacché occhi ed orecchie malevoli sono sempre all’erta contro gli amori impossibili – andò su tutte le furie. La ragazza, infatti, per quanto bella era povera e questa era una colpa su cui l’uomo non poteva transigere.
Così, minacciando il figlio di cacciarlo di casa se avesse frequentato ancora la ragazza, gli impose di non vederla più e di sposare, invece, la figlia di un ricco commerciante.
La ragazza seppe di essere stata abbandonata nel momento in cui sentì l’annuncio del matrimonio. Le lacrime per il sogno spezzato nulla poterono contro la realtà che le andava crescendo nel ventre. Così, disperata, rovinata e con la prospettiva di dover scendere rapidamente tutti i ripidi gradini della rovina, si decise per un gesto estremo.
Il suo corpo fu trovato a galleggiare nelle acque del lago, che l’avevano risparmiata quasi avessero orrore a rovinare quel corpo così bello.
Il giovane, per quanto impressionato dal fatto, non pensò di rinviare le nozze e anzi, non si oppose alla decisione di anticiparle. Attese così la sua sposa sui gradini della chiesa e pronunciò il suo giuramento di fedeltà, la cui forza e inviolabilità era in questo caso assicurata, si presumeva, dalla presenza dell’altare, dell’anello e del prete.
Durante la festa il giovane mangiò e bevve. C’era allegria nelle sue parole, ma nel suo cuore c’era un nero presentimento di tenebra. Infine la festa finì e finalmente i due furono lasciati soli. Il giovane s’infilò nel letto in attesa della sua sposa. Chiuse gli occhi, immaginando come sarebbe stato. Quando li riaprì vide la sposa, velata, avvicinarsi al letto. Felice si alzò a sedere e tese le braccia per stringerla.
Fu allora che la riconobbe. Davanti a lui, con indosso l’abito della sua sposa, stava la ragazza che aveva abbandonato e che lo fissava con orbite nere come l’inferno, invitandolo a raggiungerla per l’eternità.
Il giovane non lo sospettava, ma aveva il cuore debole. Qualcosa dentro di lui si spezzò e lo fece accasciare sul letto privo di vita.

Segue: Il cavaliere pallido

giovedì 20 agosto 2009

La villa sul lago.


Una lunga gelida estate

5 – Un’estate piovosa.

La villa sul lago.

«Era il maggio del 1816» cominciò a scrivere la donna. «In quell’anno mio marito ed io, in compagnia del piccolo Will e di Claire, la mia sorellastra, decidemmo di abbandonare per qualche tempo l’Inghilterra per visitare la Svizzera. Prendemmo in affitto una piccola casa sul lago, nei dintorni di Ginevra.»
Il suo sguardo vagò per un po’ fuori dalla finestra incantato dall’azzurro del Golfo Borromeo. Infine tornò a posarsi sul foglio, che attendeva riprendesse il racconto.
«L’insistenza di Claire nel prendere dimora in quel luogo, sistemazione per altro a noi ben lieta, era dovuta al fatto che in una villa vicina avrebbe preso dimora Albè, di cui Claire non solo era da qualche tempo amante, ma di cui era incinta, come avremmo constatato di lì a poco.
Come ho avuto modo di sottolineare, al mio cavalier Elfo e a me il fatto di essere per qualche tempo vicini di casa di un simile genio non dispiaceva affatto. Tanto più che Albé aveva scelto di trascorrere qualche tempo in quella villa, in compagnia del suo medico personale, per via dell’ispirazione che quel luogo aveva a suo tempo esercitato sul genio di Milton.
Del resto, sia Albé che mio marito, proprio in quel periodo, descrivevano entrambi nei loro versi la figura di Prometeo. Si può immaginare quindi che conversazioni prendessero le nostre ore sul lago o passeggiando sulle sponde. E quale impronta divina conferivano i versi a quei luoghi che li avevano ispirati!
Né mancavano momenti divertenti, come quando il mio fratellino (così chiamavo John, il medico personale di Albè), per un gesto galante nei miei confronti saltò da un muro, facendosi male all’anca. Credo che il povero John fosse un poco innamorato di me, sebbene non avesse alcuna speranza dal momento che il mio cuore era stato donato per sempre al mio Cavalier Elfo.
Ad ogni modo, quell’estate si rivelò particolarmente piovosa ed inclemente. La pioggia, spesso, ci confinava in casa per giorni e giorni. Ci capitarono tra le mani alcuni libri di storie di fantasmi. Così, per passare il tempo in quelle fredde serate davanti al camino, ci demmo alla lettura. Ricordo ancora distintamente, pur non avendo più letto quei libri, alcune di quelle storie.
»

Segue: L’amante infedele

mercoledì 19 agosto 2009

Ospiti illustri.


Una lunga gelida estate

4 - Sul lago Maggiore.

Ospiti illustri.

A questo punto del racconto di Camilla, dopo che il personaggio principale ha fatto la sua comparsa sulla scena ma prima che la trama cominci a dipanarsi, è necessario fare una piccola digressione.
Non esiste, per quanto ne so, un elenco completo di tutti i viaggiatori illustri che soggiornarono nella zona dei laghi. Un’opera che volesse trattare questo argomento dovrebbe peraltro necessariamente distinguere tra semplici ospiti illustri che si limitarono a transitare o soggiornare; viaggiatori famosi che annotarono nei propri diari, spesso inediti, le loro impressioni di viaggio; scrittori e artisti che descrissero o dipinsero i luoghi nelle loro opere.
Alcuni lavori in questa direzione, naturalmente, ci sono. L’opera mi pare tuttavia ancora lontana dall’essere finita. Anche perché scrittori e personaggi illustri continuano tutt’oggi a visitare la regione dei laghi.
Ci fu un’epoca, tuttavia, in cui i giovani rampolli della classe dirigente dei paesi europei non poteva non includere nel proprio curriculum formativo un viaggio attraverso l’Europa con meta preferita l’Italia. Questo viaggio era denominato Grand Tour (termine che sembra essere stato introdotto dalla guida “An Italian Voyage”, di Richard Lassels, del 1698).
L’attraversamento delle Alpi costituiva una necessaria tappa avventurosa, seguita da una indispensabile pausa di ristoro sui laghi dell’Italia Settentrionale, in particolare il Lago Maggiore e il Lago d’Orta. Se la meta del Grand Tour erano normalmente Roma e le vestigia della cultura classica nell’Italia centrale e meridionale, il romantico soggiorno sui laghi non mancava di suscitare profonda emozione nel cuore dei viaggiatori, di cui spesso si trova eco nelle loro opere.
Così, senza pretesa di stendere un elenco completo, ricordo alcuni nomi illustri di viaggiatori stranieri. A questi potremmo aggiungere anche i viaggiatori e gli scrittori italiani, ma l’elenco diventerebbe troppo lungo.
Così nell’Ottocento abbiamo: Goethe, Robert Browning, Samuel Butler, Stendhal, Lord Byron, Percy Shelley, Mary Wollstonecraft Shelley, Charles Dickens, Balzac. Nel Novecento: Nietzsche, Hemingway, Michael Crichton, Lou Salomé.
In conclusione di questa nota, prima di lasciare nuovamente la parola a Camilla, vi propongo due citazioni.
La prima è di Stedhal: “Che cosa dire del lago Maggiore, se non compiangere coloro che non ne sono innamorati?”
La seconda di Balzac: “Immaginate un viaggiatore, stanco dei mille ricchissimi aspetti del Brasile, dell'Italia, delle Indie, che ritorna in patria e trova, sul suo cammino, un delizioso laghetto, il lago d’Orta, un'isola perdutamente stesa sulle acque calme, graziosa, semplice, primitiva e confortevole, solitaria e ben attrezzata: il grandioso e i suoi tumulti sono lontani, le proporzioni ridiventano umane”.

Segue: 5 – Un’estate piovosa. La villa sul lago.

martedì 18 agosto 2009

Ricordi di tempi felici.


Una lunga gelida estate

4 - Sul lago Maggiore.

Ricordi di tempi felici.


Lago Maggiore, Anno del Signore 1840

“Rivedere questi luoghi dopo così tanti anni, provoca in me emozioni che difficilmente riesco a descrivere. Anche mio figlio, pur nell’affetto premuroso che mi dimostra ogni giorno, credo riesca solamente ad intuire ciò che si agita nel mio cuore. Come potrebbe, del resto? Come la superficie azzurra di queste acque meravigliose nasconde misteri che nessuno potrà mai conoscere, il mio cuore vive tumulti di emozioni che io stessa fatico a comprendere.
Ripenso a quei giorni felici ormai lontani. Giorni in cui morte e dolore erano solo parole. Parole che non trovavano alcuna vera eco nel mio cuore. Erano giorni di passeggiate, gite in carrozza, conversazioni infinite e deliziose con quell’uomo che in questo mondo non mi sarà più concesso di rivedere.»
La scrittrice posò la penna e chiuse il diario, avvicinandosi alla finestra. Il golfo Borromeo si estendeva davanti ai suoi occhi mostrando il suo abito migliore. Le acque azzurre increspate da onde leggere erano incorniciate da verdi colline dietro cui, selvagge e severe, si alzavano le Alpi a formare una cortina di pietra. Guardando le onde la sua mente non poté non tornare ad altre acque, salate e crudeli, sulla cui riva aveva atteso invano il ritorno del suo amore.
Allora, per cacciare quel pensiero doloroso, andò col ricordo alle acque di un altro lago. Acque ghiacciate e battute dalla pioggia, in quell’anno senza estate, accanto a cui aveva vissuto giornate di angoscia, tormentata da un’orrenda visione. In quella villa dove aveva ascoltato orribili storie di fantasmi e dove la Creatura dagli acquosi occhi gialli aveva ricevuto la vita.
Chiuse gli occhi rivedendo la stanza dal parquet scuro, con le persiane chiuse, dietro cui filtrava la luce della luna. Provò nuovamente la consapevolezza della presenza delle alte Alpi innevate e del lago ghiacciato oltre quella barriera di legno.
Sospirò, pensando a quel momento; al furore creativo che ne era seguito; alla potenza creativa che in quei giorni si era concentrata in quel luogo così suggestivo; al paradiso perduto del suo amore felice. Volle tenere stretto quel momento e pronunciò ad alta voce le parole che aveva scritto molti anni prima.
«Fu in una cupa notte di novembre che vidi il coronamento delle mie fatiche…»


Segue: Ospiti illustri

lunedì 17 agosto 2009

Mille e ottocento e muori ghiacciato


Una lunga gelida estate

3. L’anno senza estate

Mille e ottocento e muori ghiacciato


L’anno 1816 è ricordato come “l'anno senza estate”, “l'anno della povertà” o, nei paesi anglosassoni “Eighteen hundred and froze to death” (“milleottocento e muori ghiacciato”).
In quell’anno, a causa delle ceneri vulcaniche immesse nell’atmosfera, ondate di freddo artico eccezionale colpirono l’America e l’Europa settentrionale in piena estate. Il freddo portò tempeste di neve e ghiaccio sui fiumi e sui laghi in pieno agosto. I raccolti di cereali e tutti gli ortaggi, eccetto le varietà resistenti al freddo, andarono distrutti. Dove non nevicò piovve in maniera eccezionale, provocando inondazioni dei principali fiumi.
In Italia nel 1816 si registrarono temperature mediamente inferiori alla norma di - 2,27°C (per dare un termine di confronto, l’attuale allarme legato all’effetto serra si basa sulla previsione di un temuto aumento della temperatura superficiale globale del pianeta compresa tra 1,1 °C e 5,4 °C).
Il prezzo dei cereali crebbe vertiginosamente, provocando tumulti in Francia e Gran Bretagna. I magazzini vennero presi d’assalto dalla popolazione esasperata dalla fame. Il governo svizzero, che non poteva importare via mare derrate alimentari, fu costretto a proclamare lo stato di emergenza per riportare l’ordine.
In India si registrò una forte carestia, che portò allo spostamento di masse di persone dalla zona del Gange ad altre meno colpite. Con loro portarono il colera, malattia endemica sul Gange, che si diffuse così nel Bengala, in Nepal e in Afghanistan, da dove raggiunse il Mar Caspio, il mar Baltico ed il Medio Oriente. Attorno al 1830 la malattia sbarcava, col suo carico di morte, dalle navi nei porti dell’Inghilterra e degli Stati Uniti.
L’anno senza estate ebbe altri effetti imprevedibili, seppure non negativi.
Un barone tedesco di tendenze democratiche, al punto da rinunciare al titolo e al nome per assumere quello di Karl Drais, fu particolarmente colpito da un problema. La mancanza di foraggio aveva reso evidente il limite fondamentale della rete dei trasporti: la dipendenza dagli animali da traino. Così Drais, mosso da spirito filantropico, si ingegnò a inventare un congegno che consentisse di potenziare il movimento umano. Nacque così la “draisina” un velocipede (privi di pedali) antenato della bicicletta. Con questo sistema si poteva raggiungere la strabiliante velocità di 15 km orari.

Domani: 4 - Sul lago Maggiore. Ricordi di tempi felici.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.