sabato 15 agosto 2009

L’Imperatore e la pioggia


Una lunga gelida estate

2 - L’imperatore

L’Imperatore e la pioggia

All’alba del 18 giugno 1815, Napoleone Bonaparte sapeva, probabilmente, che la sua era una scommessa pericolosa. Una scommessa però che l’Imperatore, ritornato dall’esilio, era certo di vincere.
Il suo piano di battaglia era uno dei migliori che avesse mai concepito: battere separatamente, coi suoi 70 mila uomini, i 68 mila anglo-tedesco-olandesi guidati da Lord Wellington e i 117 mila Prussiani di Von Blücher.
Due giorni prima lui stesso aveva già battuto i prussiani a Ligny, mentre il Maresciallo Ney fermava le forze di Lord Wellington. Ora, nelle campagne attorno alla cittadina belga di Waterloo, contava di chiudere la partita con Wellington.
La battaglia, nonostante le difficoltà, cominciò a svolgersi come aveva previsto nella sua mente, finché un particolare cominciò a diventare sempre più evidente. Aveva piovuto tanto quella notte. Troppo, persino per il Belgio. Così l’artiglieria da campo francese, l’asso nella manica con cui Napoleone aveva messo la parola fine a molte battaglie, sprofondava nel fango. I suoi cannoni, praticamente immobilizzati, non potevano essere spostati qua e là secondo la necessità.
Questo innervosì molto Napoleone, che ben sapeva quanto le condizioni metereologiche potessero essere un avversario pericoloso e insidioso.
Nel 1812-13 il Generale Inverno aveva mosso con anticipo le sue armate di ghiaccio, distruggendo la Grande Armata che aveva preteso di conquistare la Russia: 600 mila uomini messi in campo, l’esercito più grande dai tempi in cui il Re dei Re Serse aveva tentato di conquistare la Grecia.
Napoleone Bonaparte non poteva saperlo, ma quell’inverno anticipato tra il 1812 e il 1813 aveva una causa. La cenere delle eruzioni vulcaniche dell’anno 1812 aveva infatti cominciato a raffreddare l’atmosfera terrestre, anticipando il micidiale inverno russo. La ritirata, che in altre condizioni sarebbe stata un’impresa possibile, si trasformò in una catastrofe. Poco più di ventimila uomini sopravvissero al gelo, alle malattie, alla fame, agli attacchi dei Russi…
Quel 18 giugno del 1815 Napoleone Bonaparte non sapeva, certamente, che quella pioggia eccessiva che immobilizzava la sua artiglieria, impedendogli di aprire un varco nella sottile, eppure impenetrabile linea rossa nemica; che provocava un ritardo di cui, inesorabilmente, avrebbero approfittato i prussiani, riorganizzati e decisi a prendersi la loro rivincita; che avrebbe segnato il destino suo personale e quello di tutta l’Europa; che quella pioggia eccessiva, dicevo, era solo l’avvisaglia di un lungo periodo di freddo, che aveva la sua origine in una lontana isola dalle parti di Giava.
Un’isola di cui Napoleone non aveva probabilmente mai sentito parlare, su cui un paio di mesi prima il vulcano Tambora era esploso, riempiendo il cielo di polveri sottili e avviando così una lunga serie di eventi di cui il generale còrso non era che la prima, illustre, vittima.


Segue: 3. L’anno senza estate: la neve in estate.

5 commenti:

  1. vengo a trovarti dal blog di felinità,molto bello il tuo blog,complimenti,ciao.

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  2. Alfa, sto stampando i tuoi scritti per mio padre, questo geniale collegamento lo entusiasma. E anche me, alla prossima puntata.Mao

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  3. Benvenuto Achab!

    @ Felinità: ringrazio te e tuo padre!
    Colgo l'occasione per precisare che io mi limito a raccontare e ricollegare, giocandoci, fatti, storie e temi che ben altri studiosi hanno rilevato nelle loro opere.

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  4. Ma è bello che tu raccolga quei studi e li proponi qui nel tuo spazio, per nuovi ragionamenti. Bye

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.