venerdì 4 luglio 2008

Il fantasma di Margherita Pusterla


Attorno all’anno del Signore 1340, allorquando l’età dei cavalieri andava volgendo al tramonto, Luchino Visconti, Signore di Milano per diritto di sangue e forza del braccio, s’innamorò della donna più bella e più nobile della città: Margherita, la cui bellezza era cantata dai menestrelli e la cui nobiltà era certificata dal cognome, essendo anch’essa una Visconti, cugina di Luchino.

Luchino era stato preso dall’amore della bella persona di Margherita nello stesso modo in cui Paolo Malatesta si era innamorato di Francesca, ovvero leggendo “un giorno per diletto di Lancillotto come amor lo strinse”? O a muoverlo era piuttosto quella lussuria che aveva spinto Uther Pendragon a ricorrere alla magia di Merlino pur di giacere con Igraine?

Queste le domande che, forse, si pose Margherita. Il Visconti era però preceduto da una pessima fama: aveva avuto una vita prodiga, intrattenendosi più coi cattivi che coi buoni, dormendo di giorno e agendo di notte. Luchino, che in vita sua ebbe innumerevoli amanti e molti figlioli, legittimi e illegittimi, aveva sposato una Spinola, vedova, essendone stato precedentemente l’amante. Rimasto vedovo aveva sposato Isabella “Fosca” Fieschi, donna bellissima e impudichissima.

Non era quindi lo spasimante migliore per Margherita, tanto più che essa era sposata a Francesco dei Pusterla, nobile milanese amico e sostenitore dei Visconti, ricco e felice più di ogni lombardo, come dicono le cronache dell’epoca. Margherita, offesa e intimorita dalle insistenti lusinghe del Signore di Milano, rivelò la cosa al marito, il quale andò su tutte le furie.

Poiché non era possibile vendicarsi apertamente del Visconti, che si circondava di sgherri armati fino ai denti e teneva nella sua corte personaggi come Mastro Impicca, un boia personale esperto di nodi e strangolamenti, dovette agire di nascosto, ricercando alleati.

La congiura contro il tiranno venne però scoperta e il Pusterla dovette abbandonare in tutta fretta Milano coi quattro figli maschi, di cui due maggiorenni, riparando ad Avignone presso la corte papale. Il Visconti tuttavia era un uomo dalla memoria lunga e se era diventato signore di Milano era anche per via di quelle che il Machiavelli avrebbe definito le “virtù” del Principe: la forza e l’astuzia.

Per le vie diplomatiche cominciò ad intrigare coi suoi emissari presso la corte pontificia, finché il Pusterla, si rese conto di quanto l’aria di Avignone si stava facendo insalubre. Veniva inoltre convinto, dalle lettere inviategli da Mastino della Scala, a riparare a Verona. Si imbarcò così su una nave pisana, diretto a Pisa dove, gli assicuravano i Rettori della città, avrebbe trovato rifugio sicuro nel viaggio verso la città scaligera.

Appena messo piede a terra la trappola preparata dal Visconti scattò inesorabile: i Pusterla vennero arrestati, con la connivenza dei governanti e l’indignazione del popolo di Pisa, che vedeva tradita la fede data. Nulla potevano però le lamentele contro la paura che del Visconti avevano i rettori della città; nulla poteva ormai impedire il viaggio di Francesco Pusterla verso il suo destino. Assieme ai figli venne decapitato nella piazza del Broletto a Milano davanti agli occhi feroci del Signore di Milano.

Secondo la leggenda Margherita sarebbe stata rinchiusa nel castello di Invorio dal Visconti, in un estremo tentativo di seduzione. Vistosi nuovamente respinto, l’avrebbe fatta murare viva nelle segrete del castello. Proprio a memoria del fatto, la via del borgo invoriese che conduce a casa Rusca, la più antica del paese, porterebbe ancora il nome di via Pusterla.
Non solo. Il fantasma della sventurata Margherita sarebbe stato visto aggirarsi, piangendo tuttora i suoi lutti attorno alla torre.

3 commenti:

  1. adesso mi ricordo lo sapevo ma mi ero scordata l'altra volta!

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  2. Un piccolo omaggio al tuo paese...

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  3. grazie mi piace di piu questa storia, non è molto conosciuta per qua e per quello dico grazie, ho qualcosa di che parlare e studiare. Margherita Pusterla,

    saluti.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.