domenica 6 luglio 2008

Il Maestro e Margherita – 1



«La storia è andata più o meno come l’hai raccontata» ghigna il Maestro «salvo alcuni dettagli, di non piccola importanza.»

Avevo deciso di sottoporre al Maestro la storia di Margherita Pusterla, prima di pubblicarla, ma il fascino della vicenda, che confesso mi ha preso la mano, e una gita in montagna, che mi ha impedito di andarlo a trovare prima, pongono ora il mio racconto sotto il suo inesorabile giudizio.

«Tanto per cominciare Francesco Pusterla non era quello stinco di santo che Cesare Cantù tratteggiò nel romanzo “Margherita Pusterla”» il Maestro sbuffa un anello di fumo. «Certamente era scrupoloso nell’onorare i doveri coniugali: così tanto che durante i banchetti abbandonava gli invitati, trascinando Margherita nella camera per consumare rapidamente gli appetiti che nascevano sotto la tavola, per così dire. Quando poi la moglie era gravida, o indisposta per altri motivi, o assente essendo egli in viaggio, il nostro dava l’assalto a qualunque donna gli capitasse a tiro, serve e cortigiane comprese, naturalmente.

Quanto poi all’amore di Luchino per Margherita, non tutti i commentatori antichi sono d’accordo. Alcuni sostengono che effettivamente si fosse invaghito della bella cugina, ma per altri la congiura aveva ben altre cause. La nobiltà antica di Milano mordeva infatti il freno sotto la Signoria dei Visconti, vedendo ridimensionato il proprio ruolo, mentre ai mercanti e al popolo era gradito, dal momento che sotto il governo di Luchino Visconti si poteva andare per il territorio lombardo “impunemente e senz’armi”. Cosa che, naturalmente, faceva molto bene all’economia.

Lo sterminio dei Pusterla fu molto utile ai Visconti perché dopo di esso nessuno osò più sollevarsi contro di loro, per quanto i Milanesi siano già paurosi di natura, chiosa perfidamente Pietro Azario, un cronachista dell’epoca. Il quale però era novarese e quindi aveva il dente avvelenato contro i lombardi.

I Visconti del resto facevano quanto i re avrebbero fatto in Francia: eliminavano la vecchia nobiltà feudale sostituendola con parvenu fedelissimi alla monarchia, in quanto elevati spesso da infime condizioni. Dei gentiluomini di Luigi XI si sarebbe detto, nel secolo successivo, che portavano una lunga chioma per nascondere lo orecchie tagliate, segno infamante del loro passato di canaglie.

Occorre dire poi che Luchino Visconti fu ripagato con la stessa moneta dalla moglie, la bellissima Isabella “Fosca” Fieschi, la quale, mentre il marito era a costretto a letto dalla gotta, organizzò una gita in battello da Milano a Venezia per sole dame. Una gita che passò alla storia per le avventure amorose delle focose gitanti.
Famosa fu anche la confessione resa dalla donna per poter ottenere la salvezza dell’anima dalle pene dell’inferno. Essendo ormai morto il marito (qualcuno insinua da lei avvelenato per sfuggire alla punizione, dopo la “gita di piacere” a Venezia), dichiarava che il primogenito Luchino Novello non era figlio di Luchino. Dietro quest’ultima confessione, si cela però forse la mano dell’arcivescovo Giovanni Visconti, fratello di Luchino, eminenza grigia della politica e delle complicate successioni familiari viscontee.

Torniamo però alla nostra bella e sfortunata Margherita, contesa dai due focosi nobili. La sua fine è alquanto diversa da quella raccontata dalla leggenda. Essa infatti fu decapitata, “come un’altra Ecuba” dice sempre l’Azario, dopo il marito e i figli, sulla piazza del Broletto a Milano. Difficile pertanto che il suo fantasma si aggiri dalle parti di Invorio…»

Continua

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.