sabato 28 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 4, i Longobardi


Secondo il protomedico beneventano Pietro Piperno (autore del De nuce maga beneventana, pubblicato a Napoli nel 1635; tradotto in italiano nel 1640 col titolo Della superstiziosa Noce di Benevento. Trattato historico), le radici della leggenda delle streghe e del noce risalirebbero al VII secolo.

Benevento all’epoca era la capitale del ducato della Langobardia minore. Nonostante la formale conversione al cristianesimo, molti longobardi continuavano antiche pratiche pagane tradizionali.
Secondo un testo agiografico del IX secolo, la Vita di Barbato: «I Longobardi, sebbene lavati dalle acque del santo battesimo, osservando un antico rito pagano vivevano con atteggiamenti bestiali e dinanzi al simu­lacro di un animale che si chiama volgarmente vipera piegavano la schiena che debitamente avrebbero dovuto piegare dinanzi al loro creatore. Inoltre non lontano dalle mura di Benevento, in una specie di ricorrenza adoravano un albero sacro al quale sospendevano una pelle di animale; tutti coloro che si erano lì riuniti, voltando le spalle all’albero spronavano a sangue i cavalli e si lanciavano in una cavalcata sfrenata cercando di superarsi a vicenda. A un certo punto di questa corsa, girando i cavalli all’indietro cercavano di afferrare la pelle con le mani e, raggiuntala, ne staccavano un piccolo pezzo mangiandolo secondo un rito empio».

Si trattava probabilmente di un antico rituale guerriero germanico in onore di Wothan/Odino. Secondo il mito, Odino si era impiccato ad un albero, dopo essersi ferito con la punta di una lancia, per ottenere la saggezza, traendone in premio le rune magiche. Per questo il Signore degli Impiccati, come anche era chiamato, mandava uno dei suoi due corvi, Hugin (“pensiero”) o Munin (“memoria”) presso la forca dopo l’esecuzione. Odino era anche il signore dei morti, che accoglieva i guerrieri valorosi caduti in battaglia nel Valhalla, offrendo loro un suntuoso banchetto.





È possibile che l’idolo d'oro a forma di vipera o, forse, di drago bicefalo o anfisbena (vedi) fosse un antico idolo germanico, così come non è da escludere che provenisse dal tempio di Iside, dal momento che la dea aveva il potere di dominare i serpenti.

Ad ogni modo, un sacerdote cristiano di nome Barbato levò la sua voce contro quello che ai suoi occhi era idolatria e profetizzò il castigo di Dio sul Duca Grimoaldo e sulla città di Benevento. Quando, nel 663, l’esercito bizantino dell’imperatore Costante II salì a stringere d’assedio la città, ricordando le parole del sacerdote, il figlio del Duca, Romualdo, mandò a chiamare Barbato promettendogli che avrebbe rinunciato al paganesimo se la città fosse stata risparmiata.
I bizantini, si disse per intercessione dell'Arcangelo Michele, si ritirarono e Romualdo nominò Barbato vescovo di Benevento. Il nuovo vescovo fece subito abbattere l'albero sacro e strapparne le radici. Al suo posto fece erigere la chiesa di Santa Maria in Voto. In privato, però, Romualdo continuò ad adorare la vipera d'oro, finché la moglie Teodorada, preoccupata per le conseguenze di quel gesto, gliela sottrasse, donandola a Barbato. Il Vescovo la fece fondere per ricavarne un calice.

In ogni caso, come vedremo, Barbato aveva vinto una battaglia, non la guerra…

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.