domenica 21 giugno 2015

Taxi per l’inferno

La nebbia copriva la pianura come un sudario, ma ciò non era un problema per “Johnny”: lavorava meglio con la nebbia. Appoggiato al lampione si accese una sigaretta e guardò l'orologio.
Mezzanotte. Forza, sbrigati, ho fretta di conoscerti.
Sorrise al pensiero. Vide le luci di un'auto e si sporse in avanti, ma quella proseguì la sua corsa.
Maledizione! Quanto tempo ci mette? E avevano detto cinque minuti. Balle! 
Diede un calcio ad una lattina.
Sono dieci minuti che aspetto! Gli farò pagare anche questa, può starne certo. Se almeno sarebbe una donna... 
Johnny non aveva studiato molto, ma la pistola che teneva sotto la giacca di pelle gli aveva aperto lo stesso molte porte. In quel momento due fari ruppero la nebbia puntando su di lui. Aguzzando la vista vide la scritta luminosa TAXI. Scese dal marciapiede, scavalcando le auto in sosta vietata e fece un cenno con la mano. Il veicolo mise la freccia e accostò.
Sei mio, pollo.
Poi vide il colore della carrozzeria ed ebbe un attimo d'esitazione. Non era bianco e nemmeno giallo, ma di uno strano rosso cupo. Anche i cristalli erano insoliti, completamente oscurati. Johnny imprecò sbalordito e come per risposta il finestrino si abbassò di un paio di centimetri.
«Taxi, signore.»
Il rapinatore si sentì gelare. C'era qualcosa in quella voce, qualcosa di freddo, di lontano, come un'eco. E non era una domanda, ma una sfida. Johnny non si era mai tirato indietro davanti a nulla, sin da quando, a tredici anni, aveva accoltellato un coetaneo che non voleva consegnargli le scarpe di marca. Gettò la cicca dopo averne tirato un ultima voluttuosa boccata, aprì la portiera posteriore ed entrò.
«Via Selva. Schizza.»
L’auto partì sgommando e Johnny fu spinto violentemente contro il sedile. Non vide il taxi bianco fermarsi accanto al lampione. Faticosamente si risollevò, imprecando tra i denti. Il guidatore correva velocissimo, incurante della nebbia, come se vedesse perfettamente la strada. Solo i fari sempre più radi di altre automobili rompevano di tanto in tanto il grigio muro di oscurità.
Johnny osservò la testa del taxista, coperta da un nero cappello a larghe falde e dai baveri rialzati del cappotto dello stesso colore. Soltanto una ciocca di sudici capelli bianchi sfuggiva ribelle a quella tenebra. Ci avrebbe piazzato volentieri una pallottola…
Lo provocò un po', tanto per divertirsi.
«Sei pazzo a correre così con questa nebbia! Non hai paura di farti male?»
«Conosco questa strada come le mie tasche, signore, la percorro da un'eternità».
La risposta fu seguita da sterzata così brusca da mandare Johnny a sbattere contro la portiera. Una violenta bestemmia gli proruppe dalla gola.
«Non dovrebbe bestemmiare, signore...»
«Ma chi ti credi di essere per darmi dei consigli, eh? Rallenta invece, che ci schiantiamo contro un muro.»
«Ho fretta, altri clienti mi aspettano. E devo battere la concorrenza, signore.»
«Adesso basta, io non mi faccio prendere per il culo da te, chiaro? Non so che cazzo ti sei fatto per berti il cervello così, ma non me ne frega un cazzo!» Johnny estrasse la pistola, puntandola alla nuca del guidatore. «Accosta e fuori i soldi o ti faccio saltare quel poco cervello bacato che ti rimane.»
«Cosa credi di fare con quella pistola inceppata, Johnny?»
«Come cazzo fai a sapere il mio nome?» domandò sorpreso. «Ora ti faccio vedere io se è inceppata!»
Puntò l'arma e premette il grilletto.
KLIK.
Riprovò.
KLIK.
Ancora e ancora.
KLIK, KLIK, KLIK, KLIK.
Imprecando Johnny alzò l'arma per colpire col calcio, ma la mano dell'autista scattò all'indietro velocissima e con un tocco gelido gliela strappò di mano. Johnny lanciò un urlo di dolore e si ritrasse stringendo la destra, rigida e gelata.
«Ommerda, che cazzo mi hai fatto? Che cazzo hai fatto alla mia mano?» gridò disperato.
«Avrai modo di riscaldarla, non preoccuparti.»
Johnny guardò disperato l'arto che aveva assunto un colore bluastro e gli faceva un gran male. Non riusciva a capire come avesse fatto a fregarlo a quel modo. Si slanciò verso la portiera, ma questa non si aprì, era chiusa, bloccata. Era in trappola, anche se forse c'era una possibilità... Sì, certo, prenderlo per la gola e costringerlo a fermarsi. Johnny era forte, molto forte.
«E avere entrambe le mani paralizzate? Lascia perdere, non ti conviene. Piuttosto ascolta cosa dice la radio, credo ti riguardi.»
La voce del guidatore era così sicura da risultare terrorizzante. Il rapinatore rimase immobile, mentre l’altro alzava il volume con la mano guantata. Un coro di voci, prima deboli, poi sempre più forti.
«Assassino, assassino, ASSASSINO!»
«No!» Johnny cercò inutilmente di tapparsi le orecchie.
La parola gli rimbombava nel cervello, senza tregua, come un martello pneumatico. Poi, all'improvviso cessò. Alzò gli occhi e vide un volto che lo osservava attraverso il parabrezza.
«Carlo Bignami. Aveva quindici anni quando lo accoltellasti. Ora è costretto su di una sedia a rotelle» la voce alla radio era una lama tagliente che mozzava il respiro.
Un secondo volto si affiancò al primo.
«Daniele Bianco. Lo uccidesti con un colpo alla nuca perché si era ribellato. Due figli e una moglie lo piangono.»
Altri volti apparvero accanto a questi. Di ognuno la voce ricordava il nome e il delitto: rapine, ferimenti, stupri e omicidi vennero elencati in un rosario di accuse, mentre le sue vittime testimoniavano silenziosamente contro di lui. Infine i volti scomparvero e il silenzio calò.
Allora Johnny, scompostamente e senza ritegno, rise.
«Non hai uno straccio di prova. Nessun tribunale mi può condannare. Se speravi che confessassi con questo trucco ti sei sbagliato. Avanti, sbirro, portami dentro e facciamola finita con questa pagliacciata. Tanto il mio avvocato mi tirerà fuori subito.»
«Non ti sto portando in prigione: il tuo tempo è scaduto. Sei stato contato, pesato e trovato mancante.»
Quelle parole rimbombarono come una sentenza inappellabile. 
«Ma cosa vuoi allora?» balbettò Johnny. «Ommerda, sei uno di quei fottuti giustizieri... Vuoi dei soldi? Posso darteli… Tieni ho qui mille euro, ma posso darti di più, diecimila, quindicimila... quanto vuoi? Quanto vuoi?»
L'autista fermò il taxi e si voltò, tendendo la mano e mostrando il volto scheletrico incorniciato da una lunga e sudicia barba bianca. I suoi occhi, rossi come la brace, lo fissarono per un istante lungo come l’eternità.
Infine il demonio parlò.
«Solo una monetina prima di scendere: ma in fretta, anima dannata.»    



Il racconto ha a che fare con Caronte, ma in questo caso non stiamo parlando del simpatico barcaiolo etilico del lago d'Orta...




1 commento:

  1. Ciao Alfa ti ho risposto sul mio blog, dove avevi commentato per quanto concerne la questione della nuova legge dei coockies che mi ha davvero seccato l'anima in questo inizio di estate!
    Intanto in Italia tanto per cambiare hanno visto la cosa dal loro punto di vista .... personale pare
    Un saluto buona giornta ed a presto

    RispondiElimina

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.