domenica 26 aprile 2026

Resistenze familiari

 



Parlando del 25 aprile talora si pensa che rappresenti la fine della guerra in Italia. In effetti rappresentò l’inizio della fine. L’insurrezione generale, proclamata il 25 aprile dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) e comunicata alla popolazione via radio da Sandro Pertini con l’ordine di sciopero generale e l’intimazione ai nazifascisti “arrendersi o perire”, seguiva lo sfondamento dell’ultima linea fortificata di difesa, la Linea Gotica. 

Tra il 10 e il 20 aprile le forze alleate, principalmente angloamericane, ma con contingenti italiani, brasiliani, polacchi, canadesi, angloindiani, greci ed ebraici avevano travolto le forze tedesche e fasciste, mettendole in rotta e costringendole a ripiegare in disordine verso nord, senza tuttavia riuscire a creare una estrema linea di difesa sul Po. 

Così, mentre le forze alleate dilagavano nella Pianura Padana, l’insurrezione generale proclamata dal CLNAI gettò nel caos più totale le retrovie tedesche, impedendo la distruzione di infrastrutture chiave e in molti casi assicurando il controllo delle città prima dell’arrivo degli Alleati. La resa incondizionata delle forze tedesche in Italia sarebbe arrivata da lì a poco, il 2 maggio 1945.

Ma la Resistenza era iniziata molto prima. Con le armi dopo l’otto settembre 1943 e l’occupazione tedesca della parte d’Italia non ancora occupata dagli Alleati. Con lo spirito spesso anche molto prima. Non necessariamente con atti eclatanti o azioni evidenti, ma con una “resistenza” all’occupazione delle coscienze contro al totalitarismo di un regime che pretendeva di essere il solo portatore di un’unica narrazione della realtà.

Per molti, soprattutto i più giovani, lo scontro con la realtà fu un improvviso e spesso doloroso risveglio, dopo due decenni di propaganda martellante e senza contraddittorio. Per altri fu la fine di un regime contro cui avevano potuto opporre solo una loro personale e intima resistenza.

Per stare al caso della mia famiglia, mio zio finì a combattere tra i partigiani della Divisione Valtoce, con grande apprensione dei genitori. Mia nonna, socialista di ispirazione ma non di militanza attiva, nei suoi ultimi anni ricordava ancora con sdegno come fosse impossibile parlare con le altre persone per strada, durante il Fascismo, perché come due persone si fermavano a chiacchierare sbucava subito qualcuno in abiti borghesi che si avvicinava per ascoltare quanto veniva detto. 

Mio nonno, tipo peraltro estremamente riservato sulle sue vicende e convinzioni personali, già prima della guerra aveva espresso chiaramente la sua opinione in famiglia. Vedendo il figlio adolescente indossare orgogliosamente la divisa da avanguardista l’aveva apostrofato chiedendogli “cosa ci fai vestito da buffone?” Fu la prima e ultima partecipazione a un’adunanza dello zio.

Ma poiché si doveva vivere e lavorare e il nonno aveva una tipografia, spesso si sentiva chiedere dai clienti del partito: “ma perché non prende la tessera del Partito Fascista?”

La risposta era sempre: “ha ragione, domani vado a farla sicuramente!” 

Non andò mai e la tessera rimase sempre tra le cose da fare assolutamente l’indomani.


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