giovedì 31 luglio 2008

Gli incubi di Sinistrari - 1




Ludovico Maria Sinistrari nacque il 26 febbraio 1622 ad Ameno una delle principali località della Riviera di San Giulio il cui signore era il Vescovo Conte di Novara.
Dopo gli studi di lettere all’università di Pavia, nel 1647 entrò nell'Ordine dei Francescani. Uomo di cultura enciclopedica imparò da autodidatta le lingue straniere ed insegnò Filosofia e Teologia. Numerosi studenti attirati dalla sua fama giunsero da tutti i paesi d'Europa per ascoltare le sue lezioni.
Appassionato studioso di Diritto Civile e Canonico, a Roma divenne Consultore del Tribunale Supremo della Santa Inquisizione, quindi fu Vicario generale dell'Arcivescovo d'Avignone, infine Teologo presso l'Arcivescovo di Milano.
Nel 1688 scrisse il trattato Practica criminalis Minorum illustrata su ordine dei Comizi generali dei Francescani.
Morì, all'età di 69 anni, il 6 marzo 1701.


Sinistrari scrisse varie opere, ma la sua fama oggi è legata principalmente a due opere parimenti bizzarre ai nostri occhi.
Opere che vedremo nei prossimi giorni...

A passeggio con l’incubo

Gli incubi di Sinistrari - 01

Gli incubi di Sinistrari - 02

Gli Incubi di Sinistrari - 03

Una storia da… succubo.

Gli incubi di Sinistrari – 04

Gli Incubi di Sinistrari 05

mercoledì 30 luglio 2008

A passeggio con l’incubo

Passeggiando una sera per le vie di Ameno per sfuggire all'afa di queste sere mi imbatto in questo cartello stradale.



Via Sinistrari. Che nome strano e per molti versi inquietante...

Portato dai miei pensieri muovo pochi passi in direzione della casa dell’insigne Lazzaro Agostino Cotta...



... dove trovo quest’altra indicazione.



LUDOVICO MARIA SINISTRARO
FRANCESCANO RIFORMATO
ESIMIO TEOLOGO VALENTE GIURESCONSULTO
PRECESSORE AL BECCARIA
NELLO INVESTIGARE I RAPPORTI
TRA IL DELITTO E LA PENA
SORTÌ I NATALI IN QUESTO COMUNE
L’ANNO 1632


Un illuminato giureconsulto parrebbe...

Perché allora il nome Sinistrari continua a risuonarmi nella testa, come se fosse collegato ad una storia da incubo?

«Gli Incubi di Sinistrari!» esclamo, mettendo in fuga il vecchio gatto che sonnecchia sotto il porticato....

A passeggio con l’incubo

Gli incubi di Sinistrari - 01

Gli incubi di Sinistrari - 02

Gli Incubi di Sinistrari - 03

Una storia da… succubo.

Gli incubi di Sinistrari – 04

Gli Incubi di Sinistrari 05

martedì 29 luglio 2008

La vecchina e la corriera

C’era una volta una vecchina che viveva in una valle piemontese…

Una valle che prende il nome dal torrente Strona e che oggi si trova nella provincia del Verbano Cusio Ossola…
…ma che ai tempi di questa storia era in provincia di Novara. Si era infatti negli anni Trenta e la nostra vecchina, che viveva in un luogo isolato sopra Forno, di tanto in tanto scendeva al mercato di Omegna per vendere il burro e comprare con il ricavato il sale e quei pochi prodotti indispensabili.
Alla vecchina avevano insegnato fin da piccola le virtù del risparmio, così non aveva alcuna intenzione di pagare il biglietto della corriera che scendeva la valle fino ad Omegna. Non importava il prezzo, era soprattutto una questione di principio. Purtroppo se la volontà era di ferro a causa dell’età le gambe talora faticavano a portarla ad Omegna e di nuovo a casa. Erano pur sempre una quindicina di chilometri in discesa e altrettanti in salita, con la gerla piena sulle spalle, sia all’andata che al ritorno.
Così, quando proprio non ce la faceva, la vecchina si rassegnava a prendere la corriera al ritorno, quando la salita pesava maggiormente. All’andata però non si rassegnava e partiva sempre a piedi. Poi, arrivata ad un certo punto si fermava e aspettava la corriera, con uno sguardo da muovere a pena chiunque.
Compreso l’autista della corriera, naturalmente, che si fermava e la faceva salire senza farle pagare il biglietto. Altri passeggeri non erano d’accordo con quel trattamento di favore e qualcuno protestò con la direzione, che diede una lavata di capo all’autista. Il quale, la volta successiva, vide la vecchietta ferma e tirò dritto.

Quando infine la corriera arrivò ad Omegna la vecchina era già al mercato. Non perché avesse le ali. La corriera però aveva bucato una gomma e così, tra una cosa e l’altra, la vecchina era arrivata prima.
Qualche tempo dopo l’autista vide nuovamente la vecchina ferma e ancora proseguì senza fermarsi. Il motore, poco dopo, si guastò e dovette andare a cercare un telefono per chiamare i soccorsi che portassero la corriera all’officina di Omegna. La vecchina nel frattempo era già arrivata al mercato e vendeva i suoi prodotti…
La cosa cominciò a ripetersi con tale inesorabile puntualità da diventare leggenda. Una mattina l’autista decise di provare e fece salire la vecchina. Gratis, naturalmente. La corriera arrivò ad Omegna in perfetto orario.
Da quel giorno più nessuno osò dire una parola contro quella, apparentemente, fragile vecchina.

lunedì 28 luglio 2008

La vecchina e i leoni



C’era una volta una vecchina che viveva in una valle piemontese…

Una valle che prende il nome dal torrente Strona, ma poiché di Strona ce n’è più di una, è bene specificare che la valle in cui abitava si trova nella provincia di Verbania…

Ooops, scusate ogni tanto mi scappa!

Devo precisare, a beneficio dei lettori che seguono questo blog da varie parti d’Italia e del mondo, che gli autoctoni, in specie i cusiani e gli ossolani si offendono molto se la provincia è chiamata col nome del capoluogo. Poiché ci tengo a mantenere sane relazioni sociali debbo precisare che il nome della provincia è "Verbano Cusio Ossola".

Questo nonostante la targa sia “VB”. La quale, badate bene, non indica Vibo Valentia. Lo sottolineo perché da un errore banale possono derivare conseguenze serie. Alcuni anni or sono la Gazzetta Ufficiale scambiò VB (Verbania, ovvero Verbano Cusio Ossola) con VV (Vibo Valentia, appunto). Il risultato fu che all’apertura delle liste per l’iscrizione degli insegnanti nel neonato Provveditorato agli Studi della provincia di Verbania, si presentarono migliaia (!) di aspiranti insegnanti dal Mezzogiorno.
Ora, se coltivi il sogno del posto fisso nella scuola, ti sei fatto un migliaio di chilometri di viaggio, hai prenotato l’albergo e sei in coda da ore davanti allo sportello, l’ultima cosa che vuoi sentirti dire è: “Guardate che la Gazzetta Ufficiale ha sbagliato. VB è Verbania non Vibo…”
Venne fuori una mezza rivoluzione, con i Carabinieri costretti a difendere gli impiegati dal linciaggio.
Racconto l’episodio a beneficio degli studenti, perché studino queste benedette provincie, se ancora a scuola le insegnano, ché poi potrebbero finire col fare, non dico i concorsi come insegnante, ma gli impiegati alla Gazzetta Ufficiale.

Verbano Cusio Ossola. Come si arrivò ad un nome così lungo? È presto detto: circa quindici anni fa gli abitanti del nord della provincia di Novara decisero che non era conveniente dover andare fino a Novara per ogni pratica di competenza provinciale. Nacque così la secessione del nord, che volle costituirsi in Provincia con un proprio Presidente, Assessori, Consiglieri e i necessari uffici burocratici per far funzionare la macchina provinciale.
Gli ossolani, da buoni montanari, vengono generalmente considerati gente dura, così cominciarono immediatamente a impuntarsi sul fatto che la nuova Provincia non potesse chiamarsi semplicemente “Verbania” (che sta, appunto sul Verbano) e pretesero la menzione dell’Ossola. Naturalmente i Cusiani si sentirono discriminati e chiesero che allora non si omettesse nemmeno il Cusio. Dopo alcuni tentativi cacofonici ne scaturì il nome attuale. Questa almeno è la versione che circola sul Cusio. È possibile che in Ossola circoli una versione alternativa in cui sono i Cusiani a fare la parte dei capatosta, mentre quelli del Verbano considerano probabilmente entrambi dei protervi rompiscatole.

Come in ogni secessione che si rispetti, ci fu una contro secessione da parte dei comuni che sarebbero stati i più meridionali della nuova provincia. Una parte della popolazione propose di farli diventare invece i più settentrionali della nuova (e ridotta) Provincia di Novara.
Poiché le popolazioni del Cusio non sono sanguigne come quelle di altri parti del mondo e soprattutto hanno la fortuna di vivere in uno stato democratico, la questione fu sancita ai bussolotti. Con le urne e le schede, intendo.
Fu così che il lago d’Orta e il lago Maggiore vennero segati a metà. Il Verbano c’era abituato: se sei diviso tra svizzeri (per quanto ticinesi) e italiani (per quanto lombardi e piemontesi), puoi sopportare che questi ultimi si dividano ulteriormente.
Ma il povero Cusio, dopo tanti anni di ritrovata unità, tornò ad essere diviso come ai tempi della Riviera di San Giulio, con Omegna che se ne andava per i fatti suoi.

A complicare le cose ci si misero le ripicche. La provincia di Novara, che prima si vantava di andare “dal Riso al Rosa” stampò una stizzita mappa della nuova provincia indicando, oltre il confine settentrionale “Hic sunt leones”: terra incognita, dove circolano i leoni.
La provincia del nord restituì la cortesia alla prima occasione propizia. Questa volta, si può dire, con alcune ragioni, dal momento che a sud i leoni ci sono davvero: al Safari Park di Pombia, che è in Provincia di Novara, per quanto vicina alla Lombardia.
Alcuni cusiani, stanchi di questa situazione, hanno pensato bene di risolvere salomonicamente la questione mettendo i leoni sia a nord di Gravellona Toce (VB) che a sud di Gozzano (NO). I cusiani, del resto, sono noti nel mondo per lo spirito d'iniziativa...

Attualmente, se navigate sul Cusio, da Omegna a Orta o da Pella ad Omegna, vi capiterà ad un certo punto di incontrare un gradino nell’acqua. Ecco, quello è il confine tra la Provincia di Novara e quella del Verbano Cusio Ossola. Talora, per quanto vi sforziate, non vi sarà in alcun modo possibile superarlo e dovrete tornarvene da dove siete venuti, con le pive nel sacco.
Alcuni cusiani, gente intraprendente come si è detto, stanno progettando un ponte per scavalcare il gradino, ma attualmente si discute se debba partire da Pella o piuttosto da Orta...

La nostra vecchina però, di tutto questo era ignara, essendo vissuta molto tempo prima di questi fatti…

domenica 27 luglio 2008

La vecchina e il torrente



C’era una volta una vecchina che viveva in una valle piemontese…

Una valle che prendeva, e tuttora prende, il nome dal torrente che la discende tutta, saltellando e caracollando di roccia in roccia da quel ragazzaccio cattivo e dispettoso che è. Il suo nome, del torrente intendo, è Strona, voce che si vuol far derivare da un’antica parola celtica, la stessa che sta alla base dell’inglese “stream”.
E di rumore lo Strona ne fa davvero tanto, scendendo a perdifiato da Campello Monti fin giù ad Omegna. Lì il monello pare sul punto di gettarsi nel lago d’Orta, ma con un repentino cambio di direzione, complice un affioramento roccioso, punta decisamente verso nord, verso le Alpi. In questo modo il birbante, invece di comportarsi da virtuoso affluente del lago, costringe le stesse acque del lago a confluire nelle sue, attraverso il brevissimo canale chiamato Nigoglia.
E siccome era ed è veramente un briccone, un giorno decise di non poter sopportare più l’idea di essere affluente del Verbano.
«Come!» esclamò. «Ho rifiutato d’affluir nel Cusio, dove sarei stato il maggiore degli affluenti e ora mi ritrovo ad essere il minore degli affluenti del Maggiore?»
Come avrete capito il disgraziato amava esibirsi in ignobili bisticci di parole. E ci rideva pure di gusto, il ribaldo, che subito dopo prese a fare il matto a più non posso. Tanto disse, tanto fece, che riuscì a fare un’altra capriola.
E così, per il puro gusto di far dispetto ai geografi, gli riuscì di diventare, a poche centinaia di metri dal Lago Maggiore, l’ultimo affluente del Toce, anzi della Toce.
Sì perché i nomi dei fiumi, da queste parti, si considerano femminili, all’uso celtico: la Toce, la Sesia e naturalmente anche la Strona.
Che così riuscì a fare il suo ultimo, almeno per ora, scherzo: cambiare sesso.

sabato 26 luglio 2008

Censimento dei cunicoli - 2

Aggiorno il censimento dei cunicoli con una notizia pubblicata da Mario Bottini su Lo Strona nel 1980 (n. 2).
A Cireggio, fino al 1928 comune autonomo e di seguito frazione di Omegna, esisteva un pozzo asciutto, in cui si poteva scendere grazie a robuste sbarre di ferro che fungevano da scala. Dal fondo del pozzo cominciava una galleria che conduceva a Casa Zanni, nel centro di Omegna, vicino al Carrobbio.

venerdì 25 luglio 2008

Il libro delle Fantapagine

Due bibliotecari custodiscono nei loro scaffali un libro di fiabe unico al mondo: un libro dotato di volontà propria che possiede lo straordinario potere di inghiottire e di far vivere nelle sue pagine, chiunque incautamente gli si avvicini.
Camillo e Gelsomino verranno rapiti dal libro e trasportati nel mondo delle fiabe: geni, streghe, draghi, fate ed orchi abitano le contrade di questo mondo e con loro Camillo e Gelsomino vivono straordinarie avventure prima di ritrovare la strada per la realtà.

L'intero spettacolo gravita intorno ad un grosso libro sulle cui pagine prendono vita, agiscono, parlano e si muovono figure bidimensionali; ogni pagina rappresenta un ambiente, che sull'orma dei libri animati si articola con spessori e tridimensionalità.

Lo spettacolo si apre in numerose storie parallele e si può concludere con ben ventotto finali differenti: la narrazione del racconto viene di volta in volta decisa dagli spettatori, che, pagina dopo pagina, stabiliscono il proseguimento ed il finale della fiaba.



TEATRI ANDANTI 2008 - IL CARROZZONE DEGLI ANDANTI

Lunedì 28 luglio 2008 - Ore 21.15 - INVORIO

IL MELARANCIO
Il libro delle Fantapagine, di Gimmi Basilotta con Marina Berro e Gimmi Basilotta
regia a cura della Compagnia
scenografie di Giorgio Ricci
costumi di Osvaldo Montalbano
musiche di Franco Olivero

giovedì 24 luglio 2008

Io e il mistero. Alfa risponde.

1. Hai letto qualche libro fantasy? Parecchi.

2. Il tuo animale? Il leopardo, ma non vorrei possederne uno.

3. Conosci Lovecraft? Ho letto alcune storie.

4. Hai mai conosciuto una strega? Almeno un paio. Con una ho parlato a lungo.

5. La tua pianta? Il tasso.

6. Hai mai partecipato ad un sabba? No, non mi interessa!

7. Hai scritto o raccontato una storia del mistero/fantasy? Ovviamente si.

8. Hai mai sentito la voce di spiriti malvagi? Per fortuna no.

9. Mai baciato un rospo? Sono banale: preferisco le ragazze carine...

10. La tua pietra? Cristallo di rocca.

11. Hai sognato di essere la principessa/il principe di una fiaba? Non ricordo… attualmente sono il mago buono.

12. Hai mai partecipato ad una seduta spiritica? Da piccolo. Crescendo ho smesso di giocare con i bicchieri…

13. Il tuo metallo? Oricalco.

14. Hai visitato qualche luogo misterioso? Parecchi.

15. Credi in Babbo Natale? Da piccolino ci credevo.

16. Hai mai visto un fantasma? No.

17. Hai avuto rapporti sessuali con gli alieni o altre strane creature? Ci ho provato… ma mi hanno dato un due di picche galattico.

18. Il tuo colore? Rosso.

19. Hai mai visto un UFO? Una volta ho creduto di vederne uno, ma mi sbagliavo.

20. Il tuo segno nell’oroscopo cinese? Scimmia.

21. Hai mai visto una creatura del Piccolo Popolo (elfo, gnomo, folletto, fata, ecc.)? Solo sotto forma di scultura.

22. Chi è Bilbo Baggins? Uno che vive in una comoda caverna...

23. Segno zodiacale? Acquario.

24. Sei stato/a rapito/a dagli alieni? No.

25. Quale personaggio fantastico (elfo, gnomo, orco, folletto, ecc.) ti rappresenta meglio? Lo hobbit.

26. Ti hanno mai fatto una fattura? Si… l’idraulico!

27. Hai mai guardato un film horror? Si, ma non mi appassionano.

28. Ti hanno letto la mano? Si, ma preferisco leggerla.

29. Ti hanno raccontato una storia del mistero o una leggenda? Si, certo.

30. Ti sei mai curato/a con le erbe? Qualche tisana, quando ho la tosse.

31. Ultimo libro letto? Firmino.

32. Fatti una domanda e datti una risposta. Hai risposto seriamente? Sì e no…

33. C’era una volta… un re, che disse alla sua schiava, raccontami una storia e la schiava cominciò…

Festival dell'oralità popolare

Festival Internazionale dell’oralità popolare
TORINO 25•26•27 Luglio 2008

Alla sua terza edizione il Festival Internazionale dell’Oralità Popolare contagia l’intera città di Torino, affermandosi come il più grande raduno della Cultura Orale in Italia. Oltre duecento i cantori ed i poeti della cultura popolare; e poi musica, danza, teatro, lezioni a cielo aperto, incontri….
Le Piazze Carignano, San Carlo, Carlo Alberto, le Vie Cesare Battisti e Accademia delle Scienze, il Cortile di Palazzo Carignano, diventeranno una vera e propria Cittadella dell’Oralità Popolare, dove la cultura “volatile” verrà sviscerata e proposta in tutte le sue forme.

Torino, dopo l’esperienza delle Olimpiadi 2006, diventerà nuovamente il luogo dell’accoglienza, in cui i cantori ed i musicisti italiani incontreranno i loro omologhi del Brasile, Stati Uniti, Marocco, Iran, Egitto….
Da non perdere gli incontri con Enzo Moscato, Emilio Jona ed Ugo Gregoretti, le Cattedre Ambulanti di Cultura Popolare con i docenti di Antropologia Culturale italiani, il sound degli Almamegretta ed i progetti speciali del Festival: I Sud del Mondo con Tony Esposito ed il Festival della Notte della Taranta e Mescolanza.

Quando la tradizione incontra la modernità. Quest’ultimo vedrà sul palco due proposte artistiche molto particolari: la collaborazione fra i piemontesi Mau Mau ed il napoletano Giovanni Coffarelli che, con la sua Paranza di giovani, rappresenta quel filo mai interrotto delle voci della terra; e l’incontro tra i canti di monda di 26 Mondine della Bassa Modenese e la musica elettronica dei Fiamma Fumana.

INGRESSO LIBERO A TUTTA LA MANIFESTAZIONE
Per info: COMITATO FESTIVAL DELLE PROVINCE via Piave 15 Torino 011 4338865 info@festivaldelleprovince.it
visitate il sito http://www.festivaldelleprovince.it

mercoledì 23 luglio 2008

Io e il mistero

L’estate è il periodo migliore per leggere e compilare questionari. Il Lago dei Misteri vi regala un nuovissimo ed esclusivo meme dal titolo “Io e il mistero”.

Partecipare è semplicissimo: copiate il meme sul vostro sito e rispondete alle domande. Ne uscirà il vostro personale rapporto col mistero (presto scoprirete il mio).

Io e il mistero


1. Hai letto qualche libro fantasy?

2. Il tuo animale?

3. Conosci Lovecraft?

4. Hai mai conosciuto una strega?

5. La tua pianta?

6. Hai mai partecipato ad un sabba?

7. Hai scritto o raccontato una storia del mistero/fantasy?

8. Hai mai sentito la voce di spiriti malvagi?

9. Mai baciato un rospo?

10. La tua pietra?

11. Hai sognato di essere la principessa/il principe di una fiaba?

12. Hai mai partecipato ad una seduta spiritica?

13. Il tuo metallo?

14. Hai visitato qualche luogo misterioso?

15. Credi in Babbo Natale?

16. Hai mai visto un fantasma?

17. Hai avuto rapporti sessuali con gli alieni o altre strane creature?

18. Il tuo colore?

19. Hai mai visto un UFO?

20. Il tuo segno nell’oroscopo cinese?

21. Hai mai visto una creatura del Piccolo Popolo (elfo, gnomo, folletto, fata, ecc.)?

22. Chi è Bilbo Baggins?

23. Segno zodiacale?

24. Sei stato/a rapito/a dagli alieni?

25. Quale personaggio fantastico (elfo, gnomo, orco, folletto, ecc.) ti rappresenta meglio?

26. Ti hanno mai fatto una fattura?

27. Hai mai guardato un film horror?

28. Ti hanno letto la mano?

29. Ti hanno raccontato una storia del mistero o una leggenda?

30. Ti sei mai curato/a con le erbe?

31. Ultimo libro letto?

32. Fatti una domanda e datti una risposta.

33. C’era una volta…

I partecipanti potranno vincere un premio.
Se vuoi tentare la sorte non devi far altro che seguire queste 5 semplicissime regole:

1. Copia il meme sul tuo blog/sito.
2. Rispondi a tutte le domande.
3. Trascrivi di seguito anche le regole del concorso.
4. Vieni a trovarmi su http://illagodeimisteri.blogspot.com e lascia un commento indicando il link della pagina in cui hai pubblicato il tuo meme compilato (in modo che possa saperlo e venire a leggerlo!).
5. Gli autori/le autrici dei due migliori profili (a mio insindacabile giudizio) compilati entro la mezzanotte del giorno 08/08/08 verranno invitati a far parte della Giuria che presiederà il premio “Racconta il tuo mistero”, il cui lancio è imminente.

Leggende e tradizioni a Campello Monti

La Walsergemeinschaft Kampel/Gruppo Walser Campello Monti, con il patrocinio dell'Ecomuseo Cusius vi invita alla 16a Giornata di Studio “CAMPELLO E I WALSER” che si terrà Sabato 26 Luglio 2008 con inizio alle ore 9,30 presso la Chiesa Parrocchiale di Campello Monti.

Interventi :
Rinaldi Paglino Manuela, La genesi storica delle leggende.
Elena Wetzel, Le leggende dell’area Walser di Campello Monti.
Carlo Alessandro Pisoni, Una inedita relazione di fine Seicento sui passi dei Walser tra Alta Sesia e "Valdagosta".
Valerio Cirio, Architettura Rurale Walser dell'Alta Valle Sesia in alcune "nuove" antiche immagini di fine Seicento.
Roberto Bellosta, Le comunità Walser dell'Alta Valsesia e la difesa dei valichi alpini. Le vicende politico-militari degli anni '90 del Seicento nelle carte del fondo Museo don Pietro Calderini di Varallo.

Alle ore 16 danze etniche e popolari con animazione a cura di Adriano Piretti.

Alle ore 21 “serata sotto il tiglio”, con distribuzione di vin brulé per tutti

E’ gradita la partecipazione in costume di rappresentanti delle Comunità Walser.

Attenzione : Il pranzo sarà curato dalla Locanda “alla Vetta del Capezzone”. Prenotazione obbligatoria, “citando Convegno Walser”, telefonando allo: 0323/88 51 13. I posti sono assai limitati e pertanto è indispensabile la prenotazione entro il 23 Luglio 2008. Costo : € 25,00

martedì 22 luglio 2008

Indiani nel Cusio 02

LE FAVOLE DEL PANCATANTRA a Gozzano

TEATRI ANDANTI 2008 DAL MONDO

Venerdì 25 luglio 2008
IL MUTAMENTO ZONA CASTALIA

Ore 21.15 - GOZZANO

Drammaturgia e regia di Giordano V. Amato

Con Eliana Amato Cantone
Musiche composte ed eseguite dal vivo da Giulio Berutto
Scene e costumi di Francesca Tortora
Produzione Il Mutamento Zona Castalia


Il Pañcatantra che significa letteralmente “cinque parti” fu scritto probabilmente nel Kashmir nel secondo secolo a.C. sulla base di racconti molto più antichi. Le traduzioni del Pañcatantra iniziano molto presto. Nel Medio Evo diventa uno dei libri più conosciuti e tradotti al mondo, tanto che una traduzione tedesca di favole di animali, realizzata nel 1481 risulta essere uno dei primi libri stampati in Europa.
Come le Mille e una Notte anche il Pañcatantra si svolge su un’ossatura prestabilita: quella di un re che dispera di istruire i suoi due giovani eredi alquanto ottusi. Finalmente un giorno un saggio Brahamano s’impegna ad insegnare ai due ragazzi tutto il niti in sei mesi. L’insegnamento del niti avviene per mezzo di favole abilmente intrecciate l’una all’altra, senza soluzione di continuità.
Nella nostra trasposizione, agita da un’attrice ed un musicista, il linguaggio è opportunamente attualizzato, ma nel rispetto del contenuto pedagogico e sapienziale originale. Lo spettacolo è caratterizzato da un’originale interazione tra musica, voce e azione. Questi elementi concorrono equamente alla creazione di un’opera rivolta a tutti, agile e dalle esigenze tecniche essenziali.


Per maggiori informazioni:
Teatro delle Selve
Via Carmine 5, Vacciago - 28010 AMENO (NO)
Sede Operativa: SPAZIOTEATRO SELVE - Via Zanotti, 26 - 28010 PELLA (NO)
P. Iva 01695070035
www.teatrodelleselve.it
info@teatrodelleselve.it
Tel + Fax: +39 0322 96 97 06
Cell. +39 339 66 16 179

lunedì 21 luglio 2008

Indiani sul Cusio 01

Grazie al Teatro delle Selve due appuntamenti con i misteri, le tradizioni e i miti dell'India.

Martedì 22 luglio, alle 21,15, nella Piazza Motta di Pella, torna eccezionalmente a Teatri Andanti 2008 il Kathakali, la danza sacra indiana del Kerala.

Che cos'è il Kathakali?
Il Kathakali è una forma espressiva di teatro-danza indiano. Originaria dello stato indiano del sud del Kerala, circa 500 anni fa. È considerata una delle più antiche forme di danza dell'India.
È una combinazione spettacolare di teatro, danza, musica e rituali. I personaggi con i volti dipinti di colori accesi e con costumi elaborati rimandano alle storia epiche indù, tratte dal Mahabharatha e dal Ramayana. Il Kathakali viene danzato da soli uomini che recitano anche le parti femminili.
Un attore di Kathakali, per prepararsi alla rappresentazione, adopera tecniche di concentrazione, abilità e attitudine fisica, tramite un addestramento basato sulla Kalaripayattu, antica arte marziale del Kerala. I percussionisti, i cantanti, gli artisti del trucco ed i costumisti completano l'insieme di esperti altamente addestrati che affiancano le esibizioni di Kathakali. Il Kathakali è considerata una combinazione armoniosa di cinque forme d'arte: Letteratura (Sahithyam), Musica (Sangeetham), Pittura (Chithram), Arte drammatica (Natyam), Danza (Nritham)


Una delle più prestigiose compagnie indiane porterà in scena a Pella, unica data italiana assieme a quella di Milano, uno spettacolo imperdibile e ricco di fascino. Un gruppo di attori e danzatori indiani metterà in scena un incredibile spettacolo di Kathakali, la danza-teatro indiana, tradizionale nello stato del Kerala.
"Abbiamo colto al volo un'opportunità offerta dell'Ambasciata Indiana di Roma, che ha organizzato la tournèe del gruppo - spiega il direttore artistico del Teatro delle Selve Franco Acquaviva -. Quella di Pella è la seconda e unica data italiana, assieme a quella di Milano". Il gruppo, i Kalamandalam Kutti n Raman and Troupe di Nuova Delhi, costituito da 8 persone, attori, danzatori, truccatori e musicisti, è uno dei più prestigiosi e celebrati in India e nel mondo per le performances di Kathakali tradizionale, guidato da Kalamandalam Kutti n Raman, 46 anni, praticante di Kathakali dall'età di 13 e vincitore di prestigiosi riconoscimenti in tutto il mondo (Canada, Asia e Stati Uniti).
"Nella scorsa edizione di Teatri Andanti abbiamo già portato uno spettacolo di Kathakali nel bosco - spiega Acquaviva - ottenendo un responso entusiastico da parte del pubblico, e siamo ben felici di poterlo riproporre anche quest'anno, portando sul Lago d'Orta per la prima volta in assoluto il lavoro di una delle migliori compagnie mondiali. Il Kathakali è un'espressione artistica completa, che utilizza un linguaggio molto raffinato e che chiede di essere attori a 360 gradi, in grado di cantare, ballare e muoversi con un costume pesantissimo e ingombrante. Per gli spettatori, il fascino offerto dai costumi tradizionali e le movenze particolarissime e speciali degli interpreti costituiscono uno spettacolo unico e da non perdere".

Lo spettacolo è ad ingresso gratuito.

Per info:
Teatro delle Selve
Tel. 0322 96 97 96 - 339 661 61 79
Ufficio Stampa - Alessia Zacchei tel. 347 03 54 750

Sentinella nella notte



Fatela voi la guardia, di notte, nel bosco, con tutti i compagni che dormono.
Certo, ti hanno dato un’arma. Capirai… un moschetto che si è fatto onore nella guerra di Libia, nella Grande Guerra, in quella d’Etiopia e naturalmente anche in quella di Spagna. Un’arma vecchia, degna di Carlo Codega insomma, mentre i tedeschi, e talora i fascisti, hanno armi nuove, che sparano a raffica.
E poi nel bosco, di notte, ci sono mille rumori. È incredibile quanti animali decidano di andare in giro a quell’ora! Se poi vieni dalla città e la montagna l’hai vista qualche volta ai tempi in cui andavi in vacanza, tutto ti pare spaventoso. Tanto più che i compagni si divertono a raccontarti storie delle più strane creature che pare si aggirino tutte su quei monti….

«Cosa fai a casa? Vieni in montagna con noi, a fare il partigiano» mi avevano detto.
E così, stanco di nascondermi ai tedeschi, ai fascisti, alle spie, avevo deciso di andare, quando ormai speravo che la guerra fosse finita. Tre anni di guerra, di cui due in Jugoslavia, coi partigiani slavi sempre pronti a farti la pelle e ora mi ritrovavo a fare il partigiano, su per i monti dell’Ossola, con la responsabilità dei compagni che russavano nella baita e i tedeschi che potevano salire dal sentiero…
Dei passi!
Non c’erano dubbi, quelli erano passi…
Un passo, due passi. Un passo, due passi.
Accidenti, sono in due!
Che faccio, sono vicini…
Metti il colpo in canna e fai come ti hanno insegnato.
«Chi va là? Fermi o sparo!»
A dire il vero mi avevano detto un’altra cosa.
«Se gridi: “chi va là? fermi o sparo!” quelli ti sparano prima che tu abbia finito la seconda frase. Perciò, tu spari. Poi gridi e spari il secondo colpo in aria.»
Ma quelli erano metodi che non mi sentivo di applicare…
Quelli, nel frattempo, non hanno risposto e continuavano a salire.
Un passo, due passi. Un passo, due passi...

BAM, BAM.
Due colpi.
Qualcosa che rotola a terra come un corpo morto.
Un brevissimo silenzio.
Urla che arrivano dalla baita, coi partigiani che schizzano fuori da tutte le parti, con l’arma in una mano e la cintura dei calzoni nell’altra.
Si va a vedere.
Niente tedeschi. Niente fascisti.
Potremmo definirlo “fuoco amico”, ma a questo punto è meglio chiamarlo, semplicemente, “pranzo”.
"Domani tapelucco" dice il cuoco.
Povero asino, vittima innocente della guerra…

domenica 20 luglio 2008

I paesi di mezzo



I “paesi di mezzo” non si trovano nell’incantato mondo di Tolkien, come si potrebbe ingenuamente credere, bensì sul Lago d’Orta. Paesi di mezzo sono le frazioni di Boleto, Artò, Centonara e Piana dei Monti, dal 1928 unificate nel comune di Madonna del Sasso. Di mezzo, perché situate a 6/700 metri di altezza. Paesi non più pianura, ma già in odor di montagna potremmo dire.

Ci sono storici che hanno dedicato buona parte dell’attività alla ricerca della storia delle classi popolari tra Otto e Novecento. Il lavoro del cusiano Filippo Colombara (autore di numerose altre pubblicazioni di cui voglio citare Uomini di ferriera, dedicato al lavoro degli operai di Omegna; e Pietre Bianche, sugli scalpellini delle cave di Alzo) è un ottimo esempio di come le fonti orali, incrociate con lo studio dei documenti di archivio, possano fornire informazioni preziose per la ricostruzione della vita quotidiana.

Il libro, Paesi di Mezzo, edito nel 1993 dall’Istituto Ernesto de Martino, contiene un intero capitolo (Fascinazioni e storie di paura, pagg. 139-157) dedicato ai misteri dei Paesi di Mezzo. Alcune delle testimonianze trascritte da Colombara sono alla base dei racconti (con l’eccezione de “La testa”) sui “misteri della fisica” pubblicati negli scorsi giorni.

Consiglio la lettura del libretto (190 pagine in formato tascabile) a chiunque voglia approfondire lo studio, non solo dei misteri, ma anche dei tanti aspetti della vita quotidiana nel Cusio che emergono dalla viva voce dei protagonisti.

sabato 19 luglio 2008

Strani incontri nella notte



L’uomo se ne tornava alla sua cascina poco prima di mezzanotte, dopo aver passato buona parte della sera all’osteria. Improvvisamente vide un uomo sbucare dal bosco, con un gerlo in spalla. Fece per salutarlo, ma le parole gli si gelarono in gola quando riconobbe il Lino, che era morto dieci anni prima.
Ancora sconcertato riprese il cammino, finché raggiunse una zona pianeggiante nel bosco. Qui cominciò a sentire dei rumori come di piante che cadevano, nonostante non ci fosse nemmeno un alito di vento e non si vedesse nulla.
Spaventato accelerò il passo, fino all’alpe successiva. Davanti all’ingresso vide un carro, con sopra una cassa da morto, con sopra quattro ceri accesi.
In preda allo spavento si mise a correre, finché raggiunse il cancello della sua cascina. Come fece per aprirlo, però, vide due ceri accesi.
La vista gli si era oscurata ed era caduto svenuto.

Così, quanto meno, raccontò l’uomo la sera successiva all’osteria, guadagnandosi una bevuta gratuita.

venerdì 18 luglio 2008

Il carretto e il muretto



Un uomo di Boleto portava le pietre delle cave di granito col carro. I buoi conoscevano così bene la strada che spesso l’uomo dormiva, soprattutto alla sera quando rientrava a casa stanco per la lunga giornata.
Poiché all’epoca nessuno aveva nemmeno immaginato l’etilometro e la patente a punti (per un carretto poi!) l’uomo era solito fare prima una lunga pausa all’osteria.
«Un bicchiere di vino. Raso.»
Raso voleva dire pieno fino all’orlo. E quando si diceva orlo si intendeva quello in cima al bicchiere, non quello un centimetro sotto! Doveva essere pieno al punto da fare fatica a non versarne nemmeno una goccia, quando lo si portava la prima volta alla bocca. Il che era anche un ottimo sistema per controllare quanto avevi bevuto e soprattutto quanto potevi ancora bere. Perché di bicchieri rasi ne andavano giù parecchi prima che i buoi potessero rimettersi in marcia.
La maggior parte delle volte l’uomo aveva il sonno così conciliato dal vino da svegliarsi davanti alla porta di casa, più spesso per i rimbrotti della moglie che per naturale soprassalto di lucidità.
Quella sera però si svegliò perché i buoi si erano arrestati, ma emettevano un verso strano. Davanti a loro c’era un muretto che sbarrava la strada. E non c’era spazio per girare, perché sui lati c’erano altri muri e piante.
Allora l’uomo, afferrò la livera, la leva di ferro che usava per spostare le pietre e scese dal carro.
Patapim, patapam, in breve cominciò a menare botte e a smontare il muro, finché aprì un varco nel muretto sufficiente a passare, lui, i buoi e il carretto.
Il giorno dopo, si dice, incontrò il prete, che zoppicava.
«Come sta, don?» gli chiese.
«Eh, così, così…»
«La prossima volta, se non vuole zoppicare, se ne stia a casa di notte…»

giovedì 17 luglio 2008

La pecora



Un giovane andava tutte le sere a trovare la fidanzata.
Un bel giorno, lungo la strada, vide una pecora che belava e lo fissava, quasi invitandolo a seguirla.
Le prime volte non gli diede peso, ma dopo alcune sere provò ad avvicinarsi. La pecora si lasciava accarezzare e anzi quasi pareva gli si strusciasse addosso, belando dolcemente.
Così, dopo alcune sere, decise di prenderla e portarla a casa da sua madre. La pecora però non lo seguiva mai se lui si allontanava. Trascinarla a braccia era impossibile, così una sera salì portando con sé una corda. Però, non appena fece per avvicinarsi, la pecora spiccò un gran balzo, saltando il muretto di pietra e scomparendo nel bosco.
La sera seguente, perché la pecora non si accorgesse della trappola, prese un rosario grosso, con la corda robusta e se lo mise in tasca. Quando la pecora si lasciò accarezzare, strusciandogli addosso, gli passò attorno al collo il rosario e con quella la trattenne. Quindi se ne tornò a casa con la pecora, chiudendola nel gabbiotto del maiale.
Il mattino dopo disse alla madre: «Ti ho portato a casa una pecora».
La madre, che lo conosceva bene, gli rispose: «Una pecora a casa! Ma smettila di fare il balordo!»
Il figlio insisteva: «È vero ti dico! L’ho chiusa nel gabbiotto del maiale!»
La madre, per levargli quella fissazione, lo seguì fino al gabbiotto, sospirando. Quando aprirono la porta si mise una mano sulla bocca, per non urlare.
Dentro c’era una donna nuda. Era una vecchia di loro conoscenza, che faceva sempre tanti complimenti al giovane…

mercoledì 16 luglio 2008

La testa



Il giovane si era fatto la morosa ad Invorio. L’aveva cercata fuori dal suo paese, perché lì erano tutti parenti. E poi la Teresa era bella, e tanto brava. E si volevano bene. Così, tutte le sere se ne andava in bicicletta ad Invorio da Ameno per parlare con lei, sperando in cuor suo che arrivasse presto il giorno del matrimonio, per non doversi fare tutta quella strada.
Che poi quelli di Invorio lo guardavano male, perché si vedevano portar via la Teresa, cui molti di loro avevano fatto, inutilmente, il filo. Ma lui era forte come un toro e teneva il coltello in tasca, così se qualcuno avesse osato tentare di sbarrargli la strada l’avrebbe conciato per le feste. No, il fastidio maggiore non erano gli uomini. Ciò che proprio non gli piaceva era il dover passare per la palude sotto Orio. Quel luogo non gli piaceva per nulla. d’inverno era freddo e c’era la nebbia. D’estate c’erano le zanzare. E si diceva che in quel luogo si riunissero le streghe a ballare col diavolo e a praticare i loro sortilegi…
Così faceva forza sui pedali – era pure in salita la strada – per passare alla svelta da quel posto. E ogni volta si faceva il segno della croce, prima e dopo, per chiedere la protezione del Signore contro quelle presenze malefiche.
Fino a quella notte, a dire il vero non aveva mai visto nulla di particolarmente inquietante, a parte le ombre. Così si chiese cosa fosse quella luce sul bordo della strada, appena prima della curva. Mentre si avvicinava cominciò a distinguere la forma rotonda, le orbite vuote e la bocca aperta. Era un cranio, una testa umana, con una luce che brillava al suo interno!
Quella notte il suo amore per Teresa fu veramente messo alla prova: i capelli ritti sulla testa e le gambe che tremavano lo supplicavano di tornare indietro, di fuggire da quel luogo maledetto. Il cuore no, il cuore era testardo: non poteva scappare come un coniglio.
Cosa avrebbe detto la Teresa non vedendolo arrivare? Avrebbe pensato che si era fermato a bere con gli amici all’osteria; che non gli importava nulla di lei; che magari aveva un’altra. Di certo non avrebbe mai creduto ad una storia di streghe e teste. Probabilmente avrebbe rotto il fidanzamento, dandogli del vigliacco, del traditore e del bugiardo. Perché la Teresa aveva un bel caratterino, quando si arrabbiava…
Così, fece forza sui pedali, senza guardare la testa che brillava minacciosa nelle tenebre e superò la curva, facendo appello a tutto il suo coraggio, aiutato dal pensiero della Teresa che l’aspettava.

martedì 15 luglio 2008

la spia



Nel paese di Arola c’era una combriccola di persone che amava ritrovarsi per spettegolare sui fatti del paese. Il tizio se la fa con la moglie di quello; quello la va a rubare la legna nei boschi e così via.
Le loro chiacchiere dovevano però rimanere segrete e invece si accorsero che il giorno dopo tutto il paese sapeva quanto si erano detti. Così cominciarono a pensare che ci fosse qualcuno che li spiava.
Così, per togliersi ogni dubbio, s’inventarono alcuni pettegolezzi, che solo loro sapevano essere falsi. Quando il giorno dopo videro che tutto il paese parlava di quello, si convinsero che la spia esisteva davvero.
Allora si diedero da fare per scoprirla. Il luogo dove si trovavano era chiuso, aveva muri spessi e c’era solo una finestra in alto, a cui non si poteva accedere dalla strada. Quella sera però guardarono bene e vi scovarono un gatto rannicchiato. Dopo un breve inseguimento lo presero e gli diedero così tante legnate che fu un miracolo se la bestia sopravvisse.
La mattina dopo videro una donna camminare zoppicante e piena di botte per il paese.

lunedì 14 luglio 2008

Il cavallo bianco



C’era un uomo, che faceva il becchino. In tempi in cui le fosse si scavavano e si riempivano a mano capitava spesso che il lavoro finisse ben oltre il tramonto.
Poiché se avesse avuto paura dei morti il nostro non avrebbe fatto quel lavoro, l’essere da solo nel cimitero dopo il tramonto, con una pala in mano e una bara da seppellire non era per lui un problema. Certo, c’era l’umidità della notte, specie nei mesi invernali, ma un fiasco di vino era un ottimo rimedio per quello.
Così il becchino, finito il suo lavoro, se ne tornava verso casa, tutto sommato contento del suo lavoro, che gli permetteva di non emigrare. Una cosa di cui non c’era mai penuria erano i morti, per cui il suo era quasi un vivere di rendita.
Certo, c’erano cose antipatiche, come quel toccarsi quando lo incrociavano. Del resto gli uomini frugavano nei pantaloni anche quando incontravano i preti e, con più discrezione però, le suore. A suo modo il becchino si sentiva di appartenere ad una casta privilegiata, guardata sempre con timore, se non con rispetto.
«Sono un collega del prete!»
Lo raccontava ridendo all’osteria, dove non mancavano mai le occasioni per farsi offrire da bere, perché di storie da raccontare ne aveva sempre tante. I cadaveri hanno infatti comportamenti strani. Talora, riesumandoli per purgare il cimitero, si trovavano scheletri scomposti, come se si fossero rigirati più volte nella tomba. O corpi stranamente conservati. Altri ancora sembravano aver rosicchiato il sudario in cui erano stati avvolti…

Quello che gli accadeva da un po’ di tempo era però inspiegabile. Ogni volta che tornava a casa, passando dal Brentu vedeva un cavallo bianco. Aveva chiesto in giro di chi fosse, ma nessuno possedeva un animale del genere. Eppure, ogni volta, il cavallo sembrava attenderlo. Lo seguiva per un tratto di strada quasi sfidandolo a salirgli in groppa, poi, misteriosamente come era apparso, scompariva nell’oscurità della notte.
Il becchino non si fermava, perché sapeva che in questi casi era sempre meglio continuare il cammino, ma aveva cominciato ad inquietarsi.
Una notte, dopo un po’ di tempo che questa storia andava avanti, arrivato al Brentu non vide il cavallo. Non fece però in tempo a tirare un sospiro di sollievo, perché da dietro un cespuglio sbucò un cane nero che gli ringhiava contro. Allora alzò la pala e gli diede un gran colpo di piatto sulla schiena.
Il giorno successivo vide il prete che camminava tutto indolenzito con la mano sulla schiena. Da allora il cavallo bianco non si fece più vedere...

domenica 13 luglio 2008

Occhi gialli nell’oscurità – 2



In quella seconda metà dell’Ottocento incontrare persone che viaggiavano dalla Francia al Lago d’Orta non era evento raro. Muratori, scalpellini, peltrai, ombrellai, calzolai e tanti altri si spostavano nel paese transalpino per cercare lavoro e fortuna; per sfuggire alla miseria e mantenere le famiglie che mandavano avanti i campi e i pascoli.

Ora, accadde una sera che un giovane risalisse la montagna sopra Arola. Tornava dalla Francia, dove era emigrato per fare il muratore. Aveva attraversato le Alpi, a piedi, e ora risaliva la mulattiera che l’avrebbe portato alla cascina dei suoi genitori. Non vedeva l’ora di arrivare, per riabbracciare la cara mamma, che tanto gli era mancata. E che gli faceva scrivere – da altri perché era analfabeta – lettere di preoccupato affetto.

Improvvisamente udì un rumore nell’oscurità. Sembrava che qualcuno stesse tagliando la legna nel bosco. Chi stava lavorando nel bosco di suo padre? Chi poteva farlo a quell’ora di notte? Sicuramente dei ladri. Così estrasse il coltello e cominciò ad urlare, per cacciarli…

Ci volle un po’ prima che i suoi riuscissero a calmarlo, quando arrivò di casa urlando, gli occhi pieni di terrore. Lo misero a letto, ma il mattino dopo si svegliò con la febbre alta. Nel delirio raccontò quanto era accaduto.

Davanti a lui erano comparse decine di coppie di occhi gialli, che lo fissavano. Ammutolito era rimasto a fissarli, col coltello fermo a mezz’aria. Poi, come un fiume in piena, gli occhi erano piombati su di lui sotto forma di civette urlanti, che lo assalivano da tutte le parti, ruotandogli attorno, urlando e beccando, finché aveva mollato il coltello ed era fuggito di corsa verso casa.

«Le streghe! Erano le streghe!» cominciarono a dire i parenti che venivano a trovarlo. «Non si deve andare in giro di notte perché c’è chi ti strega!»

sabato 12 luglio 2008

Occhi gialli nell'oscurità - 1



Era un giovane coraggioso; uno di quelli che non avevano paura a camminare di notte, nelle tenebre. E poi aveva ottime ragioni per salire fino all’alpe: c’era la sua morosa lassù e aveva voglia di vederla per fare all’amore con lei.

Camminava veloce, risalendo il sentiero come un salmone un torrente. Niente e nessuno avrebbe potuto fermarlo, nemmeno il diavolo in persona.
Forse questo l’aveva pure detto all’osteria, bevendo l’ultimo bicchiere prima di mettersi in cammino. O forse qualcuno del paese aveva deciso che quel ragazzo di fuori non doveva venire a parlare con una di loro, ma temendo di affrontarlo di persona aveva deciso di chiedere aiuto a qualcuno in grado di evocare un pauroso potere…

Sia come sia, nelle tenebre iniziò a vedere due occhi gialli che lo fissavano, in mezzo la strada. Rallentò il passo: dalla nera sagoma del cane cominciò a provenire un ringhiare sordo. Avanzò e la bestia indietreggiò, ringhiando più forte. Faceva alcuni passi indietro, ma poi ringhiava più forte di prima, con l’aria di volergli saltare alla gola.
Allora il giovane, che temeva di arrivare tardi e trovare tutti ormai a letto e la morosa sotto le coperte a piangere, si arrabbiò così tanto che con pochi salti fu davanti al cane e gli sferrò un calcio così forte che lo fece guaire. La bestia fuggì zoppicando e gemendo, svanendo nelle tenebre.

Il giorno dopo il giovane seppe che il prete aveva un braccio rotto.

venerdì 11 luglio 2008

Il fuoco nella sera

C’era un uomo, chiamiamolo Pino, che tornava a casa la sera, come tutte le sere, dopo il lavoro dei campi.
Improvvisamente, davanti a lui comparvero delle fiamme. Si voltò a sinistra e vide un altro fuoco; a destra ne trovò un terzo e quando si voltò si vide circondato.
Allora il Pino, che era un uomo coraggioso, prese un bastone e cominciò a picchiare il fuoco, con forza, finche questo si spense.
Il giorno dopo il prete rimase a letto, con tutte le ossa ammaccate per le bastonate che aveva ricevuto tentando di fare la fisica al Pino.

giovedì 10 luglio 2008

Misteri della fisica

No, la scienza non c’entra, a dispetto del titolo. Ovvero se preferite, la scienza di cui parliamo è occulta e nascosta ai più. Un’arte che non s’impara a scuola, checché ne dica la Rowling, che con questa idea si è costruita una fortuna…

La fisica si trasmette per eredità. La può trasmettere una strega, in punto di morte, ai parenti avidi che sperano nell’eredità e si fanno avanti quando lei comincia a dire: “Lascio… lascio… lascio”
Invece, se non si vuole diventare come lei, occorre risponderle: “Lasciala alla scopa dietro la porta!”

I più grandi praticanti della fisica, però, erano (sono?) i preti. Che la imparavano nei loro libri, incomprensibili non solo agli analfabeti, ma anche agli altri, perché scritti in quel maledetto latinorum

Coloro che praticavano la fisica parevano avere due occupazioni principali: gettare quello che noi chiameremmo "malocchio" e sbarrare le strada alle persone.

Prossimamente vedremo come facevano e come ci si poteva difendere dalle loro arti.

mercoledì 9 luglio 2008

… e 100!

Con questo post siamo arrivati a quota cento.

E' doveroso un ringraziamento ai tanti amici e amiche incontrati nel viaggio, ciascuno dei quali ha fornito lo stimolo a continuare il racconto.
Impossibile elencarli tutti, perché sono troppi e il rischio di omettere un nome è in agguato. Mi spiacerebbe davvero.

Molti di loro, comunque, compaiono nei link a fianco.
Altri sono presenti con i commenti ai post che hanno voluto regalarmi.
Alcuni hanno lasciato traccia del loro passaggio partecipando al sondaggio, i cui risultati mi pare giusto riportare qui, prima di cancellarlo dalla barra laterale.

Alla domanda, "Come hai scoperto questo blog?" questa è stata la risposta:

Dal web
1 (4%)
Da altri blog
13 (61%)
Dalla radio
1 (4%)
Da amici
1 (4%)
Altro
5 (23%)


Voti: 21

Altri ancora, infine, non compaiono, ma sono stati ugualmente importanti per fornire indicazioni, consigli o segnalare tradizioni, leggende ed eventi.

Attraverso Il Lago dei Misteri ho scoperto altri blog molto belli e ho avuto modo di conoscere (ma anche ritrovare) persone interessanti che mi hanno davvero arricchito.

Grazie a tutti!!!!!

martedì 8 luglio 2008

Quando notte illuminava

Guido Gozzano, oltre che con la lirica e la novella, si misurò con la scrittura di fiabe. Dalla raccolta I tre talismani è tratta la storia raccontata nello spettacolo "Quando notte illuminava" di e con Franco Acquaviva.

Ne è protagonista Prataiolo, un ragazzo trasognato e povero alle prese con tre oggetti dai poteri miracolosi.
Nello spettacolo prendono vita tutti i personaggi del viaggio avventuroso di Prataiolo: la principessa, il mendicante, il mugnaio e la sua famiglia, il re, la regina. E vi agiscono soprattutto i tre oggetti magici che muovono tutta la vicenda: la camicia, il bastone e il flauto.

La fiaba di Gozzano è stata sceneggiata e in parte riscritta. L’attore narra la storia e interpreta i vari personaggi, aiutato anche dalla forza fantastica di alcune apparizioni pupazze e burattine.

Lo spettacolo ha partecipato a diversi festival italiani di teatro di figura e rassegne di livello regionale e nazionale (Festival Arrivano dal mare! di Cervia e Ravenna, Festival di Perugia, Festival Figure dall’interno di Pinerolo, Festival di Caorle, Festa Nazionale dell’Unità di Bologna, rassegna Inaspettati Incontri organizzata della Provincia di Novara e Festival Teatri di Confine di Chivasso).

QUANDO NOTTE ILLUMINAVA
Venerdì 11 luglio 2008, ore 21,15 a Pogno

TEATRI ANDANTI 2008
IL CARROZZONE DEGLI ANDANTI
TEATRO DELLE SELVE

E sabato 12: Heina e il Gul



Per maggiori informazioni:
Teatro delle Selve
Via Carmine 5, Vacciago - 28010 AMENO (NO)
Sede Operativa: SPAZIOTEATRO SELVE - Via Zanotti, 26 - 28010 PELLA (NO)

www.teatrodelleselve.it
info@teatrodelleselve.it
Tel + Fax: +39 0322 96 97 06
Cell. +39 339 66 16 179

lunedì 7 luglio 2008

Il Maestro e Margherita – 2


«Come nasce, quindi, la leggenda del fantasma di Margherita Pusterla nella Torre di Invorio?» domando.

«Questo si è un mistero» ride il Maestro «dal momento che non solo gli antichi commentatori, ma persino il Cantù, situano a Milano il luogo dell’esecuzione.

Azzardo un’ipotesi: ad Invorio esisteva una “via pusterla”. Il termine pusterla, o posterla, designa infatti una piccola porta nella cinta fortificata. La stessa casata dei Pusterla prese il cognome proprio dall’avere dimora accanto ad una di queste porte a Milano. Ora, qualche invoriese, desideroso di arricchire la propria terra di una romantica leggenda, avrà pensato che la via fosse stata dedicata a Francesca Pusterla.

Una cosa simile è avvenuta anche a Gozzano, dove esisteva l’antica “via villa”. Qualche amministratore erudito pensò bene di leggere “via Villa”, interpretando la dedicazione alla regina Willa, moglie di Berengario II, protagonista del famoso assedio nel castello dell’Isola di San Giulio. Così la strada divenne “via Regina Villa”, mentre in origine designava semplicemente una zona del borgo di Gozzano denominato “villa”, anche questo un termine medievale.

Tornando ad Invorio, possiamo aggiungere che un fantasma è un buon modo per far parlare dei monumenti, se si vogliono attirare turisti. Del resto non mi risulta che nessuno abbia mai visto, realmente, lo spettro di Margherita Pusterla ad Invorio…»

Il maestro e Margherita, prima parte.

domenica 6 luglio 2008

Il Maestro e Margherita – 1



«La storia è andata più o meno come l’hai raccontata» ghigna il Maestro «salvo alcuni dettagli, di non piccola importanza.»

Avevo deciso di sottoporre al Maestro la storia di Margherita Pusterla, prima di pubblicarla, ma il fascino della vicenda, che confesso mi ha preso la mano, e una gita in montagna, che mi ha impedito di andarlo a trovare prima, pongono ora il mio racconto sotto il suo inesorabile giudizio.

«Tanto per cominciare Francesco Pusterla non era quello stinco di santo che Cesare Cantù tratteggiò nel romanzo “Margherita Pusterla”» il Maestro sbuffa un anello di fumo. «Certamente era scrupoloso nell’onorare i doveri coniugali: così tanto che durante i banchetti abbandonava gli invitati, trascinando Margherita nella camera per consumare rapidamente gli appetiti che nascevano sotto la tavola, per così dire. Quando poi la moglie era gravida, o indisposta per altri motivi, o assente essendo egli in viaggio, il nostro dava l’assalto a qualunque donna gli capitasse a tiro, serve e cortigiane comprese, naturalmente.

Quanto poi all’amore di Luchino per Margherita, non tutti i commentatori antichi sono d’accordo. Alcuni sostengono che effettivamente si fosse invaghito della bella cugina, ma per altri la congiura aveva ben altre cause. La nobiltà antica di Milano mordeva infatti il freno sotto la Signoria dei Visconti, vedendo ridimensionato il proprio ruolo, mentre ai mercanti e al popolo era gradito, dal momento che sotto il governo di Luchino Visconti si poteva andare per il territorio lombardo “impunemente e senz’armi”. Cosa che, naturalmente, faceva molto bene all’economia.

Lo sterminio dei Pusterla fu molto utile ai Visconti perché dopo di esso nessuno osò più sollevarsi contro di loro, per quanto i Milanesi siano già paurosi di natura, chiosa perfidamente Pietro Azario, un cronachista dell’epoca. Il quale però era novarese e quindi aveva il dente avvelenato contro i lombardi.

I Visconti del resto facevano quanto i re avrebbero fatto in Francia: eliminavano la vecchia nobiltà feudale sostituendola con parvenu fedelissimi alla monarchia, in quanto elevati spesso da infime condizioni. Dei gentiluomini di Luigi XI si sarebbe detto, nel secolo successivo, che portavano una lunga chioma per nascondere lo orecchie tagliate, segno infamante del loro passato di canaglie.

Occorre dire poi che Luchino Visconti fu ripagato con la stessa moneta dalla moglie, la bellissima Isabella “Fosca” Fieschi, la quale, mentre il marito era a costretto a letto dalla gotta, organizzò una gita in battello da Milano a Venezia per sole dame. Una gita che passò alla storia per le avventure amorose delle focose gitanti.
Famosa fu anche la confessione resa dalla donna per poter ottenere la salvezza dell’anima dalle pene dell’inferno. Essendo ormai morto il marito (qualcuno insinua da lei avvelenato per sfuggire alla punizione, dopo la “gita di piacere” a Venezia), dichiarava che il primogenito Luchino Novello non era figlio di Luchino. Dietro quest’ultima confessione, si cela però forse la mano dell’arcivescovo Giovanni Visconti, fratello di Luchino, eminenza grigia della politica e delle complicate successioni familiari viscontee.

Torniamo però alla nostra bella e sfortunata Margherita, contesa dai due focosi nobili. La sua fine è alquanto diversa da quella raccontata dalla leggenda. Essa infatti fu decapitata, “come un’altra Ecuba” dice sempre l’Azario, dopo il marito e i figli, sulla piazza del Broletto a Milano. Difficile pertanto che il suo fantasma si aggiri dalle parti di Invorio…»

Continua

sabato 5 luglio 2008

Il misterioso barcone che viaggiava ad ufo


La notizia è apparsa sulla stampa locale alcuni giorni fa. Un misterioso relitto, adagiato sul fondo del Verbano a 24 metri di profondità tra Baveno e Pallanza, è stato individuato dai sommozzatori e immediatamente messo sotto protezione dai Carabinieri, a disposizione della soprintendenza archeologica.

Il barcone ottocentesco, da alcuni definito pomposamente “galeone”, è un’imbarcazione in legno lunga circa 22 metri per 7 di larghezza. La fiancata sinistra, nelle immagini filmate presentate il 28 giugno dai Carabinieri, appare in buono stato di conservazione, mentre quella destra è distrutta, anche per il peso del carico.

La barca trasportava infatti blocchi di marmo, verosimilmente provenienti dalle cave di Candoglia e destinati alla Fabbrica del Duomo di Milano. Il tragitto di queste pietre è noto: erano trasportate via acqua sul Lago Maggiore, il Ticino e i navigli fino alla darsena del Laghetto (oggi in via Laghetto, vicino all’Università Statale).

I materiali, tradizionalmente viaggiavano “ad ufo”. Niente a che vedere coi dischi volanti, naturalmente. Queste barche erano esentate dal pagamento dei dazi, essendo il Duomo di Milano, un’opera pubblica. Le merci erano contrassegnate dalla scritta “ad usum fabricae”, abbreviata “ad U. F.”. L’espressione popolare viaggiare “ad uf” (in italiano “ad ufo”) si usa tuttora per dire “gratis”.

Le cause dell’affondamento dell’imbarcazione dei marmi che viaggiava ad ufo sono, al momento, ancora misteriose.

venerdì 4 luglio 2008

Il fantasma di Margherita Pusterla


Attorno all’anno del Signore 1340, allorquando l’età dei cavalieri andava volgendo al tramonto, Luchino Visconti, Signore di Milano per diritto di sangue e forza del braccio, s’innamorò della donna più bella e più nobile della città: Margherita, la cui bellezza era cantata dai menestrelli e la cui nobiltà era certificata dal cognome, essendo anch’essa una Visconti, cugina di Luchino.

Luchino era stato preso dall’amore della bella persona di Margherita nello stesso modo in cui Paolo Malatesta si era innamorato di Francesca, ovvero leggendo “un giorno per diletto di Lancillotto come amor lo strinse”? O a muoverlo era piuttosto quella lussuria che aveva spinto Uther Pendragon a ricorrere alla magia di Merlino pur di giacere con Igraine?

Queste le domande che, forse, si pose Margherita. Il Visconti era però preceduto da una pessima fama: aveva avuto una vita prodiga, intrattenendosi più coi cattivi che coi buoni, dormendo di giorno e agendo di notte. Luchino, che in vita sua ebbe innumerevoli amanti e molti figlioli, legittimi e illegittimi, aveva sposato una Spinola, vedova, essendone stato precedentemente l’amante. Rimasto vedovo aveva sposato Isabella “Fosca” Fieschi, donna bellissima e impudichissima.

Non era quindi lo spasimante migliore per Margherita, tanto più che essa era sposata a Francesco dei Pusterla, nobile milanese amico e sostenitore dei Visconti, ricco e felice più di ogni lombardo, come dicono le cronache dell’epoca. Margherita, offesa e intimorita dalle insistenti lusinghe del Signore di Milano, rivelò la cosa al marito, il quale andò su tutte le furie.

Poiché non era possibile vendicarsi apertamente del Visconti, che si circondava di sgherri armati fino ai denti e teneva nella sua corte personaggi come Mastro Impicca, un boia personale esperto di nodi e strangolamenti, dovette agire di nascosto, ricercando alleati.

La congiura contro il tiranno venne però scoperta e il Pusterla dovette abbandonare in tutta fretta Milano coi quattro figli maschi, di cui due maggiorenni, riparando ad Avignone presso la corte papale. Il Visconti tuttavia era un uomo dalla memoria lunga e se era diventato signore di Milano era anche per via di quelle che il Machiavelli avrebbe definito le “virtù” del Principe: la forza e l’astuzia.

Per le vie diplomatiche cominciò ad intrigare coi suoi emissari presso la corte pontificia, finché il Pusterla, si rese conto di quanto l’aria di Avignone si stava facendo insalubre. Veniva inoltre convinto, dalle lettere inviategli da Mastino della Scala, a riparare a Verona. Si imbarcò così su una nave pisana, diretto a Pisa dove, gli assicuravano i Rettori della città, avrebbe trovato rifugio sicuro nel viaggio verso la città scaligera.

Appena messo piede a terra la trappola preparata dal Visconti scattò inesorabile: i Pusterla vennero arrestati, con la connivenza dei governanti e l’indignazione del popolo di Pisa, che vedeva tradita la fede data. Nulla potevano però le lamentele contro la paura che del Visconti avevano i rettori della città; nulla poteva ormai impedire il viaggio di Francesco Pusterla verso il suo destino. Assieme ai figli venne decapitato nella piazza del Broletto a Milano davanti agli occhi feroci del Signore di Milano.

Secondo la leggenda Margherita sarebbe stata rinchiusa nel castello di Invorio dal Visconti, in un estremo tentativo di seduzione. Vistosi nuovamente respinto, l’avrebbe fatta murare viva nelle segrete del castello. Proprio a memoria del fatto, la via del borgo invoriese che conduce a casa Rusca, la più antica del paese, porterebbe ancora il nome di via Pusterla.
Non solo. Il fantasma della sventurata Margherita sarebbe stato visto aggirarsi, piangendo tuttora i suoi lutti attorno alla torre.

giovedì 3 luglio 2008

Guida ai Misteri del Lago Maggiore




La Guida ai Misteri del Lago Maggiore è stata pensata e scritta da William Facchinetti Kerdudo come una Guida ai luoghi misteriosi delle provincie di Novara, Varese e del Verbano Cusio Ossola. Di ciascuna località (23 in totale), sono narrate le leggende principali con riferimento ai misteri, alle apparizioni di fantasmi, alle curiosità.

Ogni scheda è corredata di foto e indicazioni per raggiungere il luogo. Viene specificato anche se l’accesso è possibile o meno.

Per il Cusio, le località descritte sono:


  • San Maurizio d'Opaglio (la Fontana di San Giulio).
  • Orta San Giulio (Sacro Monte, Orta, Isola di San Giulio).
  • Omegna (Parrocchiale, Castello di Crusinallo, Agrano).
  • Madonna del Sasso (Santuario).
  • Sambughetto (Grotta delle Streghe).

Il libro è edito da Macchione

mercoledì 2 luglio 2008

Mario Calabresi - Ricordo di Luigi Calabresi - Ballarò

Nella trasmissione Ballarò Mario Calabresi ha tracciato un breve profilo del padre (circa 9 minuti), che vale la pena di ascoltare.

Intervista a Mario Calabresi

Credo sia interessante sentire dalla viva voce di Mario Calabresi alcuni commenti rilasciati in una breve intervista (circa 3 minuti).

martedì 1 luglio 2008

Lettura del mese passato: Spingendo la notte più in là



Ho scommesso sulla vita, cos’altro potevo fare a venticinque anni con due bambini piccoli tra le mani e un terzo in arrivo? Mi sono data da fare tutti i giorni, unico antidoto alla depressione, e ho cercato di vaccinarvi dall’accidia, dall’odio, dalla condanna di essere vittime rabbiose. Questo non significa essere arrendevoli o mettere la testa sotto la sabbia. Significa battersi per avere verità e giustizia e continuare a vivere rinnovando ogni giorno la memoria. Fare diversamente significherebbe piegarsi totalmente al gesto dei terroristi, lasciar vincere la loro cultura della morte.


Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, Milano, 2008, p. 128.


Se siete troppo giovani per sapere cosa sia stato il terrorismo in Italia, leggete questo libro.
Se non ricordate più ciò che accadde negli Anni di Piombo, leggete questo libro.
Se ricordate ciò che accadde in quei tragici anni, leggete questo libro.

Spingendo la notte più in là è la storia dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, ucciso la mattina del 17 maggio 1972. È scritta dal figlio Mario, che aveva poco più di due anni quando suo padre venne assassinato.
Non solo.
Il libro racconta la storia di molte altre persone, cadute vittime del terrorismo dopo Calabresi. È la storia del calvario infinito dei parenti delle vittime, tra processi, apparizioni televisive degli ex terroristi e tardivi riconoscimenti da parte dello Stato.

Spingendo la notte più in là è un libro che andrebbe letto nelle scuole, perché spiega anche come la violenza e l’odio generino ferite che solo la voglia di vivere e la capacità di amare gli altri possono curare.

Spingendo la notte più in là fa riflettere, perché mostra come ancora in anni recentissimi sia possibile creare una “leggenda nera” attorno ad un uomo, fino a distruggerlo.
Perché l’omicidio di Luigi Calabresi questo ha di diverso rispetto a molte altre vicende simili. La campagna d’odio e disinformazione montata contro un leale servitore dello Stato, ingiustamente accusato di essere responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ha pochi confronti nella storia di questo paese.

Alcune dinamiche – non nei dettagli perché è impossibile sovrapporre eventi storici così diversi tra di loro – ricordano la follia delle cacce alle streghe o le campagne d’odio contro gli ebrei. Anche in quei casi alcuni fanatici lanciarono accuse che vennero raccolte dalla massa, intimorita da oscure minacce e alla ricerca di un capro espiatorio.
Anche in questo caso, accanto ai molti ripetitori di slogan coniati da altri, troviamo cinici personaggi che sulle accuse contro Calabresi si sono costruiti una carriera, e volonterosi carnefici che si sono assunti il compito di eseguire una illegittima sentenza di morte che molti auspicavano a parole.
Ciò che più sconcerta è che nemmeno la cultura seppe fare diga contro quella marea montante. Furono ottocento gli intellettuali che firmarono un infame manifesto contro Calabresi pubblicato su L’Espresso il 13 giugno 1971. Alcuni di loro, per fortuna, in seguito trovarono il coraggio di scusarsene pubblicamente e con gli interessati.

Mario Calabresi, giornalista, ha la grande capacità di raccontare, attraverso i piccoli dettagli (“perché sono i particolari a tenere viva la memoria, i ricordi pieni, vissuti e non la prosopopea”), un pezzo di storia di questo paese. In tono sobrio (“ci vuole pudore quando si parla dei morti”), pacato, ma fermo.
Scrivendo, secondo l’insegnamento ricevuto dalla madre, Gemma, “per avere verità e giustizia e continuare a vivere rinnovando ogni giorno la memoria”.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.