lunedì 30 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 6, i processi





Nel 1420 Mariano Sozzini, scrivendo a Antonio Tridentone riferisce di un incontro avuto con un certo Nanni Ciancaddio il quale gli aveva raccontato la storia del volo magico verso Benevento. Pare questa la prima citazione attestata di questa pratica.

Di un volo verso la città campana «dopo essersi unta con un certo unguento fatto di grasso di avvoltoio, sangue di nottola e sangue di fanciulli lattanti e altre cose, e dicendo: "Unguento, unguento mandame al la noce de Benivento supra acqua et supra ad vento et supra ad omne maltempo"» (De Bernardo) si parla anche nel processo ad una certa Matteuccia svolto dal tribunale laico della città di Todi nel 1428. Gli atti contengono anche il primo riferimento al noce de Benivento.

San Bernardino aveva predicato a Todi due anni prima del processo. Probabilmente usò parole simili a quelle pronunciate a Siena: “E però dico che là dove se ne può trovare niuna che sia incantatrice o maliarda, o incantatori o streghe, fate che tutte sieno messe in esterminio per tal modo, che se ne perdi il seme; ch'io vi prometto che se non se ne fa un poco di sagrificio a Dio, voi ne vedrete vendetta ancora grandissima sopra a le vostre case, e sopra a la vostra città". La condanna della disgraziata Matteuccia accusata “per pubblica fama” di essere “donna di cattiva condotta e reputazione, incantatrix, strega, factuchiaria et maliaria” conferma l’efficacia del suo lavoro.

Il processo di Todi divenne un precedente importante, sia nella pratica forense che nello studio “scientifico” del fenomeno della stregoneria. All’epoca del processo gli strumenti teorici su cui formulare le accuse erano infatti ancora alquanto rudimentali.
Esisteva un “Canon episcopi”, scritto nella seconda metà del IX secolo, che è una breve istruzione ai vescovi sull'atteggiamento da tenere nei riguardi della stregoneria. In esso si affermava che «[...]chiunque è così stupido e folle da credere a storie tanto fantasiose [il volo delle streghe, ndr.] è da considerarsi un infedele, perché ciò deriva da un'illusione del Demonio». In sostanza si affermava che il volo era effettuato solamente con la fantasia. L’evidente difficoltà ad istruire un processo sulla base di fantasie rese il testo sostanzialmente inutile in sede inquisitoria.
Per ovviare a tale lacuna il domenicano Nicolau Aymerich, inquisitore generale d'Aragona scrisse nel 1376 (molto prima di diventare il protagonista dei romanzi di Valerio Evangelisti, quindi) il Directorium inquisitorum.
Furono però altri due frati domenicani, Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer, a scrivere il principale trattato sull’argomento, raccogliendo l’invito del Pontefice Innocenzo VIII, che con la bolla Summis desiderantes (1484) aveva affermato l'urgenza di combattere l'eresia e la stregoneria. Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe), scritto nel 1486, divenne rapidamente il principe dei manuali dei cacciatori di streghe.

La cosa sconcertante è che questi testi non vennero scritti sulla base di un fenomeno criminale svelato man mano dalle sentenze. Furono le sentenze ad essere scritte sulla base dei manuali. Le donne arrestate, sottoposte a torture inumane,finivano infatti per confessare quello che gli inquisitori volevano sentirsi dire. E poiché gli inquisitori conoscevano solamente i loro libri, ecco che i processi finirono con il confermare in maniera sempre più precisa le teorie esposte nei testi.

Donne che mai si erano allontanate dai loro paesi confessavano così di essersi recate in volo per il gran sabba fino ad un noce, situato nei pressi di una città, di cui solo in sede di interrogatorio apprendevano il nome: Benevento.

In questo modo la leggenda nera del noce assunse l’aspetto definitivo, confermando peraltro i sospetti di un altro domenicano. Giordano da Pisa, ai primi del Trecento, già guardava con sospetto il noce, invitando la gente a tagliare gli alberi grandi che fanno ombra e impediscono ogni altra vegetazione; e metteva in guardia contro un albero che, come dice il nome stesso, “nuoce”. Alberi pericolosi, come aveva scoperto a proprie spese Bartolomeo da Narni che, dopo essersi addormentato sotto l'ombra di un noce, si era svegliato paralizzato.



Bibliografia

  • AA.VV., Iside. Il mito, il Mistero, la Magia, Catalogo della Mostra 21 febbraio -1 giugno 1997, Milano 1997.
  • Monica De Bernardo, Il caso di Matteuccia: riflessioni, http://www.url.it/donnestoria/testi/mattdebern.htm
  • Franco Cardini, L’Arcangelo Michele nell'Europa occidentale, http://fralenuvol.com/albero/sapere/angeli/approfondimenti/angelo_michele.php
  • Marina Montesano, La "Vita Barbati": culti longobardi e magia a Benevento, in "Studi beneventani", 4-5, 1991, pp. 39-56.
  • Antony S. Mercatante, Dizionario universale dei miti e delle leggende, Milano, 2001.
  • Alfredo Cattabiani, Lunario, Milano, 1994.
  • Michael Grant, John Hazel, Dizionario della mitologia classica, Milano 1986.

domenica 29 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 5, le streghe





Secondo la leggenda, alla morte di Barbato (682) il diavolo avrebbe fatto crescere un nuovo noce, in un altro luogo della zona. Fuori dal mito, è possibile che, passata l’ondata repressiva con la morte dell’intransigente vescovo, i riti pagani siano ripresi in un altro luogo della valle del Sabato. Da qui viene, forse, il nome di “sabba” associato a questi riti.

Aveva ragione, Piperno, a situare all’epoca longobarda l’origine della tradizione? Nella sua ricostruzione ci sono alcuni elementi che non tornano. Intanto egli riteneva che l’albero dei longobardi fosse un noce (anzi IL noce), notizia che non è riportata nella Vita di Barbato, come abbiamo visto.

Una delle prime testimonianza si deve a San Bernardino, che ne parlò in una predica a Siena nel 1427: "Elli fu a Roma uno famiglio d'uno cardinale, el quale andando a Benivento di notte, vidde in su una aia ballare molta gente, donne e fanciulli e giovani; e così mirando elle ebbe grande paura. Pure essendo stato un poco a vedere, elli s'asicurò e andò dove costoro ballavano, pure con paura, e a poco a poco tanto s'acostò a costoro, che elli vidde che erano giovanissimi; e così stando a vedere, elli s'asicurò tanto, che elli si pose a ballare con loro. E ballando tutta questa brigata, elli venne a sonare mattino. Come mattino toccò, tutte costoro in un subito si partiro, salvo che una, cioè quella che costui teneva per mano lui, che ella volendosi partire coll'altre, costui la teneva: ella tirava, e elli tirava. Elli le venne tanto a questo modo, che elli si fece dì chiaro. Vedendola costui sì giovana, elli se ne la menò a casa sua. E odi quello che intervenne, che elli la tenne tre anni con seco, che mai non parlò una parola. E fu trovato che costei era di Schiavonia. Pensa ora tu come questo sia ben fatto, che elli sia tolta una fanciulla al padre e a la madre in quel modo. E però dico che là dove se ne può trovare niuna che sia incantatrice o maliarda, o incantatori o streghe, fate che tutte sieno messe in esterminio per tal modo, che se ne perdi il seme; ch'io vi prometto che se non se ne fa un poco di sagrificio a Dio, voi ne vedrete vendetta ancora grandissima sopra a le vostre case, e sopra a la vostra città".

Quali che fossero i motivi della riunione descritta, attorno all’albero danzavano “donne e fanciulli e giovani”, non guerrieri e nemmeno uomini, fatto difficilmente spiegabile se l’origine della pratica fosse realmente il rito guerriero longobardo.
Del resto, secondo la tradizione locale, sotto la pianta continuarono a riunirsi per secoli le “Janare” (streghe), termine dialettale che si vuole derivato dal latino ianua (“porta”) ovvero da Dianaria (o Dianiana), aggettivo derivato da Diana. Seguaci di Diana, insomma.

Il noce di Benevento ebbe notevole fortuna nelle leggende di vari luoghi. Il povero Pietro Piperno scrisse i suoi trattati per dimostrare l’infondatezza della diceria che voleva Benevento “città delle streghe”. Per farlo mise assieme così tanti aneddoti e racconti, tratti dai più noti trattati demonologici dell'epoca, che finì col dimostrare suo malgrado che Benevento era considerata la “capitale” delle streghe in tutta Europa.

Benevento e il suo sinistro sabba compaiono infatti, come vedremo, in molti processi per stregoneria…

sabato 28 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 4, i Longobardi


Secondo il protomedico beneventano Pietro Piperno (autore del De nuce maga beneventana, pubblicato a Napoli nel 1635; tradotto in italiano nel 1640 col titolo Della superstiziosa Noce di Benevento. Trattato historico), le radici della leggenda delle streghe e del noce risalirebbero al VII secolo.

Benevento all’epoca era la capitale del ducato della Langobardia minore. Nonostante la formale conversione al cristianesimo, molti longobardi continuavano antiche pratiche pagane tradizionali.
Secondo un testo agiografico del IX secolo, la Vita di Barbato: «I Longobardi, sebbene lavati dalle acque del santo battesimo, osservando un antico rito pagano vivevano con atteggiamenti bestiali e dinanzi al simu­lacro di un animale che si chiama volgarmente vipera piegavano la schiena che debitamente avrebbero dovuto piegare dinanzi al loro creatore. Inoltre non lontano dalle mura di Benevento, in una specie di ricorrenza adoravano un albero sacro al quale sospendevano una pelle di animale; tutti coloro che si erano lì riuniti, voltando le spalle all’albero spronavano a sangue i cavalli e si lanciavano in una cavalcata sfrenata cercando di superarsi a vicenda. A un certo punto di questa corsa, girando i cavalli all’indietro cercavano di afferrare la pelle con le mani e, raggiuntala, ne staccavano un piccolo pezzo mangiandolo secondo un rito empio».

Si trattava probabilmente di un antico rituale guerriero germanico in onore di Wothan/Odino. Secondo il mito, Odino si era impiccato ad un albero, dopo essersi ferito con la punta di una lancia, per ottenere la saggezza, traendone in premio le rune magiche. Per questo il Signore degli Impiccati, come anche era chiamato, mandava uno dei suoi due corvi, Hugin (“pensiero”) o Munin (“memoria”) presso la forca dopo l’esecuzione. Odino era anche il signore dei morti, che accoglieva i guerrieri valorosi caduti in battaglia nel Valhalla, offrendo loro un suntuoso banchetto.





È possibile che l’idolo d'oro a forma di vipera o, forse, di drago bicefalo o anfisbena (vedi) fosse un antico idolo germanico, così come non è da escludere che provenisse dal tempio di Iside, dal momento che la dea aveva il potere di dominare i serpenti.

Ad ogni modo, un sacerdote cristiano di nome Barbato levò la sua voce contro quello che ai suoi occhi era idolatria e profetizzò il castigo di Dio sul Duca Grimoaldo e sulla città di Benevento. Quando, nel 663, l’esercito bizantino dell’imperatore Costante II salì a stringere d’assedio la città, ricordando le parole del sacerdote, il figlio del Duca, Romualdo, mandò a chiamare Barbato promettendogli che avrebbe rinunciato al paganesimo se la città fosse stata risparmiata.
I bizantini, si disse per intercessione dell'Arcangelo Michele, si ritirarono e Romualdo nominò Barbato vescovo di Benevento. Il nuovo vescovo fece subito abbattere l'albero sacro e strapparne le radici. Al suo posto fece erigere la chiesa di Santa Maria in Voto. In privato, però, Romualdo continuò ad adorare la vipera d'oro, finché la moglie Teodorada, preoccupata per le conseguenze di quel gesto, gliela sottrasse, donandola a Barbato. Il Vescovo la fece fondere per ricavarne un calice.

In ogni caso, come vedremo, Barbato aveva vinto una battaglia, non la guerra…

venerdì 27 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 3, Iside




Tra l'88 ed l'89 d.C. l'imperatore Domiziano fece edificare un tempio dedicato alla dea egizia Iside a Benevento. Il tempio è andato distrutto, ma gli scavi archeologici effettuati nel 1903 hanno messo in luce un complesso che è un unicum. Si tratta infatti del luogo, fuori dall'Egitto, con la maggiore concentrazione di manufatti egizi originali. I resti furono rinvenuti sotto le mura longobarde, presso la chiesa di Sant'Agostino e comprendono una trentina di sculture egizie o in stile egizio ellenistico.

Iside è la forma greca dell’egiziano Ast o Eset, sorella e sposa del dio Osiride. Secondo il mito ricompose il corpo di Osiride, assassinato e smembrato dal dio serpente Seth, concependo un figlio, Horo. Dopo che Seth ebbe ucciso anche Horo, la dea pianse a lungo. Le sue lacrime commossero infine il dio Sole Ra, che le mandò Thot, il dio – ibis, il dio della luna, protettore della saggezza, delle arti e della parola, inventore delle scienze, dei geroglifici e autore del Libro dei Morti. Egli le rivelò l’incantesimo per risuscitare Horo.
Iside aveva numerosi titoli tra i quali “regina di tutti gli dei”, “regina del cielo” e il suo culto si diffuse ben oltre i confini dell’Egitto. In particolare la dea era venerata per la sua padronanza delle arti magiche: l’Inno di Osiride descrive l’uso di formule magiche da parte della dea per riportare Osiride in vita; il Libro dei Morti dedica un intero capitolo ai modi per concedere alle anime defunte alcuni poteri della dea.

La presenza di un tempio a lei dedicato a Benevento ha indotto molti studiosi a stabilire un collegamento con la tradizione del noce di Benevento sacro alle streghe.
È probabile in effetti che in età imperiale nell’area attorno a Beneventum sia avvenuto un sincretismo tra il preesistente culto di Diana/Artemide e quello di Iside, con lo sviluppo di rituali misterici, probabilmente officiati da donne e preclusi agli uomini.

La storia del noce di Benevento è però indissolubilmente legata ai Longobardi, come vedremo…

giovedì 26 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 2, Diana


Artemide è una delle dee più importanti della mitologia greca. Aveva numerosi attributi (talora fra loro contraddittori) e nomi, che le derivavano da un vasto processo di identificazione con le divinità femminili arcaiche di molti paesi del Mediterraneo.
Artemide, citando un Inno Omerico era: “Dea della caccia, vergine riverita, che uccide i cervi, saettatrice, sorella di Apollo dalla spada d’oro, che tra le colline ombrose e le cime ventose, godendo della caccia, tende il suo arco e scaglia dardi dolorosi.”
Dea della luna (per una tarda identificazione con Selene) era protettrice degli animali selvatici, dei bambini, delle vergini e delle persone indifese. Era però anche colei che uccideva di malattia le donne, come il gemello Apollo faceva con gli uomini.
Per questo motivo era anche associata, seppur non ufficialmente identificata, alla dea maga Ecate, detta l’Artemide dei crocicchi, legata al mondo dei morti e alla magia oscura.


Il legame tra Artemide e il noce è connesso ad una storia d’amore.
La dea vergine rifuggiva il contatto con gli uomini, che pagavano con la morte ogni oltraggio nei suoi confronti. Il cacciatore Atteone, ad esempio, reo di averla spiata mentre si bagnava nel fiume, fu trasformato in cervo dalla dea per evitare che potesse vantarsi di questa impresa e finì sbranato dai suoi stessi cani.
Sia detto per inciso, queste caratteristiche di forza ed autonomia della dea, ne hanno fatto un simbolo per molte femministe del novecento.
La dea amava circondarsi invece di fanciulle e ninfe votate alla verginità, con cui intratteneva rapporti di affettuosa e cameratesca amicizia. Quando una di queste fanciulle, Caria, morì, la dea pianse disperata finché il padre Zeus tramutò la fanciulla in noce. Da qui l’epiteto di Cariatide attribuito alla dea.
Il nome indicava anche le colonne dei templi a forma di ninfa. Inizialmente intagliate nel legno di noce, furono poi realizzate in pietra: per la prima volta nel Tesoro di Sifnos a Delfi (525 a.C.), in seguito nell’Eretteo di Atene.

I santuari di Artemide di norma erano situati fra i boschi, sulle montagne o sulle rive del mare, fuori dai terreni coltivati. La dea infatti simboleggiava la natura selvaggia in contrapposizione con la natura addomesticata dall'uomo mediante l'agricoltura. Per gli stessi motivi, probabilmente, la dea proteggeva i fanciulli e le vergini, due categorie di persone che, alla mentalità dell’epoca, dovevano apparire come “selvagge” e non ancora “addomesticate”, attraverso l’educazione e il matrimonio.

Il legame tra il noce e Artemide era presente anche in Italia, dove la dea fu identificata con varie divinità femminili italiche, tra le quali prese il sopravvento la romana Diana. Cerimonie in onore di Diana si svolgevano nei boschi e il nome della dea compare spesso nei processi per stregoneria, in quello che era chiamato “il gioco di Diana”, probabilmente un rituale di iniziazione delle giovani donne.

Non è possibile tacere un altro aspetto del culto di Artemide. Ad Efeso, in Jonia, era adorata una dea, chiamata Artemide/Diana che verosimilmente è collegabile anche all’antica dea anatolica Cibele. La Diana di Efeso, il cui tempio (Artemision) era una delle Sette Meraviglie del Mondo antico, aveva ben poche cose in comune con l’immagine della giovane e ascetica dea cacciatrice venerata in Grecia.
Era detta multimammia, per via delle innumerevoli mammelle che sporgevano dal suo petto nudo e le sacerdotesse dei suoi templi non facevano voto di castità, ma erano piuttosto esperte sacerdotesse dell’amore, che esercitavano la ierodulia (prostituzione sacra).

Tale attività era presente anche in alcuni santuari della Magna Grecia, ma non è chiaro se si sia diffusa anche nell’area sannitica (in cui era incluso Beneventum) dove era venerata la dea Diane.
Templi dedicati a Diana sono archeologicamente attestati nell’area beneventana, anche se non è chiaro quale forma assumessero le cerimonie in epoca romana.

Il nome di Benevento è però legato anche ad un’altra dea dagli inquietanti poteri magici.
Ma di Iside parleremo domani…

mercoledì 25 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 1, il Noce.

Il noce è tradizionalmente una pianta associata alle streghe, che sotto i suoi rami si riunirebbero per i loro sabba diabolici. È giusto domandarsi quali siano le origini di una simile credenza. La risposta ci può dire, tra l'altro, molte cose sulla leggenda nera delle streghe. Leggenda, non è superfluo ricordarlo, che portò ad una sorta di esplosione di follia collettiva che, dal XV al XVIII secolo colpì l’Europa raggiungendo persino l’America. Con migliaia di persone, soprattutto donne, processate, torturate e orribilmente giustiziate.

Il noce, Juglans regia (iuglans è un temine latino che deriva da Iovis, il dio Giove e glans, ghianda, col significato di “Ghianda di Giove”, ovvero “cibo degli dei”), è un albero molto longevo (può raggiungere il millennio di vita) ed è utile a vari scopi. Il legno è un ottimo materiale da costruzione e da intaglio ed è stato utilizzato da tempi antichissimi per la realizzazione di edifici e mobili. I suoi frutti sono un ottimo alimento e, spremuti, consentono di produrre olio non solo per illuminazione, ma anche per uso alimentare.

Vengono utilizzati per rimedi erboristici il mallo, le foglie, le gemme. Il noce ha proprietà astringenti, ma anche antisettiche, cicatrizzanti, depurative, digestive, detergenti, toniche, ipoglicemizzanti, vermifughe.
L' olio tratto dal mallo di noce favorisce l’abbronzatura ed ha una buona capacità protettiva.
I frutti ancora acerbi, tradizionalmente raccolti nella notte di San Giovanni, sono utilizzati per preparare un liquore, il nocino.

Il noce è però anche una pianta pericolosa: nelle radici e nelle foglie è presente la juglandina, un alcaloide velenoso con cui l’albero elimina spietatamente le rivali. Per questo alla sua ombra non si trovano mai altre piante. Per queste caratteristiche di tossicità possono verificarsi interazioni nefaste con altri medicinali e sostanze, per cui è sempre necessario consultare un medico prima di assumere preparati erboristici.

Se ciò può essere sufficiente a spiegare perché il noce abbia ricevuto un’attenzione particolare da parte dell’uomo fin da epoche molto antiche, non basta a spiegare le leggende sorte attorno a questa pianta. Per comprenderle occorre infatti passare dalla botanica al mito.
Cosa che faremo domani…

martedì 24 giugno 2008

La notte di San Giovanni

È una notte particolare quella tra il 23 e il 24 giugno. Una notte che chiude un periodo dell’anno in cui il sole pare arrestare la sua corsa nel cielo, sorgendo e tramontando sempre nello stesso luogo. Dopo di esso il sole, che nella primavera era progressivamente avanzato verso nord, comincerà lentamente a scendere a sud, conducendo all’inverno.

La data del 24, in luogo del 21, si deve al fatto che prima del diffondersi della scienza astronomica (nata tra Egitto e Mesopotamia), in Europa si festeggiava il giorno in cui visibilmente il sole invertiva il proprio cammino: il 24 giugno per il solstizio estivo e il 25 dicembre per il solstizio invernale. Il che ci dice, tra l’altro dell’antichità di queste feste.

Per festeggiare l’evento e propiziare il ripetersi ciclico delle stagioni nei giorni del Solstizio d’estate in tutta Europa si svolgono cerimonie basate su due elementi: l’acqua e il fuoco. La raccolta della rugiada e i fuochi accesi sulle alture di notte dai pagani divennero l’acqua e il fuoco del battesimo per i cristiani. Così, il 24 giugno, sei mesi prima del Natale, divenne la festa di San Giovanni Battista.
Gli inglesi lo chiamano Midsummer day (William Shakespeare ne ha tratto una commedia) anche se l’estate è appena iniziata. Ma (lo dico con simpatia) sono notoriamente degli originali, gli inglesi.

Accanto alle celebrazioni ufficiali, accolte dalla Chiesa nell’ambito dei festeggiamenti dedicati a San Giovanni, continuarono altri rituali, condotti nell’oscurità della notte.
Per le streghe la data era uno dei sabba minori durante il quale si raccoglievano le erbe per le operazioni magiche e si bruciavano gli avanzi di ciò che era stato raccolto l’anno precedente. Nella stessa notte, si mormorava, migliaia di streghe solcavano i cieli per riunirsi e celebrare il gran sabba sotto il noce di Benevento. L’albero era stato sradicato dal vescovo Barbato nel VII secolo, ma era rispuntato per azione del demonio dopo la sua morte, e fu definitivamente abbattuto mille anni dopo.
Per evitare che le streghe potessero introdursi nelle case in quella notte speciale, era perciò opportuno porre davanti all’uscio rosmarino, ginepro, noce, alloro e ulivo benedetto. In mancanza di questi poteva bastare una scopa e un barattolo di sale. Questo per costringere le streghe a contare, uno ad uno, i granelli di sale e i fili di saggina della scopa. E questo entro mezzanotte, perché nel giorno del santo le streghe non potevano più operare.
I viandanti potevano invece proteggersi dalle streghe tenendo sotto le vesti le erbe di San Giovanni: aglio, artemisia, ruta ed iperico. Quest’ultimo in particolare è detto “cacciadiavoli” perché, strofinate tra le mani, le sue foglie producono “il sangue di San Giovanni”, un liquido rossastro che macchia le dita.

Altri non erano però interessati alle erbe, ma a ciò che stava sopra esse. La rugiada della notte di San Giovanni era ritenuta miracolosa e, oltre ad essere raccolta, veniva utilizzata per lavaggi intimi destinati a propiziare la fertilità. Alcuni giungevano a rotolarsi nudi nei prati, spesso in una promiscuità sessuale che indubbiamente, complice la luce delle stelle, doveva essere propizia agli amori notturni.

Il fatto non sfuggì alle autorità ecclesiastiche, che intervennero decisamente. Nel 1753 si proibirono queste pratiche, minacciando gravi sanzioni. L’editto fu reiterato il 17 giugno 1755 dal vicario di Roma, Marco Antonio Colonna, che ordinava di vigilare e contenere gli «abusi che si commettono nella notte della vigilia di San Giovanni Battista» minacciando che «contro i trasgressori si procederà anche per inquisizione».
Complice l’epoca, che volgeva all’Illuminismo (ma l’ultimo processo per stregoneria è del 1796!) o forse il clima italico per cui le leggi devono essere strillate, piuttosto che applicate, non pare che in realtà il proclama abbia avuto effetti pratici, salvo rendere più occulta la pratica.

Non incontrò invece particolare opposizione l’usanza di accendere grandi fuochi in cima alle colline, ma anche sulle torri e gli altri edifici cittadini. La pratica intendeva aiutare il sole nella lenta agonia, perché trovasse la forza, al solstizio invernale di rinascere a riscaldare la terra.

lunedì 23 giugno 2008

Alfa Diario: il Calendario

In tutta Europa ci sono giorni dell’anno che hanno visto, da tempo immemorabile, lo svolgersi di feste e rituali che ancora oggi vedono una larga partecipazione popolare. Sarebbe sbagliato attribuire queste feste ai Celti, perché molte di esse erano già antiche quando i popoli celtici comparvero sulla scena della Storia.
Sono culti arcaici, legati ai ritmi naturali, che probabilmente ebbero origine quando l’umanità cominciò a coltivare la terra, se non prima.

Nella vittoria sul paganesimo, i cristiani si trovarono di fronte ad una scelta.
Rigettare queste tradizioni in quanto pagane? Proibirle? Perseguitarne i seguaci? Sarebbe stata una via fondamentalista, che avrebbe provocato (come in effetti successe per la lunga contesa sul culto delle immagini) guerre, morti, sofferenze.
Ovvero accettarle, rivestendole di un nuovo significato?

Vinse la seconda opzione ed ebbe inizio un grandioso processo di inclusione in una cornice cristiana di tradizioni legate per lo più ai ritmi della natura. Prevalse insomma l’esigenza di rassicurare il mondo contadino sul fatto che il ciclo naturale avrebbe continuato a funzionare come sempre.
Così molte forme delle antiche tradizioni vennero tollerate dalle autorità religiose, purché non fossero più dedicate a quegli dei “falsi e bugiardi”, che nella migliore delle ipotesi parevano ad esse vuoti idoli e nella peggiore entità demoniache.
La tolleranza continuò, almeno nella pratica, fino alla Controriforma, quando questi rituali cominciarono ad essere guardati con crescente sospetto, provocando nei casi più gravi l’intervento dell’Inquisizione. Ogni rituale non canonico, ogni pratica che non riusciva a conciliarsi con la dottrina cattolica a quel punto venne severamente proibita e fu condannata alla clandestinità, sotto l’accusa di pratica stregonesca.

Dopo tale premessa, per ragioni di spazio necessariamente semplificativa, è opportuno precisare il punto di vista dell’autore, che dedicherà, nel tempo, alcuni post (etichetta “Calendario”) alle feste tradizionali.
Quale che sia il tono del racconto, scelto sulla base di una libera ispirazione narrativa, occorre dire che l’autore non è per nulla attratto da certe visioni neopagane o sincretiste diffuse ai nostri tempi. L’interesse verso le tradizioni è legato a motivi storici ed etnografici, non certo religiosi o filosofici.
Pur nel rispetto delle convinzioni di ciascuno, è bene sottolineare che oggi la magia e la stregoneria sono un business che spesso ha poco a che fare con la tradizione e molto con la truffa. Oltretutto, su internet è facile imbattersi in sette poco raccomandabili (se non decisamente pericolose) o siti che forniscono “ricette” per incantesimi.
Fate attenzione: le erbe possono contenere principi tossici anche letali, specie se assunti nelle dosi sbagliate o in associazione tra loro. Preparare “pozioni” o “filtri” sulla base di suggerimenti di persone poco affidabili o di fonti incontrollate può pertanto essere estremamente pericoloso per la salute.
Ogni eventuale riferimento ad erbe o credenze che dovesse apparire in questo sito non deve pertanto MAI essere preso alla lettera e non deve essere MAI sperimentato.
Le stesse credenze tradizionali, ancorché suggestive o tramandate per generazioni, erano spesso un coacervo di superstizioni in cui predominava il pressappochismo e una visione ascientifica della realtà.
Se avete un problema di salute rivolgetevi ad un medico, mai ad un mago!

Noci e streghe


L’Associazione AccompagNatur Guide Escursionistiche Ambientali della Val d’Ossola, la Scuola Media Statale e la Scuola Primaria "Kennedy" di Domodossola, la Proloco Valle Antrona, il Gruppo costumi e la Parrocchia di Antronapiana, la sezione di Villadossola del Club Alpino Italiano, con il patrocinio dell'Assessorato all'Ambiente della Provincia del Verbano-Cusio-Ossola, della Comunità Montana Valle Antrona e del Comune di Antronapiana organizzano una breve escursione nella notte del solstizio d'estate.

La manifestazione culturale, denominata “NOCI E STREGHE”, si effettuerà nel Comune di Antronapiana martedì 24 Giugno. La serata sarà articolata in una serie di interventi riguardanti l’aspetto pagano e quello sacro della notte di San Giovanni, con particolare attenzione alla storia e all’uso del noce (Juglans regia) nell’economia della Valle.

Tutto il ricavato della manifestazione (ad offerta, con un minimo di 5 euro) sarà devoluto alla Casa per Anziani di Montescheno.

Luogo di ritrovo e partenza: piazza della Chiesa ad Antronapiana, ore 20,30 (abbigliamento comodo e calzature adeguate; consigliata una pila). Informazioni: cell. 347/0562450, 340/2464944, www.accompagnatur.net.

La posa dei morti

Correva l’anno 1551 e quel 14 aprile una lunga teoria di uomini e animali saliva da Rimella verso la Colma, trasportando molti preti e un Monsignore dalla Valsesia verso il Cusio.

Monsignor Ubertino Serazio si trovava a reggere la Diocesi di Novara, di cui non era Vescovo; ed era Vescovo di Cirene, una città che in realtà non aveva mai visto, essendone Vescovo in partibus infidelium. La città era infatti, da secoli, in mano mussulmana.

In quel viaggio disagiato, il Monsignore si trovava a dover scegliere se restare a bordo della portantina, ed essere sballottato a destra e manca come nemmeno in mare aperto, ovvero camminare su quella salita che faceva penare persino i muli. Non sappiamo quali fossero i suoi pensieri in quel frangente, ma è probabile che almeno uno sia andato alla persona che stava sostituendo.

Il Cardinale Ippolito d'Este, Vescovo, o meglio Amministratore Apostolico della Diocesi di Novara in quel momento era, come si dice in questi casi, in tutt’altre faccende affaccendato. Il Cardinale si era infatti speso molto negli anni precedenti per una nobile e giusta causa: consentire al Cardinale Giovanni Maria Ciocchi del Monte di prevalere sui candidati delle tre fazioni rivali e salire al soglio pontificio con il nome di Paolo III.
Il Conclave era durato così a lungo ed era stato così aspro che ben due dei 54 cardinali partecipanti erano morti durante le operazioni di voto. Il nuovo Pontefice, eletto nonostante non fosse gradito all’Imperatore Carlo V, si mostrò comprensibilmente grato ai suoi sostenitori, e li ricompensò ampiamente per la loro abnegazione.
Ippolito, figlio di Alfonso I d’Este e di Lucrezia Borgia, Arcivescovo di Milano dalla tenera età di dieci anni in successione allo zio omonimo, aveva giocato un ruolo fondamentale per favorire l’elezione. In dono ebbe così Tivoli, dove prontamente andò ad alloggiare, insediandosi nel convento dei francescani. Da qui scrisse al fratello lodando gli effetti benefici del clima sulla sua salute.
Dopo di che decise di migliorare ulteriormente quel luogo meraviglioso. Così si diede a trasformare l’austero monastero in una villa, che poi provvide a circondare di giardini. Già che c’era promosse anche degli scavi archeologici per abbellire il palazzo con gli arredi rinvenuti tra le rovine della vicina Villa dell’Imperatore Adriano.
Si comprende facilmente come il Cardinale non avesse certo il tempo di arrampicarsi sulle pendici delle Alpi per predicare a dei montanari che, anche spremuti come olive, non avrebbero potuto produrre che qualche formaggio e poche monetine d’oro.

Non sappiamo cosa sapesse e cosa pensasse di tutto ciò Monsignor Serazio che, dopo aver terminato la visita pastorale a Rimella, si accingeva a visitare, secondo quanto prescritto dal Concilio di Trento, le comunità cristiane della Valle Strona, dall’altra parte delle montagne. Sappiamo però che ciò che vide lo sorprese non poco.
A metà strada tra Rimella e il valico vide infatti alcune persone attorno ad un rudimentale catafalco, su cui stava… un morto. Sorpreso il Monsignore li interrogò su chi fossero e cosa stessero facendo in quel posto e con quel carico.
Gli uomini più anziani, togliendosi il cappello, risposero nel loro linguaggio, un misto di italiano e dialetto alemannico.

Signorsì erano pastori della piccola comunità walser di Kampel, situata in cima alla Valle Strona.
Signornò, il morto non era defunto nei paraggi, ma nel paese di Kampel.
Signorsì, era loro consuetudine, da buoni cristiani quali erano, seppellire i morti in terra consacrata, ma a Kampel non c’erano né cimitero, né chiesa, così si recavano a Rimella, da dove erano partiti i loro antenati circa duecento anni prima, per dargli sepoltura.
Signorsì, portavano sempre i morti in spalla, ma avevano costruito dei catafalchi, delle “pose dei morti” lungo il percorso, per poter sostare e riposare un poco, prima di riprendere la marcia.
Signornò, non andavano sempre a Rimella. D’inverno la strada era impercorribile, così mettevano i morti sotto la neve e aspettavano che la primavera permettesse il cammino…

Commosso da quelle parole (forse dentro di sé il Monsignore si vergognò un po’ di essersi lamentato per le scomoditò di quel viaggio, che erano nulla in confronto alle fatiche continue di quei poveri cristiani) li esortò a fare marcia indietro fino a Kampel, perché da quel giorno non avrebbero più dovuto andare a Rimella per seppellire i morti.

Una settimana dopo Monsignor Ubertino Serazio – Vescovo in partibus di Cirene, ausiliare del cardinale Ippolito d'Este, Vescovo di Novara – benedisse un piccolo campo vicino al torrente, facendo il nuovo cimitero. Poi benedisse anche una cappelletta, che divenne la prima chiesa di Campello.

Da allora i Campellesi smisero di portare a spalla i loro morti a Rimella.

domenica 22 giugno 2008

La creatura informe che rotola e grida


Appare come un bambino in fasce che rotola dai dirupi o galleggia sulla corrente dei torrenti, ma può anche rotolare, volare e soprattutto… ti viene addosso, cercando di avvinghiarti le gambe!

Assume l’aspetto di un bambino, di un nano e persino di un bel giovane. Questo ultimo aspetto però pare lo assuma solo quando avvista dall’alto una bella ragazza.

Il suo aspetto reale è difficile da descrivere, poiché pare una matassa informe che si arrotola su sé stessa. Alcuni comunque giurano che abbia il corpo da rettile e la testa crestata.

La chiamano Vàina o Svàina, ma anche Malfasà. Può colpire di giorno, ma agisce anche di notte, prendendo di mira soprattutto i bambini disobbedienti che non si affrettano a rientrare a casa prima del buio o si avvicinano troppo ai torrenti per giocare.


La malfasà è stata segnalata ancora nella prima metà del Novecento dalle parti di Madonna del Sasso. Così almeno riporta Filippo Colombara in “Paesi di Mezzo”, edito dall’istituto Ernesto De Martino, Milano, pp. 143-145, note 148-151.

sabato 21 giugno 2008

Il pargolo rotolante dai dirupi


Passeggiando sui monti della Val Divedro vi potrebbe capitare di vedere un bambino avvolto in fasce rotolare giù per un pendio; oppure trascinato dalla corrente impetuosa di un torrente. Piange, perde la fascia e urla disperato, facendo stringere il cuore.
È un istinto, un impulso irrefrenabile, soprattutto per le donne giovani e belle… che si ritrovano così avvinte tra le braccia di un giovane, biondo, audace e avvenente uomo.

Ora, prima che centinaia di donne in cerca di avventura si riversino da quelle parti a setacciare i torrenti e i pascoli, è bene dire una cosa: quella “cosa” è solo apparentemente “un giovane, biondo, audace e avvenente uomo”. In realtà è una creatura demoniaca, il cui scopo è quello di sedurre le donne specie - appunto - se giovani e belle, per riprodursi.

Il frutto di quei brevi momenti di passione alpestre però è, purtroppo, una creatura mostruosa, rivelatrice della vera natura dell’essere, così malvagio da far persino abortire le donne già in attesa per insediare, come un malefico cuculo, il proprio immondo discendente.

L’unico rimedio per tenere lontana tale orrida creatura, il cui nome è Vàina, è quello di tenere addosso almeno un oggetto benedetto.

Se credete però che basti star lontane dalla Val Divedro per evitare simili rischi, vi sbagliate, perché come vedremo domani, la creatura si manifesta in altre zone, compreso il Cusio…

venerdì 20 giugno 2008

Gnomi di caverna




Il primo a parlare della loro esistenza fu, forse, lo svizzero Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim. Egli stesso, probabilmente spaventato dalla montagna dei suoi nomi, si faceva chiamare per brevità Paracelsus. Noi italiani lo conosciamo come Paracelso e del resto in Italia, presso l’università di Ferrara, si laureò. Assunse quel nome probabilmente per sottolineare la vicinanza ideale ad Aulo Cornelio Celso, il famoso naturalista e medico romano.
Nato nel 1493 vicino a Zurigo, fu alchimista, astrologo, mago, medico, forse saggio, come direbbe Guccini. Viaggiò a lungo, in Europa e in Asia. Secondo alcuni biogafi fu prigioniero del Khan dei Tartari e medico a Bisanzio dove, si dice, gli fu data la pietra filosofale da un certo Solomone Trismosinus, un misterioso personaggio che alcuni asserivano di aver incontrato ancora vivo nel XVII secolo...
Paracelso era superbo, orgoglioso, pieno di sé e arrogante, caratteristiche ereditate probabilmente dal nonno, un gran maestro dell'Ordine Teutonico. Aveva tale considerazione della propria scienza da bruciare pubblicamente, come inutili vestigia di un passato da dimenticare, i libri di Galeno e Avicenna.
Del resto una sua celebre sentenza recita: "Ogni medico dovrebbe essere ricco di conoscenze, e non soltanto di quelle che sono contenute nei libri; i suoi pazienti dovrebbero essere i suoi libri." Frase che testimonia un approccio per molti versi molto più moderno di quello di tanti suoi aristotelici contemporanei e posteri.

Ad ogni modo, tra i tanti argomenti di cui si occupò Paracelso, oltre alla Pietra Filosofale e alla creazione dell’Homunculus (una vita in vitro, diremmo noi moderni, ndr), ci sono anche loro: gli Gnomi. Fu lui a dare quel nome, derivandolo dalla radice greca gnosis ("conoscenza"), ad una stirpe di nani che compare frequentemente nella mitologia nordica.
Paracelso li considerava spiriti della terra e del sottosuolo. Egli riteneva che potessero spostarsi nel sottosuolo con la stessa facilità con cui gli uomini camminano sulla superficie (probabilmente mediante innumerevoli cunicoli, ndr). Sempre secondo Paracelso, i raggi del Sole trasformano gli gnomi in pietra ed è per questo che è molto difficile vederli.

Anche gli Gnomi appartengono alla genia del Piccolo Popolo, ma alcuni ritengono che non vadano affatto confusi coi Folletti. Questi sono bisbetici e dispettosi e adorano avvicinarsi agli uomini per tirare loro scherzi o rubare oggetti nelle case. Gli Gnomi invece sono più restii ad ogni contatto con gli Umani, tenendosene sempre a debita distanza. Non che siano dei musoni come i Nani, che si occupano solo di scavare miniere ed accumulare ricchezze. Gli Gnomi pare siano invece dei giocherelloni, solo che non apprezzano molte caratteristiche della nostra specie...
Del resto gli Gnomi hanno buone ragioni per temerci. Essi possiedono grandi tesori, non solo materiali, ma anche di conoscenza, come dice il loro nome. Per cui hanno il (fondato) timore che gli avidi Uomini possano tentare di sottrarre loro queste cose con la violenza o la frode. Per questo preferiscono starsene nelle loro grotte ben al riparo dal sole e da noi.

Contattare uno gnomo di caverna di persona, pertanto, non è per nulla semplice, ma per fortuna alcuni di loro si sono dotati di posta elettronica (gnometti@gmail.com) e, persino, di un sito web! Su questo è possibile scoprire ogni cosa su tutte le attività gnomiche.

In alternativa potete contattare delle nostre vecchie conoscenze: la Corporazione dei Bardi (associazione di giocatori di ruolo e narratori) e Amici delle Leggende (gruppo di appassionati di folklore, fumetto e Grandi Giochi). I due gruppi di ragazzi si ritrovano presso la sede della Corporazione dei Bardi: Centro di Incontro “Don G. Valli”, Via San Carlo 32, ad Arona.

Una curiosità: pare che le "gnomette" siano alquanto vanitose. C’è persino un loro calendario in vendita…




giovedì 19 giugno 2008

Le Creature del Piccolo Popolo

Le Creature del Piccolo Popolo è il titolo dell'ultima Pillola di Mistero trasmessa da Puntoradio nel programma Siamo in Onda, il 14 giugno scorso. La trasmissione ha chiuso per la pausa estiva e riprenderà a settembre.

Le Pillole di Mistero video sono visibili, oltre che su Il Lago dei Misteri e sul blog di Siamo in Onda, anche sul canale http://www.youtube.com/illagodeimisteri.

mercoledì 18 giugno 2008

La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 5 di 5


Per sollevare Icardi dall’accusa di falso giuramento e contemporaneamente da qualsiasi sospetto di simpatie per i comunisti, la difesa inviò in Italia Robert Maheu.

L’ex agente del FBI ritornò negli USA con una “confessione” dell’ex comandante garibaldino Vincenzo Moscatelli, nella quale l’allora senatore avrebbe ammesso “di essere responsabile per la morte di Holohan” scagionando Icardi da ogni accusa.


Poiché oggetto del dibattimento negli Stati Uniti non era stabilire chi avesse ucciso Holohan, ma bensì se Icardi avesse mentito alla sottocommissione, la veridicità di tale dichiarazione non venne ulteriormente verificata ascoltando i testimoni.

L’avvocato di Icardi, Edward Bennett Williams attaccò quindi l’impianto accusatorio, sostenendo che la Sottocommissione che aveva interrogato l’imputato, non aveva alcun diritto di farlo. Pertanto, indipendentemente dal fatto che le dichiarazioni rese fossero vere o false, l’accusa di falso giuramento non aveva ragione di essere.

Il 19 aprile 1956 il giudice Richmond B. Keech accolse le argomentazioni della difesa e non solo assolse Icardi, ma censurò con parole dure la condotta del capo della commissione, W. Sterling Cole.

Pare che alla lettura della sentenza Icardi abbia pianto.
In seguito, fino alla pensione, esercitò la professione legale in Florida.

martedì 17 giugno 2008

Alfa diario: un lago da... fiaba


Non succede spesso che nella presentazione istituzionale di una brochure turistica si faccia esplicito riferimento alle creature del Piccolo Popolo.
Forse in Irlanda capita più di sovente, ma certo qui in Italia è più raro. Se poi ciò accade nel Cusio la cosa diviene evento e non può essere taciuta da Il Lago dei Misteri.

Merita perciò una menzione speciale l’opuscolo “Un’isola di eccellenza” pubblicato nel 2008 dal Consorzio Cusio Turismo.

Nell’introduzione, presentando la “filosofy” del Consorzio, il Presidente descrive, con rara prosa ispirata, il fascino e la magia del territorio del “Cusio”.

Lasciamogli la parola.


«Qui potrete immergerVi in un territorio che rispetta l’Uomo e la Natura. Scoprirete un luogo di Cultura ed Arte, un’impareggiabile testimonianza della nostra religione cristiana tra Monasteri, Santuari e la Basilica di Suore Benedettine che ci rimanda ai collegamenti Europei della Fede e del Vaticano.


I nostri luoghi Vi insegneranno a credere alle favole, grazie alle piacevoli sensazioni che proverete visitando le nostre cantine dai pregevoli vini, i ristoranti stellati dove gustare i sapori del nostro territorio, e le tante trattorie, bar e ristoranti che rimandano ai sapori genuini ed ai bei ricordi, alle barzellette dei nostri nonni ed alle loro ricette intramontabili nei nostri cuori e nel palato: affetti indelebili che ricorderete gustando tutto questo.
Scoprirete facendo trekking con i Vostri bambini che gli gnomi e le fate esistono e che siamo noi a non vederli più perché abbiamo smesso di cercarli e di crederci. Guardando i colori del Lago con la sua regina, l’Isola, sentirete i Vostri sensi liberarsi e così capirete come Dio agisce.»

lunedì 16 giugno 2008

I racconti della Maga – Il Piccolo Popolo

Per approfondire le leggende legate ai folletti mi sono ho deciso a salire da lei. Della sua esistenza me ne ha parlato il Filosofo, naturalmente.
La Maga ha il suo laboratorio su un’altura che sovrasta il Lago d’Orta. Qui intaglia il legno e altri materiali, scolpisce, dipinge e fa tante altre cose. Tra queste, parla con i rappresentanti del Piccolo Popolo. Lei stessa ha un po’ un aspetto da elfa o da gnoma, con quel suo fare saltellante, gli occhi azzurri e il troncare le frasi a mezzo lasciando all’ascoltatore il compito di mettere assieme i frammenti per dare loro un senso compiuto.

«Certo che esistono!» esclama. «Solo che non vogliono farsi vedere, perché gli umani sono cattivi nei loro confronti….»
«In che senso?» domando.
«Perché distruggono il loro ambiente: abbattono i boschi, scavano il terreno, deviano i torrenti… Molti di loro hanno dovuto fuggire perché il loro ambiente è stato distrutto.»
«Ho sentito dire che non amano le città.»
«Le odiano! Non sopportano l’inquinamento, la sporcizia, il rumore, le luci! Come fanno a danzare nell’aria guardando le stelle se ci sono ovunque lampioni e il firmamento è scomparso?»
«Così sono costretti a ritirarsi in luoghi sempre più remoti?»
«Si nascondono sempre di più, ma è quasi impossibile per loro vivere in certe regioni... Ci sono ampie zone in cui di folletti non c’è più traccia. Si ritirano nei luoghi più inaccessibili…»
«Come il Lago d’Orta?»
«Anche qui ormai è difficile per loro… macchine, moto, aerei, treni, cellulari… troppo rumore…»
«Paragonato ad altre zone non direi…»
«Ma Loro hanno un udito sensibilissimo. E le nostre macchine producono rumori che noi non sentiamo, mentre a loro danno un fastidio tremendo…»
«Sentono gli ultrasuoni come molti animali?»
«Sentono e vedono cose che noi umani non riusciamo nemmeno ad immaginare…»
«Si capisce perché, appena possono, si divertano a nostre spese.»
«Ma non tutti!»
«Solo alcuni sono burloni?»
«Si, ce ne sono alcuni che amano fare scherzi, ma altri sono pronti ad aiutarci se solo dimostriamo loro un po’ di affetto: un po’ di latte, un pezzo di pane, qualche cosa di luccicante …»
«I famosi tesori!»
«Alcuni di loro accumulano nel tempo grandi tesori, ma poi hanno paura che gli umani li scoprano, così passano buona parte del loro tempo a sorvegliarli e a nasconderli...»
«Insomma è sempre più difficile incontrarli!»
«Si, eppure, nonostante questo, gli umani continuano a perseguitarli.»
«In che senso?»
«Negando la loro esistenza! Questo li fa soffrire molto e talora li uccide!»
«Ho sentito parlare di questa storia: ogni volta che si dice che un folletto non esiste, uno di loro muore.»
«Solo se la cosa è detta sul serio, naturalmente. Però, poiché odono tutto ciò che diciamo, se qualcuno li provoca, anche solo divertendosi a negare la loro esistenza, può passare seri guai…»
«Non capisco…»
«Ci sono folletti cattivi. Molto cattivi. E, come tra le erbe, sono quelli più resistenti….»
«Ne ho sentito parlare, ma i racconti su di loro sono molto confusi. Ad esempio dalle nostre parti pare si aggiri il diabolico Ciappin…»
«Appartiene, come altri, alla stirpe degli Incubi. Sono gli unici che non hanno paura di entrare nelle città. Si muovono di notte, sedendosi sul petto di chi dorme, fermando la digestione e provocando sonni angosciosi. Alcuni rubano il respiro ai bambini. E altri, come il Ciappin…»
«Dicono che imperversi tra il Piemonte e la Lombardia. Ma nessuno dice cosa faccia esattamente...»

Mentre discendo la collina le ultime parole della Maga, formulate in modo oscuro e col viso rosso, continuano a girarmi per la mente.
«Si accanisce particolarmente contro chi non crede ai Folletti… Le vittime sono un po’ reticenti… si capisce… posso dirti che assale alle spalle, immobilizzando i malcapitati…»
Solo allora metto assieme i pezzi e il Ciappin mi appare terribilmente simile al Popo Bawa dello Zanzibar…

domenica 15 giugno 2008

La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 4 di 5

Un aiuto insperato alla difesa di Icardi venne dal governo italiano.

Nella seduta del 25 ottobre 1955 della Camera dei Deputati venne data risposta ad un’interpellanza, nella quale (in perfetto politichese) si chiedeva al Ministro di grazia e giustizia “quanto gli consti circa l'invito […] fatto a cittadini italiani dall'autorità politica di uno Stato estero a comparire avanti ad essa autorità politica nel territorio dello Stato estero, in qualità di testi in un giudizio penale, già vertente avanti l'autorità giudiziaria italiana, sembrando all'interrogante opportuno e prudente ottenere una risposta che rassicuri sulla necessità di conciliare, in una direttiva uniforme, anche in previsione di consimili eventualità future, i diritti della giustizia con quelli dei cittadini e dello Stato italiano custode, in ogni congiuntura, delle sue prerogative e del nostro diritto processuale.”

La risposta del Ministro fu chiara: “Non essendovi nella interrogazione alcun cenno a casi specifici, si pensa ci si voglia riferire al procedimento penale relativo alla uccisione del maggiore statunitense William Holohan, avvenuta in Italia nei pressi del lago d’Orta il 6 dicembre 1944.
Per tale delitto furono condannati, con sentenza della Corte d’assise di appello di Torino in data 25 novembre 1954, il tenente statunitense Icardi Aldo alla pena dell’ergastolo ed il sergente statunitense Lo Dolce Carlo alla pena di anni 22 di reclusione: furono invece prosciolti i coimputati Manini Giuseppe e Tozzini Gualtiero, per avere agito in istato di necessità (articolo 54 codice penale), e Migliari Aminta, per non aver partecipato al fatto.
Inoltre, secondo informazioni precedenti dell’ambasciata d’Italia a Washington, l’Icardi deve rispondere, dinanzi all’autorità giudiziaria degli Stati Uniti, di falso giuramento in relazione alle circostanze della morte del maggiore Holohan.
Trattasi pertanto di due procedimenti assolutamente distinti e per il secondo dei quali mai è stata investita l’autorità giudiziaria italiana.
Non consta, poi, che funzionari statunitensi abbiano preso iniziative dirette a sostituirsi alle nostre autorità, ai fini di assumere direttamente notizie e di invitare persone a comparire dinanzi all’autorità giudiziaria degli Stati Uniti d’America per deporre sui fatti suindicati.
Comunque questo Ministero, attenendosi alle norme del diritto internazionale e del diritto processuale italiano, non ha mai consentito ne consentirà che funzionari stranieri si sostituiscano nel territorio della Repubblica ai nostri organi.”

Nessuno dei testimoni italiani venne mai ascoltato durante il processo americano.

Per uno strano caso della storia il Ministro, 23 anni dopo, avrebbe conosciuto, per mano dei terroristi, una fine altrettanto tragica di quella del Maggiore Holohan.

Il suo nome era Aldo Moro.

sabato 14 giugno 2008

Le Creature del Piccolo Popolo


Occorre molta fortuna per vederli, ma può essere una maledetta sfortuna incontrarli.

Non hanno ombra, non lasciano tracce sul terreno, possono svanire come fumo o diventare invisibili. Sono permalosi, golosi, dispettosi, ma possono essere anche crudeli e malefici.
Talora li si può vedere sotto forma di fiammelle che danzano nell’aria scura della notte o alla luce del crepuscolo; o anche come vortici di vento che attraversano i campi, mulinando foglie ed erba secca.

Sono i Folletti!

Sono detti anche Creature del Piccolo Popolo e sono divisi in oltre un centinaio di stirpi, con caratteristiche e zone di azione molto differenti.

Ci sono folletti sostanzialmente buoni che possono aiutare nelle faccende domestiche. Altri sono dispettosi e fanno sparire gli oggetti nelle case (con una predilezione per la calza sinistra). Altri sono cattivi e di notte siedono sul petto dei dormienti per provocare incubi angosciosi. Alcuni sono così malvagi che ben pochi di coloro che li hanno incontrati hanno avuto la fortuna di poterlo raccontare.

Farseli amici, in certi casi, è davvero una fortuna. Molti di essi nascondono immensi tesori e possono farli trovare ai loro amici umani.

Non dite, però, che i folletti non esistono. Ogni volta che un umano pronuncia queste parole, infatti, un folletto muore…


Questa è l'ultima, almeno per ora,
Pillola di Mistero trasmessa a Siamo in Onda il talk show di Puntoradio. La trasmissione chiude per la pausa estiva, ma ci da l'arrivederci a settembre.

venerdì 13 giugno 2008

Notte da fiaba


Fiabe della tradizione raccontate in una magica atmosfera teatrale

Per la seconda edizione della Notte Bianca di Verbania la Biblioteca Ceretti esce da Villa Majoni e propone un appuntamento di narrazione rivolto al pubblico sia dei grandi che dei piccoli, che si svolgerà nel parco di Villa Giulia a Pallanza.

Sarà uno spettacolo di storytelling, ovvero di narrazione teatrale di storie, ideato e condotto dall'attrice torinese Silvia Iannazzo, con testi tratti dalla tradizione. I racconti “Cola Pesce” e “E sette!” sono tratti dalle Fiabe Italiane di Italo Calvino; il racconto “Donna Scheletro” proviene invece dalle pagine di Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estès.

L'occasione della notte bianca è fra le più indicate per avvicinarsi al mondo delle fiabe. Infatti le fiabe hanno molto in comune con il sogno notturno: sono occasioni in cui si manifesta l'inconscio di ognuno di noi, le paure, le insicurezze, le prove da superare, i “riti” da compiere. Per questo l'appuntamento è rivolto sia ai piccoli che agli adulti. Le fiabe scelte per questa serata, poi, hanno anche un'ambientazione “acquatica”, che ben si adatta ad un suggestivo appuntamento in riva al lago.

Silvia Iannazzo, attrice e narratrice, si è diplomata al Teatro Stabile di Torino con Luca Ronconi. Ha lavorato in diversi spettacoli di Ronconi, fra cui Calderon e Pilade di Pasolini e Medea di Euripide. Fra gli altri spettacoli, ha lavorato con Marco Baliani in Le Antigoni della città. Tiene regolarmente stages e laboratori teatrali, di voce e di storytelling in tutta Italia.

Lo spettacolo Notte da fiaba si svolgerà sabato 14 giugno al gazebo del parco di Villa Giulia, con inizio alle ore 21.00. In caso di maltempo si svolgerà all'interno della Villa.

L'ingresso è gratuito.

Si allega il materiale informativo, ringraziando per la diffusione

Info: Biblioteca Civica tel. 0323 401510
e-mail: direzione.verbania@bibliotecheVCO.it

La Bestia che si aggira nelle tenebre

Grazie alla collaborazione avviata con Siamo in Onda, il talk show del sabato sera su Puntoradio, è ora possibile ascoltare su Il lago dei Misteri una Pillola di Mistero. La Bestia che si aggira nelle Tenebre è stata trasmessa il 31 maggio scorso con il titolo "La caccia infinita".

Ricordo che domani sera andrà in onda l'ultima puntata della trasmissione prima della pausa estiva. Il tema prescelto è "la fortuna". La Pilllola di Mistero si adeguerà al tema, raccontando qualcosa sugli incontri fortunati e sfortunati che si possono fare nei boschi, nelle grotte e... ovunque si celino le creature del Piccolo Popolo.

Come sempre chi dispone di linea ADSL può ascoltare Puntoradio anche dal web. Ma ovviamente è sempre possibile ascoltarla, in modo classico... via radio. Per l’area del Cusio e del Borgomanerese la frequenza è 96.300.

A volte ritornano...

A l’è dré ca la torna… la Fèsta dël Solstizi d’Istà!

Ritorna la Festa del Solstizio d'estate!

Uno sguardo alle tradizioni, in Piemonte e nelle aree celtiche. Questo il tema conduttore della manifestazione che si svolse per la prima volta a Omegna nel 1996 e che torna ora, dopo qualche anno di sosta, ancora una volta organizzata dalla Compagnìa dij Pastor in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura e alla Pro Loco di Omegna.

Venerdì 20 giugno, alle 21, Monte Zuoli Giardini della Torta in Cielo Falò dal solstizio con il gruppo musicale Masche Parpaje.
Sabato 21, alle 21, Giardini Lungolago musiche e danze dalla tradizione franco-piemontese con Vòja da balà e Esprit Follet.
Domenica 22 giugno presso il salone di Santa Marta, 'Dialetto di Omegna e parlate del Verbano Cusio Ossola', convegno dibattito aperto a tutti, con rinfresco e intermezzo musicale dal vivo.
Sabato 28 giugno in via Alberganti, alle 20 “A scena int la contràa dal butér", cena popolare per la strada a cura e a favore della sezione di omegnese della Uildm. Seguirà, ai Giardini Lungolago "Tuttitiratiinballo", serata danzante al suono delle migliori musiche di area celtica.

Per informazioni ci si può rivolgere ai recapiti 0323.61930 o 339.2306155.

Dicono gli organizzatori:
«Dal 1996, per più di dieci anni, dalle nostre parti abbiamo scelto di trascorrere il Solstizio d’Estate tra musiche, danze antiche e sperimentazioni artistiche moderne, tra momenti di sana allegria e incontri culturali. Ci siamo così divertiti con la musica piemontese e delle altre aree celtiche, abbiamo ritrovato i nostri dialetti, incontrato la Lingua regionale alla quale sono collegati ed abbiamo partecipato a diverse iniziative per salvaguardarli.
Certe tradizioni, vecchie o nuove, non possono morire mai. E così, quest’anno, la Festa dal Solstìzi d’Istà ritorna a Omegna con tutte le sue suggestioni, i suoni di un tempo e al tempo stesso modernissimi, il divertimento popolare e la riflessione sul futuro della nostra cultura e della nostra storia.
Non può certo mancare il celebre appuntamento gastronomico per la strada a Omegna, la Scena ’ntla Via dal Buter, organizzata dalla Sezione di Omegna della Uildm e dalla Pro Loco, che finalmente può tornare nella sua “sede propria” in cui è nata: la Festa dal Solstìzi d’Istà, per l’appunto.
Il Solstìzi organizzato dalla Compagnìa dij Pastor si è ormai da anni affermato come un importante momento di incontro tra i numerosi appassionati della musica e cultura dei popoli Celti e delle nostre tradizioni viventi, che con essi condividono l’antica origine comune. Come sempre dalla sua prima edizione, la Fèsta è inserita nella prestigiosa rassegna piemontese Folkermesse ed è manifestazione centrale del Festival Intercèltich dël Piemont.

BENTORNATI E BUON DIVERTIMENTO A TUTTI!!!
Gli spettacoli e le iniziative della Fèsta avranno luogo con qualunque tempo atmosferico."

Informazioni: Pro Loco di Omegna, tel. 0323.61930 - Compagnìa dij Pastor, tel. 339.2306155

giovedì 12 giugno 2008

La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 3 di 5

La difesa di Icardi fu assunta dall’avvocato da Edward Bennett Williams e dall’investigatore Robert Maheu.
Per dare un’idea di chi fossero è opportuno spendere qualche parola su di loro.


Williams, il “superavvocato” delle cause impossibili, aveva iniziato la sua carriera difendendo alcuni socialisti e liberali dalle accuse di comunismo dai maccartisti. Più tardi avrebbe difeso lo stesso Joseph McCarthy durante il procedimento di censura in Senato nel 1954.
Ebbe molti clienti illustri come il cantante Frank Sinatra e l’editore di Playboy Hugh Hefner. Ma anche personaggi del calibro di Frank Costello, Jimmy Hoffa e altri pezzi da novanta della malavita organizzata. Ai suoi funerali, nel 1988, parteciparono molti personaggi dell’elite americana, incluso l’allora Vicepresidente George H. W. Bush.

Robert Maheu nel 1940 divenne agente dell’FBI. Nel 1947 fondò una sua agenzia privata che, per sua ammissione, si occupava dei “lavori sporchi” della CIA. Tra questi, nel 1960, un complotto organizzato in collaborazione con la mafia americana per assassinare Fidel Castro.

La difesa di Icardi sostenne che l’omicidio era avvenuto in quanto Holohan “costituiva un inciampo ai piani politici postbellici del Partito Comunista oltre ad essere un ostacolo alla condotta delle azioni di guerra”.
La responsabilità fu direttamente attribuita ai partigiani comunisti di Vincenzo “Cino” Moscatelli, accusati di aver eliminato il Maggiore e di essersi appropriati dei 100 milioni di dollari della cassa bellica.

mercoledì 11 giugno 2008

La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 2 di 5

Un punto, nel pieno del maccartismo, suonava particolarmente grave: il possibile movente.

Holohan, cattolico e anticomunista convinto, non avrebbe inteso rifornire di armi le formazioni partigiane comuniste, in quanto temeva che avrebbero utilizzato le armi per organizzare un colpo di stato dopo la guerra. Questa sua determinazione era rafforzata dalla buona intesa con “Giorgio” il capo del SIP, che lavorava invece per accrescere il ruolo politico delle formazioni partigiane di ispirazione democristiana.

Il sospetto che l’eliminazione di Holohan fosse stata decisa per favorire i partigiani comunisti rischiava pertanto di diventare il principale capo di accusa contro Icardi e poteva condurlo alla rovina qualunque fosse stato l'esito del processo.

A rafforzare questa idea stavano anche le iniziali dichiarazioni di LoDolce (poi smentite), secondo cui Holohan sarebbe stato assassinato a causa di una disputa sorta proprio sulla questione se rifornire o meno i comunisti.

Come se non bastasse, Vincenzo "Cino" Moscatelli, il famoso comandante delle formazioni garibaldine della Valsesia, aveva dichiarato al corrispondente romano di True che Holohan aveva “un atteggiamento anticomunista” mentre Icardi era un “valente soldato che aveva aiutato grandemente la lotta contro i tedeschi”. Si noti che Holohan aveva incontrato Moscatelli, proprio per discutere dei lanci di rifornimento, il 2 dicembre 1944, quattro giorni prima di essere ucciso.

Oltre tutto negli stessi anni il fratello del maggiore, Joseph Holahan, continuava la sua battaglia per la giustizia. Su sua sollecitazione, nel marzo del 1953, Icardi venne interrogato da una Sottocomissione per le Forze Armate della Commissione Difesa guidata da W. Sterling Cole.

Icardi giurò di essere estraneo all’omicidio di Holohan e ciò, dopo la condanna definitiva in Italia, venne giudicato sufficiente per istruire un processo per falsa testimonianza e spergiuro. L’accusa stilò anche una lista di 17 testimoni italiani.

Quando il processo iniziò, la posizione di Icardi pareva disperata.

martedì 10 giugno 2008

La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 1 di 5

Le indagini dei Carabinieri italiani e il ritrovamento del corpo del Maggiore Holohan provocarono, sull’onda delle inchieste dei giornali italiani, l’interesse dei media americani.
Il
New York Times, True e Time dedicarono alla vicenda numerosi articoli.

L’idea che i principali indiziati dell’assassinio di un Maggiore dell’esercito degli Stati Uniti d’America potessero rimanere impuniti era un fatto che, evidentemente, a molti pareva gridare vendetta.

Della vicenda si interessarono pertanto le autorità. Il 3 agosto 1950 il C.I.D. (Criminal Investigation Command), competente per i crimini commessi da soldati americani, interrogò LoDolce che fece delle ammissioni, ritrattate però l’anno successivo in un’intervista al New York Times, dopo che Icardi aveva già respinto ogni addebito.

In difesa di Icardi intervenne un altro ex agente dell’OSS, Ciaramicoli, che definì “sciocche” le dichiarazioni di LoDolce. Ciaramicoli disse inoltre ad un cronista del New York Times che a nessuno della missione Chrysler, in realtà, piaceva Holohan.
Tra le righe si legge, forse, anche la tradizionale ostilità tra immigrati irlandesi e italiani negli USA, che nemmeno gli eventi bellici e il comune pericolo erano in grado di far dimenticare.

lunedì 9 giugno 2008

Heina e il Ghul

Nelle cucine del palazzo dello sceicco Abdelhamid si sta preparando un grande pranzo per festeggiare il ritorno di Heina, sua figlia, da tutti ritenuta morta.
Il cuoco, sorpreso nel suo lavoro, racconta al pubblico in lingua araba come Heina sia stata rapita dal Ghul, il mostro di farina, e come suo padre lo sceicco, grazie ai consigli del mago Majdoub, abbia sconfitto l’orrenda creatura e salvato la propria figlia dalla schiavitù del mostro.

La storia di Heina rapita dal Ghul offre l’occasione per addentrarsi nel mondo arabo, tra lingua, cultura e tradizioni culinarie. Gli oggetti che il cuoco utilizza per raccontare la storia sono gli ingredienti del cous-cous; i gesti che hanno descritto le vicissitudini di Heina si sono sovrapposti ai gesti della preparazione della ricetta. Arte affabulatoria e gastronomica si intrecciano amabilmente in un crescendo di sapori africani e tensione narrativa.
Terminato il racconto il cuoco invita tutto il pubblico a mangiare il cous-cous per partecipare alla festa dello sceicco; un momento conviviale che è soprattutto incontro immediato tra due popoli e due culture ancora separate da vecchi rancori ed antiche ferite.



Heina e il Ghul
Regia di MARIO GUMINA
Testo e interpretazione di ABDERRAHIM EL HADIRI

TEATRI ANDANTI 2008 DAL MONDO

Sabato 12 luglio 2008
COOP TEATROLABORATORIO
Ore 21.15 - GRAVELLONA TOCE

Per maggiori informazioni:
Teatro delle Selve. Via Zanotti, 26 - 28010 PELLA (NO)
http://www.teatrodelleselve.it info@teatrodelleselve.it
Tel + Fax: +39 0322 96 97 06
Cell. +39 339 66 16 179

domenica 8 giugno 2008

Metodi sicuri per far nascere i bambini – 2

Appelli, lettere, prediche… Nemmeno le minacce erano servite a convincere le donne a non andare a cercare i bambini sui massi. Ogni sforzo pareva vano per sradicare quella antica superstizione.

Fu così che un prete, un prete di campagna, uno di quelli che si diceva praticassero la “fisica”, per intenderci, decise che era tempo di porre fine a quella storia.
Tornando da un viaggio a Novara si fermò a parlare con una donna. Non una donna qualsiasi naturalmente. Scelse la beghina più pettegola del paese, una che non sarebbe stata capace di tenersi un segreto nemmeno se le avessero dato mille monete d’oro per ogni secondo di silenzio.

«Avete un bicchiere di acqua?» le chiese.
«Acqua?» domandò sorpresa la donna. «Siete sicuro di stare bene?»
Sapeva bene infatti che il prete usava l’acqua solo per battezzare.
«Acqua, acqua» rispose scuotendo la testa. «Con quello che ho sentito…»
«Che cosa avete sentito?»
«Non posso dirvelo» scosse nuovamente la testa. «Niente vino, però, almeno per oggi …»
«Deve essere una cosa grave…»
«Ah, sapeste che peso che ho nel cuore per quella povera donna, ma… basta… ho già detto troppo….»
«Donna? Che donna? Una di qui? Cosa ha fatto?»
«Sia ringraziato il Signore non è di qui! È una di un paese vicino Novara. Una di quelle che non vogliono mai ascoltare noi preti…»
«Quante ce ne sono! Siamo in poche ormai… Persino durante la Messa… Quante ne vedo che, persino, sbadigliano… e poi le giovani… sempre a guardare i ragazzi… e poi si trovano nei guai… come forse quella che dite…»
«Ma cosa avete capito? Questa è una donna sposata. E ciò dimostra che il Diavolo può colpire chiunque… Solo che poi ne fanno le spese gli innocenti…»
«O Madonna!» la donna si segnò con la croce. «Cosa dite?»
«E’ meglio» sospirò il prete «che non lo sappiate, credetemi. Ne rimarreste sconvolta…»
«Ma conoscere le azioni del maligno ci aiuta a riconoscerle e prevenirle. Così ci avete detto durante la predica di domenica. Una bella predica, davvero…»

Il prete, cedendo infine di fronte a quella argomentazione, le raccontò tutto.

C’era una donna, di nome Maria, in un paese vicino Novara, che non voleva ascoltare il prete, che ammoniva di non andare a sedersi sui massi, perché ne avrebbero avuto solo disgrazie.
Ma lei rideva e col pancione continuava ad andarci.
Finché venne il giorno del parto. Il giorno in cui smise per sempre di ridere. Spinto dalle contrazioni il bambino cominciò ad uscire. Prima la testa, come è naturale, poi il corpo. Infine le gambe… da capra! Il bambino era normale fino alla vita, ma sotto, sotto aveva le gambe da animale, zoccoli compresi!

Quando ebbe finito di raccontare il prete si alzò e sospirando raccomandò alla donna di non dire nulla di quanto le aveva detto, incamminandosi poi verso la casa. Quando giunse all’uscio sapeva che la notizia stava già correndo di bocca in bocca.
Sorrise.
Una grande paura si combatte con un timore più grande.
Una radicata credenza si sradica diffondendo una nuova paurosa superstizione.

Così, da quel giorno, tutte le donne cominciarono a raccomandare alle giovani in attesa di non sedersi mai sulle pietre, se non volevano vedersi nascere dei figli dalle zampe di capra.

sabato 7 giugno 2008

La caccia infinita





E’ accaduto. Avremmo dovuto saperlo. No, avremmo potuto saperlo se tanti anni di assenza non ne avessero cancellato persino il ricordo. I vecchi sapevano della sua esistenza, ma sono passati così tanti anni da quando abbiamo smesso di prestar fede alle storie dei vecchi…
Persino i più anziani non ricordano di averne mai sentito parlare.

Un tempo era diverso. Al calar del sole ci si serrava dentro le cascine, sprangando le porte, chiudendo le ante di finestre munite di solide sbarre. Soltanto gli uomini più coraggiosi osavano uscire fuori, nelle tenebre.
Dentro, accanto al fuoco e nelle stalle, i vecchi raccontavano alle donne e ai bambini di occhi che brillano nel buio; di artigli che lacerano la carne e zanne che squarciano la gola; della Bestia che si aggira nelle tenebre in cerca di preda; delle grandi cacce organizzate per stanare la Bestia; dei latrati dei cani; delle armi nervosamente strette tra le mani; delle trappole nascoste nelle foglie.

Tutto inutile.

La Bestia spariva, dopo aver lasciato una lunga striscia di sangue. Talora un lupo o un orso, quando ancora ce n’erano, o un cane idrofobo, finivano nella trappola, ma i racconti dei testimoni non coincidevano mai con la fredda realtà di un cadavere.
Le zampe erano troppo piccole, le fauci meno feroci e lo sguardo, no, lo sguardo era diverso.

E poi, come a confermare quel sospetto, a distanza di chilometri, talora di anni, una nuova esplosione di violenza, una nuova caccia, una nuova preda insoddisfacente…

È accaduto. Qualcosa è entrato in un recinto, saltando una rete alta due metri e sgozzando sei daini. Qualche giorno prima era toccato a tre caprette.
Si parla di un cane. No, quegli artigli non sono da cane, sono da felino.
È una lince, misteriosamente tornata dopo un esilio centenario. No, una lince non può fare quel macello.
Deve essere una pantera, una tigre, forse fuggita da un circo o da uno zoo clandestino…
Di nuovo si tendono trappole, si preparano battute, col timore che la bestia possa attaccare di nuovo.

E la caccia infinita riprende...



Più che di una leggenda questa Pillola di Mistero narrata a Siamo in Onda su Puntoradio è il racconto di una paura.
La paura delle bestie feroci che si aggirano nell'oscurità della notte. Paura comune a tutta l'umanità, fin dai tempi in cui ci si stringeva attorno al fuoco mentre, nelle tenebre circostanti, si muovevano minacciosi occhi famelici.

Accanto a questo timore di tanto in tanto s'insinuava, per l'efferatezza degli assalti, per le tracce misteriose lasciate sulle vittime, per qualche testimonianza confusa, il sospetto che, accanto alle normali belve si muovesse "qualcosa" d'altro.
Qualcosa non solo di feroce, ma di straordinariamente malvagio.


E' la paura della Bestia che si aggira nelle Tenebre: dell'Uomo Lupo, dell'Uomo Nero, del Vampiro, ecc.

Leggende comuni a tutti i paesi del mondo, che provocavano lo scatenarsi di cacce più o meno organizzate, talora con vere esplosioni di follia collettiva, che potevano concludersi con la morte di qualche disgraziato capro espiatorio...

venerdì 6 giugno 2008

La Pillola di domani

Siamo in onda, il talk show del sabato sera (dalle 21 alle 24) su Puntoradio, domani sera avrà come tema della serata un sorprendente Giro d'Italia tra curiosità, dialetto, tradizioni e... misteri.

La Pillola di Mistero di domani sera parlerà delle creature che si aggirano là fuori, quando il sole tramonta e le tenebre scendono. Misteri delle Tenebre che possono condurre alla follia collettiva, se ci si fa prendere dal panico...

Chi lo desiderasse potrà leggere la Pillola di Mistero sul blog di Siamo in onda e su Il Lago dei Misteri domani sera.

Ricordo che chi dispone di linea ADSL può ascoltare Puntoradio anche dal web.
Come sempre, chi andrà a ballare a mezzanotte potrà seguire la trasmissione dall’autoradio. Per l’area del Cusio e del Borgomanerese la frequenza è 96.300.

Guida ai misteri del Lago Maggiore

Biblioteca civica di Omegna.
Presentazione del libro: GUIDA AI MISTERI DEL LAGO MAGGIORE di William Facchinetti Kerdudo

Martedì 10 giugno, ore 18.00

Presentazione della "Guida ai misteri del Lago Maggiore" di William Facchinetti Kerdudo Macchione Editore. Itinerari alternativi alle curiosità delle province di Novara, Varese e Verbano-Cusio-Ossola.

Sarà presente l'autore.
Per informazioni 0323.887234 o
www.comune.omegna.vb.it

La spia del lago - 3. Il processo in Italia.

Il processo per l’assassinio del maggiore William V. Holohan cominciò nel 1953.
Alla sbarra finirono gli ex partigiani Tozzini e Manini e persino “Giorgio”, accusato di aver utilizzato parte dei fondi della missione.
Aldo Icardi e Carlo LoDolce, sui quali ricadevano le accuse più gravi, di essere cioè l’organizzatore e l’esecutore materiale del delitto, vennero processati in contumacia. Il governo degli Stati Uniti d’America negò infatti l’estradizione.
Il crimine era stato commesso in un’area sulla quale, all’epoca dei fatti, il governo italiano non aveva alcuna giurisdizione, essendo sottoposta all’occupazione militare nazifascista. Questa la motivazione ufficiale. Probabilmente, al fondo, c’era la volontà del governo statunitense (ancora oggi rigidamente applicata) di sottrarre i propri soldati al giudizio di potenze straniere.
Paradossalmente però, poiché Icardi e LoDolce erano ormai in congedo, nemmeno la giustizia militare americana poteva incriminarli.
Durante il processo le difese sostennero che Holohan era stato giustiziato in quanto “ostacolo nella lotta per la vittoria”, asserendo che il maggiore era stato “giustiziato” in quanto “traditore”.

La conclusione della vicenda giudiziaria ha un sapore amaro.
Con sentenza della Corte d’Assise di appello di Torino il 25 novembre 1954 furono prosciolti i coimputati Giuseppe Manini e Gualtiero Tozzini ai sensi dell’articolo 54 codice penale: «Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, ne' altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo. Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi al pericolo. La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche se lo stato di necessità e' determinato dall'altrui minaccia; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona minacciata risponde chi l'ha costretta a commetterlo».

L’onestà di “Giorgio” venne dimostrata con l’assoluzione “per non aver partecipato al fatto”.

Vennero invece condannati i due americani: Icardi alla pena dell’ergastolo, Lo Dolce a 22 anni di reclusione. Entrambi, al sicuro negli USA, non varcarono mai le porte del carcere italiano.

giovedì 5 giugno 2008

La guerra nascosta


Lunedì 2 giugno presso il CEA Acquamondo del Parco Nazionale Valgrande a Cossogno (VB) è stata inaugurata l’esposizione “La guerra nascosta. Terra di frontiere. Ticino 1939-1945

Allestita al Museo Regionale Centovalli e Pedemonte di Intragna (CH) nel 2005, la mostra si sofferma sugli aspetti legati all’attività dei servizi segreti insediatisi nel Canton Ticino, dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre 1943, ed i rapporti tra la Resistenza italiana ed il Cantone svizzero, con particolare riferimento al territorio dell’Ossola ed alla Repubblica in essa costituita alla fine del 1944.
Il tema centrale dell’esposizione considera i rapporti che intercorsero tra la Resistenza italiana e gli Alleati dopo l’armistizio del 1943 e la liberazione della Francia nel 1944; una “guerra nascosta” che aveva solide basi sul suolo ticinese con la presenza di agenti segreti e rappresentanti delle forze in campo nel conflitto. Il Ticino come “Terra di frontiere” attraverso le quali avveniva il passaggio di informazioni, merci, persone e denaro.

L’esposizione rappresenta con “La mobilitazione dimenticata" e “I percorsi delle idee” una delle tre mostre realizzate da ISALp (Istituto L’Istituto di storia delle Alpi dell’Università della Svizzera italiana) nell’ambito del progetto Interreg IIIA “la memoria delle Alpi”, progetto che ha dato vita ad uno scambio transfrontaliero tra università e istituti di ricerca di italia, Svizzera e Francia per studiare, confrontare, rappresentare e trasmettere la memoria collettiva del secondo conflitto mondiale.

La mostra rimarrà esposta ad Acquamondo durante le aperture dei mesi di giugno e luglio (sabato e domenica dalle ore 15,00 alle 18,30) in concomitanza alle edizioni 2008 dei trekking “Sentiero Chiovini” (dal 14 al 22 giugno) e “Sentiero Cucciolo” (dal 17 al 20 luglio).

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.