martedì 1 giugno 2010

Le pose dei morti


Un lettore ha avuto la bontà di segnalarmi un errore contenuto in questo post.

Effettivamente quando scrissi il racconto, una mia libera interpretazione di una storia tramandata per vera, parlai delle “pose dei morti” come di “catafalchi” costruiti lungo il percorso, per poter sostare e riposare un poco, prima di riprendere la marcia.

Il lettore, che si chiama Marco Reis e che ha scritto un libro dal titolo “Il Mistero di Besso. Tra Cogne e Campiglia le radici di un popolo”, Editore Lampi di Stampa (collana TuttiAUTORI), 2006 fornisce una spiegazione molto interessante di queste “pose”. Vi riporto le sue parole.

«La faccenda in realtà è ancor più interessante: le ‘pose’ non sono semplicemente un punto di riposo, e non sono disseminate lungo i percorsi (“vie dei morti”). Si trovano normalmente in un solo punto della “via”: al limitare del paese in cui i morti dovevano tornare.
La faccenda infatti funzionava così: se da un centro si partiva per “colonizzare” una vallata o un alpeggio vicino (inizialmente magari solo stagionalmente, poi, spesso, in modo stabile), era lì, nella… patria di origine, che bisognava ritornare da morti; più precisamente ancora: nella terra consacrata della propria comunità. Per questo le normali vie di comunicazione (itinerari delle mandrie, sentieri commerciali e di collegamento…) vengono anche chiamate “vie dei morti” quando segnano questo genere di legame profondo tra due località.
Giunti nei pressi del centro di arrivo, ecco che si ‘posava’ il morto per una sorta di rito di accoglienza (e, direi, anche di purificazione): in quel punto –nella ‘posa’- il prete e i valligiani andavano ad accogliere il defunto che tornava, e da lì si muoveva tutti per il luogo di sepoltura. Da lì si faceva il funerale vero e proprio, insomma. Pensa che in qualche luogo (conosco il caso di Cogne), magari senza saperlo, si ripete il rito della ‘posa’: oggi passa per una normale benedizione della bara, in realtà la cerimonia ha queste radici profonde.
Va da sé che nei periodi invernali, con i passi chiusi dalla neve, non restava che aspettare: si portava allora il morto più in alto possibile a… frollare nella neve. E poi col disgelo si completava il tragitto.
La cosa è interessante dal punto di vista della antropologia alpina perché, appunto, indica (a ritroso) i percorsi di colonizzazione. Così, dunque se da Campello/Kampel si riportavano i morti a Rimella, questo indica che Rimella era la comunità di origine di quella gente di là dal colle.
Naturalmente di solito questo vale finché nella nuova comunità non ci si stabilizza per lungo tempo, e soprattutto finché nella nuova comunità non si insedia una parrocchia e dunque la terra consacrata per le sepolture.»

Marco mi invita anche, e io ben lieto mi presto, a lanciare una sorta di censimento delle “pose dei morti”

«Potrebbe essere interessante se tu, parlando delle pose nel tuo blog, incoraggiassi a scoprirne altre. Di regola sono scomparse e dimenticate dai più, ma a volte resta il toponimo (“La posa”) o un minimo di memoria tra gli anziani. La posa di Campello, se non ricordo male, è appena a valle della frazione di San Gottardo. Non so in che condizioni sia ora, ma era bellissima, ben fatta con un lastrone orizzontale, e praticamente intatta.»

Perciò, se avete informazioni su questi elementi fatevi avanti e… segnalate!

5 commenti:

  1. Esiste una 'capèla dla pòssa' (per altro diroccata) lungo l'antica strada pedonale tra Gravellona e Casale Corte Cerro, circa a metà percorso. Vi sostavano i funerali quando Gravellona era frazione di Casale (fino al 1912) e non aveva un proprio cimitero.

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  2. Grazie per la segnalazione!

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  3. Quello che vorrei segnalare non è una "posa" , ma un "orecchio dei morti". Si trova nel muro di contenimento del cimitero di Orta San Giulio e, nella credenza popolare, serviva a mantenere il contatto tra il mondo terreno e l'aldilà. E' un mortaio in granito e, proprio per questa valenza di "congiunzione" tra i due mondi, è posto di fronte al lago. E' molto interessante quello che scrivi!

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.