domenica 13 giugno 2010

L'amara bevanda giunta dall’oriente


Nel 1627 veniva pubblicata, postuma, un’opera di Sir Francis Bacon dal titolo Sylva Sylvarum. In essa, tra vari altri argomenti, l’autore descrive una singolare usanza che in quegli anni si era diffusa nelle principali città dell’impero Turco.
In molti locali pubblici ci si trovava per consumare una bevanda amara di origine arabica e dalle proprietà rinvigorenti. Pochi anni dopo, nel 1645, aprivano in Italia le prime botteghe del caffè, che si diffusero rapidamente in tutta Europa.
Nel 1683 il Sultano dei Turchi inviò un grande esercito alla conquista di Vienna. Iniziò un lungo e terribile assedio che fu interrotto solo dall’arrivo di un esercito cristiano composto da vari contingenti europei. La disfatta dei Turchi fu tale che i superstiti fuggirono abbandonando i loro accampamenti al saccheggio dei nemici.
Secondo una storia che sa di leggenda, tra le moltissime mercanzie ritrovate, furono scoperti cinquecento sacchi di uno misterioso quanto ormai inutile “mangime per cammelli”. Un soldato polacco, comprendendo il reale contenuto dei sacchi, riuscì ad accaparrarselo, aprendo la prima bottega del caffè a Vienna.
Inebriate forse dalle proprietà dell’arabica sostanza, le menti europee cominciarono proprio nei caffè ad aprirsi alle idee liberali ed illuministe.




Il “Caffè” illuminista, che era al tempo stesso un luogo reale e simbolico in cui era possibile esporre e condividere idee innovative, fornì a Pietro Verri (Milano, 1728 – Ornago, 1797) il titolo per il giornale da lui fondato assieme ad un gruppo di amici, riuniti nell’Accademia dei Pugni.
Ecco come presentava la nuova testata lo stesso Verri.
«Cos'è questo Caffè? È un foglio di stampa, che si pubblicherà ogni dieci giorni.
Cosa conterrà questo foglio di stampa? Cose varie, cose disparatissime, cose inedite, cose fatte da diversi Autori, cose tutte dirette alla pubblica utilità.
Va bene: ma con quale stile saranno scritti questi fogli? Con ogni stile, che non annoi.
E sin a quando fate voi conto di continuare quest'Opera? Insin a tanto che avranno spaccio. Se il Pubblico si determina a leggerli, noi continueremo per un anno, e per più ancora, e in fine d'ogni anno dei trentasei fogli se ne farà un tomo di mole discreta: se poi il Pubblico non li legge, la nostra fatica sarebbe inutile, perciò ci fermeremo anche al quarto, , anche al terzo foglio di stampa.
Qual fine vi ha fatto nascere un tal progetto? Il fine d'una aggradevole occupazione per noi, il fine di far quel bene che possiamo alla nostra Patria, il fine di spargere delle utili cognizioni fra i nostri Cittadini, divertendoli, come già altrove fecero e Stele, e Swift, e Addison, e Pope ed altri.
Ma perché chiamate questi fogli il Caffè? Ve lo dirò ma andiamo a capo. Un Greco originario di Citera, isoletta riposta fra la Morea e Candia, mal soffrendo l'avvilimento, e la schiavitù, in cui i greci tutti vengon tenuti dacché gli Ottomani hanno conquistata quella Contrada, e conservando un animo antico malgrado l'educazione e gli esempi, son già tre anni che si risolvette d'abbandonare il suo paese: egli girò per diverse città commercianti, da noi dette le scale del Levante; egli vide le coste del Mar Rosso, e molto si trattenne in Mocha, dove cambiò parte delle sue merci in Caffè del più squisito che dare si possa al mondo; indi prese il partito di stabilirsi in Italia, e da Livorno sen venne in Milano, dove son già tre mesi ha aperta una bottega addobbata con ricchezza ed eleganza somma. In essa bottega primieramente si beve un Caffè, che merita il nome veramente di Caffè: Caffè vero verissimo di Levante, e profumato col legno d'Aloe che chiunque lo prova, quand'anche fosse l'uomo il più grave, l'uomo il più plumbeo della terra, bisogna che per necessità si risvegli, e almeno per una mezz'ora diventi uomo ragionevole. In essa bottega vi sono comodi sedili, vi si respira un'aria sempre tepida, e profumata che consola; la notte è illuminata, cosicché brilla in ogni parte l'iride negli specchi e ne' cristalli sospesi intorno le pareti, e in mezzo alla bottega; in essa bottega, che vuol leggere, trova sempre i fogli di Novelle Politiche, e quei di Colonia, e quei di Sciaffusa, e quei di Lugano, e vari altri; in essa bottega, chi vuol leggere, trova per suo uso e il Giornale Enciclopedico, e l'Estratto della Letteratura Europea, e simili buone raccolte di Novelle interessanti, le quali fanno che gli uomini che in prima erano Romani, Fiorentini, Genovesi, o Lombardi, ora sieno tutti presso a poco Europei; in essa bottega v'è di più un buon Atlante, che decide le questioni che nascono nelle nuove Politiche; in essa bottega per fine si radunano alcuni uomini, altri ragionevoli, altri irragionevoli, si discorre, si parla, si scherza, si sta sul serio; ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi son compiacuto di registrare tutte le scene interessanti che vi vedo accadere, e tutt'i discorsi che vi ascolto degni da registrarsi; e siccome mi trovo d'averne già messi i ordine vari, così li do alle stampe col titolo Il Caffè, poiché appunto son nati in una bottega di Caffè.»

4 commenti:

  1. Non conoscevo la leggenda dei sacchi di caffè abbandonati nell'assedio di Vienna, bella e interessante!

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  2. Sempre interessantissimi i tuoi post miaaaoooooooo

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  3. che piacere un buon caffè al momento giusto!!!
    per una settimana, me ne sono dovuta privare, poiché non ne sopportavo l'odore forte....
    che sacrificio!

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.