domenica 3 agosto 2008

Lettura del mese passato: La Chimera.



Era una precisa tecnica del governo al tempo della dominazione spagnola in Italia, questa di costringere i sudditi a convivere con leggi inapplicabili e di fatto inapplicate, restando sempre un poco fuori della legge: per poterli poi cogliere in fallo ogni volta che si voleva riscuotere da loro un contributo straordinario, o intimidirli, o trovare una giustificazione per nuove e più gravi irregolarità.

Sebastiano Vassalli, La Chimera, Torino, 1990.

La Chimera è il titolo del più famoso romanzo di Sebastiano Vassalli, scrittore piemontese che vive in una località imprecisata delle Terre d’Acqua, quella vasta distesa di paludi artificiali che sono le risaie estese nella Bassa, il territorio pianeggiante tra Novara e Vercelli. Poco distante da lì, “un po’ a sinistra e un po’ oltre il secondo cavalcavia” sorgeva una volta il paese di Zardino in cui visse Antonia, la sfortunata protagonista del romanzo.
Antonia era un’esposta, abbandonata nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1590, giorno di Sant’Antonio Abate, sulla ruota in legno all’ingresso della Casa di Carità di San Michele fuori le Mura a Novara. “Un neonato di sesso femminile, scuro d’occhi, di pelle e di capelli: per i gusti dell’epoca, quasi un mostro.”
Probabilmente figlia di un soldato della guarnigione spagnola e di una delle innumerevoli prostitute che a quei tempi, prima che l’austero Vescovo Bascapé giungesse in città a mettere un po’ d’ordine, vivevano in città, assieme ai soldati e ad un folto e gaudente numero di preti, frati e suore.
Vassalli descrive la vita della città di Novara che “all’epoca della nascita di Antonia era forse la più disgraziata in assolto tra le molte disgraziatissime città che costituivano il regno disgraziato di Filippo II di Spagna”. Una città oppressa da tasse e da leggi inique, che nel giro di pochi anni avevano ridotto il numero degli abitanti dai settantamila che lo popolavano prima dell’inizio dei guai, ai settemila circa della fine del secolo decimosesto, buona parte dei quali erano “avventurieri d’ogni razza e d’ogni genere, sensali d’ogni merce, trafficanti, puttane.”
Antonia, cresciuta nella Pia Casa con le altre esposte, è adottata dai coniugi Nidasio di Zardino. Qui nel piccolo paese quieto e un po’ noioso Antonia cresce e da mostro si trasforma in una ragazza bella. Fin troppo bella. D’una bellezza innaturale, dirà l’Inquisitore.
Vassalli descrive la diffidenza verso l’esposta, l’invidia per la sua bellezza, i pettegolezzi e le insinuazioni che preparano il terreno alla denuncia per stregoneria, il 12 aprile 1610. La catastrofe è annunciata da alcuni segni. Il risveglio della Fierabestia da un letargo durato anni, con il seguito di inquietanti aggressioni e uccisioni nelle campagne. Poi i segni prodigiosi e le malattie, finché qualcuno non trova il coraggio di puntare l’indice contro la causa di tutte quelle disgrazie: Antonia, quella di fuori, l’esposta, la strega.
Durante i cinque mesi del processo, fino alla sentenza pronunciata il 20 agosto 1610, vediamo in azione i feroci ingranaggi della macchina dell’Inquisizione, contro cui nulla possono i tentativi dei coniugi Nidasio: né le argomentazioni, né le lacrime e nemmeno il tentativo di corrompere l’inquisitore con l’offerta di un porco di seicento libbre in cambio della libertà della figlia.

L’ispirazione per La Chimera venne all’autore osservando il Nulla dalla sua finestra. Quella cortina nebbiosa che cala sulla bassa negli inverni impedendo di scorgere qualsiasi cosa. Una cortina che talora si apre, lasciando vedere un paesaggio nitidissimo, da cartolina, soprattutto in primavera quando le risaie si riempiono d’acqua e all’orizzonte si stagliano le Alpi cariche di neve, così vicine da poterle toccare. Su queste vette bianchissime svetta il “macigno bianco” del Monte Rosa, inafferrabile come una chimera.
Sotto di esso il rumore del presente. E proprio “per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla; magari laggiù, un po’ a sinistra e un po’ oltre il secondo cavalcavia, sotto il «macigno bianco» che oggi non si vede. Nel villaggio fantasma di Zardino, nella storia di Antonia.”

5 commenti:

  1. La paura per la diversità continua ancora ai giorni nostri. Non è cambiato niente in fondo. Molto triste la storia della giovane ragazza. Ciao Alfa.

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  2. Hai ragione. L'intolleranza e la paura del diverso, del mostro rischiano ancora oggi di accendere roghi.
    E questa è credo una delle lezioni de La Chimera.

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  3. Ciao!!! Ho letto il commento che mi hai lasciato; siccome io parto venerdì 8, starò via un paio di settimane e non potrò usare internet per tutto il periodo di vacanza, ti sarei grata se mi lasciassi nel mio blog il link con il post in cui indicherai i risultati del test, così al mio ritorno mi sarà più facile vedere com'è andata!!!!! Grazie tante!!!

    ;-))

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  4. ciao alfa, povera donna morire nella Inquisizione con fuoco e non potere fare niente, sai voglio fare un racconto come te di paura e mistero però ancora non posso scribere bene mi chiedo se mi puoi aiutare a correggere la grammatica
    gia ho la storia

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  5. Ti ringrazio Francisco. Tu scrivi in italiano meglio di come io scriverei in spagnolo...

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.