domenica 28 giugno 2015

Benvenuti nella mia cucina

La porta si chiuse alle sue spalle e Marzia capì di essere in trappola. Qualcuno – e non era difficile immaginare chi – aveva manomesso la maniglia rendendo impossibile aprirla dall’interno.
La vide arrivare dal fondo del corridoio strascicando i piedi, la testa piegata di lato e la bocca aperta in un grido silenzioso da cui colava un misto di sangue e materiale putrefatto. 
Marzia tentò di colmare con le parole l’abisso che la separava da quella mente sprofondata nel buio.
“Benedetta, mi riconosci? Sono Marzia Paoli. Ci conosciamo da quando eravamo compagne di banco al liceo e ti passavo i compiti di latino, ricordi?”
Passi lenti, instancabili.
“Quello là in fondo è Massimo, vero?” indicò un ammasso informe sul pavimento della cucina. “Ci deve essere anche il suo operatore: sono quasi inciampata nella videocamera entrando. Sai che il programma sui misteri non è andato in onda questa settimana? Lo so, a te sembrerà una cosa poco importante ormai, ma c’è un mucchio di gente là fuori che li sta cercando. Non che a me fosse simpatico, ma non è bello da parte tua attirare qui i tuoi colleghi per un’intervista e poi… Del resto l’hai fatto anche con me, solo che io, a differenza di Massimo, ho capito cosa ti era successo. Ti avevo avvisata di essere prudente durante il tuo viaggio ad Haiti: alcune mamaloa sono molto suscettibili.”
Nessun barlume di umanità nel cadavere marciante. Solo fame.
“Tempo fa un amico americano, che fa l’Ammazzavampiri, mi ha regalato questa” estrasse una Glock 17 e l’armò “proprio per casi come il tuo. Non pensare che non la sappia o non la voglia usare.”
Due braccia protese e uno sparo: una testa esplose e un corpo si afflosciò come un sacco vuoto. 
“Oltretutto i tuoi libri di cucina non mi sono mai piaciuti, Benedetta.”


Il racconto è stato pubblicato nell’antologia “Morto e mangiato” curata da Chiara Poli e Paolo Franchini, un progetto benefico a favore di A favore di A.I.S.EA Onlus e Associazione St Onlus.


La voce narrante è quella di Marzia Paoli, l’indagatrice dell’occulto, già protagonista del racconto lungo “Il risveglio”, dove compare anche l’Ammazzavampiri citato. Se non avete letto “Il risveglio” non preoccupatevi, ne parleremo molto presto. O forse, a ben pensarci, dovreste cominciare a preoccuparvene perché i vampiri che lo abitano non sono certo quelli romantici di Twilight, benché l’amore sia molto presente nella storia.






venerdì 26 giugno 2015

Tolkien e lo spaventoso Orco Bianco

Ted il Sabbioso 

Tolkien trascorse la sua infanzia, tra il 1896 e il 1899 a Sarehole. Oggi è un sobborgo urbano di Birmingham, ma all’epoca era un luogo di piccole casette immerse nel verde. Ronald amava ricordare quei giorni trascorsi con il fratello Hilary e la madre Mabel, che raccontava loro fiabe e storie avventurose. 

Le campagne e i boschi attorno a Sarehole divennero così lo scenario fantastico dei giochi dei fratelli Tolkien in cui il Bene e il Male si affrontavano ogni giorno. 

Non mancavano neppure le figure spaventose, come lo scontroso mugnaio e soprattutto suo figlio, lo spaventoso Orco Bianco, un ragazzo aggressivo che incuteva loro molta paura e che decenni dopo ispirò la figura dell’odioso Ted il Sabbioso.

mercoledì 24 giugno 2015

La storia dei venti del lago d'Orta



Ci credereste mai se vi dicessero che una volta sul lago d’Orta non soffiava alcun tipo di vento? Sempre calma piatta. Se volevano sentire un po’ di brezza sulla pelle gli abitanti dovevano spostarsi verso Novara o verso Domodossola o arrivare sul lago Maggiore. Al loro ritorno i racconti tenevano vive le conversazioni per settimane. Poi tutto tornava come prima e i pensieri erano sempre gli stessi: Come sarebbe stato bello in estate sentire un po’ di vento fresco, di quello che, mentre si lavora, asciuga la pelle sudata. E in inverno? Oh quanto lo desideravano tutti , anche freddo e con qualche raffica più forte delle altre, per poi poter fare i commenti perché aveva spostato tre tegole sul tetto del Giuanin o perché aveva spaccato il vetro della finestra che la sciura Natalina aveva lasciato aperta. 

Intanto al bar si sospirava forte, illudendosi fossero aliti di vento. C’era perfino chi emigrava, non per cercar lavoro, ma per cercare il vento! Una bella mattina di primavera però tutti gli ortesi si svegliarono decisi a risolvere la questione e si presentarono sotto casa del sindaco che fu costretto a riceverli ancora in pigiama. Per far sì che potesse vederli tutti misero in prima fila i bambini, poi le donne e, in fondo alla sala, gli uomini. Ci volle un po’ ma, finalmente, scese il silenzio. Gli sguardi si posavano prima su uno poi sull’altro e infine sul sindaco che non riusciva a reprimere gli sbadigli. Ad un tratto una bimbetta magra magra e con le treccine che le incorniciavano il viso alzò la manina e disse: “Perché non chiediamo aiuto al re dei venti?”. 

Già, perché? Cominciarono a domandarsi gli ortesi. “Presto! qualcuno di voi parta immediatamente a cercare questo re – ordinò il sindaco che non vedeva l’ora di rimettersi a dormire”. 

Certo non fu cosa semplice, il tempo trascorreva e qualcuno cominciava a preoccuparsi della sorte di coloro che erano partiti per questa avventura, anzi, le speranze erano praticamente terminate quando il solito bimbetto bene informato arriva correndo e urlando sulla piazza: “Sono tornati!”. Di organizzare una festa di benvenuto neanche a parlarne, l’eccitazione era tanta che perfino il sindaco si precipitò in piazza. “Allora ce l’avete fatta? Avete trovato il re dei venti? Dov’è? Io non lo vedo!”. Le domande si sovrapponevano le une alle altre tanto che gli uomini non riuscivano a rispondere. 

“State calmi perché di re dei venti ve ne abbiamo portati tre! Eolo, il re greco, Njörd, il re celta e Fūjin, il re giapponese”. Ognuno di loro aveva un vortice personale che faceva alzare la polvere sotto gli occhi increduli degli ortesi. L’evento era di quelli unici nel suo genere, mai i tre re si erano incontrati. Il sindaco prese in mano la situazione invitandoli in comune spiegando quello che gli abitanti del lago volevano da loro: solo un po’ di vento! 

“E ci avete scomodati per qualche venticello? – dissero i tre re all’unisono – bastava dirlo e vi avremmo accontentati subito”. Confabularono tra di loro poi si misero sull’imbarcadero. Eolo alzò le braccia e disse: “Vieni “Blem” da oggi soffierai su questo lago da Carcegna e da Miasino e vieni anche tu “Marascon”, da Lagna e da San Maurizio”. 

Subito dopo fu Njörd a gridare: “Soffia “Inverna” da Gozzano e anche tu “Tramuntana” vieni da Pella”. 

Infine fu la volta di Fūjin a chiamare il “Vent” da Omegna e il “Cus” dal Nord: “Il “Cus” porterà tempo piovoso, non sarà troppo forte, strierà il lago e durerà almeno tre giorni”. 

Uno scroscio di applausi accompagnò la scorribanda dei venti appena chiamati sul lago d’Orta e, mentre i re si apprestavano a tornare nelle loro terre, un vecchietto si avvicinò e disse loro: “A proposito del “Cus”, ho pensato che calzerebbe a pennello questo detto: “Cus, trì dì a l’us”, che significa proprio che dura tre giorni!”




Questo racconto è opera di Paesesommerso e fu pubblicato alcuni anni fa su Ecorisveglio.

domenica 21 giugno 2015

Taxi per l’inferno

La nebbia copriva la pianura come un sudario, ma ciò non era un problema per “Johnny”: lavorava meglio con la nebbia. Appoggiato al lampione si accese una sigaretta e guardò l'orologio.
Mezzanotte. Forza, sbrigati, ho fretta di conoscerti.
Sorrise al pensiero. Vide le luci di un'auto e si sporse in avanti, ma quella proseguì la sua corsa.
Maledizione! Quanto tempo ci mette? E avevano detto cinque minuti. Balle! 
Diede un calcio ad una lattina.
Sono dieci minuti che aspetto! Gli farò pagare anche questa, può starne certo. Se almeno sarebbe una donna... 
Johnny non aveva studiato molto, ma la pistola che teneva sotto la giacca di pelle gli aveva aperto lo stesso molte porte. In quel momento due fari ruppero la nebbia puntando su di lui. Aguzzando la vista vide la scritta luminosa TAXI. Scese dal marciapiede, scavalcando le auto in sosta vietata e fece un cenno con la mano. Il veicolo mise la freccia e accostò.
Sei mio, pollo.
Poi vide il colore della carrozzeria ed ebbe un attimo d'esitazione. Non era bianco e nemmeno giallo, ma di uno strano rosso cupo. Anche i cristalli erano insoliti, completamente oscurati. Johnny imprecò sbalordito e come per risposta il finestrino si abbassò di un paio di centimetri.
«Taxi, signore.»
Il rapinatore si sentì gelare. C'era qualcosa in quella voce, qualcosa di freddo, di lontano, come un'eco. E non era una domanda, ma una sfida. Johnny non si era mai tirato indietro davanti a nulla, sin da quando, a tredici anni, aveva accoltellato un coetaneo che non voleva consegnargli le scarpe di marca. Gettò la cicca dopo averne tirato un ultima voluttuosa boccata, aprì la portiera posteriore ed entrò.
«Via Selva. Schizza.»
L’auto partì sgommando e Johnny fu spinto violentemente contro il sedile. Non vide il taxi bianco fermarsi accanto al lampione. Faticosamente si risollevò, imprecando tra i denti. Il guidatore correva velocissimo, incurante della nebbia, come se vedesse perfettamente la strada. Solo i fari sempre più radi di altre automobili rompevano di tanto in tanto il grigio muro di oscurità.
Johnny osservò la testa del taxista, coperta da un nero cappello a larghe falde e dai baveri rialzati del cappotto dello stesso colore. Soltanto una ciocca di sudici capelli bianchi sfuggiva ribelle a quella tenebra. Ci avrebbe piazzato volentieri una pallottola…
Lo provocò un po', tanto per divertirsi.
«Sei pazzo a correre così con questa nebbia! Non hai paura di farti male?»
«Conosco questa strada come le mie tasche, signore, la percorro da un'eternità».
La risposta fu seguita da sterzata così brusca da mandare Johnny a sbattere contro la portiera. Una violenta bestemmia gli proruppe dalla gola.
«Non dovrebbe bestemmiare, signore...»
«Ma chi ti credi di essere per darmi dei consigli, eh? Rallenta invece, che ci schiantiamo contro un muro.»
«Ho fretta, altri clienti mi aspettano. E devo battere la concorrenza, signore.»
«Adesso basta, io non mi faccio prendere per il culo da te, chiaro? Non so che cazzo ti sei fatto per berti il cervello così, ma non me ne frega un cazzo!» Johnny estrasse la pistola, puntandola alla nuca del guidatore. «Accosta e fuori i soldi o ti faccio saltare quel poco cervello bacato che ti rimane.»
«Cosa credi di fare con quella pistola inceppata, Johnny?»
«Come cazzo fai a sapere il mio nome?» domandò sorpreso. «Ora ti faccio vedere io se è inceppata!»
Puntò l'arma e premette il grilletto.
KLIK.
Riprovò.
KLIK.
Ancora e ancora.
KLIK, KLIK, KLIK, KLIK.
Imprecando Johnny alzò l'arma per colpire col calcio, ma la mano dell'autista scattò all'indietro velocissima e con un tocco gelido gliela strappò di mano. Johnny lanciò un urlo di dolore e si ritrasse stringendo la destra, rigida e gelata.
«Ommerda, che cazzo mi hai fatto? Che cazzo hai fatto alla mia mano?» gridò disperato.
«Avrai modo di riscaldarla, non preoccuparti.»
Johnny guardò disperato l'arto che aveva assunto un colore bluastro e gli faceva un gran male. Non riusciva a capire come avesse fatto a fregarlo a quel modo. Si slanciò verso la portiera, ma questa non si aprì, era chiusa, bloccata. Era in trappola, anche se forse c'era una possibilità... Sì, certo, prenderlo per la gola e costringerlo a fermarsi. Johnny era forte, molto forte.
«E avere entrambe le mani paralizzate? Lascia perdere, non ti conviene. Piuttosto ascolta cosa dice la radio, credo ti riguardi.»
La voce del guidatore era così sicura da risultare terrorizzante. Il rapinatore rimase immobile, mentre l’altro alzava il volume con la mano guantata. Un coro di voci, prima deboli, poi sempre più forti.
«Assassino, assassino, ASSASSINO!»
«No!» Johnny cercò inutilmente di tapparsi le orecchie.
La parola gli rimbombava nel cervello, senza tregua, come un martello pneumatico. Poi, all'improvviso cessò. Alzò gli occhi e vide un volto che lo osservava attraverso il parabrezza.
«Carlo Bignami. Aveva quindici anni quando lo accoltellasti. Ora è costretto su di una sedia a rotelle» la voce alla radio era una lama tagliente che mozzava il respiro.
Un secondo volto si affiancò al primo.
«Daniele Bianco. Lo uccidesti con un colpo alla nuca perché si era ribellato. Due figli e una moglie lo piangono.»
Altri volti apparvero accanto a questi. Di ognuno la voce ricordava il nome e il delitto: rapine, ferimenti, stupri e omicidi vennero elencati in un rosario di accuse, mentre le sue vittime testimoniavano silenziosamente contro di lui. Infine i volti scomparvero e il silenzio calò.
Allora Johnny, scompostamente e senza ritegno, rise.
«Non hai uno straccio di prova. Nessun tribunale mi può condannare. Se speravi che confessassi con questo trucco ti sei sbagliato. Avanti, sbirro, portami dentro e facciamola finita con questa pagliacciata. Tanto il mio avvocato mi tirerà fuori subito.»
«Non ti sto portando in prigione: il tuo tempo è scaduto. Sei stato contato, pesato e trovato mancante.»
Quelle parole rimbombarono come una sentenza inappellabile. 
«Ma cosa vuoi allora?» balbettò Johnny. «Ommerda, sei uno di quei fottuti giustizieri... Vuoi dei soldi? Posso darteli… Tieni ho qui mille euro, ma posso darti di più, diecimila, quindicimila... quanto vuoi? Quanto vuoi?»
L'autista fermò il taxi e si voltò, tendendo la mano e mostrando il volto scheletrico incorniciato da una lunga e sudicia barba bianca. I suoi occhi, rossi come la brace, lo fissarono per un istante lungo come l’eternità.
Infine il demonio parlò.
«Solo una monetina prima di scendere: ma in fretta, anima dannata.»    



Il racconto ha a che fare con Caronte, ma in questo caso non stiamo parlando del simpatico barcaiolo etilico del lago d'Orta...




venerdì 19 giugno 2015

Il coraggio di Tolkien


Nel 1938 Tolkien comprese che la storia che stava scrivendo era giunta ad un punto di svolta. Quella che era nata come “il seguito dello Hobbit” stava diventando qualcosa di profondamente diverso. 

La chiave era nell’Unico Anello che Bilbo aveva trovato nel primo romanzo e che andava distrutto prima che il Negromante, che l’aveva perduto e lo cercava ovunque, potesse ritrovarlo. 

Con quattro figli da mantenere Tolkien in quegli anni si trovava in grandi difficoltà economiche e stava a galla solo correggendo i compiti, oltre il lavoro che già svolgeva. Un semplice e rassicurante seguito dello Hobbit avrebbe potuto dargli quel denaro di cui aveva bisogno. 

Se invece avesse seguito la strada che passava per l’Anello avrebbe dovuto faticare anni per creare qualcosa che da secoli nessuno aveva più nemmeno immaginato di fare e di cui l’Inghilterra sentiva la mancanza: dare corpo e ali a una nuova epica, potenzialmente adatta a un pubblico di tutte le età, ma per la quale all’epoca non esisteva un mercato. 

Tolkien, coraggiosamente, scelse la strada più impervia.

mercoledì 17 giugno 2015

Il ponte del bosco





Tra i luoghi di ritrovo delle streghe citati nell'inchiesta del 1519 compare un "ponte di Armeno". Non è chiaro di quale si tratti. 

C'è però una singolare coincidenza. Al Punt dal bosc, una struttura in rovina alla confluenza tra l'Ondella e l'Agogna, era tradizione recarsi per invocare la pioggia.
Il rito prevedeva che le donne in processione raccogliessero acqua da una sorgente, prendendola in bocca, per poi sputarla dal ponte. Al centro di questo sorgeva una cappella sacra crollata anni fa e sostituita da una struttura di metallo. 

Onestamente non ci avevo fatto caso prima, e condivido la mia domanda con voi. Chi si è arrampicato su un ponte pericolante per lasciare davanti all'effige sacra una bottiglietta di acqua minerale? Un vandalo incivile? O il fatto che sia ordinatamente disposta accanto a due pietre ai piedi dell'immagine non è una coincidenza?



domenica 14 giugno 2015

Il messaggero

Il cielo stellato si stendeva ancora sull’erba profumata di rugiada della prateria, ma i primi chiarori dell’alba preannunciavano il sorgere di un nuovo giorno. E il cavaliere riprese a parlare.

“Guarda, amico mio, l’alba è vicina e presto vedremo le bianche mura della capitale. 
Essere un messaggero del re è un ruolo importante, non per vantarmi, che richiede devozione, discrezione e abilità. Pericoli e spie sono dappertutto, occorre essere astuti. E la fatica aumenta sempre. Un tempo il regno era più piccolo, ma abbiamo sovrani valorosi in guerra e saggi in pace che hanno esteso i confini. Io stesso quando ero giovane avrei potuto attraversare il paese in pochi giorni, mentre ora mi ci vorrebbero mesi. 

Per lunghi anni non ho fatto altro che portare i dispacci del Re e ora che questo viaggio sta per terminare non so cosa sarà di me. Da sempre la mia stirpe ha portato messaggi per i Re di questo paese. Come la tua ha portato in groppa i messaggeri del Re. Da molti anni chiedevo al Re di mettermi a riposo. È molto vecchio ormai, il Re, benché dica di essere più giovane di me e mi chiami “vecchio mio”. A volte, ma che rimanga tra noi, dice cose strane, che non capisco, ma in fondo è un brav’uomo. Per molti anni ha respinto le mie richieste scuotendo la testa e borbottando tra sé, ma alla fine ha ceduto. Quando ci siamo congedati mi è sembrato persino commosso. Ora sono felice, benché ignori cosa sarà di me. Non ho mai incontrato messaggeri a riposo, ma so che il Re provvederà a tutto.

Ho viaggiato tanto. Si sa che i viaggi danno l’esperienza, che è la base della saggezza. Ho percorso miglia e miglia sulle piste di tutto il regno. Ho visto città splendide e tuguri miserrimi, uomini di ogni razza ceto sociale e religione. E donne... Ne ho viste di bellissime sai? Bionde e more, ricche e povere, vergini e prostitute. Ho solo un unico rimpianto, quello di non essermi mai fermato in una città, per parlare con la gente. 

Ho anche un figlio, sai? Un mattino di primavera il Re mi chiamò e mi disse che dovevo avere un figlio, che potesse prendere un giorno il mio posto. Risposi che per me andava bene quello che a lui piaceva. Mi condussero una ragazza bionda. Non era bellissima, ma mi amava. Sono stato con lei a lungo, quasi sette mesi, finché non rimase incinta, poi ripresi la pista.

Sono molto orgoglioso di mio figlio. Come è bello! Così fiero nel cavalcare, che sembro io a vent’anni, lanciato sulle piste ingoiando la polvere. Ogni tanto ci incontriamo. Quasi sempre procediamo in direzione opposta, ma una volta mi è persino capitato di fare un breve tratto assieme a lui. Ci intendiamo al volo, sai? Io so quello che prova quando mi vede e sono sicuro che anche lui nutre gli stessi sentimenti. 

Guarda le bianche mura della capitale! Il mio galoppo lungo una vita è giunto alla fine.”

Il Viceré lesse il messaggio consegnatogli dal vecchio e sollevò un sopracciglio. Poi ordinò ai suoi uomini più fidati di dargli una morte rapida e indolore, secondo gli ordini del Re.





venerdì 12 giugno 2015

Tolkien alla ricerca di un seguito per Lo Hobbit



L’editore Stanley Unwin, della Allen & Unwin, dopo la pubblicazione de “Lo Hobbit” nel settembre 1937 chiese a Tolkien un seguito della storia, che aveva avuto un buon successo editoriale. Il professore gli presentò una borsa piena di carte, che conteneva anche una copia in prosa del “Silmarillion”. 

L’editore però era alla ricerca di un’altra avventura “per bambini” dove comparissero Bilbo e gli altri protagonisti della Terra di Mezzo. E lo stesso Tolkien sapeva che l’opera per lui più preziosa, il “Silmarillion”, non era ancora pronta per la pubblicazione. 

Si mise dunque a scrivere “Una festa a lungo attesa”, che l’editore accolse molto bene, invitandolo a portarlo avanti. Vari problemi personali, la guerra e soprattutto una profonda evoluzione della storia nella mente di Tolkien avrebbero reso la scrittura del “seguito de lo Hobbit” una faccenda molto lunga. E quello che ne sarebbe uscito alla fine sarebbe stato qualcosa di profondamente diverso.

mercoledì 10 giugno 2015

Un'elegante cacciatrice

Ieri sera, uscendo di casa per sbrigare una di quelle simpatiche occupazioni note come “portare fuori la spazzatura” ho notato in mezzo alla strada un animaletto.

“Cosa fai lì, micetto?” ho chiesto, preoccupato del possibile sopraggiungere di un’automobile.
Non che mi aspettassi una risposta naturalmente, ma rientra nella normalità parlare agli animali. I problemi casomai cominciano quando ti rispondono…

Ad ogni modo l’animaletto mi guardò in modo strano, dopodiché fece dietro front, portandosi sull’altro lato della strada. Fu allora che mi avvidi dell’errore. Quello che avevo di fronte non era un gatto, ma certamente un mustelide. Fece un po’ avanti e indietro, senza mostrare troppo timore, prima di lanciarsi di corsa per la strada verso il cancello di una vecchia fabbrica semidiroccata, dentro cui svanì.

Non avevo modo di fotografarlo, ma in seguito, controllando sul web, ho ipotizzato potesse trattarsi di una donnola, viste le piccole dimensioni e una certa eleganza che distingue questo grazioso animale dalla più grossa faina.

Proseguendo nell’opera di documentazione ho scoperto che la donnola era considerata da Brunetto Latini, il celeberrimo maestro di Dante Alighieri, il peggior nemico di una temibile creatura di cui abbiamo già avuto modo di parlare.

E pensando alle balze scoscese e pietrose che si trovano alle mie spalle ho rivolto un pensiero di riconoscenza alla piccola e graziosa donnola che pattuglia queste aspre rocce alla ricerca del suo grande avversario e della sua preda più ambita: il velenoso e pericolosissimo basilisco.



domenica 7 giugno 2015

L’intortatore a pedali


Da parecchio tempo non parliamo di lui, ma lui continua a esistere e operare. Per fortuna, o sfortuna, delle sue amiche e nostra che abbiamo argomenti di conversazione.
Ho incontrato il Rubinettaio a una cena di paese e mi ha raccontato del nostro comune amico munito di macchina da millanta cavalli.
Pare però che il Nostro, un po’ per seguire la moda, un po’ perché ci tiene alla linea, abbia deciso di dedicarsi anche a uno sport diverso dalla caccia alle pollastre. 
Così, acquistata una bicicletta in fibra di carbonio da qualche migliaia di euro e l’attrezzatura completa da ciclista che nemmeno Chiappucci ai suoi tempi, ha inforcato i pedali e ha cominciato a macinare chilometri.
Però a pedalare da soli dopo un po’ ci si annoia. Inoltre, seguendo la legge di gravitazione universale del ciclista domenicale, dove ce n’è uno dopo un po’ un secondo si aggrega e poi un terzo e così via a formare dei bei greggi di tutine variopinte.
Naturalmente il simile trova il simile, così l’Intortatore ha trovato un gruppo di suoi Pari. Così questi simpatici ritrovi diventano l’occasione per competizioni sportive autogestite basate sul chilometro e il minuto secondo. Oltre che per dare sfogo alla loro virilità sputacchiando allegramente a destra e a manca, marcando il terreno come fanno i cagnetti maschi quando trovano un albero.
A differenza però di tutti gli altri ciclisti della domenica, che girano rispettosi del codice della strada, il Nostro e i suoi Pari hanno messo insieme un gruppetto di facinorosi teppistelli su due ruote che se ne infischia allegramente delle regole.
Se vi capitasse il caso di incontrarli li riconoscereste immediatamente perché invece di procedere in fila indiana sul bordo della strada l’Intortatore guida la sua mandria cercando di occupare tutta la carreggiata, poco importa se sia una strada rettilinea o piena di curve cieche pericolosissime. 
Al grido di “la strada è nostra!” i baldi pedalatori si lanciano in manovre spericolate, seguendo il proprio Codice d’Onore: 
mai fermarsi agli stop; superare sempre sulla destra i veicoli lenti o incolonnati; pretendere sempre e comunque la precedenza; accodarsi ai mezzi pesanti per sfruttarne la scia; ignorare i semafori; non cedere mai un centimetro di strada agli automobilisti; accelerare in prossimità delle strisce pedonali; e soprattutto ribattere colpo su colpo a ogni offesa.
Tra quelle intollerabili, la più insopportabile per l’Intortatore e la sua piccola, per fortuna, gang a pedali, è l’utilizzo del clacson. 
“Se la mia bicicletta non ha il campanello" dice il Nostro "non vedo perché tu debba utilizzare un avvisatore acustico più potente del mio per ordinarmi di farti strada. Stai lì dietro e muori, come io soffro sui pedali per costruire un mondo migliore!”
Quel giorno poi l’Intortatore era particolarmente in forma. Stava cercando di battere un proprio record personale e l’ultima cosa che aveva voglia di fare era perdere tempo con qualche automobilista col piombo sull’acceleratore.
Così all’ennesimo colpo di clacson, nemmeno singolo ma addirittura in coppia, il Nostro decise di rispondere come si doveva. Sguainando la sinistra eresse l’indice verso l’alto a indicare all’impaziente autista la via che doveva prendere.
Seguì un breve istante sospeso, in cui anche il rumore della macchina parve svanire. Attorno si era fatto silenzio come ai tempi del vecchio west, quando l’eroe sfidava a duello il malvagio ladro di bestiame.
Quella stasi durò pochissimo. Il suonatore di clacson non era un bandito, ma piuttosto lo sceriffo. L’auto dei Carabinieri accese le sirene e con tanto di paletta intimò al Nostro e ai suoi Pari un arresto immediato.
Seguirono le contestazioni. Secondo una ignorata norma del codice della strada infatti “i ciclisti devono procedere su unica fila in tutti i casi in cui le condizioni della circolazione lo richiedano e, comunque, mai affiancati in numero superiore a due; quando circolano fuori dai centri abitati devono sempre procedere su unica fila”. Prima contravvenzione.
La pattuglia inoltre disponeva il sequestro di tutte le biciclette in quanto veniva contestata la mancanza dell’obbligatorio avvisatore acustico. Il famoso campanello, insomma. 
Infine, ma questo riguardava solo il Nostro, si procedeva a denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale.
L’Intortatore ha molti mezzi e certamente un buon avvocato per smontare tali infamanti accuse. Nel frattempo però, e questo era ciò che più gli bruciava, la possibilità di battere il sopra citato record era svanita.


venerdì 5 giugno 2015

Un buco nel tappeto per il professor Tolkien


In un noioso pomeriggio di un caldo giorno d’estate il professor Tolkien stava correggendo i compiti di letteratura inglese. 

Notando un buco nel tappeto gli venne l’impulso di scrivere, su una pagina lasciata in bianco da uno degli esaminandi: “In un buco del terreno viveva uno Hobbit”. 

In seguito cominciò a immaginare cosa fosse uno Hobbit e quale potesse essere la sua storia. Nessuno però, nemmeno lo stesso Tolkien, è riuscito a dare una data precisa a questo episodio, entrato nella leggenda.

mercoledì 3 giugno 2015

Antiche streghe a Crana


Secondo gli atti di accusa raccolti dal vice inquisitore della Diocesi di Novara nel 1519 a Crana le streghe si recavano sovente per i loro malefici.
Una notte "guastarono" un giovane che era sulla strada e un'altra scagliarono un maleficio sul bambino di un certo Giacomino Testore di Crana, che però risiedeva ad Ameno.
Ma Crana non era certo l'unico luogo scelto dalle streghe per i loro incontri notturni...

domenica 31 maggio 2015

L’ultimo bacio

Scarica il n. 32


Ti sento arrivare come il vento che accarezza l’erba dei prati. Ti muovi nel buio della camera senza esitazione. Segui un percorso ben noto ed eviti d’un soffio gli oggetti e i fili che mi circondano.
Vorrei alzare la testa, ma non riesco neppure a muovere la punta delle dita. O  guardarti, ma le mie palpebre sono sigillate come sepolcri. Almeno dirti qualcosa: che sei bella e terribile come un esercito schierato a battaglia; che ti voglio da così tanto tempo da aver perso il conto. Ma ho fiato appena per respirare. 
Sei sempre più vicina. Sento la febbre che infuria dentro di me. Quante volte ti ho desiderata? Rigato il cuscino di lacrime? Incendiato il cielo con le mie urla?
Ti chini su di me. Mi accarezzi con lo sguardo. Mi ascolti respirare. C’è stato un momento in cui ero terrorizzato. Poi ho capito che sono nato per incontrarti. Ora ho bisogno di te. Solo tu sai come darmi quello di cui ho bisogno. Insegnarmi cose che nessuno mi ha mai mostrato.
Nella notte fonda chiami il mio nome. Le tue labbra si avvicinano alle mie. Un bacio, l’ultimo, e la mia anima sarà finalmente libera da un corpo diventato prigione.



Il racconto è stato scritto per il numero 32 di A6Fanzine. Il tema era “The Kiss” e il racconto è largamente ispirato ai testi di questo mitico gruppo musicale. 
Potete divertirvi a cogliere le citazioni.



venerdì 29 maggio 2015

Il codice segreto dei Tolkien

La chiesa di S. Maria Immacolata 


J.R.R. Tolkien ed Edith Bratt si sposarono il 22 marzo 1916 nella chiesa di S. Maria Immacolata a Warwick. 

Il 2 giugno Tolkien, che era già arruolato come ufficiale nei Lancashire Fusiliers, ricevette il telegramma in cui si annunciava la partenza per la Francia. In quei giorni la media delle perdite tra gli ufficiali sul Fonte Occidentale era di una dozzina al giorno. Edith, in preda all’angoscia, visse per mesi con il terrore che qualcuno bussasse alla porta per annunciarle la morte del marito. 

Per superare le maglie della censura, che visionava ogni lettera inviata dal fronte, e far giungere qualche informazione sulla sua posizione e condizione, Tolkien elaborò un codice segreto che consentiva a Edith di tracciare i suoi movimenti su una mappa. 



mercoledì 27 maggio 2015

domenica 24 maggio 2015

Morte in passerella



«Si spengono le luci e nel buio della sala si spande la musica, come un ritmo di marcia, nervoso, scattante, energico. E – quando modelle dai tacchi vertiginosi avvolte dalla luce avanzano sulla passerella tra due ali di oscurità – la vita inonda la passerella. Nessuno tra il pubblico si chiede quanto durerà quello spettacolo. Va in scena e tanto basta, perché si celebra la vita lì sopra e il tempo pare fermarsi in questo presente luminoso. Un essere effimero tra due diversi non essere. Un oggi che dimentica rapidamente la successione di ieri e vive nella speranza di un’illimitata – o quanto meno lunga – successione di domani. 

I bambini non riescono a concepire l’idea del tempo che passa. Gli adulti non vogliono. I giorni dell’uomo sono contati, ma nessuno finché vive può contarli, può solo numerare quelli passati e desumere da quelli quanti non ne potrà più vivere. Per questo i bambini sono allegri e i vecchi sono tristi. 

Nel frattempo sulla passerella si continua ad esorcizzare in un tripudio di bellezza e di spreco – ben pochi di questi vestiti saranno portati fuori da qui, la maggior parte non sarebbe nemmeno indossabile se non sopra queste assi di legno ricoperte di moquette, sotto questi riflettori e tra queste ali di ombra da cui occhi curiosi osservano ogni dettaglio – quello che viene dopo, quando la luce si spegne e l’essere incontra il non essere, quando l’oggi incontra il suo domani e comprende finalmente – o purtroppo – il suo passato. Quando la Vita incontra la Morte, quando la Vita incontra Me.

Ci sarà una sorpresa oggi in passerella, qualcosa a cui non pensano lo stilista, né i tecnici, né i bodyguard, né i fotografi, né le modelle, né alcuno tra il pubblico. Tutti pensano che le porte siano chiuse ed il Tempo sia fuori, ma il Tempo passa anche se il Tempo, naturalmente, non ha alcun senso per me. Io sono qui, nonostante le porte sbarrate, nonostante la security, nonostante nessuno – né lo stilista, né i tecnici, né i bodyguard, né i fotografi, né le modelle, né alcuno tra il pubblico – abbia pensato né, tanto meno, voluto mandarmi l’invito. Sono qui e tra poco sarà il mio turno di salire in passerella, ma né lo stilista, né i tecnici, né i bodyguard, né i fotografi, né le modelle, né alcuno tra il pubblico mi vedrà arrivare né, tanto meno, applaudirà la mia opera quando la vedrà.

Sarà un aneurisma cerebrale per quell’attrice plaudente tra il pubblico in prima fila, la quale già pensa – devo ottenere quella parte ad ogni costo – a quando indosserà il suo vestito nuovo alla festa che il suo amico produttore – amante – darà il mese prossimo nella villa di Malibù. 

Per l’anoressica modella lituana che sta uscendo ora dopo l’ennesimo cambio d’abito – il tempo passa in fretta per voi, non per me – che ha ricoperto la nudità dei suo trentotto chili per un metro e settanta di ossa, poca carne e negli occhi di ghiaccio troppa paura di perdere il lavoro – la sua amica è stata licenziata per aver superato i cinquantaquattro chili su un metro e settantaquattro di giovane donna – sarà un arresto cardiaco – definizione imprecisa ne convengo, giacché a porre fine alla vita è sempre un arresto del muscolo cardiaco – a far spegnere per sempre i riflettori. 

Una pista di coca fatta in bagno pochi minuti fa – capita più spesso di quello che si creda – sarà la causa di un’inarrestabile emorragia cerebrale per il fotografo tatuato e muscoloso, sul cui biglietto da visita – squallidamente offerto alle ragazze in discoteca: “conosco gente importante, posso fartela conoscere, certo, dipende da te, da cosa sei disposta a fare” – sta scritto, tra l’altro, “talent scout”. 

Una pallottola uscita dalla canna della pistola, improvvisamente impugnata da un innamorato deluso – non voleva nemmeno uccidere, povero pazzo, voleva solo fare un gesto dimostrativo, ma la mano di un altro bodyguard ha fatto partire il colpo indirizzando la pallottola contro il collega – che protesta perché è stato cacciato ed il suo posto è stato preso da quel suo nemico insinuatosi con l’inganno nelle grazie dello stilista, mettendolo in cattiva luce e servendosi di persone che credeva amiche – di chi, poi? ma sarebbe da pazzi inseguire i deliri dei paranoici – a tranciare la giugulare del muscoloso body guard all’ingresso.

Sarà il cortocircuito di un’apparecchiatura difettosa – devo dargli un’occhiata, c’è qualcosa che non va, ma ora non c’è tempo, lo farò dopo – a fulminare nel retropalco il tecnico delle luci, mentre guarda le modelle passargli accanto come se non esistesse e pensa – in quel continuo via vai di corpi agghindati e pitturati – a quanto gli piacerebbe avere ciò che non gli sarà mai concesso di avere, e il suo sogno resterà tale. 

Sarà un passo di troppo nel buio oltre la luce – si vede male con quei fari sparati negli occhi – dove una dura punta di metallo, coperta da un velo leggero di tessuto, attende il cranio fragile dello stilista, stramba e improbabile sorte – improbabile prima, naturalmente, perché dopo diventa notizia e storia e precedente presto dimenticato – e così poco elegante, ponendo la parola fine alla serie dei suoi giorni e, inevitabilmente, a questo spettacolo.

Sarà così, per ciascuno – e potrei enumerare la sorte di tutti quanti si trovano in questa sala e fuori da qui, compresa la tua che leggi e ora cerchi ansiosamente ferro o legno o carne da toccare con la mano – sarà così ora, in questo preciso istante, o sarà tra poco – un giorno un mese, un anno, che importa? per me il Tempo non ha senso – per ciascuno di loro, di voi, in momenti diversi o tutti assieme.

Irromperò sulla scena all’improvviso e prenderò l’attrice o la modella o il fotografo o il bodyguard o il tecnico delle luci o lo stilista o forse alcuni o forse tutti – uno psicopatico che irrompe sulla scena, gridando che deve interrompere il corso del Destino, e lancia una bomba che provoca un incendio che divampa ed avvolge la sala, riempiendola di fumo e di panico, ma tutte le uscite di sicurezza saranno sbarrate, chiuse per evitare ingressi non autorizzati, e lo stilista, il tecnico, il bodyguard, il fotografo, la modella, l’attrice e persino lo psicopatico si accalcheranno inutilmente contro di esse e finiranno i loro giorni gli uni sugli altri, soffocati dal fumo – forse anche tu che leggi – ma non lo puoi sapere e smettere di ascoltare servirà solo a farti restare con il dubbio – e niente sarà più uguale a prima, anche se chi resterà – che sfortuna per loro, che fortuna per me che posso raccontarla – cercherà di far finta di niente, di andare avanti – the show must go on – soprattutto se saranno figure minori – minori per chi poi? Non certo per loro o per chi li conosce bene – dello spettacolo ad essere prese. 

Il pubblico applaude, le modelle sfilano, il fotografo scatta, il bodyguard affronta il pazzo, il tecnico manovra le luci, lo stilista aggiusta gli ultimi dettagli, tu leggi e tutto sta per accadere.»


Il racconto in stile digressivo, sul tema leopardiano moda e morte, fu scritto per una rivista che doveva andare oltre le mode e invece è morta.





venerdì 22 maggio 2015

Tolkien e l'Anello del Nibelungo



Tolkien non amava Richard Wagner (1813-1883). 

Nonostante questo alcuni critici hanno ipotizzato un’influenza dell’opera del musicista e scrittore tedesco, che introdusse molti elementi originali rispetto alle saghe germaniche, come la “Völsunga saga”, a cui entrambi si ispirarono. 

Ad esempio hanno evidenziato i legami tra l’Unico Anello e l’Anello del Nibelungo: il malvagio gnomo nibelungo Alberich possiede un anello che gli conferisce il potere sul mondo, ma che corrompe l’animo di chi lo possiede. 

Tolkien negò esplicitamente ogni rapporto e al proposito scrisse: “Entrambi gli anelli sono rotondi e le somiglianze finiscono qui”.

mercoledì 20 maggio 2015

Viaggio al castello, tra diavoli e fantasmi: 2 - la torre

Molto tempo prima che si svolgesse la battaglia di Campaldino, a Poppi viveva una giovane e avvenente Contessa. Così almeno narra la leggenda, che ci ha tramandato anche il suo nome. La bella Matelda era andata in sposa, com’era usanza a quei tempi, a un uomo molto più vecchio di lei, un nobile della potente famiglia dei Guidi, il quale oltretutto era assente perché impegnato nelle Crociate. Così almeno aveva mandato a dire, ché la scusa delle Crociate era vecchia già a quei tempi.

Ad ogni modo Matelda si trovava sola a fronteggiare un nemico insidioso, i richiami della propria carne che, come in una famosa canzone, le facevano dire: “troppo giovane son io / e il nero è un triste colore”.

La giovane Contessa non era però donna da arrendersi a un destino avverso. La storia non dice se il marito all’atto della partenza avesse previdentemente cinto di una ferrea cintura di castità i suoi bianchi fianchi. Verosimilmente non lo fece, in quanto questa usanza è soprattutto una leggenda da storie umoristiche. Ma se pur il Guidi si decise a usare tale prudenza la donna dovette essere più astuta, trovando il modo di farsi fare una chiave di scorta da qualche fabbro.

Risolto quel problema Telda si mise alla ricerca di un sistema per placare il diavolo che le bruciava dentro. Lasciata da parte l’acqua santa, che non sembrava avere alcun potere, il suo sguardo fu attratto da un giovane menestrello, dalla dolce voce e dal bell’aspetto. Ovviamente non ci mise molto a farlo entrare nel proprio letto, tanto più che quello, lusingato e affascinato, intravedeva solo i vantaggi di essere sotto la protezione di una si bella e ricca nobildonna.

Giorno dopo giorno il giovane deliziava la sua Signora col sole e con la luna, finché esausto o forse essendogli venuto a noia quel tran tran o forse ancora sentendo la nostalgia della mamma, della partita a calcetto con gli amici e delle altre cose che agli uomini alla fine stanno a cuore e che per via della bella Contessa stava trascurando, le chiese il permesso di partire. Lo chiese per cortesia di ospite, ma anche perché si era accorto che tutte le porte erano ben serrate e non c’era modo di fuggire da quella torre attraverso le strette feritoie da cui a malapena poteva entrare la luce del sole.

Sulla bella fronte di Telda apparve una ruga di disappunto. Non solo il giovane voleva separarsi da lei, ma per il suo stesso mestiere di cantastorie non dava certo garanzia di essere persona capace di mantenere il massimo riserbo su quanto era accaduto dentro quelle mura.

Ad ogni modo, facendosi giurare che sarebbe presto tornato da lei, gli concesse il permesso di partire. E gli fece pure un bel dono, come pegno d’amore. Il giovane, felice, s’incamminò per la scala segreta che la bella Telda gli aveva detto di prendere per uscire non visto da alcuno. In cuor suo già pregustava il momento in cui avrebbe potuto trovarsi con gli amici all’osteria e davanti a un bicchiere di vino sbandierare le sue avventure amorose.

Proprio in quell’istante però una botola si aprì sotto i suoi piedi e il disgraziato, straziato dalla caduta e dalle lame affilate che sporgevano dalle pareti, precipitò in un buio sotterraneo, da cui inutilmente levò le sue ultime disperate invocazioni di aiuto.

A quel tempo i menestrelli andavano e venivano in continuazione e spesso sparivano da una parte per ricomparire da un’altra. Matelda aveva quindi messo a punto un metodo efficiente per coniugare le proprie voglie alla massima discrezione. E lo attuò senza sosta.

Fin troppo, perché i menestrelli giovani e belli non erano una risorsa senza limiti. Poi forse qualche sospetto nella categoria aveva cominciato a girare, dal momento che tutti quelli che dicevano di voler andare a Poppi non si vedevano più in giro.

Tilde però non poteva più fermarsi e così rivolse le sue attenzioni ai migliori giovani del paese, che cominciarono a scomparire misteriosamente. Ma il paese era piccolo e la gente cominciava a mormorare. Per questo, forse, o perché alla fine la Giustizia o il Diavolo ci mettono sempre il naso, qualcosa andò storto. 

Forse quella notte il giovane che si allontanava dalla Contessa scendendo la tragica scala aveva dei sospetti e stava all’erta. Forse il meccanismo s’inceppò. Certo è che la vittima designata si avvide della trappola e riuscì a fuggire. 

Il suo racconto riempì d’orrore la popolazione che diede l’assalto alla torre e trovò la conferma dei peggiori sospetti. Decine di scheletri giacevano nel sotterraneo e dalle orbite vuote sembravano ancora urlare la propria disperata richiesta di aiuto.

Lo sdegno di fronte a quel delitto si tramutò in cupo furore. La Contessa fu richiusa nella fortezza, che da allora assunse il triste nome di Torre dei Diavoli. E lì fu lasciata a morire di stenti.

Una leggenda dice che di notte il suo spirito inquieto si aggiri ancora tra quelle mura, cercando l’amore di qualche bel giovane…

Devo precisare che l'immagine di apertura si riferisce al Castello dei Conti Guidi, che fu edificato in epoca più tarda rispetto ai fatti tramandati attorno alla Contessa Matelda. La Torre dei Diavoli si trova da qualche parte alle mie spalle, più o meno quindi dove trascorsi la notte. Ovviamente non corsi alcun pericolo né ebbi alcuna strana avventura nell'albergo...





domenica 17 maggio 2015

L’uomo che liberò il caffè

Moka 



Il cervello dell’uomo coi baffi lavorava febbrilmente quel giorno. Quindici anni prima l’Alfonso, così si chiamava, era rientrato dalla Francia per aprire una piccola fabbrica ad Omegna. Non era facile mandarla avanti in quel 1933. Un anno di crisi, che seguiva anni terribili. Il crollo della Borsa del Ventinove aveva lasciato senza lavoro milioni di persone in tutto il mondo. Comprensibile quindi che il mercato dei prodotti per la casa si fosse contratto. 

L’Alfonso si tormentava i baffi, cercando di farsi venire un’idea. Altrimenti, prima o poi, avrebbe dovuto chiudere la fabbrica e tornare a fare l’emigrante. Lasciare la famiglia sarebbe stata dura. Guardò il Renatino giocare in cortile e la moglie, che stava accendendo il fuoco sotto la lisciveuse piena di biancheria sporca, e pensò che farsi un caffè fosse il modo migliore per scacciare i cattivi pensieri. 

Prese la napoletana e versò l’acqua nella caldaia fino a mezzo centimetro sotto al forellino. Poi riempì il serbatoio, compattando il caffè con un cucchiaino. Praticò quindi un paio di forellini sulla superficie e avvitò il filtro. Infilò il tutto nel serbatoio dell’acqua e incastrò sopra il serbatoio del caffè. Pose sul fuoco e attese finché vide alcune gocce d’acqua uscire dal forellino. Allora afferrò la caffettiera e la girò con un colpo secco, per evitare che l’acqua bollente, invece di colare attraverso la polvere e il filtro, si spargesse sul pavimento o addosso a lui. 

L’aroma del caffè giustificava quel rituale lungo e laborioso, persino pericoloso. L’alternativa, del resto era buttare la polvere a bollire nell’acqua di un pentolino e poi versare facendo depositare il fondo nella tazza.

Col caffè in mano l’Alfonso tornò in cortile dove la lisciveuse funzionava ora a pieno regime. L’acqua bolliva in quella specie di grossa pentola e risaliva nel tubo per ricadere sui panni, amplificando così l’azione della lisciva. Certo, l’acqua non aveva un bel colore, era scura quasi quanto il suo caffè...

Fu allora che la vide. Davanti a lui c’era l’idea. Posò la tazzina e corse a prendere carta e matita per fissarla. Quando ebbe finito guardò il foglio e un largo sorriso gli si disegnò sotto i baffi. Con quella caffettiera fare il caffè sarebbe stato facile, facilissimo e persino suo figlio avrebbe potuto prepararlo senza pericoli! 


L’Italia degli anni Cinquanta era un’Italia ottimista. Uscita dalla guerra aveva voglia di dimenticare gli orrori e guardare al futuro, alla modernità, al progresso. Le novità si diffondevano ad una velocità impensabile fino a pochi anni prima, utilizzando tutti i mezzi della tecnologia: ferrovie, autostrade, telefoni, radio, televisione erano tutti mezzi sfruttabili da chiunque avesse un’idea in testa e la voglia di farla conoscere. 

Quando la sera la gente si riuniva nei bar o nei cinema per vedere le nuove trasmissioni televisive, dal piccolo schermo un Omino coi Baffi vantava le proprietà della caffettiera. 

«Sì, sì, sì sembra facile fare un buon caffè!» esclamava l’Omino coi Baffi.

E gli spettatori si rendevano conto di quanto difficile e scomodo fosse stato farsi il caffè prima che l’Omino coi Baffi inventasse quella straordinaria caffettiera, praticissima e robusta, cui era stato dato il nome di Moka, dalla varietà più pregiata del caffè

Era stato il Renatino, il figlio dell’Alfonso ad avere l’idea di far disegnare l’Omino coi Baffi, una caricatura dell’inventore della caffettiera. Aveva smesso da tempo di giocare e ora la sua sfida era diffondere quell’idea. Tutta l’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, doveva conoscerla. Compresa, ovviamente, la città in cui fare il caffè non era un piacere, ma un’arte sublime e passionale: Napoli. 

Per i vicoli dei quartieri spagnoli, dove la televisione non arrivava, poteva capitare di assistere ad uno spettacolo incredibile. Un omone grande e grosso, un altro dei figli dell’Alfonso, girava con in testa una grande Moka. I ragazzi gli si affollavano attorno, le donne spiavano dalle finestre e gli uomini convergevano verso la piazza, dove potevano assaggiare il caffè che sapeva di moderno, eppure manteneva quell’aroma antico. 

Così, con il senso pratico che li contraddistingue, anche gli abitanti della città sotto il Vesuvio adottarono la Moka. Al punto che, quando una malauguratamente si rompeva, la spedivano ad Omegna perché fosse aggiustata nella fabbrica, con un foglietto su cui stava scritto: “Si prega di non lavare la caffettiera”. Sapevano infatti che in essa il sapore del caffè migliora col tempo… 


Nel 1970 Bagnoli era una città siderurgica del colore della ruggine in cui gli operai lottavano variamente contro la dirigenza aziendale. L’ultima trovata di questa era stata togliere le macchinette del caffè per imporre una bibita moderna: la Coca Cola. 

Proibire il caffè a Napoli era come chiedere ad un pesce di fare a meno dell’acqua: si stava chiedendo l’impossibile. E siccome una cosa che non manca in quelle terre è l’ingegnosità, gli operai organizzarono la resistenza. Se non potevano avere la macchinetta, si sarebbero arrangiati da soli. 

Portare caffettiera e miscela dentro la fabbrica era impresa semplice, come trovare l’acqua. E il fornello? Ogni mattina rimaneva lo scarto delle colate del giorno prima. Materiale solido, ma ancora caldo. Bastava posarvi la Moka e il caffè era pronto in pochi minuti.

Gli operai di Bagnoli non solo si erano ripresi la pausa caffè, ma avevano difeso un principio, un’idea. Il simbolo della loro volontà di non essere ridotti a meri ingranaggi del ciclo produttivo. Di poter essere, dentro quell’inferno di fuoco e acciaio, ancora degli esseri umani.



Il racconto è stato scritto alcuni anni fa per una rivista che avrebbe dovuto avere l'aroma di caffé e si rivelò invece una ciofeca...

venerdì 15 maggio 2015

Tolkien e l'edizione pirata

D.W. Wollheim era un editore che negli USA aveva fondato la Ace Books, che pubblicava in formato popolare storie di fantascienza. Visto il successo commerciale che “Il Signore degli Anelli” aveva riscosso nel Regno Unito, nel 1964 pensò di pubblicarlo anche negli USA. A quel tempo il libro non era edito negli States, ma veniva importata l’edizione inglese. 

Secondo quanto hanno successivamente dichiarato i suoi eredi, Wollheim telefonò a Tolkien proponendo l’edizione della sua opera, ma il professore rifiutò l’offerta ritenendo che il formato fosse indegno della sua opera. A quel punto la Ace Books pubblicò comunque “Il Signore degli Anelli” senza autorizzazione dell’autore.

Il successo fu tale che moltissimi fan iniziarono a scrivere a Tolkien, il quale però pazientemente spiegava loro che l’opera era un’opera pirata e che lui non aveva ricevuto un centesimo dei diritti che gli sarebbero legalmente spettati. L’ondata di indignazione che si sollevò costrinse la Ace Books a ritirare la famigerata edizione e a risarcire (parzialmente) l’autore. 

Il fatto contribuì peraltro moltissimo alla popolarità di Tolkien oltre oceano: l’edizione autorizzata della Ballantine Books ebbe un successo commerciale inimmaginabile. Amatissimo nei campus americani della beat generation, “Il Signore degli Anelli” diventò un libro cult in tutto il mondo.


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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.