domenica 17 maggio 2015

L’uomo che liberò il caffè

Moka 



Il cervello dell’uomo coi baffi lavorava febbrilmente quel giorno. Quindici anni prima l’Alfonso, così si chiamava, era rientrato dalla Francia per aprire una piccola fabbrica ad Omegna. Non era facile mandarla avanti in quel 1933. Un anno di crisi, che seguiva anni terribili. Il crollo della Borsa del Ventinove aveva lasciato senza lavoro milioni di persone in tutto il mondo. Comprensibile quindi che il mercato dei prodotti per la casa si fosse contratto. 

L’Alfonso si tormentava i baffi, cercando di farsi venire un’idea. Altrimenti, prima o poi, avrebbe dovuto chiudere la fabbrica e tornare a fare l’emigrante. Lasciare la famiglia sarebbe stata dura. Guardò il Renatino giocare in cortile e la moglie, che stava accendendo il fuoco sotto la lisciveuse piena di biancheria sporca, e pensò che farsi un caffè fosse il modo migliore per scacciare i cattivi pensieri. 

Prese la napoletana e versò l’acqua nella caldaia fino a mezzo centimetro sotto al forellino. Poi riempì il serbatoio, compattando il caffè con un cucchiaino. Praticò quindi un paio di forellini sulla superficie e avvitò il filtro. Infilò il tutto nel serbatoio dell’acqua e incastrò sopra il serbatoio del caffè. Pose sul fuoco e attese finché vide alcune gocce d’acqua uscire dal forellino. Allora afferrò la caffettiera e la girò con un colpo secco, per evitare che l’acqua bollente, invece di colare attraverso la polvere e il filtro, si spargesse sul pavimento o addosso a lui. 

L’aroma del caffè giustificava quel rituale lungo e laborioso, persino pericoloso. L’alternativa, del resto era buttare la polvere a bollire nell’acqua di un pentolino e poi versare facendo depositare il fondo nella tazza.

Col caffè in mano l’Alfonso tornò in cortile dove la lisciveuse funzionava ora a pieno regime. L’acqua bolliva in quella specie di grossa pentola e risaliva nel tubo per ricadere sui panni, amplificando così l’azione della lisciva. Certo, l’acqua non aveva un bel colore, era scura quasi quanto il suo caffè...

Fu allora che la vide. Davanti a lui c’era l’idea. Posò la tazzina e corse a prendere carta e matita per fissarla. Quando ebbe finito guardò il foglio e un largo sorriso gli si disegnò sotto i baffi. Con quella caffettiera fare il caffè sarebbe stato facile, facilissimo e persino suo figlio avrebbe potuto prepararlo senza pericoli! 


L’Italia degli anni Cinquanta era un’Italia ottimista. Uscita dalla guerra aveva voglia di dimenticare gli orrori e guardare al futuro, alla modernità, al progresso. Le novità si diffondevano ad una velocità impensabile fino a pochi anni prima, utilizzando tutti i mezzi della tecnologia: ferrovie, autostrade, telefoni, radio, televisione erano tutti mezzi sfruttabili da chiunque avesse un’idea in testa e la voglia di farla conoscere. 

Quando la sera la gente si riuniva nei bar o nei cinema per vedere le nuove trasmissioni televisive, dal piccolo schermo un Omino coi Baffi vantava le proprietà della caffettiera. 

«Sì, sì, sì sembra facile fare un buon caffè!» esclamava l’Omino coi Baffi.

E gli spettatori si rendevano conto di quanto difficile e scomodo fosse stato farsi il caffè prima che l’Omino coi Baffi inventasse quella straordinaria caffettiera, praticissima e robusta, cui era stato dato il nome di Moka, dalla varietà più pregiata del caffè

Era stato il Renatino, il figlio dell’Alfonso ad avere l’idea di far disegnare l’Omino coi Baffi, una caricatura dell’inventore della caffettiera. Aveva smesso da tempo di giocare e ora la sua sfida era diffondere quell’idea. Tutta l’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, doveva conoscerla. Compresa, ovviamente, la città in cui fare il caffè non era un piacere, ma un’arte sublime e passionale: Napoli. 

Per i vicoli dei quartieri spagnoli, dove la televisione non arrivava, poteva capitare di assistere ad uno spettacolo incredibile. Un omone grande e grosso, un altro dei figli dell’Alfonso, girava con in testa una grande Moka. I ragazzi gli si affollavano attorno, le donne spiavano dalle finestre e gli uomini convergevano verso la piazza, dove potevano assaggiare il caffè che sapeva di moderno, eppure manteneva quell’aroma antico. 

Così, con il senso pratico che li contraddistingue, anche gli abitanti della città sotto il Vesuvio adottarono la Moka. Al punto che, quando una malauguratamente si rompeva, la spedivano ad Omegna perché fosse aggiustata nella fabbrica, con un foglietto su cui stava scritto: “Si prega di non lavare la caffettiera”. Sapevano infatti che in essa il sapore del caffè migliora col tempo… 


Nel 1970 Bagnoli era una città siderurgica del colore della ruggine in cui gli operai lottavano variamente contro la dirigenza aziendale. L’ultima trovata di questa era stata togliere le macchinette del caffè per imporre una bibita moderna: la Coca Cola. 

Proibire il caffè a Napoli era come chiedere ad un pesce di fare a meno dell’acqua: si stava chiedendo l’impossibile. E siccome una cosa che non manca in quelle terre è l’ingegnosità, gli operai organizzarono la resistenza. Se non potevano avere la macchinetta, si sarebbero arrangiati da soli. 

Portare caffettiera e miscela dentro la fabbrica era impresa semplice, come trovare l’acqua. E il fornello? Ogni mattina rimaneva lo scarto delle colate del giorno prima. Materiale solido, ma ancora caldo. Bastava posarvi la Moka e il caffè era pronto in pochi minuti.

Gli operai di Bagnoli non solo si erano ripresi la pausa caffè, ma avevano difeso un principio, un’idea. Il simbolo della loro volontà di non essere ridotti a meri ingranaggi del ciclo produttivo. Di poter essere, dentro quell’inferno di fuoco e acciaio, ancora degli esseri umani.



Il racconto è stato scritto alcuni anni fa per una rivista che avrebbe dovuto avere l'aroma di caffé e si rivelò invece una ciofeca...

6 commenti:

  1. Molto carino questo racconto, complimenti. Piacevole da leggere e interessante come contenuti. Peccato che non hai potuto pubblicarlo!

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    1. In realtà lo pubblicai. Ma la rivista andò a morire dopo un paio d'anni...

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  2. Non conoscevo proprio questa interessante storia sulla nascita della Caffettiera. Bella .... per fortuna che è stata inventata la caffettiera !?
    Nonostante tutti gli anni passati trovo che la migliore rimanga sempre la prima quella creata da Alfonso. Bel racconto. Un saluto buon lunedì Alfa e migliore settimana appena iniziata

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    1. A volte semplici intuizioni danno vita a idee geniali!

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  3. Incredibile...Un racconto tenero , ma profondamente reale..con un finale amaro se vogliamo, addolcito però da quell'aroma nostrano del caffè dell'omino con i baffi..
    Grazie Alfa!

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    1. Un buon caffé si beve da entrambe le parti della barricata. Se si riuscisse a berlo assieme spesso le cose diventerebbero più semplici!

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.