martedì 13 luglio 2010

I cavalieri dell’Apocalisse


«Il sole, lasciando il segno dell’Ariete, non aveva ancora occupato quello dei Pesci» dell’anno 899 quando un immenso esercito entrò in Italia da Oriente, aggirando Aquileia e Verona, città ben fortificate, per giungere sotto le mura di Pavia.
Lo sgomento per quell’attacco improvviso fu enorme. Quell’orda di cavalieri mai visti prima non solo parlava una lingua incomprensibile, ma distruggeva castelli, bruciava chiese, sgozzava persone di cui beveva il sangue direttamente dalle ferite e trascinava in catene centinaia di prigionieri, soprattutto giovani donne, verso un destino di schiavitù in una terra straniera.

Chi erano quelli che apparivano come mostri disumani, che riempirono per secoli l’immaginario collettivo dei popoli d’Europa di orchi (in francese “ogre”) rapitori di bambini?
La risposta, che i saggi trovavano con sgomento nell’Apocalisse, era di quelle da gettare nel panico il popolo: “Satana sarà scatenato dalla sua prigione e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro angoli della terra, Gog e Magog, per radunarli alla battaglia.”
Anche perché giungevano voci e notizie di altri popoli, di altre orde, che da ogni parte assalivano le terre d’Europa. Vichinghi dal settentrione e da occidente, Saraceni da sud e “l’odiosa razza degli Ungari” da oriente.

Nella realtà storica gli Ungari o Magiari si erano insediati in quella che è l’attuale Ungheria nell’anno 896, quando Árpád figlio di Álmos aveva guidato sette tribù di lingua ugrica  a occupare il territorio dell’antica Pannonia, in larga misura disabitato dopo la distruzione del regno degli Avari ad opera dell’Imperatore Carlo Magno un secolo prima.
L’invasione dell’Italia nell’anno 899 non mirava alla conquista del paese, ma esclusivamente  al saccheggio. Popolo di cavalieri delle steppe, maestri nell’arte della guerra psicologica che faceva del terrore il suo principale strumento, gli Ungari evitavano di assediare le città murate e saccheggiavano le campagne, depredandole di bestiame e altri beni, prendendo prigionieri e pretendendo riscatti e tributi. I monasteri e le chiese, piene di oggetti preziosi e derrate alimentari, erano gli obiettivi ideali delle loro scorrerie, tanto più che essendo pagani non avevano alcun rispetto per gli edifici sacri.

A quei tempi l’impero, che Carlo Magno (800-814) aveva rifondato sognando che potesse emulare i fasti dell’Impero di Roma, era in piena decadenza. Dall’anno 887, con la morte di Carlo il Grosso, era sconvolto da discordie interne e lotte per la successione al trono imperiale.
Berengario del Friuli (Cividale del Friuli, 850 – Verona, 924) era re d’Italia ed uno degli aspiranti al titolo di Imperatore. A lui spettava affrontare la minaccia che giungeva da oriente e contro di essa si mosse con l’esercito.
Sul fiume Brenta ingaggiò battaglia con gli Ungari, che fuggirono davanti ai cavalieri pesantemente corazzati. Quando però, certi della vittoria, gli italiani si fermarono per il pranzo, gli Ungari, con una rapida manovra, tornarono all’attacco come nelle loro consuetudini. Il tiro inesorabile dei loro archi colse l’armata di Berengario del tutto impreparata. Come raccontarono cronisti dell’epoca, per la velocità fulminea del contro attacco, le frecce trafiggevano “il cibo nella gola di coloro che stavano mangiando”. 
La disfatta fu totale e lo stesso Berengario si salvò a stento pagando un enorme tributo e coprendosi di vergogna. A questa si aggiunse la condanna generale quando, invece di combattere quelle orde che annualmente tornavano per saccheggiare il suo regno, le arruolò per utilizzarle contro i suoi rivali.
Un esercito di mercenari, forte di cinquemila Ungari, fu scagliato contro Pavia. Quando si arrese la città venne distrutta e i cittadini furono massacrati, senza rispetto per le donne e i bambini.
La misura dell’ira era colma contro Berengario. A Verona nel 924 i congiurati lo pugnalarono alle spalle mentre pregava in ginocchio durante la messa.

La morte di Berengario, se poteva forse placare la sete di vendetta dei suoi nemici, era però assolutamente inutile nei confronti della minaccia rappresentata dagli Ungari.

Fu allora che un re con la passione della caccia comprese che per affrontare un nemico che sembrava essere l’incarnazione stessa del Male occorreva trovare un vessillo attorno a cui radunare le impaurite e disperse  forze del Bene… 


Parte 4 - Continua


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Parte 9

7 commenti:

  1. Post davvero interessante e ricco di info Grazie !

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  2. Molto interessanti si articolo che blog! Complimenti!

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  3. Grazie, domani la storia continua!

    @ Cristina: il saggio può rimanere confuso e impigliato nella sua troppa saggezza.

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  4. Alfa,
    singolare e commovente questa storia. Essa fa anche da sfondo al romanzo di Ketty Magni Adelaide imperatrice del lago.
    L'impegno da essa profuso per "civilizzare" gli Ungari fu tale, che convertì al cristianesimo il loro re, il quale trascinò poi il suo popolo ad abbracciare la fede cristiana. Quel re si chiamava Stefano, divenuto poi Santo Stefano d'Ungheria.

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  5. @ Marshall: è un romanzo che non conosco. Certamente sono epoche in cui le azioni dei singoli furono gravide di conseguenze, il terreno ideale per ambientare delle storie!

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.