venerdì 16 luglio 2010

La fine di un incubo



Avevano saccheggiato tutta l’Europa, dalla Spagna al Bosforo, costringendo i sovrani ad umiliarsi e versare il tributo. Persino il superbo imperatore di Costantinopoli, la seconda Roma, aveva dovuto scendere a patti con loro. C’era solo una terra che resisteva alle loro incursioni. Da quando Enrico l’Uccellatore li aveva battuti, ventidue anni prima, per gli Ungari “Germania” era un nome della vendetta a lungo rimandata.


Re Enrico però era morto da tempo e le divisioni erano sorte tra i suoi eredi. Faticosamente Ottone era riuscito ad imporre la propria autorità, ma non erano mancate le congiure e le ribellioni aperte, che avevano portato alcuni nobili tedeschi, tra i quali lo stesso genero del re, a stringere alleanze con gli stessi Ungari.
Nell’anno 955 un’armata di centomila Ungari invase la Germania, ponendo l’assedio alla città di Augusta. In quegli anni non erano stati a guardare, ma si erano riorganizzati, migliorando le proprie tecniche di combattimento. Ora erano in grado di costruire possenti macchine da guerra capaci di abbattere le mura delle città e delle fortezze e togliendo così ogni illusione di un possibile riparo alla loro avanzata.
Sotto le insegne di Ottone, re di Germania, che portava con sé la Lancia del Destino, i ducati tedeschi ritrovarono la loro unità. Bavaresi, Svevi e Boemi si erano già aggiunti ai Sassoni, ma nel campo tedesco l’entusiasmo andò alle stelle quando arrivò l’esercito dei cavalieri di Franconia, guidati da Corrado il Rosso che aveva combattuto contro Ottone, ma nel momento supremo dello scontro con gli Ungari aveva deciso di tornare a schierarsi al suo fianco.
Ottone mosse immediatamente contro il nemico, sulla pianura che costeggiava il fiume Lech, formando a causa del terreno accidentato, una lunga colonna. Gli Ungari ne approfittarono per attaccare la retroguardia, dove si trovavano le salmerie. La mossa riuscì ed in breve l’esercito tedesco si trovò accerchiato dai nemici.
Ad ogni modo Ottone non si perse d’animo. I Franconi di Corrado furono inviati contro gli Ungari che erano scesi da cavallo e si erano dati a saccheggiare i carri. Ben pochi si salvarono dal massacro. Il caldo, in quell’agosto, era però particolarmente insopportabile per i cavalieri tedeschi, chiusi dentro le loro corazze di ferro, che si arroventavano sotto il sole, al punto che molti furono costretti a toglierle. Corrado, colpito da una freccia, cadde morto sul campo.
In ogni caso, con le spalle coperte, Ottone schierò la cavalleria pesante tedesca su un lungo fronte davanti al nemico e tenne un breve discorso ai suoi: «Il nemico ci sovrasta per numero di dieci volte. Ma loro non hanno né le nostre armi, né il nostro coraggio e soprattutto sappiamo che essi non hanno l’aiuto di Dio, e questo ci è di grandissimo conforto!»
Quindi suonò la carica e i diecimila cavalieri si abbatterono come un muro di ferro contro gli Ungari, che inutilmente lanciarono un nugolo di frecce che rimbalzarono sugli scudi e sulle armature. Non ebbero il tempo di ripetere il tiro, perché i Germani erano ormai su di loro come un fiume in piena.
L’odio per il nemico ed il desiderio di vendicare decenni di violenze era tale che l’esercito ungaro venne annientato. In un delirio di ferocia i prigionieri che non furono uccisi sul campo vennero rimandati in patria con il naso e le orecchie mozzate.
Da quell’anno le incursioni degli Ungari contro l’Europa cessarono e Ottone, innalzato sugli scudi dai suoi guerrieri, fu proclamato Imperatore.

Parte 6 - continua

4 commenti:

  1. Una narrazione scorrevole per una storia d'altri tempi dove la nebbia del passato ha avvolto di celato mistero le armature dei combattenti.
    P.S.C'è stato un equivoco !

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  2. Grazie per questa storia suggestiva, scritta benissimo, appassionante! Grazie mille, e' una lettura avvincente!

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  3. Complimenti. Sembra scritto sulla falsariga del romanzo storico di Ketty Magni,
    Adelaide l'imperatrice del lago, che però è stato pubblicato successivamente a questa serie di post.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.