martedì 1 novembre 2011

Un cavallo senza nome




Era il 1971 quando tre ventenni americani bussarono alla porta di una casa inglese. I tre ragazzi avevano una strana storia alle spalle, ma colui che li fece entrare era un personaggio decisamente fuori dalle regole.
L’anno precedente i tre – che rispondevano al nome di Gerry Beckley, Dewey Bunnell e Dan Peek – avevano dato vita ad una formazione musicale che avevano chiamato “America” in omaggio ai loro padri, militari statunitensi, sposati a donne inglesi, in una base dell’aviazione americana a Londra. L’uomo che apri loro la porta era invece Arthur Brown, noto con il soprannome di “God of the Hell’s Fire” per via della più famosa canzone da lui scritta, nel 1968, “Fire”.


Durante il soggiorno nella casa studio di Brown, nel Dorset, la mente del giovane Dewey chiuso nella sua stanza, mentre fuori cadeva la tipica pioggia inglese, fu colpita da due immagini.
La prima era un asciutto deserto raffigurato in un quadro di Salvador Dalì, l’altro era un misterioso cavallo che usciva da un’immagine di M.C. Escher. Dewey fu preso dalla nostalgia del deserto che aveva attraversato nella sua infanzia, passata tra l’Arizona e il New Mexico, e cercò di rivivere quelle emozioni attraverso una canzone.


Ne nacque un brano chiamato inizialmente “Desert song”, dove si descrive un viaggio, compiuto su un cavallo senza nome, in un deserto in cui la prima cosa che incontra il protagonista è il ronzio di una mosca. E sarà proprio questo cavallo senza nome a decretare il successo della canzone.
Il primo album (che portava lo stesso nome della band) “America”, pubblicato nel 1971, non conteneva questa canzone. Nel frattempo però la band aveva deciso di dare a “Desert song” un nuovo titolo, “A horse with no name”. Dopo il successo del brano l’album fu riorganizzato inserendo quella che era diventata una hit mondiale.


Una parte del successo della canzone si deve probabilmente all’interpretazione del termine “cavallo” che diedero alcuni benpensanti, spingendo alcune radio statunitensi a censurare il brano, proibendone la messa in onda.
“Cavallo” era infatti il termine gergale con cui si indicava l’eroina e la censura vide erroneamente nella canzone un inno alla droga. Nonostante, o grazie a questo, la canzone scalò le classifiche decretando il successo mondiale della band che aveva attraversato il deserto su un cavallo senza nome.

America, A horse with no name

1 commento:

  1. Quanto mi piace "A horse with no name"! Ha una melodia molto ritmata e un po' malinconica adattissima al testo. Ottima scelta!

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.