domenica 3 aprile 2011

Antichi trucchi




“Resta di stucco… è un barbatrucco!” dicono i tenerissimi Barbapapà.
“È immorale che i pollastri si tengano i loro soldi”, gli risponde cinicamente un giocatore molto meno tenero ma sicuramente parimenti esperto in fatto di trucchi che porta l’esplicito nome di Jack Cinqueassi.
Insomma, i trucchi sono ovunque. E del resto attorno ad uno dei trucchi più famosi della storia è nata la prima letteratura europea.
Omero racconta di come i Greci, per conquistare la città di Troia, che assediavano vanamente da dieci lunghissimi anni, decisero di costruire, su consiglio dell’astuto Ulisse, un grande cavallo di legno e di lasciarlo davanti alla città prima di levare le tende. Un disertore greco, catturato dai Troiani, rivelò inoltre che il cavallo era un sacrificio agli dei e che avrebbe reso inespugnabile la città, se solo fosse stato portato al suo interno. I Troiani, contenti, portarono il cavallo dentro le mura, ma quella notte i Greci uscirono dal ventre vuoto del cavallo di legno e aprirono le porte ai compagni. Che sciamarono all’interno e distrussero la città fino alle fondamenta.
Quello del cavallo di Troia forse non fu il primo, ma certamente non fu l’ultimo trucco utilizzato nelle guerre.

Lo studio dei trucchi militari, che gli antichi chiamavano stratagemmi, è sempre stato parte della formazione dei comandanti. Già i Greci e Romani studiavano gli espedienti dei generali per accumulare un bagaglio di conoscenze da utilizzare secondo le necessità. Ad esempio si studiava il modo di lasciare nottetempo l’accampamento con l’intero esercito facendo credere al nemico di essere ancora all’interno. O quello per avvicinarsi inosservati al nemico. O come attraversare i fiumi costruendo imbarcazioni di pelle.
Anche nella vita quotidiana del mondo antico c’erano trucchi, utilizzati per ottenere determinati risultati.
I sacerdoti dell’antica religione pagana erano soliti ricorrere ad ogni genere di trucco per accrescere la loro popolarità. I sacerdoti Egiziani ad esempio erano capaci di manipolare i serpenti, stirandoli senza ucciderli, in modo da poterli tenere in mano rigidi come bastoni. In caso di bisogno, per impressionare il popolo o il sovrano, scagliavano il “bastone” a terra e questo si trasformava magicamente in un serpente. Infatti l’animale, per l’urto con il suolo era sciolto dalla sua immobilità e ricominciava a muoversi.
A volte certi trucchi erano però usati per fare quattro risate in compagnia. Ad Ornavasso è stata rinvenuta, in una vasta necropoli di età celtica e romana, un curioso bicchiere.
Effettivamente il bicchiere, che è di ceramica, ha una particolarità. Esso veniva riempito di vino e offerto all’ignaro ospite, ma quando questo cercava di berne il contenuto rimaneva scornato, perché trovava il bicchiere vuoto.
Un bicchiere magico, insomma, ma certamente il trucco c’è, anche se non si vede.
Osservando attentamente il bicchiere si scopre infatti che esso ha una sorta di camera d’aria tra la superficie esterna e quella interna. Sul fondo di questa vi è un piccolo foro attraverso cui il vino fluisce nella camera interna. Questo flusso può però essere interrotto, premendo un dito su un secondo piccolo foro che unisce la camera interna alla superficie esterna. Quando il vino viene versato dal burlone di turno, un dito chiude il foro esterno e consente, per la pressione dell’aria nella camera interna, di riempire il bicchiere. Non appena il bicchiere passa di mano l’aria all’interno fuoriesce per la pressione del vino, che si riversa nel sottofondo interno. E l’ospite si ritrova con il bicchiere vuoto.

Foto: cortesia Marta Rizzato

4 commenti:

  1. Ma che buontemponi questi antichi! :-) Troppo carino lo scherzo del bicchiere.
    Pure il trucco del serpente-bastone non è male, anche se aveva scopi meno bonari.

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  2. Eh Alfa quante scoperte passando dalle tue parti. Una passeggiata sempre paicevole. Miaooooooooo

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  3. ciao
    che simpatico raccontino!!!
    buon proseguimento

    ^____________^

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  4. Il trucco del bastone serpente è riportato anche nella Bibbia era un segno che faceva Mosè al faraone per dimostrare che l'aveva mandato Dio e a cui nessuno aveva creduto perché anche il sacerdote era in grado di farlo.
    Quello del bicchiere è troppo divertente.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.