domenica 23 ottobre 2011

Una cravatta rossa sventola al vento

L’anno era il 1706 e nei 117 giorni che vanno dal 14 maggio al 7 settembre si decisero le sorti dell’Italia. Oltre 44.000 soldati franco spagnoli avevano attraversato le Alpi e stringevano in un cerchio di ferro e di fuoco la città di Torino, capitale del Ducato di Savoia, difesa da meno di undicimila Piemontesi.
Il giorno in cui l’assedio ebbe inizio si verificò un’eclissi di sole, che incoraggiò i Torinesi a resistere, dal momento che il sole era il simbolo del re di Francia Luigi XIV, detto il “Re Sole”. E l’eclissi fu presa come un presagio di vittoria.

L’assedio tuttavia fu lungo e sanguinoso. E non mancarono episodi gloriosi, come quando Pietro Micca si sacrificò facendo saltare una galleria che i Francesi avevano scavato sotto le mura per entrare in città. Agli inizi di settembre la situazione volse però a favore degli assediati, grazie all’arrivo di un’armata austriaca comandata da un cugino del Duca di Savoia, il Principe Eugenio di Savoia.
Eugenio, fuggito giovanissimo dal convento in cui era stato rinchiuso con l’idea di farne un uomo di Chiesa, dopo varie vicende rocambolesche era giunto a Vienna facendo rapidamente carriera al servizio dell’Impero. Si era distinto per il suo valore nelle continue guerre di quegli anni, come quando fu ferito da un archibugio durante l’assedio di Belgrado del 1688. Per inciso, Eugenio di Savoia conquisterà Belgrado ancora nel 1717, dopo che era tornata sotto il dominio turco. In quella occasione il primo a scalare le mura della città fu il soldato Giovanni Vittone di Sambughetto di Valstrona, nato nel 1692 e morto nel 1721. in suo onore fu coniata persino una moneta d’oro.

Torniamo al 7 settembre 1706. Piemontesi ed Austriaci sferrarono il contrattacco. Il Duca Vittorio Amedeo II di Savoia guidò personalmente l’attacco della sua cavalleria sfondando le linee nemiche e aprendo la strada alla vittoria.
Narra la leggenda che un portaordini, ferito mortalmente dai nemici, spirò dopo aver annunciato la vittoria al Duca. Il sangue sul colletto di questo ignoto soldato divenne il simbolo del reggimento Savoia Cavalleria, rappresentato dapprima da un filetto rosso sul bavero nero e dal 1933 da una cravatta rossa.

Il Savoia Cavalleria, che esiste tuttora inquadrato nella Brigata aeromobile "Friuli", fu protagonista di un episodio bellico che ha dell’incredibile durante la campagna di Russia, nella Seconda Guerra Mondiale.
Il 23 agosto 1942, mentre l’armata italiana sul fronte russo ripiegava, incalzata dai Sovietici, in un’ansa del fiume Don le “cravatte rosse” effettuarono l’ultima carica di cavalleria della storia. Solo dei pazzi temerari potevano pensare di caricare con le sciabole contro le mitragliatrici. Eppure, contro ogni probabilità, vinsero le sciabole. 


Da la bottega del mistero a Siamo in Onda su Puntoradio del 22.10.2011

6 commenti:

  1. "vinsero le sciabole"... bellissimo! A volte la temerarietà fa vincere contro ogni aspettativa!

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  2. La Storia offre delle occasioni impareggiabili per scoprire valoroso coraggio e "fede" in quel che si credeva giusto. E' più interessante di molti altri "intrattenimenti" e aiuta molto di più a vivere e ad agire. La Storia è piena di occasioni in cui la vittoria è passata dalla parte di eserciti apparentemente svantaggiati.

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  3. @ Isabel: grazie!

    @ Vele: proprio vero!

    @ Carolina: molto d'accordo. E ci da esempi di speranza anche nei momenti più bui!

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  4. La Storia è da sempre maestra di vita, ma i maestri si sa si tende a non ascoltarli. Bellissimo episodio questo delle " Cravatte rosse ", la follia appassionata a volte vince la fredda logica. Miao

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  5. Hai ragione Fel, la follia appassionata a volte vince contro ogni logica.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.