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mercoledì 19 novembre 2014

Il sole tornò a splendere


«Finalmente l’emergenza è cessata e lentamente l’acqua cala di livello. Lascia però dietro di sé molti danni ad abitazioni ed attività produttive.»
Siamo seduti in piazza ad Orta. Indossiamo stivali, per non bagnarci i piedi perché il tavolino e le sedie sono immerse in vari centimetri d'acqua. Non stiamo prendendo un aperitivo sul lago, ma nel lago. Perché noi gente dell’Orta siamo fatti così, lo amiamo anche quando fa la voce grossa.
Il Filosofo osserva l’acqua che si muove lenta attorno a noi, creando piccoli gorghi che scompaiono dopo pochi istanti di vita turbinosa.
«Soprattutto» dice infine «il lago ci lascia un messaggio. La terra su cui viviamo non è nostra. La possiamo utilizzare, ma non la possediamo. Non ci appartiene, perché non la comprendiamo. Abbiamo una certa conoscenza con lei, è vero, ma non una visione profonda di quello che è e dell’Equilibrio che la regola. Vediamo i fenomeni, ma ignoriamo la sostanza profonda delle cose. Così il lago è venuto fuori, per ricordarci che qui siamo ospiti, non padroni di casa. Perché lui esisteva prima che il primo uomo si affacciasse sulle colline e rimanesse a bocca aperta contemplando la sua straordinaria bellezza.»
Un cigno nuota sdegnoso a pochi metri da noi, senza degnarci di uno sguardo. Alzo il bicchiere e dedico un brindisi silenzioso al nostro lago.

mercoledì 5 febbraio 2014

Le luci del Filosofo


Molto tempo è passato da quando andai a trovare il Filosofo. Alcuni di voi probabilmente si chiederanno persino chi sia questo personaggio. Un mio amico, posso rispondervi, che ha una ben strana bottega ad Orta. O forse dovrei dire aveva una bottega, dal momento che l'ultima volta che vi sono entrato c'era una graziosa ragazza intenta a distribuire informazioni al suo posto.
Non dispero di incontrarlo nuovamente, ma nel frattempo voglio riproporvi un vecchio post legato a una festa appena conclusa, la Candelora.

Ringrazio per la foto "fuoco" l'amica Sara Di Carlo, del blog Metropolitain Girl che vi consiglio di leggere.

domenica 20 novembre 2011

Le ore prima dell’orologio

L’esigenza di misurare il tempo è antica e si lega alla necessità di prevedere i momenti ideali per le attività fondamentali. E vari sono i sistemi inventati non solo per misurare il passare del tempo, ma anche per comunicarlo agli altri.
Oltretutto, in certe epoche, il numero di persona in grado di leggere e scrivere era molto basso sul totale della popolazione. Occorrevano sistemi facili da comprendere, come le meridiane, e possibilmente utilizzabili anche per segnalare le ore anche a grandi distanze, ai contadini che lavoravano nei campi. Come le campane.
L’uso di campane e campanelli è testimoniato fin da epoche antiche. Nell’antica Roma erano già in uso, sia con la funzione di amuleti che per segnalare l’apertura di edifici pubblici, come le terme.
Esistevano anche campanacci per il bestiame. Alcuni esemplari sono stati rinvenuti a Gravellona Toce durante gli scavi archeologici compiuti nel secolo scorso. Erano in ferro ed erano appesi al collo degli animali per segnalare la posizione non solo dei bovini ma anche di pecore e capre.
Ad un certo punto però campane di una certa dimensione cominciarono ad essere collocate presso le chiese per richiamare i fedeli e segnalare le funzioni della giornata. In questo modo il giorno cominciava ad avere una scansione interna segnalata dall’uso delle campane.
Secondo la tradizione fu Paolino da Nola nel V secolo ad introdurre l’uso delle campane per le chiese. Precedentemente infatti questi strumenti erano guardati con sospetto essendo presenti nei templi pagani. Il termine “campana” verrebbe proprio dai “vasa campana”, come erano chiamati in antico questi strumenti che assomigliavano a vasi in bronzo ed erano prodotti nella regione Campania, dove venivano fabbricate le prime campane.
A proposito di fabbricanti di campane c’è una storia interessante che riguarda la nostra zona ed in particolare il paese di Valduggia, sul confine tra la Val Sesia e il Cusio.
Attorno alla metà del Quattrocento iniziò un’attività di fabbricazione di campane tramandata di generazione in generazione dalla famiglia Mazzola fino al 2004. Innumerevoli furono le campane realizzate da questi maestri artigiani non solo sul territorio cusiano e valsesiano. Un’arte antica che ancora oggi risuona nei rintocchi delle campane che comunicano il passare delle ore.

mercoledì 20 luglio 2011

Alla ricerca di Alfa. 2 - Conversazione con un Filosofo



La prima tappa del mio viaggio mi ha portato ad Orta, dove si trova la Bottega del Filosofo. È uno strano luogo questo, in cui non si vendono altro che semplici, preziosissime informazioni. Volete andare sull’isola di San Giulio? Volete visitare una mostra a Palazzo Penotti Ubertini? Lasciare Orta per cercare uno dei molti musei, unici al mondo, che arricchiscono l’Ecomuseo del Lago d'Orta e Mottarone come le perle di una collana?
Le risposte alle vostre domande sono lì ad attendervi, nella Bottega del Filosofo.

Se poi avrete la pazienza di attendere che la folla si diradi e la quiete torni nel suo piccolo regno, il Filosofo, uno dei cari amici di Alfa, potrà dispensarvi un po’ della sua saggezza. E proprio di questa sono in cerca, per trovare le tracce del nostro Alfa.
«Non ha retto il peso della verità» mi dice sconsolato il Filosofo. «Scoprire di essere solo un personaggio di un Autore è stato troppo per lui. Sono pochi coloro che reggono il peso di simili rivelazioni. Così, ferito, si è rifugiato in qualche luogo inaccessibile del lago, dove non ti sarà facile scovarlo. È pieno di baite abbandonate, boschi inaccessibili e persino caverne sulle montagne qui attorno. Potrebbe essere ovunque, considerato che conosce molto bene il territorio e sa come muoversi. Tu invece?»
«Ho attraversato la foresta amazzonica» rispondo, come esibendo un curriculum.
«Capisco» annuisce. «Ne abbiamo una anche noi qua sopra, tra Ameno e l’Alto Vergante. L’hanno chiamata così per lo meno, Amazzonia Novarese, per via delle estensioni di boschi sempre più abbandonati, dove puoi trovare vecchi alpeggi abbandonati ed interi paesi fantasma.»
«Conosco bene la situazione. La casa dei miei antenati è a Pregallo.»
«Pregallo» annuisce. «Uno strano paese. Sulle montagne attorno al lago d’Orta ci sono borghi incantati e fuori dal tempo, come Corconio; o paesi disabitati che si ripopolano improvvisamente solo con l’arrivo dell’estate, come Campello Monti. Eppure Pregallo è diverso, perché non compare su nessuna delle nostre mappe, benché sia lì sopra, sulla collina, a mezza costa tra il lago e le montagne, e basti percorrere quella strada per arrivarci. In fondo da qui è meno di un’ora.»
«Ci sono molte cose strane a Pregallo» confermo. «Ma certamente Alfa non è salito lassù. Ne sarei stato informato, in questo caso.»
«Buona fortuna» mi dice tendendomi la mano. «E cerca di riportarlo qui presto».
Annuii, congedandomi dal Filosofo, ma non glielo promisi, perché sapevo che il quando era al di là delle mie possibilità di previsione.

Chiudendo questo primo appunto di viaggio, mi accorgo che, precedentemente, nel presentarmi ho omesso di raccontarvi la mia storia. Se vi interessa – ma non è indispensabile farlo per seguire il mio viaggio attorno al Lago d’Orta – potete leggerla seguendo questo link o, più comodamente, potete scaricare l’intera storia in pdf da questo altro.

mercoledì 5 maggio 2010

Perdere l’amore




Il Filosofo ha sopportato tutto. I suoi tradimenti prima e poi l’abbandono. Senza spiegazioni lei è volata via una sera. Come una rondine che lascia il nido in autunno se n’è andata, ma inutilmente il Filosofo ha aspettato la primavera. È venuta l’estate, poi l’autunno ed infine l’inverno, ma lei non è più tornata. L’hanno portata via i suoi sogni di successo. Sogni senza speranza, in realtà, perché le sue amicizie le hanno dato solo qualche comparsata in trasmissioni di nessuna importanza.
I cocci di un sogno infranto non sono il terreno giusto su cui far rifiorire un amore. Il Filosofo tuttavia ha continuato ad aspettare e sperare. Ha visto i molti nuovi amori di lei – come ci pare ingiusta e volgare la felicità altrui quando coincide con il nostro dolore – pubblicizzati dalle immancabili foto su Facebook.
«Possibile» si domanda il Filosofo «che nulla più sembri esistere se non attraverso i social network?»
Accarezza con la mano il bordo del bicchiere pieno di alcol. Sono pronto a scommettere che sia stato il suo compagno di dolore in questi lunghi mesi.
«Ci sono amori che finiscono improvvisamente» riprende «come bicchieri di cristallo che ti sfuggono di mano proprio mentre li stai portando alle labbra e non riesci a credere di essere stato così sciocco o disattento da distruggere quella cosa per te tanto preziosa. Altri ti scivolano tra le dita come sabbia, lasciandoti una sensazione di sporco sulla mano, che ti spinge a pulirtela al più presto. Altri ancora si spengono lentamente, lasciando dietro di sé come un’eco, che diviene sempre più fioca e talora prende l’aspetto di un fantasma, che a lungo infesta i tuoi incubi notturni.»
La mano del Filosofo ha uno scatto e vuota il contenuto del bicchiere nel vaso pieno di sabbia e mozziconi spenti. Poi alza lo sguardo e mi fissa sorridendo.
«Il mio amore è finito così, improvvisamente, dopo aver a lungo riempito le mie giornate. Una mattina mi sono alzato dal letto, ho preso il fiore appassito – che conservavo sul camino in memoria di colei che me l’aveva donato – e l’ho gettato nell’immondizia. Poi sono uscito a camminare e respirare l’aria del bosco. E mi sono sentito nuovamente un uomo libero»

mercoledì 3 marzo 2010

Le due Bestie

Il Leviatano


«Così ti ha affumicato per bene il cervello» ridacchia il Filosofo porgendomi un bicchiere di acqua fresca.
«Ho ancora i polmoni intasati» annuisco. «Se si decidesse a smettere di fumare il suo maledetto sigaro forse l’abbattimento delle polveri sottili sarebbe un obiettivo raggiungibile.»
«Non farci affidamento» scuote la testa. «Da che mi ricordo ho sempre visto il Maestro fumare. A parte questo, però, non mi hai raccontato cosa sei andato a fare da lui.»
Quando ho terminato di fargli il riassunto dell’incontro, rimane a fissarmi da dietro le lenti spesse degli occhiali.
«Argomento intrigante» osserva. «Di quelli però che rischiano di annegare gli aspetti importanti dentro un mare di dettagli forse ininfluenti.»
«Cosa vorresti dire?» sono incuriosito dalle sue parole.
«Intendo che il rischio è quello di correre dietro ai dettagli, inseguendo il significato nascosto di una serie di simbolismi minuti e non vedere invece la grande metafora che sta davanti ai nostri occhi. Un po’ come quando si osserva un grande quadro troppo da vicino. Puoi distinguere le singole pennellate e magari riconoscere le impronte digitali dell’autore, ma non vedi la bellezza della composizione nel suo insieme.»
Il Filosofo è fatto così: quando meno me l’aspetto riesce a sorprendermi.
«In fondo si tratta di un testo religioso, con contenuti morali» continua. «A me, ad esempio, viene da pensare che le due Bestie al servizio del drago possano avere un valore allegorico. La prima esce dal mare, luogo di dimora dei mostri, ma anche simbolo dei mutamenti e del desiderio di ricchezze che spinge gli uomini ad imprese speculative azzardate e non sempre lecite. Inoltre questa bestia è così potente e temibile da ricordarmi il Leviatano. Forse non casualmente, il filosofo Thomas Hobbes, nel 1651, prese proprio questo simbolo per indicare il potere assoluto. Nel suo caso con un valore positivo: lo Stato assoluto è nella sua visione l’unico antidoto contro il caos ed il disordine. Rovesciando la prospettiva potremmo però pensare che esso rappresenti il Potere che cessa di essere uno strumento costruito dall’Uomo per l’Uomo e diventa invece un fine esso stesso. Il Potere politico, economico, militare, o di qualsiasi altra natura, che usurpa la regalità per schiacciare un’umanità cui davvero non rimangono spazi di azione, se non residuali, al di fuori delle logiche – il marchio – imposte dal Potere.»
Il discorso del Filosofo mi pare molto più interessante rispetto alle mille contrastanti interpretazioni sul senso recondito del numero seicentossessantasei. È lui stesso però a ritornare su questo argomento.
«Tra l’altro il numero DCLXVI che riunisce tutti i numeri usati all’epoca, potrebbe indicare proprio questo: la pienezza e la totalità del Potere assoluto.»
«E allora l’altra Bestia?» domando. «Quella che sorge dalla terra?»
«Potrebbe essere il simbolo della religione» la voce del Filosofo diviene amara. «Quell’insieme di regole, pratiche e rituali che molto spesso sostituisce la vera fede. Essa sorge dalla terra, perché è creazione umana e non divina. Assume belanti sembianze d’agnello, ma parla con voce di drago, piena di falsità. Il suo scopo è creare sostegno e consenso attorno alla prima bestia. È la famosa alleanza tra il Trono e l’Altare, che dal tempo di Costantino in poi è stata una costante della nostra civiltà e ancora oggi è una tentazione a cui molti non sanno rinunciare, basti pensare a quante volte la religione è usata per fini politici e quante volte la politica si riempie la bocca parlando dei “valori” religiosi per cercare di imporre visioni molto terrene e ben poco celesti.»
Sono considerazioni amare, quelle del Filosofo, e inquietanti. Perché se avesse ragione davvero, allora staremmo già vivendo, da molto tempo e senza rendercene conto, sotto il dominio delle due Bestie.

Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4

Parte 5 e ultima

venerdì 7 agosto 2009

Amicizie pericolose


L’ora dell’aperitivo è tempo di confidenze, cui nemmeno io riesco a sottrarmi. L’altra sera, ad esempio…

«Mi è capitata una cosa particolare…».
Il Filosofo solleva lo sguardo dal bicchiere incuriosito, interrogandomi silenziosamente.
«Come sai» proseguo «ho a disposizione delle chiavi con cui posso accedere a luoghi generalmente interdetti alle persone normali...»
Il Filosofo sorride. Solo allora mi rendo conto dell’involontaria auto ironia.
«Naturalmente non intendevo che sono posti riservati a persone anormali…» preciso.
«Naturalmente…» ride «vai avanti…»
«Qualche tempo fa mi è capitato un fatto… hai presente quelle cose a cui sul momento non dai peso, ma che più tardi, quando ci ripensi…»
Il Filosofo annuisce e infilza un’oliva con lo stuzzicadenti. Gli piacciono le olive…
«Mi trovavo davanti ad uno di questi luoghi, quando mi si avvicina una donna, che accompagnava una ragazzina. La donna appariva visibilmente interessata a quel luogo e cercava un modo per entrarvi. Le ho risposto che ciò non era possibile. Che occasionalmente l’accesso era permesso, ma che in quell’occasione proprio non lo era.»
«Conosco questo genere d’insistenza» sorride il Filosofo attaccando le arachidi salate. «Con me la usano quando vogliono una guida in vendita senza pagare i due euro del prezzo di copertina.»
«Già… comunque la donna si rivolge alla ragazzina e le dice: “Allora hai capito? Se vuoi entrare non c’è che una cosa da fare: devi farti amico questo signore…” Ti rendi conto?»
Il Filosofo comincia a tossire. Un’arachide ha rischiato di andargli di traverso.
«È la stessa reazione che ho avuto io» gli dico dopo aver constatato che non sta rischiando la vita. «Anche se a scoppio ritardato. Ero a casa, mi stavo quasi per addormentare e quella che sul momento mi era sembrata una frase stupida mi è ritornata in mente in tutta la sua grottesca assurdità.»
«Naturalmente non intendeva quello...» tossisce il Filosofo.
«No, chiaramente no!» rido. «Niente vergine data in pasto al drago, grazie al Cielo! Però la cosa è lo stesso sconcertante.»
«Già» il Filosofo scuote la testa. «Fatti amico un uomo per ottenere qualcosa. Bell’insegnamento davvero da dare ad una ragazzina! Poi magari la stessa persona si lamenta della Tv e dei modelli che trasmette!»
Intuisco che la conversazione sta scivolando su un terreno pericoloso per l’umore del Filosofo. La sua ex fidanzata sta cercando in tutti i modi di sfondare nel mondo dello spettacolo e, da quello che ho sentito, si è fatta molti amici per riuscire nel suo intento. In questi giorni poi si parla di possibili fiction da girare sul lago e c’è molta fibrillazione in certi ambienti.
Il Filosofo però non sembra preoccuparsi di questo, stasera.
«A proposito di gente che vuole entrare in luoghi dove non potrebbe entrare: mi è sembrato di vedere la Villeggiante qualche giorno fa. Stava scattando delle fotografie.»
«Non parlarmene!» mi metto la mano sulla fronte. «Sapessi cosa ha combinato mentre ero via…»


Se volete sapere cosa ha fatto la Villeggiante, amica della mia amica Vele (la ricordate, vero?) non vi resta che attendere fino a domani…

domenica 14 giugno 2009

L’uomo che lanciava televisori dai ponti

«Cosa spinge un uomo a fare il giro del lago, salire su per una strada piena di tornanti fino quasi alla Madonna del Sasso, fermare la macchina su un ponte, aprire lo sportello e lanciare il televisore guasto nel vuoto?»
Il Filosofo fissa il suo bicchiere, come per cercare una risposta a questa assurda domanda.

Dalla radio, frattanto, giungono le notte dei Queen, con Freddie che canta in inglese e giapponese “Teo Toriatte”.

When I'm gone
No need to wonder if I ever think of you
The same moon shines
The same wind blows
For both of us,
and time is but a paper moon...

«Forse è il gusto di fare qualcosa di proibito» scuoto la testa. «O mera stupidità. Pensa allo spreco di carburante, all’inquinamento del torrente sottostante, la fatica… quando esiste un servizio di raccolta porta a porta gratuito.»

Be not gone
Though I'm gone
It's just as though I hold the flower that touches you
A new life grows
The blossom knows
There's no one else could warm my heart
as much as you...
Be not gone

Il Filosofo tuttavia non mi ascolta. È perso nella nebbia dei suoi astratti pensieri come sovente gli accade.

Let us cling together as the years go by
Oh my love, my love
In the quiet of the night
Let our candle always burn
Let us never lose the lessons we have learned

«Cosa spinge una ragazza bella, intelligente, sensibile a buttare la sua vita inseguendo un assurdo sogno di celebrità?»
Su Facebook lo status del Filosofo indicherebbe certamente “Relazione complicata”. Su Facebook lo status del Filosofo dovrebbe indicare più propriamente “single” dal momento che da quando lo conosco le sua situazione non è mai cambiata…

Hear my song
Still think of me the way you've come to think of me
The nights grow long
But dreams live on
Just close your pretty eyes and you can be with me...
Dream on

«Cosa rende indelebile nel cuore di un uomo il marchio a fuoco di un amore indimenticabile? Cosa lo spinge al ricordo ostinato? Nonostante tutto?»
Il naso del Filosofo sfiora quasi l’orlo del bicchiere, come se sulla sua schiena fosse seduto il più pesante dei demoni.

When I'm gone
They'd say we're all fools and we don't understand
Oh be strong
Don't turn your heart
You're all
We're all
For all
For always...

Il volto del Filosofo è una maschera di tristezza, come quello di un condannato a morte. Eppure, come un uomo in attesa dell’esecuzione, non riesce a non sperare. in una grazia all’ultimo istante, ad un miracolo, non saprei dire.

Let us cling together as the years go by
Oh my love, my love
In the quiet of the night
Let our candle always burn
Let us never lose the lessons we have learned

E quando rialza la testa, dopo quei lunghi minuti di sofferenza, leggo nei suoi occhi la certezza che il miracolo, un giorno o l’altro, ci sarà.



mercoledì 20 maggio 2009

Disfida 4 – Inquietanti incontri

Due Pillole di Mistero scritte per Siamo in Onda che trattano di incontri misteriosi nella notte, raccontati da due amici di Alfa, il Filosofo e l’Intortatore. Al primo capitano sovente incontri con entità misteriose e nel racconto ci narra che questa peculiarità risale ai suoi antenati. L’Intortatore è, invece, il tipico play boy di provincia, assolutamente convinto di essere irresistibile. Le sue storie, raccontate agli amici durante gli aperitivi, hanno però di solito un finale decisamente diverso da quello che il seduttore aveva previsto.



La scelta

Il racconto è ispirato ad una storia ascoltata da un’anziana donna e affronta il tema del “Destino”. L’ambientazione è nel bosco, teatro usuale per le leggende e i racconti misteriosi. Ci sono infatti luoghi, nelle paludi e nei boschi, che è bene attraversare con gli occhi ben aperti. Il finale è, volutamente, aperto. Ci sono scelte che sta a noi compiere, per quanto ignota sia la sorte che ci riservano. E se non sappiamo cosa riserverà il destino, possiamo decidere come affrontarlo.


È il mio amico Filosofo a raccontarmi questa storia.
“Alla metà dell’Ottocento un uomo aveva un alpeggio sul Mottarone. Poiché le bestie erano sorvegliate da un alpigiano, egli preferiva risiedere a Gozzano, salendo all’alpe ogni due giorni. Partiva la mattina presto, ben sapendo che il cavallo ormai conosceva la strada. In questo modo poteva ancora schiacciare un pisolino durante il tragitto.
Anche quella mattina sellò l’animale sbadigliando e partì, addormentandosi poco dopo, come suo solito. Fu svegliato all’improvviso da un nitrito del cavallo. Si trovava nel mezzo di un bosco, in corrispondenza di un incrocio. Stranamente non ricordava di essere mai stato in quel posto prima e anche il cavallo dava segni di nervosismo.
«Sta a te scegliere!»
La voce fece impennare l’animale e rizzare i capelli all’uomo, che si aggrappò alle redini, stringendo le gambe per riprendere il controllo. Da dietro un albero comparve una sagoma scura, che indossava un cappello a cilindro e un vestito nero.
«Cosa scegli?» domandò di nuovo la figura. «Puoi svoltare a destra, proseguire diritto o svoltare a sinistra, ma non puoi più tornare indietro.»
L’uomo guardò allarmato dietro le spalle e vide che il sentiero stava svanendo, inghiottito da una nebbia così scura e minacciosa da fargli accapponare la pelle.
«Sta a te scegliere» ripeté per l’ultima volta l’essere. «Sappi che una strada, non ti è lecito sapere quale, ti consentirà di raggiungere la tua meta; un’altra ti farà trovare un tesoro favoloso; ma guai a te se sceglierai la terza!»
«Cosa mi accadrebbe?» domandò allarmato l’uomo, che era il mio trisavolo.
«Se la prenderai» gridò la figura prima di svanire «sarete maledetti tu e i tuoi discendenti per sette generazioni!»
L’uomo non poteva sapere quale fosse la direzione giusta, ma una cosa sapeva con certezza: se non la meta, poteva decidere il modo. Spronò il cavallo e scelse la sua via, a tutta velocità.




La voce è quella di Marco l’Equi Librista



La pupa e il motore

Il tema è “donne e motori”. La storia è la classica leggenda metropolitana dell’autostoppista fantasma. In questo caso però l’ambientazione è cusiana. Sulla strada che da Arona conduce al lago d’Orta esiste una palude, la famigerata palude di Invorio. E poco distante c’è un piccolo cimitero, ai piedi dell’antica chiesetta di San martino d’Ingravo. Qui, in tempi antichi sorgeva un paese, Ingravo, scomparso misteriosamente nel nulla.


Stavo salendo sulla mia nuova Porsche, fuori dal solito bar di Arona, quando la vidi. Una pupa di quelle che ti lasciano a bocca aperta. Carrozzeria da urlo, accessoriata al punto giusto, sguardo smarrito.
«Puoi darmi un passaggio?» mi chiede «Dovrei tornare a casa…»
«Ti porto anche in Paradiso, se vuoi!» le rispondo.
La faccio salire, aprendole la portiera. Un po’ di cavalleria non guasta per creare la giusta atmosfera. Le chiedo dove abita.
«A Bolzano» mi risponde con un filo di voce.
Sfodero uno dei miei sorrisi scioglicuore, ingrano la marcia e parto sgommando.
Mentre i fari squarciano le tenebre davanti a noi, inizio ad accordare le distanze tra di noi. Il motore è la musica che fa da sottofondo al canto delle mie parole, che la carezzano gentilmente, tessendo attorno all’uccellino una rete da cui non potrà fuggire. La vedo giocherellare con una ciocca di capelli, segno inequivocabile che le mie parole stanno centrando il bersaglio.
Stiamo uscendo da Invorio quando parla nuovamente.
«Voi uomini avete parole dolci, ma i vostri gesti, poi, ci feriscono…»
Rimango un po’ sorpreso da quelle parole, ma non mi scoraggio. Se fosse mia abitudine fermarmi alle prime difficoltà non avrei il carniere pieno di prede.
Mentre infilo le curve lungo la palude assesto i colpi definitivi, dicendo quelle parole a cui nessuna donna potrà mai resistere. Quando imbocco la salita, dopo il ponte sull’Agogna, sono certo di averla in pugno.
«Fermati qui» mi dice, infatti, poco dopo l’ultima curva.
«Davanti al cimitero?» domando ironico.
«Sono arrivata. Non vuoi scendere da me?»
In quel momento sento un brivido gelato. Mi volto verso di lei, ma non vedo nessuno.
Il giorno successivo ho dovuto far cambiare il sedile della macchina…





La voce è sempre quella di Marco l’Equi Librista

martedì 5 maggio 2009

Rotaie nella brughiera

Il Filosofo mi ha raccontato il suo incontro con un treno fantasma sulla sponda occidentale del Lago dOrta, nelle brughiere che fino a pochi anni fa si estendevano tra Pogno e San Maurizio d'Opaglio....




Pillola di Mistero letta a Siamo in Onda il 28 marzo 2009 sul tema "treno".

sabato 28 marzo 2009

Rotaie nella brughiera

Questa storia risale a una trentina di anni fa. Passeggiavo lentamente sull’erica della brughiera, quando ancora i capannoni industriali non avevano coperto di cemento e asfalto l’area tra Pogno e San Maurizio d’Opaglio. Per caso, almeno credo, mi imbattei in uno strano cippo, su cui era incisa una enigmatica sigla. Mi chinai per osservarla meglio, ma appena la toccai, una nebbia improvvisa mi avvolse. Spaventato mi allontanai di qualche passo annaspando in quell’atmosfera densa, finché non inciampai in qualcosa di duro e caddi a terra, battendo la testa. Quando mi svegliai la nebbia si era dissolta. Mi alzai faticosamente, scoprendo, con mia enorme sorpresa di trovarmi sui binari del treno. Mi incamminai dolorante finché non vidi un edificio comparire dietro un campo di granoturco. Era stranamente colorato con strisce orizzontali bianche e rosse. Cosa ancora più strana, sulla facciata campeggiava una scritta. “Stazione ferroviaria di Berzonno?” lessi sorpreso e preoccupato per gli effetti della botta in testa. Quando giunsi sulla pensilina vidi l’orario dei treni di una linea che non poteva esistere. Linea ferroviaria Gozzano Alzo. Fermate a Gozzano, Strada della Cremisina, Berzonno, San Maurizio d'Opaglio e Alzo… Non mi ero ancora ripreso dallo stupore quando sentii un fischio alle mie spalle. Una colonna di fumo si muoveva lentamente nella mia direzione, soffiando e sbuffando. Sul binario uno della stazione fantasma stava arrivando un treno dannatamente in ritardo, poiché quella linea aveva cessato di esistere esattamente settanta anni prima."

lunedì 2 marzo 2009

Un difficile pomeriggio per il Filosofo


E’ un Filosofo dall’aria provata quello che mi accoglie nella sua bottega. Non faccio in tempo a togliermi il cappello, che inizia a sfogarsi.
«Accidenti alla tua idea di raccontare di me nel tuo blog!» esclama. «Da quando hai iniziato, il numero di personaggi strampalati che frequentano questo posto è decisamente aumentato!»
«Cosa ti è accaduto?» sorrido. «Un cacciatore di vampiri? O era un sensitivo in contatto con entità aliene?»
«Macché! Quelli almeno li riconosco al primo sguardo» scrolla le spalle «e so come liquidarli. Quella che è venuta oggi, invece, sembrava una normale ragazza milanese. Per quanto possa essere normale una ragazza milanese, chiaramente…»
Il Filosofo non è misogino. Solamente, come ho già avuto modo di dire, ha una relazione sentimentale che sarebbe un eufemismo definire “complicata”. Così, alle volte, ha delle uscite un po’ rudi…
«All’apparenza normale, quindi…» lo esorto a continuare.
«Sì. La classica ragazza in jeans e scarpe da ginnastica, come se ne vedono tante, ma questa era normale solo all’apparenza. Come prima cosa mi si è piantata davanti e fissandomi mi ha detto: “Ho elementi per dire che ci sono collegamenti interessanti tra questa zona e Milano. Lei cosa ne pensa?” Poi si è messa a guardarmi in silenzio con gli occhioni sgranati sotto la frangetta, in attesa di una risposta.»
«Non si può certo definire una domanda semplice» ridacchio «di elementi interessanti me ne vengono in mente a dozzine…»
«Infatti!» esclama il Filosofo. «Le stavo parlando degli antichi confini della Riviera d’Orta e del Ducato di Milano, dei Visconti e del Duomo e dei barconi che viaggiavano ad ufo, quando mi ha veramente spiazzato.»
«Cosa ha fatto?» Domando incuriosito.
«Non riuscivo a crederci: ha tirato fuori un grande quadernone, con la copertina rossa e un sacco di foto, schizzi e post it che spuntavano ovunque dalle pagine e ha iniziato a prendere appunti su tutte le cose che dicevo. A quel punto ho cominciato a sudare freddo. Mi sentivo teso come se fossi ad un colloquio di lavoro. Mentre terminavo di farfugliare qualcosa mi ha chiesto di precisare in che modo fosse coinvolto il Duomo.»
«Ma chi era?» domando divertito. «Una poliziotta?»
«Non lo so! ma mi sembrava davvero un’inquisitrice… A quel punto ho cercato di liberarmi di lei rispondendo il più laconicamente possibile. Così le ho detto, evasivo, che i rapporti con il Lago d’Orta riguardavano la facciata antica del Duomo. Ma lei, cocciuta, mi ha chiesto: "in che modo si differenziava dalla facciata attuale?"»
«Benedetta ragazza» rido «voleva una lezione di storia dell’arte?».
«Di più! Voleva un giudizio estetico. Infatti mi ha chiesto subito dopo se preferivo la facciata chiara in marmo di Candoglia o quella antica in alternanza col marmo nero di Oira…»
«E tu cosa preferivi?»
«A quel punto ho guardato l’ora e ho detto che dovevo chiudere. Per fortuna mancava davvero poco, così l’ho sospinta verso la porta e l’ho cacciata fuori.»
«Mi deludi» scuoto la testa. «Trattare così una gentile turista… chissà come ci sarà rimasta male…»
«Per prima cosa» il Filosofo solleva l’indice verso il soffitto «quella non era una turista, ma una villeggiante: mi ha detto infatti di avere una casa da queste parti, ma non ho capito dove. Secondo, quella ragazza mi mette veramente a disagio con tutte le sue domande. Terzo, non si è minimamente offesa. Anzi, non ha proprio capito di essere stata cacciata fuori, quella! Mi ha ringraziato per la gentilezza e tutta allegra mi ha detto che tornerà di sicuro a trovarmi. Lei e quel suo benedetto quaderno rosso!»
«Un momento!» lo interrompo «Ricordi le parole della Maga? “Vedo il rosso salire da Oriente, portando per voi molte domande. Il lago dei Misteri sarà diverso, dopo.” Ti ricordi quanto ci siamo preoccupati?»
«Oh no!» esclama il Filosofo. «Oltre a Caronte coi suoi racconti etilici; oltre al Maestro coi suoi dannati sigari; oltre alla Maga con le sue strane visioni… d’ora in poi mi toccherà anche la Villeggiante, con le sue domande a mitraglia! Per non parlare di te e dei tuoi misteri, naturalmente! Ma sai cosa faccio?»
Scuoto la testa, ma già un brivido mi percorre la schiena.
«La prossima volta, come metterà piede nella mia bottega, spedirò la Villeggiante dritta dritta da te!»

Mentre attendo che il rosso ciclone di domande proveniente da Milano si abbatta su di me, non posso fare a meno di pormi e di porre a voi, miei lettori, alcune domande.

Chi è, in realtà, la Villeggiante?
Quale oscuro piano si cela dietro le sue, apparentemente innocue, domande?
Ma soprattutto, questo è il primo racconto contrassegnato con l’etichetta "Misteri a quattro mani"…
Cosa ne pensate?


La risposta a queste domande sarà pubblicata domani sera…

Nota: questo "Mistero a quattro mani" è stato ideato e scritto da Alfa e Vele.

domenica 1 marzo 2009

Il rosso da oriente

Sono stato dal Filosofo ieri pomeriggio.
Mi ha raccontato un fatto inquietante che gli è accaduto ieri mattina. Un evento che svela il segreto nascosto dalle parole della Maga, che tanto ci avevano angosciato nei giorni scorsi.

Ora non posso dirvi di più, ma domani mattina vi racconterò ogni dettaglio.
..

martedì 3 febbraio 2009

La Candelora




«Quando vien la Candelora da l'inverno sémo fóra, ma se piove o tira vénto, ne l'inverno semo drénto. Il che, tradotto, suona: “Quando viene la Candelora dall’inverno siamo fuori, ma se piove o tira vento, nell’inverno siamo dentro”. Considerato il tempo di ieri, perché la Candelora si valuta al tramonto del giorno prima, ci aspetta un altro mese di maltempo.»
«Andiamo bene…» commenta il Filosofo.
«Ti lamentavi che l’anno scorso non era inverno e ora eccoti accontentato…» lo punzecchio.
Il Filosofo soffre il freddo. Molto più di me, almeno. La Maga versa la tisana nelle tazze e sorride, con quel suo solito fare amabile.
«La Candelora è una festa molto antica…» ci dice, mescolando la tisana con un cucchiaino.
«Da quel che so» interviene il Filosofo «fu istituita nel V secolo, quando il Papa ottenne dal Senato di Roma la soppressione dei Lupercalia. Una festa disordinata, si pensava, coi sacerdoti che correvano per le strade frustando uomini e… soprattutto, donne. Il bello era che queste si sottoponevano volentieri, convinte che il rito propiziasse la fertilità…»
Ride, il Filosofo, con gli occhiali che ballano sul naso.
«Non conoscevo questo fatto» ammetto. «In compenso so che in Irlanda la festa si chiamava Imbolc e si celebrava il primo febbraio al culmine dell'inverno, nel punto mediano tra il solstizio d'inverno e l'equinozio di primavera. »
«Tenete presente» interviene la Maga «che la celebrazione iniziava al tramonto del giorno precedente, in quanto il calendario celtico faceva iniziare il giorno appunto dal tramonto del sole. Inoltre le feste usualmente duravano tre notti, pertanto la festa andava dal tramonto del 31 gennaio all’alba del 3 febbraio.»
«In cosa consisteva la festa?» domanda il Filosofo.
«Era la festa della luce» spiega la Maga. «Si celebrava l'allungamento della durata del giorno e la speranza nell'arrivo della primavera. La tradizione prevedeva l’accensione di lumini e candele in onore della dea Brígit, detta anche Brighid o Brigantia, la “dea del triplice fuoco”, patrona dei fabbri, dei poeti e dei guaritori. Il suo nome deriva proprio dalla radice “breo” (fuoco): il fuoco della fucina, il fuoco dell’ispirazione e il fuoco che guarisce. Era talmente sentito il suo culto che riuscì persino a diventare santa. Con l’avvento del cristianesimo si iniziò ad onorare infatti Santa Brigida, considerata la levatrice di Cristo, un personaggio femminile della cui esistenza storica nulla si sa, mentre sono noti i molti miracoli, come quello di trasformare addirittura in birra l’acqua in cui si lavava. Cosa che non deve stupire più di tanto se si considera che Brigit era chiamata anche “Madre dell’Orzo”. Inoltre, nel monastero irlandese di Kildare, fino alla riforma protestante, un fuoco sacro era mantenuto perpetuamente acceso da diciannove monache, che vegliavano a turni di una giornata. Quando giungeva il suo turno, la diciannovesima suora pronunciava la formula “Bridget proteggi il tuo fuoco. Questa è la tua notte”. Il ventesimo giorno si riteneva fosse la stessa Bridget a tenere miracolosamente acceso il fuoco. Naturalmente il numero diciannove richiama il ciclo lunare metonico che si ripete identico ogni diciannove anni solari…»
«E il culto richiama quello delle Vestali a Roma. Ci sono evidenze di questo culto anche nell’Europa continentale e nella nostra zona?» domanda il Filosofo perplesso.
«A parte il fatto che la Candelora prevede l’accensione delle candele?» sorride la Maga «L’unico collegamento suggestivo è il fatto che la festa di San Giulio cada proprio il 31 gennaio. Non si può dimenticare infatti che il serpente/drago (strettamente collegati alla figura di San Giulio ) era uno degli animali sacri a Brigit. Infatti proprio nel giorno di Imbolc il serpente, se l’inverno è mite, si risveglia dal suo sonno invernale. Da questo fatto i contadini traevano gli auspici sulla fine della cattiva stagione.»
«È probabile» osservo «che la Candelora, come molte altre feste tradizionali , abbia riassunto in sé più feste precristiane, provenienti anche da tradizioni diverse. La collocazione temporale, a metà strada tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera, del resto aveva certamente determinato la nascita di rituali connessi alla fine dell’inverno in varie culture.»
«Infatti» osserva il Filosofo «la festa inizialmente si celebrava a metà Febbraio, il mese della purificazione, dedicato a Giunone Februata.»
«Lo spostamento agli inizi di febbraio avvenne probabilmente» annuisce la Maga «per l’incontro tra i rituali della Chiesa di rito romano e quelli della Chiesa di rito gallico, importati anche in Europa dai monaci irlandesi.»
«Difficile stabilire pertanto» osservo «quali potessero essere le credenze delle popolazioni celto romane dell’Italia settentrionale. Il mistero, dunque, rimane…»

PS.
Il proverbio iniziale è in memoria delle origini "foreste" di chi scrive.
Se volete la traduzione nella lingua locale vi consiglio questo post, scritto dall'amico Bunin.

mercoledì 14 gennaio 2009

La leggenda della castellana del Giasso


«Si fanno scoperte interessanti nelle biblioteche!»
Il Filosofo mi guarda trionfante, mettendomi sotto il naso una fotocopia de L’Amico, un giornale che si pubblicava agli inizi del secolo scorso.
«Ventuno gennaio novecentocinque. Ne è passato di tempo…»
«Anche allora però c’era chi parlava di leggende, firmandosi con uno pseudonimo. Leggi qua: “Le leggende della Riviera”, firmato “Anser”…»

L’occhio scorre rapidamente quel breve testo. Vi si racconta del feroce castellano che viveva in un superbo castello sul monte Giasso, sopra Armeno. E della sua bellissima e biondissima figlia, rimasta orfana di madre, che vagava sola, ignorata dal crudele padre, per i boschi e i pascoli del Mottarone.
Un giorno incontrò un pastore bello e forte e immediata scoccò la passione.
Il padre però lo venne subito a sapere (non si capisce perché, ma i genitori più disattenti ai bisogni dei figli sono anche i più informati sulle loro colpe) e, adirato con il seduttore plebeo, lo fece rapire dai suoi uomini e gettare da una rupe.
La fanciulla, scoperta la morte del pastore sfuggì alla tardiva sorveglianza del padre e corse fino al luogo della tragedia. Qui, fattasi indicare il crepaccio in cui giaceva l’amato, si gettò nel vuoto.
Anche adesso qualche alpigiano assicura che allorché la nebbia coinvolge il Mottarone, si vede errare tra il grigio una forma sottile ed evaporata di donna, che si lamenta.”
Così si chiude il breve articolo.

«È lo spettro della bionda castellana?» mi domando. «O il ricordo deformato di qualche antica leggenda legata ad una Dama delle Nevi? E il luogo dell’omicidio era forse quel Sasso dell’Uomo a cui si collega una paurosa e misteriosa leggenda di morte? E infine, chi era realmente “Anser”?»
Quanti misteri si possono trovare in una biblioteca…

venerdì 26 dicembre 2008

Il Natale del Filosofo




«Non parlarmi del Natale!»
Il Filosofo scuote la testa sconsolato, mentre i suoi occhi tristi dietro gli occhiali fissano un punto lontano sul pavimento.
«Detesto le feste che ci estorcono di forza l’allegria» mi spiega tornando a guardarmi «e certo non mi darà la serenità la gran sarabanda della Festa dei Consumi. Perché questo e non altro ormai, è diventato il Natale. Un Santa Claus ridisegnato dalla Coca Cola coi propri colori come cartolina pubblicitaria ne è l’emblema perfetto! Feste, regali, acquisti! Guardati attorno: non vedi la gente correre impazzita da un negozio all’altro, con il piglio feroce di chi è pronta a scannarsi per l’ultimo regalo sullo scaffale? Ma di quale pace, di quale serenità si va parlando? La pace si costruisce nei cuori giorno per giorno, è inutile invocarla per l’intervento miracoloso di un Babbo!»
Non so cosa rispondere al Filosofo, che mi parla con quell’espressione triste, mentre fuori dalla sua Bottega pochi rari turisti si aggirano come antichi fantasmi ortesi.
«E poi» riprende «questi giorni di finta gioia fanno brillare ancora di più la solitaria stella della nostra tristezza. Il dolore della mancanza si rinnova alle luci dell’albero e nel nostro presepe mancherà sempre quella presenza che, sola, potrebbe infondere un po’ di calore al nostro povero cuore…»

martedì 2 dicembre 2008

Rimedi sicuri per tarantolati - 2


Torna alla prima parte.

«La leggenda riguarda il paese di Galatina, nel Salento» mi dice il Filosofo. «Qui confluivano, ancora fino agli anni Ottanta del secolo scorso i Tarantolati di tutta la regione per essere curati. Si riteneva che la malattia fosse provocata dal pizzico della tarantola, un ragno di grosse dimensioni che vive da quelle parti. A Galatina venivano curati attraverso un particolare esorcismo musicale e utilizzando l’acqua di un pozzo. Oggi il rituale non viene più officiato o se lo è non ha più le caratteristiche pubbliche di un tempo. La cultura è cambiata e probabilmente certi spettacoli sono giudicati imbarazzanti nel Ventunesimo secolo.»
«Molte tradizioni sono state abbandonate negli ultimi anni» concordo. «Erano legate al mondo contadino che ormai è scomparso. Gli agricoltori di oggi sono imprenditori che spesso non hanno nemmeno radici sul territorio.»
«Dopo la visita della donna del mistero» sorride il Filosofo «mi sono documentato su questa città. Da Wikipedia ho scoperto che Galatina è una città di circa ventottomila abitanti del Salento in provincia di Lecce. Posta a metà strada tra lo Ionio e l'Adriatico, 20 km a sud del capoluogo, è uno dei centri più popolosi dell'area meridionale della Puglia. L'abitato si estende per circa 4 chilometri sull'asse est-ovest essendo limitato a nord dalla ferrovia ed a sud-est dal cementificio e dal cimitero.»
Il Filosofo ha studiato, non c’è che dire!
«Come ti ho detto, a Galatina c’è un pozzo, dedicato a San Paolo, che ha due caratteristiche. Da un lato la sua acqua serviva a curare i Tarantolati; dall’altro la sua presenza benefica ha sempre preservato i galatinesi dal contagio. Ebbene, la donna misteriosa mi ha raccontato l’origine di questo potere.»
Mentre parla la voce del Filosofo comincia a cambiare. Non se ne rende conto, evidentemente, ma quella che odo io non è più la voce di un uomo, ma di una giovane donna, che parla con l’accento del Salento.
«Molto tempo fa, c’erano tre sorelle che vivevano a Galatina. Erano tre guaritrici che avevano il potere di curare i tarantolati con la loro saliva. Erano così anziane che nessuno sapeva quanti anni potessero avere, perché persino i più vecchi ricordavano di averle sempre viste così. Un giorno, improvvisamente, una di loro morì. Le altre due continuarono comunque a curare i malati. Passò il tempo e una seconda morì. Gli abitanti di Galatina cominciarono a preoccuparsi. Cosa sarebbe accaduto quando anche l’ultima sarebbe morta? La donna tuttavia nulla diceva e nessuno pareva in grado di poterne ereditare il potere. Finché, un giorno, la donna si avvicinò barcollando ad un pozzo e vi sputò dentro. Subito dopo cadde a terra, morta. Il timore degli abitanti si tramutò in gioia quando scoprirono che la donna aveva lasciato loro un dono prezioso: l’acqua del pozzo li rendeva immuni dal tarantismo e poteva persino curare i malati che provenivano dai paesi vicini.»
Chiudo gli occhi, per immaginare la scena, e quando li riapro, per un brevissimo istante scorgo sulla porta la figura di una giovane e bellissima donna che mi guarda coi suoi profondi occhi neri e mi sorride, prima di scomparire nel mistero da cui è venuta.

lunedì 1 dicembre 2008

Rimedi sicuri per tarantolati - 1



Il Filosofo mi accoglie nella sua bottega con un largo sorriso. Capisco subito che ha da dirmi qualcosa d’importante. Il tempo di spiegare a due tedeschi sulle tracce di Nietzsche come arrivare al Sacro Monte e il Filosofo mi svela l’arcano.

Nel frattempo la radio in sottofondo suona “Che rumore fa la felicità” dei Negrita.

«Quattro giorni fa è entrata una persona…» mi dice allusivo.
La notizia non è certo da prima pagina, considerato che entrano alcune centinaia di persone al giorno nella sua bottega, ma so bene che in certi casi il Filosofo ha bisogno di essere incoraggiato a parlare.


Come opposti che si attraggono,
come amanti che si abbracciano.

«Doveva avere qualcosa di particolare per colpirti in questo modo. Dal tono della tua telefonata ho capito che era qualcosa di molto importante.»
«Innanzitutto era una donna bellissima. Una delle più belle che siano entrate qua dentro…»

Ma i fiumi si attraversano
e le vette si conquistano.

Gli credo, anche perché di lì è passata recentemente anche una famosa Miss Italia e ricordo bene il suo tono estasiato mentre mi descriveva l’incontro.
«Com’era?» domando incuriosito.
«Come posso spiegarti?» mi dice. «Aveva grandi occhi scuri d’ammaliatrice e bellissimi capelli. Quanto al fisico, beh, era semplicemente perfetta.»

amo il sole dei tuoi occhi neri
più del nero opaco dei miei pensieri

«Ti sei innamorato!»
«Amore è una parola grossa» mi risponde severo. «Dire “ti amo” implica una promessa di dedizione che, come sai, non potrei fare.»
Annuisco. Conosco i suoi segreti e rispetto le complicate scelte del suo cuore.

Mentre i sogni si dissolvono
e gli inverni si accavallano

«Certo il suo aspetto mi ha colpito molto» riprende «ma non quanto quello che mi ha detto e che riguarda te.»
«Me?» la mia sorpresa è autentica.
«Ha letto sul tuo blog il post che hai dedicato ai misteri del Salento e mi ha dato un messaggio per te.»

Corri amore, corri amore.
Che rumore fa la felicità

«Non poteva semplicemente lasciare un commento?»
«No, mi ha detto che non poteva farlo, per ragioni che mi ha detto di non potermi rivelare, ma che sono estremamente serie.»

«Un’autentica donna del mistero» osservo divertito e sempre più incuriosito dalla vicenda. «Ora però raccontami cosa ti ha detto, che mi struggo per la curiosità.»

è un brivido è una cura
serenità e paura

Mi piace usare il verbo “struggere”. C’è una scena nel film Batman in cui il Joker, interpretato dall’istrionico Jack Nicholson urla disperato “mi struggo, mi struggo” dopo che la bionda Kim Basinger gli ha gettato in faccia un bicchiere d’acqua. L’ho sempre interpretato come un omaggio al Mago di Oz, libro a cui devo il mio amore per il fantastico…

Due molecole che sbattono
come mosche in un barattolo

«Mi ha detto di dirti» riprende il Filosofo «che esiste un luogo nel Salento, in cui non solo si curavano i tarantolati, ma in cui nessuno si ammalava. E mi ha ordinato di raccontarti una leggenda…»

Dove sei ora?
Come stai ora?
Cosa sei ora?
Cosa sei?

Continua e finisce domani

lunedì 3 novembre 2008

La ragazza nella nebbia



«Ogni tanto sento il bisogno di perdermi e di ritrovarmi. Allora mi inoltro nel bosco, lasciandomi portare dai passi. Perdo lentamente il mio essere uomo civile e ritrovo in me l’istinto dell’antenato, che si muoveva nella foresta diventandone parte. La mente abbandona le preoccupazioni del quotidiano e ricomincia a concentrarsi su ciò che è essenziale. Memorizzare ogni dettaglio utile ad orientarsi, a ritrovare la strada quando avrò deciso di smettere di perdermi e vorrò cominciare a ritrovarmi. Dopo pochi minuti è l’istinto a guidarmi. Smetto quasi di pensare, lasciandomi cullare dall’odore del bosco, dal rumore del vento tra gli alberi, dal canto degli uccelli. E il mio spirito, finalmente in pace, si fonde con la natura.»
Il Filosofo ha un’aria sognante e, mentre parla, mi pare di vederlo vagare per i boschi, senza meta.
«Il fatto accadde nel Parco dei Lagoni di Mercurago. Un luogo ideale per queste mie passeggiate, dal momento che, anche a volersi perdere, si raggiunge sempre e comunque un’uscita, circondato com’è dalla città. Quel giorno però si alzò la nebbia. Una nebbia fitta, che si stendeva sui boschi, le torbiere e i pascoli dei cavalli, avvolgendo ogni cosa. Non riuscivo a vedere che a pochi metri di distanza, tanto più che la sera stava calando. Mi ritrovai così, senza nemmeno sapere come, in cima ad una delle piccole colline che separano i lagoni dalla piana di Oleggio Castello. Dalla staccionata, contro cui ero finito al termine della ripida salita, compresi di essere giunto alla necropoli golasecchiana.»
La ragazza del bar gli mette davanti un bicchiere di prosecco e un piatto con qualche stuzzichino. Il consueto happy hour, prima di tornare a casa dopo una giornata di lavoro nella sua bottega. Ne beve un sorso, prima di ricominciare a parlare.
«Fu allora che mi accorsi di non essere solo. China su una delle tombe c’era un’ombra, che parve rialzarsi vedendomi arrivare.
“Mi sono perso nella nebbia…” dissi quasi per scusarmi di quella mia improvvisa apparizione.
“Anch’io” mi rispose una flebile voce femminile.
“Chi sei?” domandai. “Sei della zona…”
La voce mi si spezzò in gola quando vidi l’ombra avvicinarsi. Sembrava fluttuare a mezz’aria nella nebbia e i suoi abiti strani, arcaici direi, donavano al suo volto pallido un’aura spettrale, eppure bellissima.
“Sono nata molto lontano da qui” mi rispose. “Oltre le grandi montagne, nella terra degli Edui. Venni data in sposa ad uomo di queste terre in segno di pace con la nostra gente, ma il primo parto mi fu fatale.”
“Cosa cerchi?” domandai vincendo la paura.
La figura però era scomparsa. La cercai ovunque, ma senza riuscire a trovarla. In quel momento udii delle voci.
“Chi è là?”
Erano due guardaparco in perlustrazione per impedire l’attività dei tombaroli. Faticai un po’ a convincerli che la mia presenza era puramente casuale.
“La prossima volta veda di non andare in giro con la nebbia” mi rimproverarono, dopo avermi accompagnato all’uscita. Non li ascoltavo, quasi, perché non potevo non pensare a quella donna bellissima.»
«Cosa credi cercasse?» chiedo.
«Non so» il Filosofo scuote la testa «ma non riesco a non pensare a lei e alla sua infinita ricerca...»

mercoledì 8 ottobre 2008

La misteriosa grotta di Orta


E' il Filosofo a ricordarmi della sua esistenza.
Sono andato a trovarlo ieri. Ed era parecchio non mi facevo vedere nella sua bottega. Per fortuna il Filosofo non è permaloso e sa come prendere le cose della vita. Anche gli amici un po’ distratti…
«Ti ho sentito alla radio, sabato sera» mi dice sorridendo «e ho letto sul tuo blog che stai facendo il censimento delle cavità misteriose. Però ne hai dimenticata una importante, qui ad Orta: il “Bus d'l'Orchera".»
«Hai ragione!» annuisco. «E pensare che me ne ha pure parlato il Maestro, poche settimane fa.»

A beneficio dei lettori non cusiani che hanno la benevolenza di seguire questo blog da ogni angolo del mondo (vero, Mosarella? ;) ) credo sia opportuno tradurre: bus d'l'Orchera significa “Buco dell’Orchera” (o “dell’Orca”). Si tratta di una grotta situata sulle sponde di quel piccolo golfo che si trova a nord della penisola di Orta ed è denominato Bagnèra.
Secondo una leggenda venne ritrovato qui la vertebra che se ne sta a far mostra di sé nella sacrestia della Basilica dell’isola. Viene indicata come “osso del Drago” benché si tratti di una vertebra di cetaceo.
La grotta è davvero un luogo misterioso. Secondo alcuni un tempo era luogo di ritrovo degli ortesi che vi si rinfrescavano e la suggestione porta ad avvicinarla al mitreo di Angera. Il quale, per alcuni, sarebbe uno degli ingressi al mondo delle fate...
Purtroppo la grotta fu incorporata in una villa ed è quindi inaccessibile. Solo una coincidenza? Come direbbe l’amico Lario3 noi crediamo di no!

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.