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giovedì 3 agosto 2023

La barca delle streghe

 



C'era un tempo sul lago di Omegna una barca magica che navigava solo di notte. Su di essa si radunava una squadra di streghe che grazie ad essa compiva viaggi lunghissimi nello spazio di una notte fino ai paesi caldi e, come si credeva, persino in America. Ma poiché erano streghe gentili, e più che streghe dovremmo definirle fate, il loro viaggio non aveva il fine di compiere malefici o nuocere alle persone. Essendo mosse dalla grande passione per i fiori se ne andavano semplicemente in luoghi lontani per raccoglierne di nuovi e mai visti e riportarli sulle montagne da cui erano partite.

Una cosa singolare di queste streghe è che una parte di quanto avevano raccolto veniva deposto in una chiesa. Di questo strano fenomeno si accorse un giovane sacrestano che non capendo da dove venissero quei fiori così belli e strani, che non aveva mai visto, decise di mettersi di guardia di notte per capire chi li portasse.

Con sua grande sorpresa vide arrivare una barca, che si muoveva silenziosissima da sola nell’oscurità. Visto che a bordo non c’era nessuno decise di salire a bordo, nascondendosi sul fondo della barca in un punto nascosto, coprendosi col mantello. Ad una certa ora giunsero tredici figure femminili che salirono a loro volta sulla barca. Prima di partire quella che era evidentemente la loro guida disse “Vada per 13!”

La barca però non si mosse. Allora, senza indagare oltre, disse “vada per quanti siamo!”

A quel punto la barca prese a filare velocissima e silenziosa, quasi volando sull’acqua, col sagrestano sempre ben nascosto. Quando giunsero alla meta le streghe scesero a raccogliere i fiori e così fece il giovane, che ammaliato da quei profumi ne raccolse quanti poté. Infine, temendo che potessero partire senza di lui tornò nuovamente a nascondersi sull’imbarcazione.

Quando anche le streghe furono tornate, il viaggio fu rifatto in direzione opposta. Così, senza essere visto né molestato dalle sue compagne di viaggio, il sacrestano tutto contento tornò a Omegna, correndo dai suoi amici per mostrare quei fiori bellissimi che aveva raccolto.

Lo attendeva però una brutta sorpresa. I suoi amici cominciarono a gridare che i fiori erano stregati e la loro presenza era opera del Demonio. E già minacciavano di denunciarlo. Allora sconvolto e spaventato buttò i fiori nel lago, separandosi a malincuore da quella poetica bellezza che il cuore duro degli uomini non aveva compreso, né accettato.

martedì 1 agosto 2023

Una tisana con la Maga

 


“Prendi ancora un po’ di tisana, caro.”

Ho risalito le pendici scoscese della montagna su cui vive la Maga per andare a fondo su un mistero. Durante uno strano rituale svoltosi a Pella, una signora proveniente da un paese noto per essere patria di famose streghe e stregoni, mi ha infatti invitato a indagare su un’antica leggenda. E ora tra un biscotto e una tisana eccomi qui nello studio della Maga ad ascoltare le sue parole.

“Devi sapere, caro, che quando si parla di streghe ci si può riferire a varie figure.

Innanzitutto, comunemente si parla di quelle donne che per varie ragioni finirono sotto le grinfie dell'Inquisizione. In larga misura erano donne che non avevano fatto nulla di male ed erano state accusate per invidia. In altri casi, anche qui senza avere nessuna colpa, erano dedite a pratiche di erboristeria o curavano le malattie o aiutavano le donne a far nascere i bambini. Donne magari un po’ sole, strane, diverse, che rifiutavano di integrarsi nelle regole della società, ultime seguaci di culti sciamanici antichissimi e che per questo venivano accusate e poi in certi casi condannate.

Nelle tradizioni e nelle leggende si parla poi di streghe come donne dotate di veri poteri magici, portate a fare del male alle persone. Numerosi erano i malefici che potevano provocare. Le accuse principali erano quelle di provocare temporali e tempeste devastanti, di nuocere al bestiame, di far ammalare le persone, di provocare la sterilità, fino all'accusa gravissima di uccidere dei bambini. Si diceva anche che alcune di queste streghe fossero in grado di esercitare la fisica e quindi di trasformarsi in animali per spiare le persone o per interferire con le loro vite.

Ma c'è un ultimo tipo di streghe. Queste in realtà non erano esseri umani, ma creature fatate e se in italiano vengono chiamate streghe il nome dialettale utilizzato per indicarle era “faj”. Sono le fate della tradizione antica precristiana, quella che possiamo far risalire al mondo celtico. Creature appartenenti al Piccolo Popolo, capaci di compiere inimmaginabili prodigi. Non necessariamente cattive, come del resto le fate delle fiabe più antiche che non sono né buone né cattive ma reagiscono a seconda delle situazioni e soprattutto del modo in cui gli esseri umani si avvicinano a loro. Ecco, la storia di cui mi hai chiesto riguarda questa tipologia di streghe.

Ma prima di raccontartela voglio dirti qualcosa sul come questa storia è giunta fino a noi. Devi sapere che nell'Ottocento una ragazza napoletana dovette scappare dal Regno delle due Sicilie col padre per motivi politici. A Torino trovò anche l’amore, sposando un piemontese, ma dopo sette anni di matrimonio rimase vedova. Allora, avendo anche un figlio piccolo, si dedicò alla scrittura un po’ per passione un po’ per sostentarsi. Tra le tante opere che scrisse una fu dedicata proprio alle leggende delle Alpi. Per realizzare questo lavoro si avvalse di una serie di corrispondenti che le fornirono indicazioni relative ai vari territori. Ora, uno dei suoi cortesi corrispondenti, come li definisce, si era occupato di raccogliere per quel volume tutte le leggende della valle Anzasca, ma tra queste ne aveva scovata una ambientata sul lago d'Orta, ad Omegna. Ed è una leggenda interessante perché in fondo è una storia gentile intorno alle streghe, che normalmente sono circondate da un'aura molto negativa."


mercoledì 7 aprile 2010

La strega bianca - parte 2


Se sto salendo su questa collina antica, dove si dice abbia fatto sosta il grande Leonardo Da Vinci, è per via della Maga. Ormai conoscete le sue passioni e i suoi interessi. Oltre ad amare le tisane e la natura in generale, essa sostiene di avere un rapporto privilegiato con le creature del Piccolo Popolo. Folletti, gnomi, fate, elfi, e compagnia, per intenderci. Così, ogni volta che ho dei dubbi sull’argomento mi rivolgo a lei.
I lettori più smaliziati diranno che c’è una contraddizione nelle mie parole, dal momento che in varie parti di questo blog sostengo di vivere con una folletta di nome Malilkà. Devo precisare, per amore di verità, che Malikà costituisce un caso a parte. Essa infatti fu trovata in un bosco di montagna e adottata da una coppia di umani quando era molto piccola. Malikà, normalmente, mantiene le sembianze umane acquisite da bambina. Solo occasionalmente rivela la sua vera anima di folletta dispettosa, quando sale in montagna, ad esempio, e saltella felice nei boschi cantando canzoncine sconvenienti; o quando combina tiri bricconi al sottoscritto e ai malcapitati lettori di questo blog.
Inoltre, essendo stata allontanata dal suo popolo prima che potesse impararne il linguaggio, essa ben poco sa della razza cui appartiene e ancora meno volentieri ne parla, giungendo talora, comprensibilmente del resto, a negare persino la sua vera natura.
Pertanto, se voglio sapere qualcosa a proposito del Piccolo Popolo, il mio riferimento principale resta la Maga. Almeno fino ad ieri. Quando andai a trovarla, nell’offrirmi una tisana a base di the, calendula e gelsomino, cominciò uno strano discorso.
«Non te ne ho parlato prima» mi disse «dal momento che volevo osservare prima come ti saresti comportato. Sai, parlare di certi argomenti su un blog può prestarsi a fraintendimenti…»
Confesso che rimasi un po’ male a quelle parole. D’altro canto ho già avuto modo di constatare come certe persone non apprezzino questo genere di cose. Lo diceva già Edoardo Bennato, molti anni fa, in una delle mie canzoni preferite, l’Isola che non c’è

“E a pensarci, che pazzia,
è una favola, è solo fantasia
e chi è saggio, chi è maturo lo sa:
non può esistere nella realtà!

E ti prendono in giro
se continui a cercarla,
ma non darti per vinto perché
chi ci ha già rinunciato
e ti ride alle spalle
forse è ancora più pazzo di te!”

«Invece» continua la Maga «ho constatato che hai sempre parlato in modo rispettoso del Piccolo Popolo e dei suoi amici.»
Ero sotto osservazione e non lo sapevo. Pazienza, almeno mi sono evitato lo stress da esame.
«Pertanto» prosegue sorridente «ho deciso di parlarti di lei.»
Allora mi rendo conto che tutto quel preambolo serviva solo ad introdurre un nuovo misterioso personaggio tenendomi sulle spine.
«Per prima cosa devo dirti che è una strega…»
In vita mia ho incontrato di persona due streghe. La prima lo era dichiaratamente, anche se era piuttosto una filosofa della natura. Discorremmo un intero pomeriggio sullo Spirito che secondo lei pervade ogni cosa, intervenendo benignamente a favore degli uomini o voltando loro le spalle se essi non seguono le leggi della natura. Conservo ancora da qualche parte in uno dei miei disordinati cassetti, una foto di questa sciamana, amata e temuta dal suo popolo. Nell’immagine ella guarda il cielo come per scorgervi le tracce visibili dello Spirito. Non chiedetemi di pubblicarla, però, dal momento che non chiesi il suo consenso e non tradirei mai la sua fiducia, nonostante oceani e continenti ci separino.
La seconda presumo avrebbe negato di essere una strega, se glielo avessi chiesto. Dietro i suoi occhi chiari da fata del nord, percepii chiaramente un animo ostile. Quello che vidi, nel retro del suo giardino, ancora oggi mi gela il ricordo, facendomi accapponare la pelle. Compresi allora che, a dispetto della sua bellezza esteriore, nel suo animo si accumulava un nero squallore.
Una strega bianca ed una nera, insomma, questo è il bilancio dei miei incontri con il mondo della stregoneria. Pertanto sono curioso di sapere chi sia quella che la Maga mi sta introducendo.
«È una strega bianca» precisa subito, quasi rispondendo alla mia silenziosa domanda «e si diletta di erbe, fiori, animali. Un tempo viveva qui, ma poi ha dovuto fuggire, per colpa di una fattucchiera dedita alla magia oscura. Ora vive in esilio, lontano dal lago che tanto ama, su una rocca isolata da cui vede quello stesso Monte Rosa che poteva osservare dalla sua antica residenza. Le sue uniche consolazioni sono un fedele lupo ed un gatto magico. Di notte, poi, la Dama del Lago, questo è il suo nome, si aggira nei boschi alla luce della luna e incontra fate e folletti…»
Dovevo aspettarmelo. Un’amica della Maga non poteva essere meno originale – il Maestro direbbe “stramba” – di lei. Ma tant’è. La Maga ha deciso che devo assolutamente incontrarla e per convincermi sfodera argomenti contro i quali sa che non posso resistere. In fondo, come si dice, la carne è debole…
«Tra l’altro prepara meravigliose tisane, accompagnate da biscotti e torte veramente da favola...»
Eccomi quindi sulla soglia della dimora della Dama del Lago. Qui mi accoglie un grosso lupo dall’aria minacciosa, che si calma immediatamente alla voce della padrona che mi invita ad entrare.
Mentre sto varcando la soglia noto, con la coda dell’occhio, una bambina allontanarsi di corsa, come stesse fuggendo. Questo, unito al fatto che il lupo non mi toglie mai gli occhi di dosso, mi riempie subito di una sottile inquietudine.
Soltanto la vista di una delle torte tanto decantate dalla Maga mi tranquillizza. Così il famoso gatto mi appare come un normalissimo felino domestico. Di magico, infatti, non mi sembra avere nulla. Dopo essersi strofinato sulle mie gambe, per marcarmi quale parte integrante del suo territorio, se ne torma a dormire il sonno del giusto, evidentemente soddisfatto di aver assolto il suo compito.
Così, mentre la torta viene tagliata e il tè viene versato, ascolto dalle vive parole della Dama del Lago, la storia che ha deciso di raccontarmi.

Parole che ascolterete anche voi. Domani…

Parte 1 scritta da Alfa
Parte 2 scritta da Alfa
Parte 3 scritta da la Dama del Lago
Parte 4 scritta da la Dama del Lago
Parte 5 scritta da Alfa


martedì 29 settembre 2009

Le letture di una maga

«Non conosci Andrea Wise?»
La Maga mi guarda stupita, fermando a mezz’aria la mano con cui reggeva il bollitore.
«A dire il vero no, anche se mi sembra di averne già sentito parlare…»
«Vorrei ben vedere!» sorride e riprende a riempirmi la tisana di liquirizia la tazza. «È lo gnomo più famoso del web. Pensa che è persino sul Faccialibro!»
«Grazie basta così» faccio un cenno con la mano per fermarla. «Non lo sapevo, andrò a chiedergli l’amicizia. Ma da quando gli gnomi frequentano il web? E tu? Quando aprirai un tuo profilo?»
«Lo sai che me la cavo meglio con le erbe che con i computer» scuote i capelli grigi che le cadono sciolti sulle spalle. «Quanto ad Andrea Wise, è una lunga storia. Se vuoi puoi leggerla qui. Me l’ha dato una ragazza dai capelli bianchi che fa la PR e che ho incontrato ad una festa delle fate.»
Apre un cassetto e ne trae un fascicoletto di 116 pagine, rilegato in casa. S’intitola “Avventure sotterranee per gnomi di caverna” e l’autrice è Francesca D’Amato.
«Ma io conosco Francesca!» esclamo. «È la migliore allevatrice di draghi della provincia!»
«E ora ha messo nero su bianco la storia dello gnomo Andrea Wise e di suo nipote Gudrun. Uno gnomo saggio ed intraprendente, Andrea Wise, che ha trovato in Francesca una biografa capace di raccontare le sue avventure e promuovere la sua attività.»
«Lo leggerò volentieri, ma che lavoro fa uno gnomo? Pensavo che vivessero di rendita, con tutti quei tesori…»
«Circolano molte idee sbagliate su di loro» la Maga sorride. «Ad ogni modo Andrea mi ha detto…»
« Cosa vorresti dire con “mi ha detto”? Non è il personaggio di un racconto?»
«Niente affatto, è uno gnomo vero e ho persino una foto che gli ho scattato quando è venuto a trovarmi. Guarda qua…»
Mi mette davanti una foto. E stavolta, di certo, non si tratta di un fotomontaggio. Tuttavia dovrete pazientare fino a domani per poter leggere la recensione del libro che mi ha dato la Maga e vedere la foto. Nel frattempo vi ripropongo la lezione di dragonologia tenuta da Francesca D’Amato a Siamo in Onda.


martedì 21 luglio 2009

Lo Gnomo ombrellaio, parte 1

«Devi sapere» mi racconta la Maga «che sulle pendici del Mottarone vive uno gnomo alto mezzo metro, dal pelo rosso e il cappello a tricorno. Il suo nome è Tarùsc. Essendo sovente in viaggio usa il cappello come borsa da viaggio. Adora i rospi e ha una gran passione per gli ombrelli, che adora sopra ogni cosa. È invece misantropo e diffidente verso gli uomini, cui un tempo giocava brutti scherzi. Così fece anche con un uomo del Vergante, la fascia di colline che separano il Cusio dal Verbano. Ogni notte entrava in casa del poveretto e gli faceva ogni sorta di dispetto.
Alla fine l’uomo, esasperato, tese una trappola al Tarùsc, spargendo un vasetto di farina per terra. Lo gnomo, entrando in casa quella notte, vide la farina per terra e, spinto dalla sua pignoleria, cominciò brontolando a raccogliere granello per granello. Era così preso da questa occupazione da non accorgersi dell’arrivo dell’alba. Col sorgere del sole il Tarùsc perde infatti i suoi poteri e per l’uomo, che aveva finto di dormire sino ad allora, fu facile balzare dal letto e in quattro salti afferrarlo ed infilarlo in un sacco.
“Ti ho preso, finalmente” gli gridò. “Cosa farò di te, ora, importuno d’uno gnomo? Ti prenderò e ti butterò nel lago, in modo da punirti per sempre per la tua malvagità.”
Lo gnomo, spaventatissimo, cominciò a piangere e a supplicarlo di essere clemente, ma l’uomo se lo caricò in spalla e fece il gesto di uscire dalla porta. Allora lo gnomo lo supplicò di nuovo, in lacrime, assicurandogli che avrebbe esaudito tre desideri. Di più non gli era concesso dalla sua natura. L’uomo si fece pregare ancora un poco, poi accondiscese alla sua richiesta e gli disse:
“Mostrami dove tieni il tuo tesoro” ordinò, estraendolo dal sacco e legandolo saldamente con robuste corde.
Lo gnomo pianse e gli indicò la strada. Quando giunsero sul posto, l’uomo guardò nella grotta, ma rimase deluso.
“Ci sono solo ombrelli qui dentro!” esclamò. “Dov’è il tesoro?”
“Questo è il mio tesoro” pianse lo gnomo. “Non conosco niente di più bello di questi parasole colorati, che mi fanno ombra d’estate e di questi parapioggia di tela cerata per ripararmi dall’acqua quando piove.”
L’uomo rimase un po’ a pensare, poi comprese che in effetti quello poteva essere un modo per diventare ricco.
“Insegnami a costruire i parasole e gli ombrelli più belli che si siano mai visti!”
Lo gnomo smise di piangere e come impazzito per la gioia gli spiegò ogni segreto della costruzione e della riparazione. I suoi occhi ardevano come fiamme, mentre parlava, felice di aver trovato qualcuno con cui potesse condividere la sua passione. Così l’uomo imparò a costruire in poco tempo pezzi meravigliosi. Pensava già ai soldi che avrebbe potuto fare con quest’arte, quando un pensiero salì a turbargli la felicità.
“Avrò bisogno di aiutanti, quando il lavoro andrà bene. E si sa come vanno queste cose: qualcuno ascolterà i nostri discorsi e mi ruberà il mestiere. In breve ci saranno ovunque ombrellai e io sarò nuovamente povero.”
“No” gli disse lo gnomo. “Se il tuo desiderio è proteggere questo tuo segreto, io posso aiutarti facilmente.”
Appena l’uomo gli ebbe risposto di sì, lo gnomo gli insegnò la sua lingua segreta.
“Con questa potrai parlare ai tuoi apprendisti e loro con te, senza che nessuno possa capirti.”
Così fu. L’uomo fu di parola e liberò lo gnomo, che da allora si guardò bene dal giocare brutti scherzi, per paura di finire nuovamente in trappola.
L’uomo fu il primo degli ombrellai del Vergante e i suoi discendenti iniziarono a girare per ogni strada a riparare ombrelli e parasole, parlando tra loro una lingua segreta, il Tarùsc.»


Nota storica: il Vergante fu realmente terra di ombrellai, che tra loro utilizzavano un gergo segreto, il tarùsc, per comunicare senza essere compresi dalle orecchie dei non iniziati. Oggi di quella tradizione resta il Museo dell’Ombrello e del Parasole a Gignese, fondato settanta anni fa. In esso sono conservati oggetti unici che testimoniano la moda del parasole, un tempo complemento irrinunciabile dell’abbigliamento femminile.


Seconda parte

sabato 11 aprile 2009

Luci nella notte


Non sono molti a credere all’esistenza degli Elfi sul Lago d’Orta. Ma solo un’amica di Alfa, la mente de “Il lago dei misteri”, sostiene di averli visti. Ecco dunque le parole della Maga …

«Se abbandoni il sentiero, e ti inoltri nel fitto del bosco, potresti riuscire a vedere una luce armoniosa provenire da una radura. Certo, è un po’ come trovare un ago in un pagliaio, se non sai dove cercare…
Sui Monti della Luna, sopra Boleto, ci sono grandi cumuli di granito disgregato. Piccole colline di sabbia bianchissima che creano un panorama incantato ai raggi della luce lunare. Lì, sotto quei sabbioni, si nasconde l’ingresso al Regno degli Elfi.
A lungo scavarono nella pietra, il granito più duro d’Europa, per costruire nel cuore della montagna le gallerie e le sale della loro fortezza. In esse arde la Luce degli Elfi, che illumina le menti e scalda i cuori, donando gioia, bellezza, forza, saggezza e una lunga vita. Non c’è modo di entrare là dentro, però, se non si conosce la magia elfica che apre la porta.
Gli Elfi, infatti, sono creature misteriose e schive. Conoscono mille trucchi per non essere disturbati e dispongano di trappole per tenere alla larga i curiosi. Ma soprattutto, sono pericolosi perché si dice che nessuno possa incontrarli e andarsene senza lasciare loro un pezzo del proprio cuore!
Io però li ho visti. Di lontano e in una delle poche sere dell’anno in cui escono per danzare nelle radure dentro cerchi di luce elfica. Tu però non tentare di imitarmi! Camminare silenziosamente nei boschi di notte è impresa quasi impossibile per un uomo. Ed è certamente pericolosa, perché potresti imbatterti in un cinghiale, in un dirupo o, peggio, negli Elfi!»

lunedì 2 marzo 2009

Un difficile pomeriggio per il Filosofo


E’ un Filosofo dall’aria provata quello che mi accoglie nella sua bottega. Non faccio in tempo a togliermi il cappello, che inizia a sfogarsi.
«Accidenti alla tua idea di raccontare di me nel tuo blog!» esclama. «Da quando hai iniziato, il numero di personaggi strampalati che frequentano questo posto è decisamente aumentato!»
«Cosa ti è accaduto?» sorrido. «Un cacciatore di vampiri? O era un sensitivo in contatto con entità aliene?»
«Macché! Quelli almeno li riconosco al primo sguardo» scrolla le spalle «e so come liquidarli. Quella che è venuta oggi, invece, sembrava una normale ragazza milanese. Per quanto possa essere normale una ragazza milanese, chiaramente…»
Il Filosofo non è misogino. Solamente, come ho già avuto modo di dire, ha una relazione sentimentale che sarebbe un eufemismo definire “complicata”. Così, alle volte, ha delle uscite un po’ rudi…
«All’apparenza normale, quindi…» lo esorto a continuare.
«Sì. La classica ragazza in jeans e scarpe da ginnastica, come se ne vedono tante, ma questa era normale solo all’apparenza. Come prima cosa mi si è piantata davanti e fissandomi mi ha detto: “Ho elementi per dire che ci sono collegamenti interessanti tra questa zona e Milano. Lei cosa ne pensa?” Poi si è messa a guardarmi in silenzio con gli occhioni sgranati sotto la frangetta, in attesa di una risposta.»
«Non si può certo definire una domanda semplice» ridacchio «di elementi interessanti me ne vengono in mente a dozzine…»
«Infatti!» esclama il Filosofo. «Le stavo parlando degli antichi confini della Riviera d’Orta e del Ducato di Milano, dei Visconti e del Duomo e dei barconi che viaggiavano ad ufo, quando mi ha veramente spiazzato.»
«Cosa ha fatto?» Domando incuriosito.
«Non riuscivo a crederci: ha tirato fuori un grande quadernone, con la copertina rossa e un sacco di foto, schizzi e post it che spuntavano ovunque dalle pagine e ha iniziato a prendere appunti su tutte le cose che dicevo. A quel punto ho cominciato a sudare freddo. Mi sentivo teso come se fossi ad un colloquio di lavoro. Mentre terminavo di farfugliare qualcosa mi ha chiesto di precisare in che modo fosse coinvolto il Duomo.»
«Ma chi era?» domando divertito. «Una poliziotta?»
«Non lo so! ma mi sembrava davvero un’inquisitrice… A quel punto ho cercato di liberarmi di lei rispondendo il più laconicamente possibile. Così le ho detto, evasivo, che i rapporti con il Lago d’Orta riguardavano la facciata antica del Duomo. Ma lei, cocciuta, mi ha chiesto: "in che modo si differenziava dalla facciata attuale?"»
«Benedetta ragazza» rido «voleva una lezione di storia dell’arte?».
«Di più! Voleva un giudizio estetico. Infatti mi ha chiesto subito dopo se preferivo la facciata chiara in marmo di Candoglia o quella antica in alternanza col marmo nero di Oira…»
«E tu cosa preferivi?»
«A quel punto ho guardato l’ora e ho detto che dovevo chiudere. Per fortuna mancava davvero poco, così l’ho sospinta verso la porta e l’ho cacciata fuori.»
«Mi deludi» scuoto la testa. «Trattare così una gentile turista… chissà come ci sarà rimasta male…»
«Per prima cosa» il Filosofo solleva l’indice verso il soffitto «quella non era una turista, ma una villeggiante: mi ha detto infatti di avere una casa da queste parti, ma non ho capito dove. Secondo, quella ragazza mi mette veramente a disagio con tutte le sue domande. Terzo, non si è minimamente offesa. Anzi, non ha proprio capito di essere stata cacciata fuori, quella! Mi ha ringraziato per la gentilezza e tutta allegra mi ha detto che tornerà di sicuro a trovarmi. Lei e quel suo benedetto quaderno rosso!»
«Un momento!» lo interrompo «Ricordi le parole della Maga? “Vedo il rosso salire da Oriente, portando per voi molte domande. Il lago dei Misteri sarà diverso, dopo.” Ti ricordi quanto ci siamo preoccupati?»
«Oh no!» esclama il Filosofo. «Oltre a Caronte coi suoi racconti etilici; oltre al Maestro coi suoi dannati sigari; oltre alla Maga con le sue strane visioni… d’ora in poi mi toccherà anche la Villeggiante, con le sue domande a mitraglia! Per non parlare di te e dei tuoi misteri, naturalmente! Ma sai cosa faccio?»
Scuoto la testa, ma già un brivido mi percorre la schiena.
«La prossima volta, come metterà piede nella mia bottega, spedirò la Villeggiante dritta dritta da te!»

Mentre attendo che il rosso ciclone di domande proveniente da Milano si abbatta su di me, non posso fare a meno di pormi e di porre a voi, miei lettori, alcune domande.

Chi è, in realtà, la Villeggiante?
Quale oscuro piano si cela dietro le sue, apparentemente innocue, domande?
Ma soprattutto, questo è il primo racconto contrassegnato con l’etichetta "Misteri a quattro mani"…
Cosa ne pensate?


La risposta a queste domande sarà pubblicata domani sera…

Nota: questo "Mistero a quattro mani" è stato ideato e scritto da Alfa e Vele.

domenica 1 marzo 2009

Il rosso da oriente

Sono stato dal Filosofo ieri pomeriggio.
Mi ha raccontato un fatto inquietante che gli è accaduto ieri mattina. Un evento che svela il segreto nascosto dalle parole della Maga, che tanto ci avevano angosciato nei giorni scorsi.

Ora non posso dirvi di più, ma domani mattina vi racconterò ogni dettaglio.
..

martedì 3 febbraio 2009

La Candelora




«Quando vien la Candelora da l'inverno sémo fóra, ma se piove o tira vénto, ne l'inverno semo drénto. Il che, tradotto, suona: “Quando viene la Candelora dall’inverno siamo fuori, ma se piove o tira vento, nell’inverno siamo dentro”. Considerato il tempo di ieri, perché la Candelora si valuta al tramonto del giorno prima, ci aspetta un altro mese di maltempo.»
«Andiamo bene…» commenta il Filosofo.
«Ti lamentavi che l’anno scorso non era inverno e ora eccoti accontentato…» lo punzecchio.
Il Filosofo soffre il freddo. Molto più di me, almeno. La Maga versa la tisana nelle tazze e sorride, con quel suo solito fare amabile.
«La Candelora è una festa molto antica…» ci dice, mescolando la tisana con un cucchiaino.
«Da quel che so» interviene il Filosofo «fu istituita nel V secolo, quando il Papa ottenne dal Senato di Roma la soppressione dei Lupercalia. Una festa disordinata, si pensava, coi sacerdoti che correvano per le strade frustando uomini e… soprattutto, donne. Il bello era che queste si sottoponevano volentieri, convinte che il rito propiziasse la fertilità…»
Ride, il Filosofo, con gli occhiali che ballano sul naso.
«Non conoscevo questo fatto» ammetto. «In compenso so che in Irlanda la festa si chiamava Imbolc e si celebrava il primo febbraio al culmine dell'inverno, nel punto mediano tra il solstizio d'inverno e l'equinozio di primavera. »
«Tenete presente» interviene la Maga «che la celebrazione iniziava al tramonto del giorno precedente, in quanto il calendario celtico faceva iniziare il giorno appunto dal tramonto del sole. Inoltre le feste usualmente duravano tre notti, pertanto la festa andava dal tramonto del 31 gennaio all’alba del 3 febbraio.»
«In cosa consisteva la festa?» domanda il Filosofo.
«Era la festa della luce» spiega la Maga. «Si celebrava l'allungamento della durata del giorno e la speranza nell'arrivo della primavera. La tradizione prevedeva l’accensione di lumini e candele in onore della dea Brígit, detta anche Brighid o Brigantia, la “dea del triplice fuoco”, patrona dei fabbri, dei poeti e dei guaritori. Il suo nome deriva proprio dalla radice “breo” (fuoco): il fuoco della fucina, il fuoco dell’ispirazione e il fuoco che guarisce. Era talmente sentito il suo culto che riuscì persino a diventare santa. Con l’avvento del cristianesimo si iniziò ad onorare infatti Santa Brigida, considerata la levatrice di Cristo, un personaggio femminile della cui esistenza storica nulla si sa, mentre sono noti i molti miracoli, come quello di trasformare addirittura in birra l’acqua in cui si lavava. Cosa che non deve stupire più di tanto se si considera che Brigit era chiamata anche “Madre dell’Orzo”. Inoltre, nel monastero irlandese di Kildare, fino alla riforma protestante, un fuoco sacro era mantenuto perpetuamente acceso da diciannove monache, che vegliavano a turni di una giornata. Quando giungeva il suo turno, la diciannovesima suora pronunciava la formula “Bridget proteggi il tuo fuoco. Questa è la tua notte”. Il ventesimo giorno si riteneva fosse la stessa Bridget a tenere miracolosamente acceso il fuoco. Naturalmente il numero diciannove richiama il ciclo lunare metonico che si ripete identico ogni diciannove anni solari…»
«E il culto richiama quello delle Vestali a Roma. Ci sono evidenze di questo culto anche nell’Europa continentale e nella nostra zona?» domanda il Filosofo perplesso.
«A parte il fatto che la Candelora prevede l’accensione delle candele?» sorride la Maga «L’unico collegamento suggestivo è il fatto che la festa di San Giulio cada proprio il 31 gennaio. Non si può dimenticare infatti che il serpente/drago (strettamente collegati alla figura di San Giulio ) era uno degli animali sacri a Brigit. Infatti proprio nel giorno di Imbolc il serpente, se l’inverno è mite, si risveglia dal suo sonno invernale. Da questo fatto i contadini traevano gli auspici sulla fine della cattiva stagione.»
«È probabile» osservo «che la Candelora, come molte altre feste tradizionali , abbia riassunto in sé più feste precristiane, provenienti anche da tradizioni diverse. La collocazione temporale, a metà strada tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera, del resto aveva certamente determinato la nascita di rituali connessi alla fine dell’inverno in varie culture.»
«Infatti» osserva il Filosofo «la festa inizialmente si celebrava a metà Febbraio, il mese della purificazione, dedicato a Giunone Februata.»
«Lo spostamento agli inizi di febbraio avvenne probabilmente» annuisce la Maga «per l’incontro tra i rituali della Chiesa di rito romano e quelli della Chiesa di rito gallico, importati anche in Europa dai monaci irlandesi.»
«Difficile stabilire pertanto» osservo «quali potessero essere le credenze delle popolazioni celto romane dell’Italia settentrionale. Il mistero, dunque, rimane…»

PS.
Il proverbio iniziale è in memoria delle origini "foreste" di chi scrive.
Se volete la traduzione nella lingua locale vi consiglio questo post, scritto dall'amico Bunin.

sabato 20 dicembre 2008

Babbo Natale esiste!




Alfa è andato a portare gli auguri alla Maga e questo è il dialogo che è seguito alla domanda “Secondo te, esiste Babbo Natale?”.
Il testo è quello letto questa sera a Siamo in Onda.


LA MAGA:
[Ride]
«Ma certo che esiste!»

ALFA:
[Deciso]
«Babbo Natale è un mito inventato dalla Coca Cola. Ha persino i colori della multinazionale. E pensare che c’è chi se la prende con Halloween definendolo un’americanata…»

M.:
«Questa è una leggenda metropolitana! Un Babbo Natale dal viso rubicondo, che viaggia su una slitta trainata da otto renne, compare già in un racconto del 1823, mentre la Coca Cola fu inventata solo nel 1886. Certo, la sua immagine fu modificata e utilizzata per pubblicizzare la bevanda, ma come per Halloween non si deve confondere la versione globalizzata e commerciale della leggenda con le radici più antiche. Ma tu, dimmi, accogli Babbo Natale come si deve…»

A.:
[Sorpreso]
«Cosa vorresti dire?»

M.:
«Gli hai mai lasciato l’offerta, come prevede la tradizione?»

A.:
«Offerta? Ma non è Babbo Natale a portare i regali?»

M.:
[Con tono di dolce rimprovero]
«Se vuoi che Babbo Natale venga a trovarti, devi lasciargli l’invito e qualcosa perché possa riprendere le forze e continuare il suo viaggio. Un piccolo dono: un bicchiere di vino, uno di latte o un pugno di castagne secche. Non ti chiede molto, in fondo.»

A.:
«In effetti non lo sapevo… »

M.:
«Vedi la mentalità del secolo? Si pretende ogni cosa, come fosse dovuta e quando questa non arriva si cade nel cinismo. In fondo lo Spirito del Natale ci vuole ricordare quanto sia bello e giusto donare disinteressatamente, ringraziando prima di aver ricevuto. Ricorda: la serenità e la pace sono i veri doni dello Spirito del Natale. La magia del Natale è tutta qui e ci accompagna in quelle magiche dodici notti, da Natale all’Epifania, in cui tutto può accadere.»

domenica 14 dicembre 2008

Troll




«I Troll mi fanno compassione»
La Maga scuote la testa mentre versa una delle sue tisane fumanti . Con il freddo che fa e la neve fuori ci voleva proprio.
«Io li trovo insopportabili» rispondo. «Non sanno fare altro che rovinare il lavoro degli altri, dire malignità, volgarità e stupidaggini. Sono maleducati, ingombranti, chiassosi e fastidiosi…»
«Non dico di no» mi risponde con uno dei suoi sorrisi da matrioska. «Eppure, non dobbiamo dimenticare che un tempo non erano così.»
«Cosa intendi?» domando incuriosito.
Quando la Maga stringe la tazza con entrambe le mani e ne annusa il profumo so già che sta per raccontarmi qualcosa d’importante.
«Nessuno nasce Troll» mi dice. «I Troll non sanno concepire nulla di bello, figuriamoci una nuova vita. Troll non si nasce, si diventa.»
«In che senso?»
«Come gli Angeli caduti divennero Demoni all’inizio dei tempi, così gli Elfi che voltano le spalle alla Luce diventano Troll. Molti lo fanno per tristezza, altri per brama di vendetta, altri ancora per un amore infelice…. Chi può dirlo? Ad un certo punto si dirigono verso l’Oscurità, che li inghiotte. Da essa non possono più uscire: se un Troll vede la Luce si trasforma immediatamente in pietra.»
«Ma a tutti è data la possibilità di una scelta!» ribatto esterrefatto.
«Esatto. Gli Angeli, che sono creature perfette e immortali, fecero la loro scelta all’origine. Agli Elfi durante la loro lunghissima esistenza è data la libertà di scegliere d'incamminarsi nell’Oscurità, con la consapevolezza di non poter più tornare indietro. Agli Uomini, creature imperfette e mortali, la scelta è data ogni giorno. In ogni istante possiamo scegliere tra la Luce e le Tenebre. Possiamo essere Elfi o Troll, in minore, ogni giorno della nostra vita. A noi, quale compenso per la nostra debolezza e incostanza, è però concesso un grande dono: la possibilità di redimerci.»

domenica 23 novembre 2008

Breve storia elfica




«Ho cercato ovunque: nei boschi, lungo le sponde del lago, persino nelle grotte. Ho consultato i libri più antichi nelle migliori biblioteche, ma degli elfi non ho trovato traccia.»
Sono salito dalla Maga a chiedere consiglio e conforto. Ho promesso ad un’amica un racconto sugli elfi, ma la mia ricerca finora è stata vana.
«Non li troverai mai, se non li cerchi nel posto giusto.»
La Maga mi sorride, mentre versa una delle sue tisane in due tazze fumanti che ha disposto sul tavolo di noce. Il gatto, nero come la notte, si stiracchia sul divano, pregustando già i biscotti che arriveranno tra poco. E devo ammettere che questi incontri con la Maga sono molto piacevoli anche per me, che sono più goloso del gatto…
«Tra tutte le creature del Piccolo Popolo gli Elfi sono quelli che maggiormente evitano il contatto con gli uomini. Non hanno bisogno di noi e anzi la nostra presenza li infastidisce. Inoltre è praticamente impossibile sorprendere un elfo, quindi la possibilità di imbattersi in loro per caso è pari a zero. Eppure gli elfi ci sono e anzi, su queste montagne hanno uno degli ingressi al loro regno segreto.»
«Dici davvero?» domando incredulo. «Non ne ho mai sentito parlare…»
In fondo sono ancora scottato per la fotografia della fata che mi aveva dato la maga.
«Conosci i Monti della Luna?»
«Sì» rispondo. «Sono grandi formazioni di granito disgregato. Cumuli di sabbia bianchissima sopra Boleto che creano un panorama lunare. I geologi ritengono che si siano formati quando le rocce che oggi formano la rupe della Madonna del Sasso si trovavano sul fondo di un mare caldo, in un ambiente tropicale, dove c’erano atolli e barriere coralline…»
«Bravo, hai studiato. Meriti un premio.»
La maga mette sulla tavola una scatola di biscotti allo zenzero fatti in casa. Lo sa che adoro i biscotti allo zenzero…
«Quei sabbioni nascondono l’ingresso al Regno degli Elfi. Nel cuore della montagna, scavate nel granito più duro d’Europa, stanno le gallerie e le sale del regno sotterraneo. I cumuli di sabbia altro non sono se non il prodotto dell’azione degli Elfi, che a lungo scavarono la pietra, costruendo lì la loro fortezza. Non c’è modo di entrare lì dentro, se non si conosce la magia elfica che apre la porta.»
Un dubbio mi assale.
«Qualcuno ci ha tentato, forse. Le cave di pietra hanno intaccato la montagna mettendo a rischio la stessa stabilità del Santuario…»
«I cavatori hanno toccato solo la parte più esterna della montagna» la Maga scuote la testa «senza avvicinarsi mai alle sale degli elfi. Ed è stato un bene per loro. E se hanno incontrato qualche prodotto della magia elfica, lo hanno distrutto senza rendersi conto di cosa stavano facendo.»
Ripenso alla storia che mi raccontò tempo fa il vecchio scalpellino, a proposito di una torre di pietra emersa dalla montagna, e mi pare di vedere ancora lo stupore e la meraviglia che lessi nei suoi occhi quando ne parlava.


Questa storia è dedicata all'amica Silvia, la Mezzelfa.

lunedì 6 ottobre 2008

Una fata sullo Strona: la foto



Ecco la foto scattata dalla Maga. Vi ricordo le sue parole: «L’ho scattata lungo il torrente Strona, accanto al ponte di Sorella Acqua. Non me ne sono accorta al momento, ma riguardando la foto a casa ho visto chiaramente l’immagine. Indossa una sorta di mantello che la rende invisibile, perché riflette la luce del sole. Ma l’obiettivo ha colto per caso un riflesso che ne ha svelato la presenza. Al momento mi sono chiesta cosa facesse accanto al ponte. Quando però pochi giorni dopo c’è stata l’alluvione, che ha isolato la valle con le frane, ho capito. Stava proteggendo con un incantesimo il ponte per evitare danni maggiori. Come vedi le "streghe" son tornate, ma per proteggerci dai disastri ambientali che abbiamo combinato!»

E voi, vedete la fata?



No?!?



Allora voglio aiutarvi con questa seconda immagine.





Che ne dite?


Dimenticavo...

Ho chiesto il famoso parere al Maestro.Mi ha dato una risposta con un ampio e articolato preambolo e una conclusione lapidaria.

Il preambolo non è pubblicabile, per decenza.

La conclusione, se ho inteso bene le sue parole, è questa: "Ma non vedi che è un riflesso, matoc d'un matoc!"

Io però, per fare (ne sono certo) dispetto al Maestro e a voi piacere (lo spero), ho deciso di pubblicare lo stesso la foto...

Giudicate voi...

giovedì 2 ottobre 2008

Le streghe di Sambughetto

«Ma quali streghe!» la Maga scoppia a ridere. «La superstizione popolare le ha definite così, ma dovremmo più correttamente chiamarle fate.»
«Eppure si dice che possano essere terribili…» obietto.
«Questa è proprio una caratteristica delle fate» mi risponde sorridendo. «Normalmente sono buone e aiutano gli uomini, ma guai a coloro che le offendono o cercano di rovinare l’ambiente in cui esse vivono. L’idea che fossero streghe fu messa in giro dai preti, perché non volevano che venissero adorate come divinità pagane. Invece non sono né dee, né demoni, poiché appartengono al Piccolo Popolo. Queste fate, o streghe come vengono chiamate a Sambughetto, peraltro non sono affatto “piccole”: hanno infatti le dimensioni di un essere umano.»

«E vivono nelle grotte?»
«Ci vivevano, prima che gli uomini distruggessero quasi tutto , con quelle loro mine per cavare il marmo. Tra l’altro hanno distrutto un intero giacimento fossilifero con ossa di animali estinti, come il leopardo e l’orso delle caverne e persino il ghiottone. Ossa che la superstizione popolare aveva scambiato per i resti dei pasti delle streghe.»
«Un vero peccato…» commento tristemente. «Allora le fate se ne sono andate.»
«Così pensano tutti» mi risponde con un sorriso malizioso. «Invece si erano solo nascoste in altre grotte della montagna, in cavità ancora inesplorate dall’uomo. E ora che la cava è chiusa sono tornate!»
«Ne sembri convinta» la provoco per vedere il suo bluff. «Ma hai delle prove?»
«Prove?» risponde trionfante. «Certo che sì! Ho la prova regina, una foto in cui si vede una fata!»
Mi mette davanti l’immagine che ha stampato, perché lei delle apparecchiature elettroniche proprio non si fida.
«L’ho scattata lungo il torrente Strona, accanto al ponte di Sorella Acqua (l’acquedotto che rifornisce Omegna, N.d.R.). Non me ne sono accorta al momento, ma riguardando la foto a casa ho visto chiaramente l’immagine. Indossa una sorta di mantello che la rende invisibile, perché riflette la luce del sole. Ma l’obiettivo ha colto per caso un riflesso che ne ha svelato la presenza. Al momento mi sono chiesta cosa facesse accanto al ponte. Quando però pochi giorni dopo c’è stata l’alluvione , che ha isolato la valle con le frane, ho capito. Stava proteggendo con un incantesimo il ponte per evitare danni maggiori. Come vedi le "streghe" son tornate, ma per proteggerci dai disastri ambientali che abbiamo combinato!»
Giro e rigiro la foto tra le mani, incredulo per quell’immagine luminosa sospesa nell’aria accanto all’acquedotto, chiedendomi cosa fare.
Poi mi decido: pubblicherò la foto appena avrò avuto anche il parere del Maestro. Quindi portate pazienza fino a domenica o lunedì
...

lunedì 16 giugno 2008

I racconti della Maga – Il Piccolo Popolo

Per approfondire le leggende legate ai folletti mi sono ho deciso a salire da lei. Della sua esistenza me ne ha parlato il Filosofo, naturalmente.
La Maga ha il suo laboratorio su un’altura che sovrasta il Lago d’Orta. Qui intaglia il legno e altri materiali, scolpisce, dipinge e fa tante altre cose. Tra queste, parla con i rappresentanti del Piccolo Popolo. Lei stessa ha un po’ un aspetto da elfa o da gnoma, con quel suo fare saltellante, gli occhi azzurri e il troncare le frasi a mezzo lasciando all’ascoltatore il compito di mettere assieme i frammenti per dare loro un senso compiuto.

«Certo che esistono!» esclama. «Solo che non vogliono farsi vedere, perché gli umani sono cattivi nei loro confronti….»
«In che senso?» domando.
«Perché distruggono il loro ambiente: abbattono i boschi, scavano il terreno, deviano i torrenti… Molti di loro hanno dovuto fuggire perché il loro ambiente è stato distrutto.»
«Ho sentito dire che non amano le città.»
«Le odiano! Non sopportano l’inquinamento, la sporcizia, il rumore, le luci! Come fanno a danzare nell’aria guardando le stelle se ci sono ovunque lampioni e il firmamento è scomparso?»
«Così sono costretti a ritirarsi in luoghi sempre più remoti?»
«Si nascondono sempre di più, ma è quasi impossibile per loro vivere in certe regioni... Ci sono ampie zone in cui di folletti non c’è più traccia. Si ritirano nei luoghi più inaccessibili…»
«Come il Lago d’Orta?»
«Anche qui ormai è difficile per loro… macchine, moto, aerei, treni, cellulari… troppo rumore…»
«Paragonato ad altre zone non direi…»
«Ma Loro hanno un udito sensibilissimo. E le nostre macchine producono rumori che noi non sentiamo, mentre a loro danno un fastidio tremendo…»
«Sentono gli ultrasuoni come molti animali?»
«Sentono e vedono cose che noi umani non riusciamo nemmeno ad immaginare…»
«Si capisce perché, appena possono, si divertano a nostre spese.»
«Ma non tutti!»
«Solo alcuni sono burloni?»
«Si, ce ne sono alcuni che amano fare scherzi, ma altri sono pronti ad aiutarci se solo dimostriamo loro un po’ di affetto: un po’ di latte, un pezzo di pane, qualche cosa di luccicante …»
«I famosi tesori!»
«Alcuni di loro accumulano nel tempo grandi tesori, ma poi hanno paura che gli umani li scoprano, così passano buona parte del loro tempo a sorvegliarli e a nasconderli...»
«Insomma è sempre più difficile incontrarli!»
«Si, eppure, nonostante questo, gli umani continuano a perseguitarli.»
«In che senso?»
«Negando la loro esistenza! Questo li fa soffrire molto e talora li uccide!»
«Ho sentito parlare di questa storia: ogni volta che si dice che un folletto non esiste, uno di loro muore.»
«Solo se la cosa è detta sul serio, naturalmente. Però, poiché odono tutto ciò che diciamo, se qualcuno li provoca, anche solo divertendosi a negare la loro esistenza, può passare seri guai…»
«Non capisco…»
«Ci sono folletti cattivi. Molto cattivi. E, come tra le erbe, sono quelli più resistenti….»
«Ne ho sentito parlare, ma i racconti su di loro sono molto confusi. Ad esempio dalle nostre parti pare si aggiri il diabolico Ciappin…»
«Appartiene, come altri, alla stirpe degli Incubi. Sono gli unici che non hanno paura di entrare nelle città. Si muovono di notte, sedendosi sul petto di chi dorme, fermando la digestione e provocando sonni angosciosi. Alcuni rubano il respiro ai bambini. E altri, come il Ciappin…»
«Dicono che imperversi tra il Piemonte e la Lombardia. Ma nessuno dice cosa faccia esattamente...»

Mentre discendo la collina le ultime parole della Maga, formulate in modo oscuro e col viso rosso, continuano a girarmi per la mente.
«Si accanisce particolarmente contro chi non crede ai Folletti… Le vittime sono un po’ reticenti… si capisce… posso dirti che assale alle spalle, immobilizzando i malcapitati…»
Solo allora metto assieme i pezzi e il Ciappin mi appare terribilmente simile al Popo Bawa dello Zanzibar…

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.