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mercoledì 26 ottobre 2016

Ciao Smilzo



Ho saputo poche ore fa che un amico se n'è andato, dopo una breve, ma inesorabile malattia.

Avevo conosciuto Roberto iniziando a collaborare con Siamo in Onda, un programma che per cinque stagioni animò le frequenze di Puntoradio.

Lo Smilzo, come si divertiva a farsi chiamare, aveva un ruolo chiave all'interno dello staff, occupandosi di molti aspetti tecnici, curando alcune rubriche e gestendo la parte fotografica che veniva poi riversata nel blog e sul Facebook.

Proprio per questo per molto tempo fui il suo incubo ricorrente e lui il mio. A quei tempi avevo deciso di mantenere segreta l'identità di Alfa dei Misteri. Così era sempre una caccia all'inverso, con lui che inquadrava la scena cercando di tagliarmi fuori e io che mi defilavo. Ogni tanto per sbaglio finivo nell'inquadratura e allora lo costringevo a rifare la foto. Perché in effetti lo Smilzo fu un complice fondamentale nel riuscire a mantenere il segreto. 

Alla fine decisi che i tempi erano maturi per togliere la maschera. Inutile dire che a quel punto Roberto si scatenò e si mise a fotografarmi appena ne aveva la possibilità. E ogni volta mi lanciava uno dei suoi sorrisi d'intesa, come a dire "adesso non mi scappi più!".

Ora che se n'è andato a fotografare gli angeli, voglio ricordarlo con questa foto a cui sono particolarmente affezionato, che mi scattò in una sera particolare, riuscendo a cogliere la felicità che mi ardeva dentro in quel periodo.

Grazie Roberto, fai buon viaggio!


mercoledì 8 giugno 2016

Alfa il latitante

Dicono che latito....

Malelingue...

Chi mi conosce sa che quando dorm... volevo dire quando sono assente dal web... è perché sto raccogliendo materiale per nuovi misteri da indagare.

Torno a indagare... 

ZZZZZ

mercoledì 4 maggio 2016

Alfa e il Sancarlone



Otto anni fa nasceva il blog “Il lago dei misteri”. Da allora sono successe davvero tante cose, dentro e fuori dalla blogosfera. Alcune belle e altre meno, ma d’altro canto così è fatta questa cosa che si chiama vita.

Queste ricorrenze diventano in genere l’occasione per fare un bilancio dell’esperienza. Quest’anno, per una di quelle strane coincidenze che capitano al momento giusto, questo lavoro è stato fatto da un mensile locale, Il Sancarlone, che ha voluto intervistarmi. Trovate quindi tutte le risposte sul numero di maggio, in edicola.


mercoledì 12 agosto 2015

Buone vacanze!



Ovunque voi siate, 
al mare o in montagna, 
in campagna o in città, 
buone vacanze!

mercoledì 29 luglio 2015

Ritorno a casa



Poco meno di cinque mesi fa il fuoco irrompeva nella mia vita e nella mia casa, costringendomi a una fuga precipitosa e a un lungo esilio, peraltro trascorso in una comoda e bella abitazione sul lago d'Orta, messaci generosamente a disposizione.

Oggi, finalmente completati i lavori di recupero, si torna a casa!

Nota per gli impressionabili: non ero dentro la camicia qui sopra al momento del disastro. Tutti noi siamo rimasti illesi, fortunatamente.

mercoledì 8 luglio 2015

Piccola storia di un cactus



C’era una volta un piccolo cactus. O per meglio dire c’era una volta una grande famiglia di piccoli cactus che ebbe la ventura di abitare sul balcone di un personaggio decisamente negato per la coltivazione e, a sua maggior colpa, inclinato invece a una inconcludente meditazione filosofica.

Poiché difficilmente le disgrazie vengono da sole, un giorno avvenne che un evento del tutto fortuito costringesse l’inadempiente annaffiatore del cactus ad allontanarsi dalla già scarsa cura della sua piantina.

Solo e dimenticato da tutti il piccolo cactus dovette arrangiarsi con quello che passava il convento. Piccole gocce di pioggia rimbalzate oltre i limiti, qualche acquazzone un po’ più forte e un po’ più di stravento del solito. Piccole cose, insomma, capaci di far perdere la speranza a qualsiasi cactus. Ma il nostro era di quelli duri a morire. Di quelli per intenderci simili a quei gattini intirizziti che ti si presentano alla porta con in corpo le poche energie necessarie a emettere un flebile miagolio, ma che passato qualche mese, ben pasciuti e cresciuti, diventano delle teppe di prim’ordine, dei veri gattacci di quartiere che per quante volte i ragazzacci tentino di affogarli loro sono sempre lì a grattare alla porta. Mentre non sempre lo stesso si può dire dei ragazzacci…

Potete quindi immaginare la sorpresa del nostro padrone di casa quando un giorno, rimesso piede sul balcone dopo quattro mesi, vide accanto alla famigliola di cactus raggrinzita dalla siccità, ma di cui già conosceva la capacità di recupero, un’altra piantina grassa che aveva data per morta nell’autunno precedente.

Immediatamente, sopraffatto da una gioia difficile da comprendere a chi non l’abbia mai provata, il nostro corse a prendere dell’acqua con cui annaffiare tutte le piante.

E il suo piccolo gesto d’affetto fu ancora una volta ricambiato dal cactus, che in breve cominciò a rinverdire. Accanto alla sua ritrovata amica. 

mercoledì 10 giugno 2015

Un'elegante cacciatrice

Ieri sera, uscendo di casa per sbrigare una di quelle simpatiche occupazioni note come “portare fuori la spazzatura” ho notato in mezzo alla strada un animaletto.

“Cosa fai lì, micetto?” ho chiesto, preoccupato del possibile sopraggiungere di un’automobile.
Non che mi aspettassi una risposta naturalmente, ma rientra nella normalità parlare agli animali. I problemi casomai cominciano quando ti rispondono…

Ad ogni modo l’animaletto mi guardò in modo strano, dopodiché fece dietro front, portandosi sull’altro lato della strada. Fu allora che mi avvidi dell’errore. Quello che avevo di fronte non era un gatto, ma certamente un mustelide. Fece un po’ avanti e indietro, senza mostrare troppo timore, prima di lanciarsi di corsa per la strada verso il cancello di una vecchia fabbrica semidiroccata, dentro cui svanì.

Non avevo modo di fotografarlo, ma in seguito, controllando sul web, ho ipotizzato potesse trattarsi di una donnola, viste le piccole dimensioni e una certa eleganza che distingue questo grazioso animale dalla più grossa faina.

Proseguendo nell’opera di documentazione ho scoperto che la donnola era considerata da Brunetto Latini, il celeberrimo maestro di Dante Alighieri, il peggior nemico di una temibile creatura di cui abbiamo già avuto modo di parlare.

E pensando alle balze scoscese e pietrose che si trovano alle mie spalle ho rivolto un pensiero di riconoscenza alla piccola e graziosa donnola che pattuglia queste aspre rocce alla ricerca del suo grande avversario e della sua preda più ambita: il velenoso e pericolosissimo basilisco.



mercoledì 20 maggio 2015

Viaggio al castello, tra diavoli e fantasmi: 2 - la torre

Molto tempo prima che si svolgesse la battaglia di Campaldino, a Poppi viveva una giovane e avvenente Contessa. Così almeno narra la leggenda, che ci ha tramandato anche il suo nome. La bella Matelda era andata in sposa, com’era usanza a quei tempi, a un uomo molto più vecchio di lei, un nobile della potente famiglia dei Guidi, il quale oltretutto era assente perché impegnato nelle Crociate. Così almeno aveva mandato a dire, ché la scusa delle Crociate era vecchia già a quei tempi.

Ad ogni modo Matelda si trovava sola a fronteggiare un nemico insidioso, i richiami della propria carne che, come in una famosa canzone, le facevano dire: “troppo giovane son io / e il nero è un triste colore”.

La giovane Contessa non era però donna da arrendersi a un destino avverso. La storia non dice se il marito all’atto della partenza avesse previdentemente cinto di una ferrea cintura di castità i suoi bianchi fianchi. Verosimilmente non lo fece, in quanto questa usanza è soprattutto una leggenda da storie umoristiche. Ma se pur il Guidi si decise a usare tale prudenza la donna dovette essere più astuta, trovando il modo di farsi fare una chiave di scorta da qualche fabbro.

Risolto quel problema Telda si mise alla ricerca di un sistema per placare il diavolo che le bruciava dentro. Lasciata da parte l’acqua santa, che non sembrava avere alcun potere, il suo sguardo fu attratto da un giovane menestrello, dalla dolce voce e dal bell’aspetto. Ovviamente non ci mise molto a farlo entrare nel proprio letto, tanto più che quello, lusingato e affascinato, intravedeva solo i vantaggi di essere sotto la protezione di una si bella e ricca nobildonna.

Giorno dopo giorno il giovane deliziava la sua Signora col sole e con la luna, finché esausto o forse essendogli venuto a noia quel tran tran o forse ancora sentendo la nostalgia della mamma, della partita a calcetto con gli amici e delle altre cose che agli uomini alla fine stanno a cuore e che per via della bella Contessa stava trascurando, le chiese il permesso di partire. Lo chiese per cortesia di ospite, ma anche perché si era accorto che tutte le porte erano ben serrate e non c’era modo di fuggire da quella torre attraverso le strette feritoie da cui a malapena poteva entrare la luce del sole.

Sulla bella fronte di Telda apparve una ruga di disappunto. Non solo il giovane voleva separarsi da lei, ma per il suo stesso mestiere di cantastorie non dava certo garanzia di essere persona capace di mantenere il massimo riserbo su quanto era accaduto dentro quelle mura.

Ad ogni modo, facendosi giurare che sarebbe presto tornato da lei, gli concesse il permesso di partire. E gli fece pure un bel dono, come pegno d’amore. Il giovane, felice, s’incamminò per la scala segreta che la bella Telda gli aveva detto di prendere per uscire non visto da alcuno. In cuor suo già pregustava il momento in cui avrebbe potuto trovarsi con gli amici all’osteria e davanti a un bicchiere di vino sbandierare le sue avventure amorose.

Proprio in quell’istante però una botola si aprì sotto i suoi piedi e il disgraziato, straziato dalla caduta e dalle lame affilate che sporgevano dalle pareti, precipitò in un buio sotterraneo, da cui inutilmente levò le sue ultime disperate invocazioni di aiuto.

A quel tempo i menestrelli andavano e venivano in continuazione e spesso sparivano da una parte per ricomparire da un’altra. Matelda aveva quindi messo a punto un metodo efficiente per coniugare le proprie voglie alla massima discrezione. E lo attuò senza sosta.

Fin troppo, perché i menestrelli giovani e belli non erano una risorsa senza limiti. Poi forse qualche sospetto nella categoria aveva cominciato a girare, dal momento che tutti quelli che dicevano di voler andare a Poppi non si vedevano più in giro.

Tilde però non poteva più fermarsi e così rivolse le sue attenzioni ai migliori giovani del paese, che cominciarono a scomparire misteriosamente. Ma il paese era piccolo e la gente cominciava a mormorare. Per questo, forse, o perché alla fine la Giustizia o il Diavolo ci mettono sempre il naso, qualcosa andò storto. 

Forse quella notte il giovane che si allontanava dalla Contessa scendendo la tragica scala aveva dei sospetti e stava all’erta. Forse il meccanismo s’inceppò. Certo è che la vittima designata si avvide della trappola e riuscì a fuggire. 

Il suo racconto riempì d’orrore la popolazione che diede l’assalto alla torre e trovò la conferma dei peggiori sospetti. Decine di scheletri giacevano nel sotterraneo e dalle orbite vuote sembravano ancora urlare la propria disperata richiesta di aiuto.

Lo sdegno di fronte a quel delitto si tramutò in cupo furore. La Contessa fu richiusa nella fortezza, che da allora assunse il triste nome di Torre dei Diavoli. E lì fu lasciata a morire di stenti.

Una leggenda dice che di notte il suo spirito inquieto si aggiri ancora tra quelle mura, cercando l’amore di qualche bel giovane…

Devo precisare che l'immagine di apertura si riferisce al Castello dei Conti Guidi, che fu edificato in epoca più tarda rispetto ai fatti tramandati attorno alla Contessa Matelda. La Torre dei Diavoli si trova da qualche parte alle mie spalle, più o meno quindi dove trascorsi la notte. Ovviamente non corsi alcun pericolo né ebbi alcuna strana avventura nell'albergo...





mercoledì 13 maggio 2015

Viaggio al castello, tra diavoli e fantasmi. 1 – la battaglia

Dante Alighieri davanti al castello di Poppi



Mi capita talora di dover viaggiare per lavoro. Fortunatamente nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di luoghi molto belli. Talora sono anche carichi di leggende e storie. Voglio raccontarvi dell’ultimo in cui sono stato…

Pochi giorni fa, provenendo dalle vallate tridentine e dalle calde spiagge della Trinacria, risalendo lo stivale dalla bella Puglia e scendendo dal montano Piemonte siamo calati da ogni direzione in un luogo carico di storia: Poppi, al centro del Casentino. Un luogo in cui i destini se non dell’Italia quanto meno della sua cultura furono decisi sul campo di battaglia. Era sabato quel giorno ed era l’undicesimo giorno del giugno 1289. 

La strada che ho percorso per arrivare a Poppi è la stessa su cui, il 2 giugno di quell’anno lontano, s’incamminarono le truppe guelfe di Firenze: il passo della Consuma. Una decisione pericolosa, perché la strada era impervia, che era stata suggerita dai guelfi fuggiti dalla nemica Arezzo, che bene conoscevano quella via. 

I due comandanti dei guelfi fiorentini erano Guillaume Bertrand de Durfort e Aimeric de Narbonne, due francesi e due autentici professionisti della guerra. Ricordiamoci i loro nomi e lasciamoli alla testa dell’esercito, composto da circa duemila cavalieri e diecimila fanti, mentre s’inerpicano sulle montagne.

Spostiamoci invece sull’altro fronte, dove i Ghibellini d’Arezzo furono presi di sorpresa da quella mossa e costretti a dar battaglia nel luogo scelto dagli avversari: la piana di Campaldino, proprio sotto il castello dei conti guidi a Poppi. A guidarli il Vescovo di Arezzo, Guglielmo degli Ubertini. La sua guida non era solo spirituale - possiamo immaginarci la benedizione impartita ai soldati - ma soprattutto militare. Guglielmo aveva un concetto proprio, ma molto comune all’epoca, di come si dovessero regolare le questioni. Ad esempio, per porre fine a un contrasto che si trascinava da troppo tempo col monastero di Camaldoli fece bastonare i monaci dai suoi soldati. E poiché la legge vietava agli uomini di Chiesa di spargere sangue sul campo di battaglia Guglielmo ci andava con una mazza con cui poteva spaccare teste senza versarne.

Il terreno scelto per lo scontro era favorevole ai Fiorentini, dal momento che gli Aretini, che avevano ricevuto rinforzi da parte di tutti i Ghibellini italiani, avrebbero dovuto caricare in salita. E così fecero. Buonconte da Montefeltro guidò l’attacco di 300 feditori a cavallo, preceduti da dodici “paladini”. L’effetto sui feditori guelfi fu disastroso. Quasi tutti vennero disarcionati, ma continuarono a combattere a piedi, mentre i ghibellini si incuneavano tra le file nemiche.

Tra i feditori a cavallo schierati da Firenze c’era anche un giovane di nome Dante Alighieri che anni dopo confessò di aver provato “temenza grande” in quel frangente. Fortunatamente per noi e per le sorti della letteratura sopravvisse. E come lui un altro poeta, lo scanzonato Cecco Angiolieri che pure si trovava a Campaldino tra i guelfi.

Le sorti della battaglia, fino a quel momento molto incerte, vennero decise da Corso Donati, capo della riserva di cavalleria guelfa. Uomo poco incline a rispettare le regole, senza aspettare il comando, irruppe nella battaglia di propria iniziativa, incuneandosi tra la cavalleria e la fanteria nemica.

A quel punto Guido Novello di Poppi, che comandava la riserva ghibellina, giudicando persa la giornata si ritirò nel proprio castello. La battaglia si trasformò così in una caccia, dove i fiorentini e i loro alleati cercarono di catturare quanti più prigionieri. Ne presero un migliaio, buona parte dei quali fu riscattata in moneta sonante. I più poveri, quelli per cui i parenti non erano in grado di pagare, morirono nelle carceri di Firenze. La caccia terminò solo quando un violento temporale si abbatté sulla piana di Campaldino. Secondo una tradizione spesso le battaglie più cruente erano seguite da violente tempeste.

La battaglia fu infatti molto sanguinosa per l’epoca. Sul campo caddero circa 2000 combattenti, di cui circa 1700 ghibellini. Anche i comandanti non furono risparmiati. Guillaume Bertrand de Durfort fu abbattuto da un quadrello di balestra mentre tentava di organizzare la controffensiva. Guglielmo degli Ubertini fu ucciso da un colpo di picca alla testa. Con lui cadde il suo parente Guglielmo Pazzo, che inutilmente aveva cercato di difenderlo. 

Aimeric de Narbonne fu ferito al volto, ma sopravvisse, nonostante una tradizione pretenda che il suo fantasma si aggiri ancora per la piana di Campaldino. Fu accolto con tutti gli onori e “Amerigo” divenne un nome tradizionale a Firenze. Tra i tanti che lo portarono ci fu il fiorentino Amerigo Vespucci da cui prese il nome il continente scoperto da Colombo: America.

Un mistero grande avvolse invece Buonconte da Montefeltro, che non fu trovato né tra i vivi né tra i morti e nessuno ebbe più notizia di lui. A dare una risposta fu proprio Dante Alighieri che nella battaglia era stato suo nemico e che nel suo viaggio ultraterreno lo incontrò in Purgatorio. "Forato ne la gola" e in fin di vita, una lacrimuccia gli era bastata a salvare la propria anima carica di nefasti peccati. Così il Diavolo, che contava di vincere facile, preso da un accesso d’ira s’era accanito sul suo corpo, facendolo straziare e scomparire nelle acque dell’Arno.

Ma i diavoli a Poppi pare siano di casa. Nella seconda parte vi parlerò di una malefica contessa il cui spettro sembra non trovi pace…





mercoledì 15 aprile 2015

Ricominciare



Finalmente è giunto il tempo di ridare vita a questo blog, forzatamente sospeso. E per ricominciare è sempre bene partire dalla memoria dal momento che, come è stato scritto, un individuo o una comunità senza memoria sono come un albero senza radici: il primo colpo di vento lo abbatte e di esso non resta che polvere.

Per cui l'appuntamento è a Briga Novarese, presso la Biblioteca "Peppino Impastato" (sempre a proposito di memoria) per parlare del progetto dell'Archivio iconografico del lago d'Orta.

Per quanto riguarda la programmazione del blog, riprenderà il consueto calendario, che richiamo: 

Mercoledì h. 10: misteri, storia & leggende

Venerdì h. 17: un tè con Tolkien

Domenica h. 10: racconto.

Per questo mese, vista la coincidenza con la Giornata del Drago, la Bottega del Mistero resterà chiusa. Vi farò sapere quando riusciremo a riaprirla.





giovedì 5 marzo 2015

Sospensione blog

Per cause di forza maggiore devo sospendere tutte le attività online per un po'. Ci risentiamo appena posso. Ciao!

mercoledì 1 ottobre 2014

I crimini di Fantarona


 Sabato scorso, come previsto, mi recai alla Biblioteca di Arona per il segreto incontro sui misteri. 


Conoscendo lo gnomo che mi aveva invitato ero naturalmente preparato al peggio, quindi non mi sorpresi affatto di trovare la porta della biblioteca completamente sbarrata. 


Feci invece ricorso all’unico strumento che potevo utilizzare: un richiamo per gnomi che tempo addietro mi regalò una Maga amica mia. Pochi secondi e il telefono squillò. 
Una voce dall’altra parte mi diede rapide indicazioni su dove recarmi. Da un’altra parte della città, ovviamente, ma giunto a quel punto non mi sarei fatto scoraggiare da nulla. Così di gran passo raggiunsi il luogo dell’appuntamento. Non fu il Bianconiglio ad aprirmi la porta, anche se qualcosa di bianco lo incontrai ugualmente.


La ragazza dai capelli bianchi mi spiegò brevemente cosa avrei dovuto fare. Tutto semplice; troppo semplice per non insospettirmi. Tanto più che una maschera inquietante (vedi foto iniziale) era stata lasciata, in modo apparentemente casuale, accanto all’ingresso. Era ovvio a quel punto che le informazioni che mi erano state date erano una piccola parte rispetto a quelle che mi erano state nascoste. 



Ma andiamo con ordine. Il locale sotterraneo in cui scesi era popolato da una trentina di persone. Immediatamente ne riconobbi alcune; altre mi furono presentate; la maggior parte fui in grado di identificarla solo in seguito; mentre alcune rimangono per me un mistero.
Per risparmiarvi il tortuoso sentiero delle mie indagini, vi dirò che erano presenti: professori universitari più o meno autorevoli; indagatori di misteri; fumettisti variamente esplosivi; abili fotografi e giovani musicisti; il creatore e la giovane attrice di una famosa sit com locale; scrittori e scrittrici; bardi; appassionati di leggende; parenti e amici del mio anfitrione.

Perché la prima sorprendente scoperta fu che l’evento era in realtà la festa di compleanno di un noto mecenate e collezionista d’arte italiano, da sempre interessato ai culti antichi. Insomma, i maharaja si sposano e chiamano Shakira a cantare, il Nostro illustre ospite voleva una conferenza privata che aveva come relatori Livio Gambarini e Alfa dei Misteri.


Ad ogni modo, la festa coincideva con il convegno annuale della Miskatonic University, organizzato quest’anno sul Lago Maggiore proprio dal professor Gambarini. Era però presente, con un inspiegabile gemellaggio, anche la fantomatica università Sarcavolensis, il cui nome mi sembrò sospetto fin dal primo istante...

Al mio ingresso gli studiosi delle due università si stavano animatamente accapigliando, tra due ali di giornalisti inclini allo scetticismo, su una serie di reperti di dubbia autenticità. Diciamo pure, senza timore di offendere nessuno, delle gran patacche.

La discussione venne però interrotta da un grido stridulo come quello di una bansheeseguito dal pianto disperato della ragazza dai capelli bianchi. Sosteneva che la segretaria di uno dei docenti presenti fosse scomparsa. E che al suo posto fossero apparse tracce insanguinate.

Ci fu un po’ di agitazione in sala, ma alla fine il Nostro anfitrione riuscì a riportare la calma. L’incidente, se di incidente realmente si trattava e non di suggestione, non doveva né poteva alterare il programma della festa. Inoltre, sosteneva, è un fenomeno ben noto quello della sparizione delle segretarie, soprattutto quando sarebbe necessaria la loro presenza. Così la conferenza ebbe inizio.

Poiché ero stato invitato a parlare di draghi, mi misi a sbandierare un po’ di immagini e a raccontare l’origine di alcune leggende, alternandomi in tandem con Livio Gambarini, partendo dai draghi e finendo a parlare di fisiche, libri del comando, streghe, Incubi e folletti.

A quel punto alcuni giornalisti di quella razza vile e dannata della stampa pregiudizialmente critica, tentarono di mettere in discussione alcune delle mie affermazioni. Cascarono male, però, poiché il 99% delle cose dette era pura verità. Non dico il 100% solo perché nutro alcuni dubbi anch’io sull’autenticità di certi scritti attribuiti all’illustre Ludovico Maria Sinistrari d’Ameno, ma questa è un’altra storia

La cosa più buffa fu quando una giornalista mi chiese ironicamente se avessi per caso un folletto che veniva a pulirmi la casa. Ora, come ben sanno i lettori di questo blog, Alfa dei Misteri ha sposato una folletta. Ma non dico altro perché Malikà è molto suscettibile sull’argomento “equa distribuzione dei lavori domestici” e non vorrei riaprire il file...

Ad ogni modo, riportata la calma, venne servito il dolce. Dopo un bicchiere di un rosso che teoricamente doveva essere analcolico ma sul cui contenuto non voglio pronunciarmi, i miei ricordi si fanno però estremamente confusi, come frammenti di un sogno.

Ricordo per certo che il Mecenate cadde a terra morto stecchito. Veleno, disse subito il dottore. Sono però (quasi) certo di aver chiacchierato col defunto dopo che il decesso era stato constatato. E di aver pure inutilmente  tentato di convincere uno dei presenti che il fantasma lì accanto a noi era vivo e vegeto.

Poi le cose degenerarono. Si trovarono le porte d’uscita sbarrate e, mentre una tempesta solare impediva ogni comunicazione con l’esterno, fecero la loro apparizione, in ordine sparso: bombe col timer; un folle ghoul dinamitardo sbranatore di segretarie; improbabili dottori; misteriosi fumetti maledetti; contratti falsi come una moneta da tre euro; sedute spiritiche; veleni perniciosi e confessioni mancate. 

Ecco, tutto questo e probabilmente ancora di più successe ai margini di Fantarona. Almeno credo, perché non saprei dirvi con certezza se quello a cui ho assistito sia stato realtà, un sogno o un'apericena con delitto in cui eravamo diventati tutti personaggi di un’unica diabolica mente. Celata, ovviamente, sotto una cascata di capelli bianchi...

mercoledì 17 settembre 2014

Si ricomincia




Con calma, con molta calma, anche questo blog riprende le pubblicazioni. Con una piccola ambizione: riuscire ad aumentare i post da uno a due settimanali. Per farlo, poiché di tempo libero c’è ormai gran penuria, userò il buon vecchio metodo antico. Attingerò al fieno posto in cascina. Ci sono vari racconti, pubblicati qua e là ma non su questo blog, o del tutto inediti, che scalpitano per vedere la luce. A occhio e croce dovrei avere materiale sufficiente per arrivare all’inverno. Dopodiché valuterò se adottare un’altra sana abitudine del mondo animale, vale a dire andare in letargo fino alla primavera.
Indicativamente il programma che cercherò di seguire è questo. Il mercoledì potrete leggere i post normali, comprese le notizie sulle cose misteriose che si possono fare nel fine settimana. La domenica un racconto. Partiremo con quelli pubblicati dall’Errante su A6 Fanzine, ma strada facendo altri s’inseriranno.

Per i (pochi) curiosi che si chiedono che fine abbia fatto in queste settimane, posso dirvi che sono andato a visitare un interessante "scivolo della fertilità" a Cheggio, in Valle Antrona. Lo vedete nella foto.

A cosa serviva? Come gioco, naturalmente, per i bimbi. Ma per le signorine e signore era credenza che facendosi scivolare sulla pietra si potesse più facilmente concepire un figlio.

Funziona? Persone ben informate mi dicono di aver sperimentato personalmente la cosa con risultati decisamente positivi.  

Buon viaggio a tutti, sull’unico vero e autorizzato “lago dei misteri”. E diffidate dalle imitazioni!


domenica 27 luglio 2014

Questa strana estate


Le previsioni meteo annunciano che "l'estate è al collasso". Il problema è che non l'abbiamo vista questa benedetta estate! Ad ogni modo, considerato che agosto è il mese dedicato alle vacanze, seguirò la tradizione e staccherò per un po' dedicandomi a risolvere alcuni misteri che mi tormentano da molti anni. Tenterò di scrivere anche qualcosina, certo. 
Del resto le estati freddine sono quelle più proficue per la scrittura. Senza volermi neanche lontanamente paragonare ai personaggi che si trovarono asserragliati dentro Villa Diodati durante la lunga gelida estate, naturalmente...

Buone vacanze! 

giovedì 17 ottobre 2013

Una solenne tirata d’orecchie

«Devo tirarti le orecchie!»
Mi apostrofò così un’amica mentre scalavamo sentieri sassosi. Sulle prime cercai di far notare che il mio compleanno era ancora lontano, ma il suo sguardo serio e, soprattutto, il drago che portava appollaiato sulla spalla m’indussero ad ascoltare il resto del discorso. Conosco bene, infatti, quel tipo di drago. E so che, benché non sia ancora in grado di parlare perché è un cucciolo, è già molto velenoso. Se aggiungete che è destinato a crescere e a diventare sempre più famelico, comprenderete meglio la mia cautela nel contraddire la sua portatrice umana.
«L’altro giorno» iniziò a spiegarmi la ragazza col drago «sono venute da me due persone. Mi hanno detto di aver scoperto il mio blog tramite il tuo e che volevano incontrarmi alla presentazione del libro che c’è stata ieri.»
Dovete sapere infatti che l’amica, mia e del drago, è una scrittrice che ha pubblicato vari racconti e recentemente un romanzo ambientato sul lago d’Orta, di cui ho parlato qui.
«Mi hanno detto, anche, che è un peccato che tu sia così latitante, ultimamente. Il blog viene aggiornato troppo poco! Ho promesso loro che ti avrei dato una bella tirata d’orecchie!»

Allora feci l’unica cosa che potevo fare in quel frangente. Spiegai  

1) che il lavoro assorbiva buona parte del mio tempo. Il che è vero, ma è palesemente una scusa fragile, perché ho sempre scritto i miei testi a casa. Così aggiunsi

2) che in realtà ero stato impegnato a scrivere dei racconti per partecipare a diversi concorsi letterari (comprese le selezioni per un talent letterario televisivo), in uno dei quali  ho persino vinto (colgo l’occasione per ringraziare gli organizzatori di GialloStresa) un soggiorno premio in una bellissima località ossolana

3) che a casa sono impegnato a (fingere di) aiutare Malikà nella Missione Impossibile di conciliare i suoi doveri di mamma e folletta lavoratrice, ma che soprattutto 

4) è impossibile avvicinarsi al PC prima di una certa ora, perché come ti siedi ecco materializzarsi dal nulla di fianco al tuo gomito una testolina che grida
«CATONE!»
che tradotto dal bimbese di mia figlia all’italiano standard suona pressappoco così
«Voglio sentire le mie canzoni preferite su you tube e se non me le farai ascoltare subito ripeterò enne volte la mia richiesta e se non basterà inizierò ad allungare le mani verso la tastiera e se questo ancora non ti avrà convinto mi metterò a piangere.»
Comprenderete che non si può far piangere una bimba che vuole solo essere presa in braccio per ascoltare le sue canzoni del cuore che, per la cronaca, sono "POTOTATO" ("The lion sleeps tonight") “LEONE” (“Il cerchio della vita” da “Il re leone”  ), CIUNCA (“lo stretto indispensabile” da “Il libro della giungla”  ) e “CAVALLO BALLA” (“La danza del regno” da “Rapunzel”). 
Così prima dell’ora della nanna della bimba al computer non si riesce proprio a lavorare e dopo di questa si avvicina pericolosamente l’ora del sonno per chi a quel punto dovrebbe scrivere. 

Aggiunsi anche alcune classiche, come

«C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette!»

scuse che di solito funzionano sempre con le ragazze, anche se sono armate di mitra. Almeno nei film. Purtroppo per me non eravamo a Hollywood e la ragazza non aveva un mitra, ma un drago puntato a pochi centimetri dalla mia faccia. Una creatura, aggiungo, dalla cui gola proveniva un brontolio minaccioso. Un verso che diceva tutto e nulla di buono prometteva.
Come tutti sanno, i draghi sono maestri dell’inganno, per cui fregarne uno è come cercare di vincere al Superenalotto. Si dice che qualcuno ci riesca, di tanto in tanto, ma del fortunato, guarda caso, non c’è mai traccia.
A quel punto avrei potuto forse raccontare la verità pura e semplice. Purtroppo, come diceva Oscar Wilde, "la verità è raramente pura e mai semplice". Nel mio caso poi sarebbe sembrata il parto della fantasia di un poeta ebbro d’idromele, così chinai le testa e tacqui.

Il risultato lo vedete. Non mi riferisco all’immagine iniziale, anche se confesso che un tantino male le orecchie mi fanno ancora, quanto al presente post che è un modo per tener fede alla promessa di scrivere con maggior frequenza. Diciamo settimanale? Va bene, diciamolo.

Un’ultima cosa: per gli scettici, che abbondano sempre in ogni parte del mondo, la ragazza aveva veramente un drago sulla spalla. Guardate qui, se non mi credete… 

lunedì 29 luglio 2013

Per un amico che è andato avanti


Venerdì scorso se n'è andato il mio amico Aldo Maulini. Per chi non lo conosceva posso dire che era una delle persone migliori che abbia mai avuto il piacere e l'onore di frequentare. Un uomo di grande profondità e dai molteplici interessi, che spaziavano dai minerali ai bonsai, dalle scienze naturali all'archeologia, dalla speleologia all'agricoltura. 
Un uomo che ha dedicato molti anni della sua vita ad insegnare ai ragazzi nella fattoria didattica dell'Alpe Selviana - che aveva creato dal nulla, rimettendo in piedi con alcuni amici un vecchio alpeggio abbandonato - ad "essere consapevoli". Il tutto con grande umiltà e semplicità.

Ricordo quando venne a trovarmi per dirmi, con grande serenità, che i disturbi che da alcuni mesi lo affliggevano, erano i sintomi della SLA. Una malattia che non dà scampo e che, con una velocità impressionante, lo ha privato giorno per giorno dell'uso del corpo, lasciando la mente vigile, prigioniera di un involucro sempre più fuori dal suo controllo.
Negli ultimi tempi, grazie all'uso di un visore ottico era ancora in grado di scrivere, componendo con gli occhi lettera dopo lettera. Un'operazione faticosa e lunga, che ormai padroneggiava così bene da divertirsi a scrivere in dialetto, con esiti spassosi, perché il programma era più lento di lui e non riusciva a capire altra lingua che quella in cui era programmato.
Perché Aldo, nonostante la malattia, non solo trovava ancora la voglia di ridere e scherzare, ma anche di lottare, mettendoci la faccia e praticando lo sciopero della fame, per i diritti dei malati chiedendo il rispetto delle promesse fatte dal governo e più volte rimangiate.
Ma non solo per questo ha lottato. L'ultima mail che ha scritto era rivolta ai soci dell'ecomuseo, di cui è stato uno dei fondatori nel 1997, per invitarli a non disperdere quanto è stato fatto in questi anni. Un invito a conservare i semi in questi tempi di siccità per quando saranno nuovamente propizi alla semina.

Lo voglio ricordare con una foto, scattata da suo figlio Marco, mentre rileva fotograficamente un masso coppellato da loro scoperto sopra Agrano. Tra le molte ho scelto questa perché Aldo, come ha detto l'altro suo figlio Andrea, "era un uomo pieno di interessi, ma un padre mai assente". Aver lasciato una bella famiglia è stato uno dei tanti frutti di un uomo che ha seminato bene.

Lo voglio ricordare anche con le sue stesse parole. Parole scritte pochi mesi prima di scoprirsi malato, che riassumono una filosofia di vita che merita di essere ascoltata. Perché Aldo era contemporaneamente un uomo dalle ferme convizioni e dalle scelte spesso controcorrente, ma era anche estremamente tollerante rispetto alle diverse visioni del mondo.

«Sono fermamente convinto che in un ogni granello di sabbia siano compresi tutti i principi che regolano l'universo. Quest'ottica mi accompagna anche durante tutte le esperienze che vivo con i ragazzi delle scuole da 27 anni a questa parte.
Tendo cioè ad accompagnare i miei giovani compagni di viaggio a esplorare il mondo in tutti i suoi aspetti, in modo da diventare coscienti che ne facciamo parte anche noi e in modo da diventare consapevoli che ogni nostra azione, o non azione, ha un effetto sul tutto.
Ognuno di noi può affrontare il mondo in cui vive in due modi.
Possiamo vivere la vita in modo “piatto”, superficiale, dove tutto è sempre uguale a se stesso e dove crediamo che tutti i “sani” ragionino allo stesso modo, con gli stessi valori. In quest'ottica ogni volta che qualche cosa cambia, o qualcuno esprime un modo di ragionare diverso, si tende a riportare tutto alla rassicurante “normalità”.
Se invece teniamo come riferimento la frase illuminante “L'occhio vede ciò che la mente conosce” si aprono prospettive completamente diverse. A quel punto il “tutto” di cui facciamo parte inizia a delinearsi come un insieme infinito di “paesaggi”, diversi per ognuno di noi in base alle proprie conoscenze, esperienze, età, ecc.
Ad esempio, se qualcuno, o noi stessi in un certo momento, guardiamo il mondo con un filtro verde vediamo tutto con tonalità verdi; idem se qualcun altro, o noi stessi in un momento diverso da prima, guardiamo attraverso un filtro rosso: vediamo tutto con tonalità rosse.
Nessuna delle due visuali è “sbagliata”: semplicemente è una visuale parziale del tutto.
Per tendere a farci un'idea il più completa possibile si può giocare a guardare da più filtri, un po’ come avviene ultimamente nei film 3D, sempre però rimanendo consapevoli della parzialità del risultato, per altro in continuo mutamento.»

giovedì 18 luglio 2013

Latitanza


Lo so, in questo periodo il blog sembra proprio abbandonato. Purtroppo, tra il lavoro e i vari altri impegni non riesco a trovare il tempo e, soprattutto, la testa per scrivere.

Consideratela solo una vacanza, comunque, perché il blog è destinato ad accogliere nuove storie.

A presto!

lunedì 10 giugno 2013

Filosofia del cactus


Lo ammetto: non ho pollici verdi. Sarà perché il mio ideale di verde è un giardino in cui le piante crescono in  modo anarchico; o piuttosto per la mia incapacità di prendermi cura con una continuità accettabile di qualsiasi creatura vegetale (e ultimamente anche di questo blog). Fatto sta che a casa mia le piante sono destinate a morire. Persino le piante grasse fanno una brutta fine, perché se non è la penuria d’acqua è il gelo a terminare le loro stentate esistenze.
Ciononostante sul mio balcone vive, anzi dovrei dire prospera, un cactus. A voler essere precisi, la pianta in questione ha un nome e certamente anche un cognome scientifico. Essi però mi sono ignoti (eventuali pareri esperti saranno assai graditi) e così colmo la mia ignoranza con una sola parola. 
Il mio cactus è in realtà un’intera famiglia di piantine spinose. Nonostante mi ricordi solo di tanto in tanto di dare loro acqua e mi decida a trasferirle in garage solo quando la temperatura esterna scende sotto i –10° C diurni per dimenticarli là sotto fino alla primavera (non senza aver  deposto una palla di neve nel vaso, di solito); nonostante tutto questo, dicevo, essi non solo vivono, ma prosperano e si moltiplicano. 
Basta un bicchiere d’acqua ogni tanto per vedere quei bastoncelli rinsecchiti aumentare di volume in maniera evidente nel giro di poche ore, come stiracchiandosi dopo un lungo sonno. Ma il beneamato cactus non si limita ad ingrossarsi. Si allunga e trasforma una sua estremità in un’apparentemente innocente pallina che dopo qualche esitazione si stacca dalla pianta madre. Il piccolo colono, se cade su una superficie terrosa, inizia immediatamente a mettere radici e nel giro di poco tempo eccolo diventato una nuova piantina che va aggiungersi alle altre.
Devo confessare che l’indole di questa piccola tenace creatura mi ha conquistato. Per quanto questo non abbia comportato alcun miglioramento nella mia capacità di giardinaggio, in qualche modo mi prendo cura del mio cactus. Principalmente facendogli molti complimenti per la sua capacità di resistere alla mia inettitudine.
E lui mi risponde senza parlare fornendomi argomenti su cui riflettere. 
Non posso non pensare, infatti, che sia di quelle creature dall’aspetto apparentemente insignificante di fronte all’elegante bellezza di certe delicatissime piante. Eppure lui vive mentre esse giacciono da tempo rinsecchite dopo un’effimera stagione di splendore. 
Esso mi ricorda che, per quanto la vita sia difficile, per quanto le delusioni, gli abbandoni, i tradimenti, le cadute siano molto più frequenti degli attimi di felicità, questi sono come gocce d’acqua preziosa che vanno assorbite e conservate con cura dentro di noi per i tempi difficili. 
E quando il momento è propizio bisogna sapersi aprire e fiorire, come fa lui regalando a me (e soprattutto a se stesso), dei magnifici fiori colorati.

sabato 9 febbraio 2013

I misteri cusiani in radio



Il meteo segnala allarmato come sia in arrivo "The Big Snow" sull’Italia a partire da lunedì. Se azzeccherà o meno la previsione potremo dirlo solo allora. In ogni caso se la sera di lunedì 11 febbraio preferite starvene al calduccio a casa, magari avvolti una bella coperta, e soprattutto se non sapete cosa fare, vi do un consiglio.

Lunedì sera sarò in radio, su Blu Radio per la precisione,  a parlare dei misteri del lago d’Orta e delle terre che lo circondano. Il programma si chiama TRENINBLU – un magazine di attualità locale, musica e cultura condotto da Maurizio Romerio – e va in onda tutti i lunedì in diretta dalle 21.00 alle 23.00.

Sul sito www.bluradio.it potete trovare le frequenze, ma comunque la radio è ascoltabile anche in streaming. C’è anche una pagina Facebook  dove potrete fare delle domande, se volete.

E se già siete su Facebook vi ricordo la pagina del lago dei misteri dove potete trovare immagini, link, notizie e altri contenuti sul nostro bel lago.

lunedì 23 aprile 2012

Quattro anni fa...




Nasceva questo blog. Da allora siamo arrivati a 1053 post, il numero dei lettori è cresciuto continuamente come quello delle persone che grazie a questo sito ho potuto conoscere, virtualmente e nel mondo reale.

Non voglio ripetermi, per cui vi rimando a quanto scrissi un anno fa per una sintesi di quanto è accaduto. Vi segnalo però due cose che riguardano il futuro. 
La prima è che la redazione preannuncia novità importanti per quanto riguarda le Storie di Siamo in Onda. 
La seconda è che presto daremo risposta ad uno dei misteri di questo blog la cui soluzione impegna le menti raffinate dei lettori che lo seguono con attenzione: dove era finito Alfa e come mai è ricomparso all'improvviso?
C'è una storia dietro questo, una storia che presto vi sveleremo. E uso il noi non come plurale maiestatico, ma perché effettivamente ricorrerò all'aiuto di un'altra penna per raccontarvelo...

A proposito delle Storie di Siamo in Onda ecco un breve riassunto dei racconti scritti per Puntoradio e scaricabili in podcast da iTunes. Se volete potete ascoltarli o scaricarli dai link sotto indicati.
 
6 dicembre 2010
Ci sono storie che prendono il lettore per mano e lo accompagnano lungo percorsi tortuosi, spingendolo verso ripide discese per poi riafferrarlo bruscamente, un attimo prima del precipizio. La storia che vi stiamo per raccontare è una di queste. E nell'ascoltarla qualcuno di voi sarà così bravo da individuare parecchi riferimenti mitologici.
Voce narrante: Fulvio Julita
download  Labirinto_Alfa.mp3
 
21 marzo 2011
Denaro, sesso, potere: gli ingredienti della vicenda che vi stiamo per raccontare s’incastrano uno nell’altro in maniera tanto precisa da dare forma ad una perfetta storia di fantasia. Eppure qualche piccolo dubbio continuerà a bussare alla vostra mente. E se fosse tutto vero?
Voci narranti di Fulvio Julita, Rossana Girotto e Fabio Giusti
download  Specchi_Alfa.mp3


9 maggio 2011
Per chi tra voi soffre di nostalgia - la nostalgia dei tempi andati - abbiamo una storia che si ispira ad una vicenda ascoltata dalle parti di Madonna del Sasso, sul lago d’Orta.
Voce narrante William Facchinetti Kerdudo.
download  Fuoco_Alfa.mp3

29 agosto 2011
La storia che vi stiamo per raccontare è un viaggio indietro nel tempo, in un epoca in cui scienza e magia erano una sola materia. O così almeno pensava la gente. E in quell’epoca tanto remota, se aveste chiesto alla gente chi fosse il più grande mago della regione, vi avrebbero indicato tutti lo stesso uomo: Mastro Girolamo.
Voce narrante di Fabio Giusti
download: Formule_Alfa.mp3


15 settembre 2011
Sfogliando le pagine di antichi libri di magia potreste scoprire tante cose sul conto dei draghi: chi sono, come vivono e soprattutto come liberarsi di loro. Ce n’è uno in particolare di cui dovreste avere paura. È il protagonista della storia che vi stiamo per raccontare.
Voce narrante di Fabio Giusti
download: Caos_ADelDUca.mp3


14 ottobre 2011
Dai secoli più bui del medioevo ecco un’antica leggenda rivisitata da Andrea Del Duca. È una storia che ci parla della nascita di un misterioso alfabeto, usato dai popoli germanici per la scrittura. E per oscuri rituali di magia. 
Voci narranti di Laura Cafici e Fabio Giusti
download: Alfabeto_ADelDuca.mp3
 

29 Novembre 2011
Se un insistente ronzio da qualche tempo assedia la vostra mente, avete due possibilità: ignorarlo oppure cercarne la causa. In ogni caso ciò che vi aspetta non sarà molto diverso da quanto è successo al protagonista della storia che vi stiamo per raccontare.
Voce narrante di Fulvio Julita
download: Mosche_ADelDuca.mp3
 

Ricordo che tutte le altre storie (sono 100 ad oggi) scritte dagli autori che collaborano con la trasmissione possono essere scaricate anche da http://siamoinonda.libsyn.com

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.