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domenica 26 aprile 2026

Resistenze familiari

 



Parlando del 25 aprile talora si pensa che rappresenti la fine della guerra in Italia. In effetti rappresentò l’inizio della fine. L’insurrezione generale, proclamata il 25 aprile dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) e comunicata alla popolazione via radio da Sandro Pertini con l’ordine di sciopero generale e l’intimazione ai nazifascisti “arrendersi o perire”, seguiva lo sfondamento dell’ultima linea fortificata di difesa, la Linea Gotica. 

Tra il 10 e il 20 aprile le forze alleate, principalmente angloamericane, ma con contingenti italiani, brasiliani, polacchi, canadesi, angloindiani, greci ed ebraici avevano travolto le forze tedesche e fasciste, mettendole in rotta e costringendole a ripiegare in disordine verso nord, senza tuttavia riuscire a creare una estrema linea di difesa sul Po. 

Così, mentre le forze alleate dilagavano nella Pianura Padana, l’insurrezione generale proclamata dal CLNAI gettò nel caos più totale le retrovie tedesche, impedendo la distruzione di infrastrutture chiave e in molti casi assicurando il controllo delle città prima dell’arrivo degli Alleati. La resa incondizionata delle forze tedesche in Italia sarebbe arrivata da lì a poco, il 2 maggio 1945.

Ma la Resistenza era iniziata molto prima. Con le armi dopo l’otto settembre 1943 e l’occupazione tedesca della parte d’Italia non ancora occupata dagli Alleati. Con lo spirito spesso anche molto prima. Non necessariamente con atti eclatanti o azioni evidenti, ma con una “resistenza” all’occupazione delle coscienze contro al totalitarismo di un regime che pretendeva di essere il solo portatore di un’unica narrazione della realtà.

Per molti, soprattutto i più giovani, lo scontro con la realtà fu un improvviso e spesso doloroso risveglio, dopo due decenni di propaganda martellante e senza contraddittorio. Per altri fu la fine di un regime contro cui avevano potuto opporre solo una loro personale e intima resistenza.

Per stare al caso della mia famiglia, mio zio finì a combattere tra i partigiani della Divisione Valtoce, con grande apprensione dei genitori. Mia nonna, socialista di ispirazione ma non di militanza attiva, nei suoi ultimi anni ricordava ancora con sdegno come fosse impossibile parlare con le altre persone per strada, durante il Fascismo, perché come due persone si fermavano a chiacchierare sbucava subito qualcuno in abiti borghesi che si avvicinava per ascoltare quanto veniva detto. 

Mio nonno, tipo peraltro estremamente riservato sulle sue vicende e convinzioni personali, già prima della guerra aveva espresso chiaramente la sua opinione in famiglia. Vedendo il figlio adolescente indossare orgogliosamente la divisa da avanguardista l’aveva apostrofato chiedendogli “cosa ci fai vestito da buffone?” Fu la prima e ultima partecipazione a un’adunanza dello zio.

Ma poiché si doveva vivere e lavorare e il nonno aveva una tipografia, spesso si sentiva chiedere dai clienti del partito: “ma perché non prende la tessera del Partito Fascista?”

La risposta era sempre: “ha ragione, domani vado a farla sicuramente!” 

Non andò mai e la tessera rimase sempre tra le cose da fare assolutamente l’indomani.


venerdì 23 febbraio 2024

Il muro

 


La villa sul lago era immersa nella pace, circondata dal canto degli uccelli, affaccendati a portare cibo ai piccoli nei nidi. Al centro del grande salone una donna e due bambini, fratello e sorella di circa dieci anni d’età, sedevano a tavola davanti a grandi piatti mezzi vuoti.

Improvvisamente rumore di passi, urla e colpi sull’uscio, come se qualcuno cercasse di abbatterlo.

“Aprite la porta!” 

“Qualunque cosa succeda non dite nulla!” sussurrò la donna alzandosi.

Quando aprì si trovò davanti un gruppo di soldati.

“Perquisite la casa” ordinò l’ufficiale.

“Chi cercate?” domandò la donna. “Sono qui da sola con due bambini.”

“Figli suoi?” 

“Figli di amici. I genitori li hanno mandati via da Milano per i bombardamenti. Hanno fatto la prima comunione la scorsa settimana.”

“Cerchiamo armi. Ci hanno segnalato che ce ne sono qui.”

“Io non so nulla di armi. Abbiamo trovato rifugio in questa casa, ma non è mia. È gente di Milano che ci ha dato le chiavi.”

“Tenente, guardi!”

Un soldato dalla faccia da ragazzino rientrò nella stanza portando un fucile da caccia.

“Ce ne sono altre, nascoste in un armadio.”

“Lo sa che è vietato detenere armi?”

“Come le ho detto non ne so nulla! Siamo qui da poco e in certe stanze non sono neanche entrata.”

“Niente scuse. Al muro!”

La portarono fuori e la spinsero verso una parete della casa.

“Senta, può farmi fucilare se le fa piacere, ma io di quelle armi non so proprio niente!”

L’ufficiale guardò la donna che lo fissava con lo sguardo fiero e una ciocca di capelli grigi sul viso. Poi i suoi uomini che tenevano lo sguardo a terra. Avrebbero obbedito agli ordini, ma era evidente che non avevano alcuna voglia di sparare a quella che avrebbe potuto essere una delle loro madri, che tutti i giorni pregavano Dio affinché li salvasse da quella guerra totalmente sbagliata e già persa.

“Prendete le armi e andiamo” disse infine.

Via, via rapidamente, più veloci di ogni possibile ripensamento, lasciandosi alle spalle la donna che si risistemava i capelli e i bambini che correvano ad abbracciarla.

Due fratelli che erano l’unica cosa che nascondeva veramente. Difendendoli dalle chiacchiere della gente anche grazie al Prevosto dell’isola, che aveva interpretato correttamente il brano in cui Gesù spezza il pane e lo offre ai suoi amici ebrei per la loro salvezza. 


domenica 27 gennaio 2019

La ragazza del sogno - Parte 8



La spada di San Martino

La chiesa sovrasta la fertile piana, quasi volesse benedirla col suo benefico influsso. San Martino è un santo legato al mondo agricolo e pastorale. L'undici novembre, giorno della sua festa, era un giorno importante per i braccianti e i mezzadri che, approfittando dell'estate di San Martino, "facevano San Martino". Carri carichi delle poche masserizie di proprietà portavano tutta la famiglia in una nuova cascina se il precedente proprietario non aveva rinnovato il contratto e il capofamiglia era riuscito a trovare un nuovo ingaggio. 

San Martino è patrono di una pluralità di soggetti tra i quali troviamo i militari, ma anche i forestieri e i mendicanti. Il motivo è legato alla famosa vicenda che lo vide protagonista. In una fredda notte dell'inverno del 335 dopo Cristo s'imbatté in un poveraccio seminudo che stava morendo di freddo. Martino indossava invece la clamide, il caldo mantello militare di lana, che era parte della sua uniforme militare. Non prestava servizio tra le truppe combattenti, ma nella guardia imperiale a cavallo che aveva il compito di sorvegliare le guarnigioni e svolgere funzioni di controllo e scorta di personaggi importanti.

Quel pattugliamento notturno l'aveva portato invece a incontrare quel mendicante che chiedeva aiuto. Avrebbe potuto tirare dritto, poiché non era compito suo aiutarlo. Altri l'avrebbero persino minacciato perché stava intralciando un pubblico ufficiale. Martino prese il mantello e lo divise a metà. Aveva fatto la sua scelta, tagliente come la lama di una spada.

La notte seguente sognò Gesù che raccontava ai suoi angeli di come quel soldato l'avesse rivestito. Al risveglio trovò il mantello miracolosamente integro e di lì a poco si fece battezzare. Restò nei corpi scelti per altri vent'anni, le persecuzioni contro i cristiani erano terminate da tempo, continuando a operare per il bene, fino a quando si congedò iniziando un'intensa vita religiosa che lo portò a diventare vescovo di Tours.

Guardo la spada di Martino, raffigurata nei magnifici affreschi della chiesa del perduto paese di Ingravo e penso come in certi momenti non puoi più permetterti di stare nel mezzo e la scelta debba essere netta, perché o stai di qua o stai dall'altra parte.

Il ricordo vola a un fatto che mi è stato raccontato più volte e che accadde nel lungo inverno dell'anima che andò dall'otto settembre del 1943 al 25 aprile del 1945. Due ragazzi, un fratello e una sorella, nascosti in una villa a San Maurizio d'Opaglio. Ricercati, braccati, con l'unica colpa di essere ebrei. Nascosti da persone di buon cuore, nel modo apparentemente più semplice. Se vuoi occultare una mela, mettila tra le mele. Ma due ragazzi che non vanno mai alla messa, in un piccolo paese cattolico, possono indurre qualcuno a sospettare. Le spie possono essere ovunque, non ti puoi fidare di nessuno. D'altro canto sono le autorità a sollecitare le denunce ed esistono specifiche leggi razziste. Solo che ora accanto ai fascisti ci sono anche i nazisti e si sa che cercano i giudei per portarli via. Li prendono e non si sa dove li portino, ma nessuno torna indietro. Mai.

Ecco allora i due ragazzi messi in fila con gli altri per ricevere l'Eucarestia. Certamente il prete sa chi sono. Molti hanno capito. Nessuno li denuncia. La scelta è stata fatta. Arriva la fine della guerra e possono tornare a casa e ricominciare a vivere. 


Questa è l'ottava parte de "La ragazza del sogno".

Settima parte

Continua



lunedì 7 novembre 2011

Il treno si è fermato


Il treno è fermo su binari d’acciaio che s’arroventano al sole, in una giornata estiva che sembrerebbe simile a molte altre, se non mi trovassi nella surreale trappola di un mezzo costruito per viaggiare, inchiodato invece da otto ore e quarantasette minuti nello stesso punto.
Attorno a noi si estende un’afosa pianura. Qui un tempo c’erano foreste e campi coltivati. Ora è un’estensione di capannoni su cui la scritta “vendesi” si alterna agli “affittasi”. Da queste parti anche l’industria si è fermata; o forse se n’è andata lontano abbandonandoci ai nostri guai.
La stessa cosa è accaduta alla climatizzazione di questo treno, che si è spenta all’improvviso lasciandoci intrappolati in questo guscio surriscaldato. Non si possono aprire i finestrini né le porte e tanto meno è possibile scendere dal treno. Abbiamo chiesto al controllore cosa stesse succedendo, ma dopo aver borbottato che stava andando a vedere è stato inghiottito dal nulla e non l’abbiamo più rivisto.
Poiché i cellulari sono muti e la connessione ad internet è un miraggio più intenso di quelli che s’intravedono sotto il sole all’orizzonte circolano varie ipotesi sulle cause della nostra situazione: l’incompetenza del macchinista; un guasto meccanico o elettrico; la caduta della linea elettrica; un black out generalizzato dovuto all’accensione di troppi condizionatori. Qualcuno, ma si è trattato di una voce isolata, ha parlato di un’epidemia a bordo.
Curiosamente le vite dei passeggeri che sarebbero corse parallele hanno cominciato ad intrecciarsi da quando il treno si è fermato. Ho notato che ciascuno reagisce a suo modo alla situazione. Una signora racconta le urgenze che l’hanno spinta a partire, come se fossero motivo sufficiente per far ripartire il treno. Un ragazzo ha trovato l’occasione per provarci con una bella ragazza e lei, forse solo per vincere la noia, gli ha dato corda trasformandolo nel suo ventilatore personale. Un uomo coi baffi dice che è colpa del Governo che non ha fatto le riforme. Un uomo senza baffi ribatte che è colpa dell’opposizione che non ha consentito al Governo di farle. Una donna si rifugia nella lettura. Un signore davanti a me dorme. Tutti sbuffano. Io scrivo.
Non so dire perché mi succeda, ma quando il mondo attorno a me diventa grigio, piatto, immobile io sento la necessità di farlo. Non perché desideri far leggere a qualcuno ciò che scrivo. So però che devo. E che in qualche modo morirei se non lo facessi. Per questo accendo il computer e inizio a battere sulla tastiera. Oppure, come in questo caso, estraggo un taccuino e con una biro traccio freneticamente dei segni, che correggo e ricorreggo, fino a che la storia che mi è venuta a trovare comincia a prendere forma. Non è esattamente ciò che vorrei esprimere, ma questo è l’unico modo che conosco per fissare sulla carta un pallido fantasma della bellezza che ho intuito.


Era passato da poco l’otto settembre e rientravo con un amico dall’Istria su un treno carico di ex militari senza divisa. Rimasti senza ufficiali e senza ordini avevamo deciso che la guerra per noi era finita ed era ora di tornare a casa. A Verona però trovammo una sorpresa. La stazione era piena di tedeschi, con mitragliatrici ovunque. Il treno fu fermato e salirono a bordo. Sul binario accanto al nostro c’era una fila di carri bestiame. Man mano che trovavano i ragazzi in età di leva li buttavano giù dal nostro e li caricavano sull’altro treno. Chi tentava di scappare era falciato dalle raffiche delle guardie. Gli altri urlavano disperati e gettavano biglietti dalle finestrelle supplicando i passanti di avvisare le famiglie.
Noi due restavamo a guardarci senza alcuna idea di cosa fare. Nello scompartimento con noi c’era solo un uomo più vecchio, che leggeva il giornale e ogni tanto ci guardava.
«Datemi le vostre carte di identità» disse improvvisamente.
Eravamo così spaventati che obbedimmo come automi, senza nemmeno capire perché. Allora l’uomo prese di tasca un pennino. Trasse dalla valigetta delle boccette d’inchiostro e fece delle prove su un foglio di carta. Quando fu soddisfatto, prese i documenti e ci lavorò sopra col pennino. Infine ce li restituì. Notammo che aveva modificato perfettamente la data di nascita in modo da farci risultare troppo giovani per essere nelle classi di leva.
I tedeschi arrivarono e chiesero i documenti, videro la data di nascita, ci guardarono, ce li restituirono e andarono oltre. Per loro un documento ufficiale era un testo sacro. Impensabile discuterlo.
Io non ho idea di chi fosse quell’uomo. Un impiegato dell’anagrafe? O un falsario? Non l’ho mai più rivisto, perché appena possibile scendemmo dal treno e raggiungemmo Milano a piedi.


«Ecco, questo è successo veramente.»
«Prego?» domando al signore che mi sta di fronte.
Mi rendo conto che devo essermi appisolato.
«Mi scusi» risponde con un sorriso. «Alle volte mi capita di parlare da solo».
Mi chiedo quanti anni possa avere. Un’ottantina o forse più, ma ben portati. Poi mi trovo a pensare che persone come lui, quando avevano la metà dei miei anni, compirono imprese che faccio fatica anche solo ad immaginare. Bastava una cartolina per metterti su un treno diretto verso luoghi i cui nomi ora compaiono nei libri di storia. E dopo quello spaventoso tritacarne per loro venne il momento della scelta. Che fossero sfuggiti ai treni piombati verso la Germania o che si trovassero dentro campi cintati di ferro, ciascuno di loro dovette prima o dopo schierarsi, da una parte o dall’altra.
E penso anche alla generazione dei loro nonni che, inseguendo il sogno di un’Italia unita, leggeva e scriveva mentre andava a morire al fronte su treni a vapore. E quando il carbone finiva, i passeggeri scendevano dal treno, si rimboccavano le maniche e raccoglievano le canne del granoturco per alimentare la caldaia.
Pensando a loro, mentre il treno persiste nella sua immobilità, rileggo un’ultima volta i miei fogli pieni di belle parole ornate, prima di strapparli in mille pezzi e cominciare a scrivere. 
Una storia diversa, stavolta.




Nota: questo racconto era stato scritto per una rivista letteraria con cui per un certo tempo ho collaborato. Poi vi sono state divergenze sulla destinazione che il treno doveva raggiungere e il racconto è sceso dal convoglio. Ve lo propongo qui, essendo sempre attuale.

www.illagodeimisteri.it

lunedì 22 dicembre 2008

Il mio natale di settembre



«Mmm, sì una storia sul Natale te la posso raccontare anch’io» il Partigiano mi guarda sornione «anche se capitò alcuni mesi prima. Era passato da poco l’otto settembre. Stavo rientrando con un amico dall’Istria. Eravamo su un treno carico di militari. Rimasti senza ufficiali e senz’ordini avevamo deciso che la guerra per noi era finita ed era ora di tornare a casa. A Verona però trovammo una brutta sorpresa. La stazione era piena di tedeschi, con mitragliatrici ovunque. Il treno fu fermato e salirono a bordo. Sul binario accanto al nostro c’era un treno bestiame. Man mano che trovavano i ragazzi in età di leva li buttavano giù e li caricavano sull’altro treno. Qualcuno che tentava di scappare era falciato dalle raffiche delle mitraglie. Gli altri urlavano disperati e gettavano biglietti dalle finestrelle pregando chiunque di avvisare le famiglie che li stavano portando in Germania. Una scena straziante, insomma.»
«E come hai fatto a scappare?» domando allibito.
«Non sono scappato. Eravamo lì a guardarci in faccia io e l’altro ragazzo. Non avevamo proprio idea di cosa fare. Nel nostro scompartimento c’era un uomo più vecchio, che leggeva il giornale e ogni tanto ci guardava. Ad un certo punto ci parlò.
“Datemi le vostre carte di identità, subito.”
Eravamo così spaventati che obbedimmo come automi, senza nemmeno capire cosa volesse fare. Allora l’uomo prese di tasca un pennino e un foglio. Trasse dalla valigetta delle boccette d’inchiostro e fece delle prove. Quando fu soddisfatto, prese i documenti e ci lavorò sopra col pennino. Infine ce li restituì. Notammo che aveva modificato la data di nascita in modo da farci risultare troppo giovani per essere nelle classi di leva. Quando i tedeschi arrivarono chiesero i documenti. Videro la data di nascita, ci guardarono, ci restituirono i documenti e se ne andarono via. Per loro, abituati all’idea di autorità e a non discutere mai gli ordini, un documento ufficiale era come un testo sacro.
Io non ho idea di chi fosse quell’uomo. Era un funzionario del comune? O forse un falsario? Non l’ho più rivisto. Alla stazione successiva scendemmo dal treno e raggiungemmo Milano a piedi. Grazie a lui potei festeggiare il Natale libero e quello fu senz’altro il più bel regalo che potessi ricevere.»

lunedì 21 luglio 2008

Sentinella nella notte



Fatela voi la guardia, di notte, nel bosco, con tutti i compagni che dormono.
Certo, ti hanno dato un’arma. Capirai… un moschetto che si è fatto onore nella guerra di Libia, nella Grande Guerra, in quella d’Etiopia e naturalmente anche in quella di Spagna. Un’arma vecchia, degna di Carlo Codega insomma, mentre i tedeschi, e talora i fascisti, hanno armi nuove, che sparano a raffica.
E poi nel bosco, di notte, ci sono mille rumori. È incredibile quanti animali decidano di andare in giro a quell’ora! Se poi vieni dalla città e la montagna l’hai vista qualche volta ai tempi in cui andavi in vacanza, tutto ti pare spaventoso. Tanto più che i compagni si divertono a raccontarti storie delle più strane creature che pare si aggirino tutte su quei monti….

«Cosa fai a casa? Vieni in montagna con noi, a fare il partigiano» mi avevano detto.
E così, stanco di nascondermi ai tedeschi, ai fascisti, alle spie, avevo deciso di andare, quando ormai speravo che la guerra fosse finita. Tre anni di guerra, di cui due in Jugoslavia, coi partigiani slavi sempre pronti a farti la pelle e ora mi ritrovavo a fare il partigiano, su per i monti dell’Ossola, con la responsabilità dei compagni che russavano nella baita e i tedeschi che potevano salire dal sentiero…
Dei passi!
Non c’erano dubbi, quelli erano passi…
Un passo, due passi. Un passo, due passi.
Accidenti, sono in due!
Che faccio, sono vicini…
Metti il colpo in canna e fai come ti hanno insegnato.
«Chi va là? Fermi o sparo!»
A dire il vero mi avevano detto un’altra cosa.
«Se gridi: “chi va là? fermi o sparo!” quelli ti sparano prima che tu abbia finito la seconda frase. Perciò, tu spari. Poi gridi e spari il secondo colpo in aria.»
Ma quelli erano metodi che non mi sentivo di applicare…
Quelli, nel frattempo, non hanno risposto e continuavano a salire.
Un passo, due passi. Un passo, due passi...

BAM, BAM.
Due colpi.
Qualcosa che rotola a terra come un corpo morto.
Un brevissimo silenzio.
Urla che arrivano dalla baita, coi partigiani che schizzano fuori da tutte le parti, con l’arma in una mano e la cintura dei calzoni nell’altra.
Si va a vedere.
Niente tedeschi. Niente fascisti.
Potremmo definirlo “fuoco amico”, ma a questo punto è meglio chiamarlo, semplicemente, “pranzo”.
"Domani tapelucco" dice il cuoco.
Povero asino, vittima innocente della guerra…

sabato 26 aprile 2008

I racconti del partigiano. I Muraglioni degli Inglesi

Sono mura alte, di pietra legata con cemento. Sembrano non finire mai, proseguendo per chilometri a cingere uno spazio privato. Li chiamano i Muraglioni degli Inglesi, o semplicemente i Muraglioni. Separano fisicamente i paesi di Gozzano e San Maurizio d'Opaglio racchiudendo un’enorme area verde. Furono costruiti, si racconta dagli Inglesi.
«Ma no, non quegli Inglesi!» ride il Partigiano. «Quelli venivano dal sud con gli Americani e quando arrivarono qui la guerra era già finita. E poi i Muraglioni esistevano dal secolo precedente. Una famiglia inglese, nell’Ottocento, aveva comprato quella terra, recintandola con un muro altissimo, per tenere fuori gli intrusi. Al tempo della guerra però gli inglesi non c’erano più. Il parco della villa era stato riempito di bidoni di carburante. Per evitare che la Petroliera, com’era chiamato il grande deposito militare di carburanti a Gozzano, potesse saltare in aria per un bombardamento alleato. Così c’erano bidoni sepolti nel terreno un po’ dappertutto e siccome il carburante scarseggiava di notte c’era chi andava a prenderselo. A suo rischio e pericolo. I fascisti avevano insediato un presidio nella Petroliera e da lì, in teoria, controllavano il territorio. In realtà, dai Muraglioni in su per loro iniziava il territorio nemico (Achtung Bandengerfahr, avvertiva il cartello). Al punto che a metà dei muraglioni i fascisti avevano pensato di creare un posto di blocco, sbarrando in parte la strada. Solo che, di notte, avevano paura a starci, perché i partigiani potevano giocare al tiro a segno con loro come bersagli. Così al calare del buio si ritiravano nella Petroliera e i partigiani prendevano possesso del posto di confine. All’alba i partigiani tornavano sulle montagne e i fascisti riprendevano il controllo!»
Sorride, come fosse stato un gioco. In un certo senso lo era, come quello del Cavaliere che giocava a scacchi con la Morte…
Di notte si potevano anche tentare audaci colpi. Per farlo, però, occorreva un mezzo di trasporto. Un carro era l’ideale, ma i partigiani non potevano certo tenere carri e cavalli sulle montagne. Così li prendevano a prestito.
Una notte una donna fu svegliata dal rumore di qualcuno che picchiava all’uscio. Erano i partigiani. Volevano il carro e il cavallo per andare a Gozzano a rubare l’olio nella ditta Bemberg. Le avrebbero dato un po’ di olio in cambio.
«Prendete quello che vi serve» rispose la donna «ma l’olio non lo voglio, che poi finisco nei guai.»
Il mattino dopo il cavallo e il carro erano davanti al cancello, senza tracce di olio. Il cavallo aveva l’aria stanca di chi ha avuto una notte di fatica e paura.

Lo stesso cavallo, che si chiamava Bigio, fu protagonista di un’avventura un po’ bizzarra, sempre nei pressi dei muraglioni. Il marito della donna era riuscito, chissà come e chissà dove (non lo disse mai) a procurarsi un carico di patate. Col carro carico se ne andava da Gozzano a San Maurizio d'Opaglio con l’aria soddisfatta di chi è riuscito a fare un buon affare.
Davanti alla Petroliera, però, fu fermato da una sentinella fascista. Era un giovane dallo sguardo feroce e la faccia da fame, che guardò il carico e guardò il cavallo. Poi disse di non muoversi e andò nel presidio a chiamare qualcuno.
L’uomo (e probabilmente anche il cavallo) capì che con un mucchio di patate di provenienza sospetta e un cavallo requisito in quanto mezzo di trasporto per il corpo del reato è possibile sfamare tante bocche. Quelli poi erano tempi di fame nera, anche per i soldati…
Senza pensarci due volte spronò il cavallo a tutta briglia tagliando per le brughiere, per evitare il posto di blocco ai Muraglioni.
Era un cavallo da tiro il Bigio, non da corsa, ma quel giorno, fosse la frusta o la paura di finire in pentola, avrebbe dato dei punti a qualunque cavallo di razza.

I racconti del partigiano. Guerra sul lago

Decisamente il lago di questa storia è un lago diverso da come lo conosciamo.
Non più di tanto nell’aspetto, forse. Certo ai tempi di questa storia le cave di granito non erano ancora invase dalla vegetazione, che anno dopo anno conquista metri di cava, come rimarginando una bianca ferita. E, ancora, non c’erano molte fabbriche a turbare l’orizzonte.

No, il lago era diverso allora, ma non per i panorami. Erano le donne e gli uomini ad essere diversi in quegli anni. Sì, perché allora c’era la guerra.
Era una strana guerra quella, perché i fronti non erano apertamente contrapposti. Potevi attraversarli senza neanche accorgertene e senza rendertene conto potevi trovarti di faccia alla morte. Bastava poco, bastava aiutare qualcuno, o parlare troppo, oppure troppo poco oppure, banalmente, essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Perché quella era una guerra dove le uniformi non contavano e non c’era distinzione tra soldati e civili, né tra uomini e donne. Era guerra partigiana quella. Di resistenza per gli uni, di banditismo per gli altri.

“Il confine si trovava ai Muraglioni degli Inglesi. Nella Petroliera c’era il presidio. Sull’isola di San Giulio il comando dei Servizi segreti. Sul lago giravano barche di miliziani armati…”
Mi gira la testa. Faccio fatica a riconoscere i luoghi a comprendere le situazioni, ad immaginarmi soldati, armi, spie, posti di confine. Non è il mio mondo quello, penso. Poi ci ripenso. Quello è il mio mondo, perché se non ci fosse stato quello oggi vivrei in un universo parallelo i cui contorni mi mettono i brividi.
Chi mi parla è un ex partigiano, classe 1921. Uno di quelli che liberarono Domodossola nell’agosto del 1944. Uno della Valtoce, per intenderci.
È incredibile quanti episodi siano accaduti dal settembre 1943 all’aprile 1945. Non sono neanche venti mesi, ma sembrano venti anni. Sarà, che quando vedi la Morte venirti incontro, il tempo inizia a rallentare e accelera di nuovo solo quando ti è passata accanto, talora ghermendo qualcuno che ti era vicino.
Quanti libri sono stati scritti su questi eventi? Nessuno lo sa, credo. Molti protagonisti hanno raccontato la loro storia, molti non hanno voluto, o potuto. Così molti dettagli se ne vanno con loro, spengendosi uno ad uno. Dettagli. Nessuno di essi farà riscrivere la Storia. Alcuni però aiutano a capire cosa sia stata la guerra per chi l’ha vissuta.

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Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.