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sabato 31 maggio 2014

La notte delle fisiche


Vi ricordate la storia del famoso mago di Cireggio? Di lui si diceva fosse “stregone grande quanto i massimi, re addirittura dei maghi malefici, se l’indole schiva e sprezzante non gli avesse vietato di volere corte o popolo su cui dominare”. 
Capace di evocare potenze sconosciute per far apparire luci, rumori e strani effetti con cui terrotirzzava gli abitanti di quello che all'epoca era un tranquillo borgo di campagna.
Se vi siete dimenticati di lui o non conoscete la sua storia potete rileggerla qui.

Se volete rivivere di persona quelle antiche atmosfere, potete invece partecipare all'evento che stanno organizzando ad Omegna. 
Il laboratorio è basato sulla creazione di una serie di eventi magici e visionari da poter riunire in una notte estiva per far accorrere il pubblico a vedere le Fisiche. 
Queste saranno realizzate dai partecipanti al laboratorio nella forma di suoni, luci, ombre, apparizioni e atti magici. Ed è un invito a riappropriarsi della Fisica, della metamorfosi e della visione.

Laboratorio Born To Play - LA NOTTE DELLE FISICHE
a cura di Ambra Pittoni

14/15 Giugno ore 15-19
28/29 Giugno ore 15-19
Luglio (data da definire): evento notturno

Partecipazione gratuita tessera socio 10 Eur obbligatoria
info e iscrizioni : info@mastronauta.it - tel 3383227555 (h11>h13)
www.mastronauta.it

sabato 24 maggio 2014

Storia di un leprotto cortese e di un altro molto sfrontato



Ci sono luoghi dove accadono strani avvenimenti. Dove si sussurra di riti magici compiuti dopo il tramonto dalle streghe radunate in congrega sabbatica. O dove misteriosi affreschi adornano piccole chiese immerse nel verde.
Uno di questi luoghi si stende, senza alcun dubbio, tra i boschi e le colline che circondano la chiesa di San Tommaso a Briga Novarese. Un edificio sacro assolutamente da visitare. Tanto è vero che persino i giapponesi l’hanno scoperta e sempre più numerosi si recano a fotografarne gli antichi affreschi.
Ma non è della chiesa che voglio parlarvi, né tanto meno delle streghe che si trovavano lì vicino, in un luogo noto da tempo immemorabile come “prato dei morti”, forse per via di un antico cimitero pagano i cui resti ogni tanto riemergono in occasione di qualche nuova costruzione.
Il protagonista di questa storia è un cacciatore, che un giorno si mise il fucile in spalla e andò in cerca di selvaggina. Non vi andò direttamente, peraltro, perché una tappa alle osterie del paese era una prassi cui il Nostro non rinunciava mai.
Un bianchino per svegliarsi, un grappino per scaldarsi, un caffè corretto alla sambuca erano proprio quello che ci voleva per affrontare il freddo di quella mattina. Qualcuno sostiene che il bianchino non fosse solo, così come i rinforzi arrivati dopo, ma si sa come vanno queste cose nei paesi: c’è sempre qualcuno che tende ad esagerare le cose.
Ad ogni buon conto il cacciatore era entrato nel bosco, col passo più fermo che avesse, ben deciso a non tornare a casa a mani vuote. All’improvviso davanti a lui comparve, emerso da chissà dove, un leprotto che si fermò esitante proprio in mezzo alla strada. Il cacciatore mise mano al fucile, ma mentre prendeva la mira il leprotto parlò.
Ora, qualsiasi persona sana di mente sa che ai leprotti non è stato dato il dono della parola. Questo è probabilmente un bene, perché chissà quante ce ne direbbero se solo potessero parlare o se solo noi fossimo in grado di capirli. In ogni caso non dimenticate che questa storia si svolge in un luogo magico, dove la stregoneria può diventare cosa molto concreta.
Ad ogni modo il leprotto, in tono molto educato, disse queste testuali parole.
“Ti prego, nobile signore, non farmi del male. Lasciami andare per la mia strada.”
Il cacciatore trasecolò e abbassò l’arma, sentendosi mancare le gambe. Il leprotto interpretò quel gesto come una risposta affermativa e attraversò il viottolo sparendo nel fitto sottobosco.
L’uomo, appoggiato a una pianta per non cadere, mise subito mano alla fiaschetta che teneva sempre nella tasca destra, per bere una boccata di cordiale. Proprio mentre si stava pulendo la bocca con il dorso della mano, ecco che un secondo leprotto si fermò davanti a lui.
Chiunque avrebbe capito subito, da una prima occhiata, che era di una pasta ben diversa da quello che l’aveva preceduto. Aveva l’espressione sfrontata di quei monelli che si divertono a razziare ogni genere di frutto nei campi coltivati, facendosi beffe dei poveri contadini che li inseguono col rastrello senza mai riuscire ad acchiapparli.
Il leprotto si piantò davanti all’uomo e lo guardò inclinando la testa. Se avesse avuto le mani le avrebbe certamente messe sui fianchi.
 “Ora che hai fatto passare quello” disse “non vorrai mica sparare a me, vero?”
E prima che il cacciatore potesse chiudere la mascella, lo sfrontato leprotto sbuffò, come facendo spallucce, e sparì sotto il fogliame.

Ringrazio l’amico Fabio per averci raccontato questa storia.


mercoledì 12 marzo 2014

La pietra misteriosa


Esiste un luogo, nel territorio un tempo noto come Castelli Cusiani, la cui memoria è associata a un crimine rimasto impunito. I protagonisti di questa storia, che per rispetto delle persone coinvolte e dei parenti ancora in vita non chiamerò coi loro veri nomi, si svolsero però molto tempo prima che il nome di Castelli Cusiani venisse adottato.

C’era dunque un giovane che aveva sedici anni e faceva l’apprendista da un sarto in un paese sulla collina. Tutte le mattine risaliva la strada e la discendeva la sera. Era una via nuova, costruita da pochi decenni per consentire il passaggio di carri e carrozze. 

Circa a metà si trovava una grande pietra, accanto a una piccola sorgente. I più anziani ricordavano che sull’altura soprastante esisteva un antico castello dei guelfi novaresi. Un giorno però erano giunti i loro nemici ghibellini che in tutto il contado andavano distruggendo le fortezze nemiche. Benché fosse costruito in cima a una roccia scoscesa il castello, non si sa se con l’inganno o il tradimento, fu preso. I suoi difensori, che si erano arresi con la promessa di aver salva la vita, furono passati a fil di spada e i loro corpi lasciati in pasto agli animali.

Una storia lugubre, che non poteva non richiamare altre ancora più inquietanti presenze. I vecchi infatti sussurravano che, nonostante l’edicola dedicata alla Madonna che vi era stata scavata, in alcune notti dell’anno attorno al masso, posto all’incrocio di tre strade, le streghe si radunassero per incontrare qualcuno di cui nessuno osava pronunciare il nome nemmeno in pieno giorno, figuriamoci quando le ombre del Monte Avigno cominciavano ad allungarsi sulla piana.

I giovani però non ascoltano mai i racconti dei vecchi, tanto più quando essi sono oscure parole intrise di superstizione. Così l’apprendista se ne tornava a casa tutte le sere con le mani in tasca fischiettando, senza temere nessuno in questo o nell’altro mondo. Così diceva, almeno.

Una sera però giunse a casa più tardi del solito e con il viso stravolto. Senza nemmeno cenare s’infilò nel letto. La mattina dopo non si alzò proprio, lamentando grandi dolori alla pancia. I suoi cominciarono a preoccuparsi, ma era gente povera e non avevano modo di pagare il dottore. Così le cose andarono sempre peggio. Arrivò la febbre e dal delirio in cui il ragazzo si dibatteva, cominciarono a emergere incerti frammenti di una possibile verità.

Un pezzo dopo l’altro, mettendo ordine tra parole sconnesse, grida e improvvisi silenzi, i suoi parenti ricostruirono l’accaduto.

Quella sera, tornando dal laboratorio, il giovane apprendista aveva visto una carrozza, ferma accanto al masso. Pensò che gli occupanti si fossero fermati per bere quell’acqua deliziosa e fece per andare oltre, ma si sentì chiamare. Vide un uomo molto elegante, con mantello, bastone e cilindro che gli sorrideva, offrendogli dei cioccolatini.

Nessuno aveva mai visto delle simili delizie da quelle parti. Come resistere a una simile offerta? Ma chi era quell'uomo misterioso? Cosa contenevano quei dolciumi? Quale era stata la contropartita per averli? Nessuno poté mai saperlo, perché il disgraziato giovane, tra atroci dolori, spirò portando con sé il suo segreto.

sabato 13 agosto 2011

Alla ricerca di Alfa. 6 – La leggenda dell'alpe Tirecia

«Dell'Alpe Tirecia» mi dice Wally «rimangono ormai pochi ruderi tra gli scheletri bruciati di quello che fu un bosco di larici, distrutto da un incendio particolarmente violento che divampò negli anni Settanta del secolo scorso in quella zona.»
Wally sorseggia il vino del suo bicchiere, come per scacciare il pensiero. La vedo leggermente turbata, probabilmente per il dispiacere che zone così belle possano essere devastate dal fuoco, il più delle volte causato dall’uomo per dolo o per colpa.
«Quel luogo» riprende «interessa sicuramente al nostro amico Alfa, dal momento che era chiamato anche Alpe delle Streghe…»
Penso al fatto che più volte il mio amico indagatore dei misteri cusiani si è occupato di quella che il popolo chiamava un tempo la “fisica”. Un’arte magica conservata in antichi ed oscuri libri, grazie alla quale i suoi adepti erano in grado di scatenare effetti portentosi, come far comparire fuochi dal nulla, far ballare pentole fantasma nei prati o, soprattutto, consentire a streghe e s
tregoni di trasformarsi in animali. Di certo Alfa, se è passato di qua, come penso, non si sarà fatto sfuggire questo luogo, così impregnato dei misteri della fisica
«Il sentiero che conduce da Coiromonte a Gignese e lambisce l'alpeggio “maledetto”, oggi è frequentato solo da qualche escursionista o praticante della mountain bike, ma in passato era il percorso giornaliero delle cosiddette “donne del burro” ovvero le giovani coiresi che portavano i prodotti del latte nei mercati dei centri più importanti fino al Lago Maggiore. Ogni volta che queste ragazze, percorrendo il loro tragitto con la luna ancora alta, passavano nei pressi dell’Alpe Tirecia erano solite ripetere dei “mantra” in dialetto, con l'intento di proteggersi dagli influssi negativi emanati da quel posto.»
«Mi sembra di vederle queste donne dirette ai mercati con le ceste piene di butto e formaggi, fare gli scongiuri nei pressi dell’alpe maledetta, sperando in cuor loro di scampare sia alle potenze soprannaturali che alla malvagità dell’uomo, spesso molto più pericolosa.
«Si dice» il tono di voce di Wally si abbassa «che alla fine dell’Ottocento il casolare fosse abitato da un'anziana donna molto abile nel praticare la “fisica”. Si racconta che non perdesse occasione di dimostrare il suo particolare astio nei confronti del parroco presentandosi a lui sotto sembianze di animali. Il prete, però, come molti altri della sua professione, era anch'egli un praticante della fisica. Così spesso riusciva a percepire la presenza della strega e a neutralizzarne i poteri. Questo continuo scontro andò avanti per lungo tempo fino a che il parroco, esasperato dai continui attacchi della megera ed individuatane la presenza in paese sotto forma di cane randagio, la colpi violentemente alla testa. Il cane si allontanò guaendo e da allora della vecchia in paese non si seppe più nulla.»
Questa tenebrosa storia di fisica ci riporta indietro di un secolo, quando ancora si credeva ciecamente in questi portenti, ma la paura di questi poteri soprannaturali è durata a lungo. Basta vedere le facce imbarazzate della gente che vive ancora sul Mottarone quando rivolgete loro domande dirette sull’argomento. Probabilmente vi risponderanno con un mezzo sorriso: “Eh sì, se ne raccontavano di storie sulla fisica”.
Ma a domanda diretta e incalzante, probabilmente vi diranno: “Devi chiedere a Tizio, lui ha raccolto tutte queste storie, io non le so”.
E che il timore sia ancora vivo me lo conferma Wally, che però non vive stabilmente sul Mottarone e quindi non ha paura di parlare delle storie che le hanno raccontato.
«Ai tempi nostri l'alpe delle streghe è stata teatro di prove di coraggio di intere generazioni che si sono spinte in quel luogo, nel cuore della notte, in cerca di chissà quali emozioni: anch'io l'ho fatto e confermo che l'autosuggestione, a volte, può fare brutti scherzi…»
Ma su cosa abbia visto veramente dalle parti dell’Alpe delle Streghe anche Wally non mi dice di più e con uno dei suoi sorrisi si congeda da me, tendendomi la mano.
«Buona fortuna, Errante, spero che tu riesca a ritrovare Alfa. Così magari potremo incontrarci tutti e tre per raccontare nuove storie!»

lunedì 31 maggio 2010

Storie di cani e di gatti, di streghe e stregoni


Quante volte avete incontrato di notte, sul bordo della strada, un cane o, più probabilmente, un gatto. Nessuna casa nei paraggi, solo boschi ed oscurità.
“Cosa potrà mai fare un animale domestico in questo posto?” vi sarete chiesti, immaginando un randagio o ad un animale abbandonato.
Nella maggior parte dei casi avrete centrato la verità, dal momento che purtroppo sono ancora molti, troppi, i criminali che abbandonano quelli che per alcuni mesi erano stati loro compagni di vita. Eppure, in alcuni rarissimi casi, la realtà è ben diversa.

Aveva bevuto e si era tirato praticamente finito ballando al ritmo house sparato a palla. Non andava nemmeno troppo forte, in realtà, perché a malapena riusciva a tenere gli occhi aperti. Ad un certo punto, improvvisamente, vide davanti ai fari un cane nero in corsa.
Cercò di frenare, ma l’urto era inevitabile. La macchina sbandò paurosamente e per poco non finì fuori strada. Non scese nemmeno dalla macchina per controllare come stesse l’animale, ma appena si fu ripreso dallo spavento cercò d’ingranare la marcia. Quella però non voleva proprio saperne di entrare.
Faceva caldo quella sera ed il giovane guidava con il finestrino abbassato. Così non la vide arrivare, ma sentì chiaramente la mano che gli artigliava la spalla e lo scuoteva violentemente. Si girò e vide, a pochi centimetri dal suo volto, lo sguardo insanguinato e feroce di un uomo dalla testa di lupo.
Allora il giovane urlò e spalancò gli occhi.
Di fronte a lui c’erano i volti di due carabinieri che gli intimavano di alzarsi, vestirsi e seguirli.
Lo portarono via in manette, passando davanti al SUV che aveva posteggiato davanti a casa. La parte anteriore era visibilmente ammaccata e c’erano tracce di sangue sul paraurti. Mancava la targa, che era in mano ad uno dei carabinieri. Era stata trovata sul luogo dell’incidente che era costato la vita al prete del paese vicino.

Il giovane non lo sapeva, né lo sapevano i Carabinieri e al giudice non importava, ma si racconta che le streghe, per lo più vecchie donne, e gli stregoni, per lo più preti, possano praticare la “fisica”; che siano in grado di suscitare visioni; e che possano trasformarsi in cani ed in gatti per aggirarsi nelle tenebre a molestare le persone, rimanendo vittima, talora, dei loro stessi imbrogli.

mercoledì 27 maggio 2009

Disfida 3 (beta). Due storie della fisica nei Paesi di mezzo

Ecco due storie di stregoneria, raccolte nei Paesi di Mezzo. Si credeva che certe persone potessero "fare la fisica", realizzando incantesimi per molestare la gente.

Il carretto e il muretto
L’alcool e la stanchezza alla guida provocano brutti effetti. Se poi ci si mette anche la “fisica”…
Un uomo di Boleto portava le pietre delle cave di granito col carro. I buoi conoscevano così bene la strada che spesso l’uomo dormiva, soprattutto alla sera quando rientrava a casa stanco per la lunga giornata.Poiché all’epoca nessuno aveva nemmeno immaginato l’etilometro e la patente a punti (per un carretto poi!) l’uomo era solito fare prima una lunga pausa all’osteria.«Un bicchiere di vino. Raso.»Raso voleva dire pieno fino all’orlo. E quando si diceva orlo si intendeva quello in cima al bicchiere, non quello un centimetro sotto! Doveva essere pieno al punto da fare fatica a non versarne nemmeno una goccia, quando lo si portava la prima volta alla bocca. Il che era anche un ottimo sistema per controllare quanto avevi bevuto e soprattutto quanto potevi ancora bere. Perché di bicchieri rasi ne andavano giù parecchi prima che i buoi potessero rimettersi in marcia.La maggior parte delle volte l’uomo aveva il sonno così conciliato dal vino da svegliarsi davanti alla porta di casa, più spesso per i rimbrotti della moglie che per naturale soprassalto di lucidità.Quella sera però si svegliò perché i buoi si erano arrestati, ma emettevano un verso strano. Davanti a loro c’era un muretto che sbarrava la strada. E non c’era spazio per girare, perché sui lati c’erano altri muri e piante.Allora l’uomo afferrò la livera, la leva di ferro che usava per spostare le pietre, e scese dal carro.Patapim! patapam! in breve cominciò a menare botte e a smontare il muro, finché aprì un varco nel muretto sufficiente a passare, lui, i buoi e il carretto.Il giorno dopo, si dice, incontrò il prete che zoppicava.«Come sta, don?» gli chiese.«Eh, così, così…»«La prossima volta, se non vuole zoppicare, se ne stia a casa di notte…»


La pecora
Chi lo dice che l’età porta la pace dei sensi? L’amore non ha età e ci sono persone pronte a fare qualsiasi cosa per conquistare la persona desiderata. Se poi ad innamorarsi è una strega…

Un giovane andava tutte le sere a trovare la fidanzata.Un bel giorno, lungo la strada, vide una pecora che belava e lo fissava, quasi invitandolo a seguirla.Le prime volte non gli diede peso, ma dopo alcune sere provò ad avvicinarsi. La pecora si lasciava accarezzare e anzi quasi pareva gli si strusciasse addosso, belando dolcemente.Così, dopo alcune sere, decise di prenderla e portarla a casa da sua madre. La pecora però non lo seguiva mai se lui si allontanava. Trascinarla a braccia era impossibile, così una sera salì portando con sé una corda. Però, non appena fece per avvicinarsi, la pecora spiccò un gran balzo, saltando il muretto di pietra e scomparendo nel bosco.La sera seguente, perché la pecora non si accorgesse della trappola, prese un rosario grosso, con la corda robusta e se lo mise in tasca. Quando la pecora si lasciò accarezzare, strusciandogli addosso, gli passò attorno al collo il rosario e con quella la trattenne. Quindi se ne tornò a casa con la pecora, chiudendola nel gabbiotto del maiale.Il mattino dopo disse alla madre: «Ti ho portato a casa una pecora».La madre, che lo conosceva bene, gli rispose: «Una pecora a casa! Ma smettila di fare il balordo!»Il figlio insisteva: «È vero ti dico! L’ho chiusa nel gabbiotto del maiale!»La madre, per levargli quella fissazione, lo seguì fino al gabbiotto, sospirando. Quando aprirono la porta si mise una mano sulla bocca, per non urlare.Dentro c’era una donna nuda. Era una vecchia di loro conoscenza, che faceva sempre tanti complimenti al giovane…

martedì 30 dicembre 2008

Terrore nella notte.



«Come fanno a starci quattro elefanti in una Cinquecento? Due davanti e due di dietro.»
L’Intortatore adora queste vecchie barzellette. Io non adoro lui, ma pazienza. Anche lui mi ha raccontato un’avventura occorsagli durante le magiche dodici notti, da Natale all’Epifania, passando per l’ultimo dell’anno. La tradizione vuole che in queste notti tutto sia possibile e che i cieli siano solcati da ogni genere di presenza. Se qualcosa di strano deve accadere potete star certi che sarà in una di queste notti. Infatti….
«Era l’ultimo dell’anno» prosegue l’Intortatore. «Avevamo fatto baldoria fino a tardi, poi io e un amico eravamo riusciti ad agganciare due pollastrelle. Due sorelle che i genitori avevano fatto uscire insieme perché si sorvegliassero a vicenda. Ovviamente le due pensavano a tutto tranne che a sorvegliarsi…
«Comunque, a quei tempi non avevo ancora una macchina mia. Il mio amico in compenso aveva una vecchia Cinquecento, in cui ci infilammo all’uscita del locale con le due pollastre. Naturalmente due davanti e due dietro. Cercavamo un luogo tranquillo, un po’ appartato. La pollastra davanti dice al mio amico che lei conosce un buon posto. Il che mi fa pensare che non sia così ingenua come si poteva pensare….
«Ad ogni modo entriamo in questa stradina, vicino alla torbiera sotto Invorio. Il mio amico spegne il motore e ci mettiamo al lavoro, nei limiti consentiti da quello spazio angusto. Mentre siamo così impegnati, la ragazza che sta con me mi fa: “Non hai sentito un rumore?”. Sulle prime minimizzo, penso che voglia fare un po’ la difficile. Lei insiste e allora alzo la testa. Anche gli altri due, disturbati da quelle frasi si guardano attorno. I vetri però erano tutti appannati, per cui non si vedeva nulla. Però si sente distintamente il rumore dei passi. Uno, due. Uno, due.
“C’è qualcuno!” sussurra il mio amico.
“Sono in due…” risponde la ragazza che sta con me.
“O Signore, io ho paura” dice l’altra davanti. “Dicono che in questo posto le streghe evochino i morti…”
La sorella per tutta risposta comincia a frignare che vuole andare a casa. Vedo la seratina sfumarmi tra le dita ed esclamo: “Ma non c’è nessun…”
Le parole mi muoiono in gola quando una macchia bianca compare davanti alla macchina.
Urliamo tutti e quattro.
“Via via via andiamo via subito di qua!”
Il mio amico accende il motore e ingrana la retromarcia. La Cinquecento sobbalza e fa del suo meglio sullo sterrato, mentre la macchia sembra volerci venire addosso. Sentiamo un poderoso nitrito. Appena il mio amico accende i fari vediamo davanti a noi un cavallo bianco che ci fissa sbuffando. Io tento di ridere, ma ormai l’atmosfera è rovinata. Le ragazze vogliono andare a casa. Ne hanno abbastanza. Tutto per un cavallo…»
Lo guardo, mentre scuote la testa. Non si interessa molto di leggende l’Intortatore. Altrimenti saprebbe che nella notte di Capodanno, le streghe e gli stregoni si tramutano in animali e girano nell’oscurità in cerca di vittime.

sabato 30 agosto 2008

Il Mago di Cireggio

Erano in sette, ma qualcuno dice fossero otto. Forse non erano giovani, ma di certo si ritenevano coraggiosi. A ben vedere mettersi in sette contro un solo uomo, per di più anziano, non è certo una gran prova di coraggio. Anzi, possiamo dirlo chiaramente: è una gran vigliaccata. Non fosse che la loro vittima era tutt’altro che un uomo qualsiasi, ma nientemeno che il Mago di Cireggio, contro le cui fisiche né il prete, né i carabinieri avevano potuto alcunché. 

Strana storia e tenebrosa è quella del Tensi, passato alla storia nelle osterie e nelle chiacchiere di paese come il Mago di Cireggio. L’uomo, come suggerisce il cognome, era forse originario dell’alta Valle Strona, ma risiedeva a Cireggio, comune indipendente a quei tempi e oggi frazione di Omegna. A dire il vero il Tensi non risiedeva esattamente a Cireggio. Si era scelto una posizione intermedia tra il piccolo nucleo abitato sull’altipiano, che allora non era stato ancora selvaggiamente occupato dall’edilizia popolare ed era coperto da campi e prati, e il sottostante borgo di Omegna. Attorno alla sua dimora, in regione Parogno, vi erano poche altre costruzioni: una casa detta “Algeri”, una cappella dedicata alla Vergine, la piccola torre di un roccolo di caccia e un pozzo. Vale la pena di spendere qualche parola sul pozzo, perché anch’esso non era un comune pozzo. All’interno era infatti munito di solide sbarre di ferro che consentivano di scendere passo a passo fino al fondo, dove non c’era acqua, bensì un cunicolo che conduceva nelle viscere della collina giù fino ad Omegna, dove sorgeva la casa Zanni, nella via del Carrobbio. 

Il fatto non deve stupire, perché poco distante vi erano – e queste ancora vi sono – le rovine di un antico castello che difendeva il borgo di Omegna, l’antica Vemenia. Inoltre, si dice che Cireggio sia costruito su qualcosa che assomiglia ad un immenso gruviera. Una antica frana, composta dai massi che cadevano – e ancora cadono – dal soprastante monte Castellazzo. Un terreno strano, quindi, ricco di pietre tra le quali vi sono dei vuoti. Piccoli buchi, nella maggior parte, ma sufficienti perché l’aria possa soffiare fuori calda d’inverno e fredda d’estate. Spazi talora sufficienti, forse, a consentire il passaggio occulto di una persona da casa a casa. La scienza del Tensi non era però limitata solo ai misteri del sottosuolo. “Stregone grande quanto i massimi, re addirittura dei maghi malefici, se l’indole schiva e sprezzante non gli avesse vietato di volere corte o popolo su cui dominare” lo definì Mario Bottini su Lo Strona (n. 2. 1980). 

Di certo attorno alla figura del Tensi giravano dicerie terribili. Si parlava del suo sadismo, manifestatosi in età precocissima. Del suo carattere scontroso e ostile, specie d’inverno quando faceva freddo. La sua stessa figura sembrava disegnata apposta per mettere paura: robusto, alto sebbene un po’ curvo di spalle, col sigaro piantato perennemente in bocca. Ce lo immaginiamo vestito di nero, girovagare per il paese studiando qualche sua diavoleria, quando non era impegnato nei suoi passatempi. Allevatore di polli e api, si diceva che il suo fosse un gioco, perché nessuno lo aveva mai visto lavorare veramente, benché vivesse agiatamente. Il suo miele, si diceva, aveva effetti portentosi. E le sue galline erano di una razza mai vista prima, buona per le uova e ottima da mangiare. Segreti gelosamente conservati dal Tensi, che per evitare che qualcuno potesse rubargli la razza vendeva le uova solo dopo averle forate per rimescolare il tuorlo e uccidere così l’eventuale embrione fecondato. Poi richiudeva in modo invisibile il guscio con la cera delle sue api e se ne andava al mercato ferocemente contento a vendere le uova. 

Fin qui nulla di strano, direte voi, a parte un comportamento un po’ eccentrico. Così la pensavano forse anche i giovani della casa detta Algeri, che avevano preso l’abitudine di salire sul roccolo per cantare e fare musica. Il roccolo tuttavia aveva il difetto di essere era troppo vicino alla casa del Tensi, perché ciò non lo irritasse profondamente. Alcuni dicono per invidia della felicità altrui, altri per il fastidio di avere vicini così rumorosi. Fatto sta che una sera, mentre i giovani cantavano, l’aria attorno al roccolo venne invasa da una strana nebbia all’interno della quale cominciarono ad apparire spettri, ombre, pietre volanti e bagliori, accompagnati da cigolii, stridori e rumori come se le porte dell’inferno si stessero aprendo e un’orda di demoni volesse sortire dal pozzo poco distante. Tale fisica, come subito fu chiamata, venne subito attribuita dalla voce popolare al Mago. Il quale non negò, rincarando anzi la dose. Dopo la conquista della torre, abbandonata per lo spavento dai giovani, ad essere colpito dalla fisica fu un confinante, che aveva un terreno su cui il Tensi aveva messo gli occhi. Alla fine l’uomo, spaventato dal fantasma che si aggirava nottetempo, benché i più cinici sostenessero che sotto il lenzuolo si muovesse proprio il Tensi, gli vendette (o meglio svendette) il campo. 

Non per questo le fisiche del Mago attorno al roccolo finirono. Forse ci aveva preso gusto, anche perché ormai la gente veniva nelle notti di primavera e d’estate a vedere quelle meraviglie. Le più volte se ne tornavano a casa con le pive nel sacco, mentre il Mago li spiava ridendo. Altre volte però potevano osservare atterriti gli spettri e le rocce che si spaccavano, volavano e sembravano precipitare loro addosso, senza mai però toccare il suolo. Mentre il Mago li spiava ridendo, naturalmente. Intervenne il prete. Intervennero i Carabinieri. Il Tensi non negava e non smentiva. Si dichiarava estraneo a tutto e la sera dopo ricominciava a fare le sue diavolerie. Fu così che i sette che abbiamo incontrato all’inizio di questa storia decisero di dargli una lezione. Forse indossavano la camicia nera, che era di moda nel novecentoventiquattro e il Tensi, col suo caratteraccio li aveva sfidati. O forse no e c’era della ruggine per altri motivi. Fatto sta che gli diedero addosso, sette contro uno come abbiamo detto, lasciandolo pieno di botte. Il Mago sopravvisse, ma la fisica cessò, magicamente come era cominciata. 

Qualcuno, di quelli che a posteriori sanno trovare la spiegazione razionale ad ogni cosa, sostiene che il povero Tensi fosse solamente dotato di lanterne magiche con cui proiettava, su vapori che suscitava combinando chissà quali elementi, le immagini di oggetti che ai rustici abitanti del primo dopoguerra sembravano manifestazioni magiche. Questa voce tuttavia non riuscì comunque a scalfire la fama di grande Mago attribuita dal popolo al Tensi di Cireggio.

venerdì 18 luglio 2008

Il carretto e il muretto



Un uomo di Boleto portava le pietre delle cave di granito col carro. I buoi conoscevano così bene la strada che spesso l’uomo dormiva, soprattutto alla sera quando rientrava a casa stanco per la lunga giornata.
Poiché all’epoca nessuno aveva nemmeno immaginato l’etilometro e la patente a punti (per un carretto poi!) l’uomo era solito fare prima una lunga pausa all’osteria.
«Un bicchiere di vino. Raso.»
Raso voleva dire pieno fino all’orlo. E quando si diceva orlo si intendeva quello in cima al bicchiere, non quello un centimetro sotto! Doveva essere pieno al punto da fare fatica a non versarne nemmeno una goccia, quando lo si portava la prima volta alla bocca. Il che era anche un ottimo sistema per controllare quanto avevi bevuto e soprattutto quanto potevi ancora bere. Perché di bicchieri rasi ne andavano giù parecchi prima che i buoi potessero rimettersi in marcia.
La maggior parte delle volte l’uomo aveva il sonno così conciliato dal vino da svegliarsi davanti alla porta di casa, più spesso per i rimbrotti della moglie che per naturale soprassalto di lucidità.
Quella sera però si svegliò perché i buoi si erano arrestati, ma emettevano un verso strano. Davanti a loro c’era un muretto che sbarrava la strada. E non c’era spazio per girare, perché sui lati c’erano altri muri e piante.
Allora l’uomo, afferrò la livera, la leva di ferro che usava per spostare le pietre e scese dal carro.
Patapim, patapam, in breve cominciò a menare botte e a smontare il muro, finché aprì un varco nel muretto sufficiente a passare, lui, i buoi e il carretto.
Il giorno dopo, si dice, incontrò il prete, che zoppicava.
«Come sta, don?» gli chiese.
«Eh, così, così…»
«La prossima volta, se non vuole zoppicare, se ne stia a casa di notte…»

giovedì 17 luglio 2008

La pecora



Un giovane andava tutte le sere a trovare la fidanzata.
Un bel giorno, lungo la strada, vide una pecora che belava e lo fissava, quasi invitandolo a seguirla.
Le prime volte non gli diede peso, ma dopo alcune sere provò ad avvicinarsi. La pecora si lasciava accarezzare e anzi quasi pareva gli si strusciasse addosso, belando dolcemente.
Così, dopo alcune sere, decise di prenderla e portarla a casa da sua madre. La pecora però non lo seguiva mai se lui si allontanava. Trascinarla a braccia era impossibile, così una sera salì portando con sé una corda. Però, non appena fece per avvicinarsi, la pecora spiccò un gran balzo, saltando il muretto di pietra e scomparendo nel bosco.
La sera seguente, perché la pecora non si accorgesse della trappola, prese un rosario grosso, con la corda robusta e se lo mise in tasca. Quando la pecora si lasciò accarezzare, strusciandogli addosso, gli passò attorno al collo il rosario e con quella la trattenne. Quindi se ne tornò a casa con la pecora, chiudendola nel gabbiotto del maiale.
Il mattino dopo disse alla madre: «Ti ho portato a casa una pecora».
La madre, che lo conosceva bene, gli rispose: «Una pecora a casa! Ma smettila di fare il balordo!»
Il figlio insisteva: «È vero ti dico! L’ho chiusa nel gabbiotto del maiale!»
La madre, per levargli quella fissazione, lo seguì fino al gabbiotto, sospirando. Quando aprirono la porta si mise una mano sulla bocca, per non urlare.
Dentro c’era una donna nuda. Era una vecchia di loro conoscenza, che faceva sempre tanti complimenti al giovane…

mercoledì 16 luglio 2008

La testa



Il giovane si era fatto la morosa ad Invorio. L’aveva cercata fuori dal suo paese, perché lì erano tutti parenti. E poi la Teresa era bella, e tanto brava. E si volevano bene. Così, tutte le sere se ne andava in bicicletta ad Invorio da Ameno per parlare con lei, sperando in cuor suo che arrivasse presto il giorno del matrimonio, per non doversi fare tutta quella strada.
Che poi quelli di Invorio lo guardavano male, perché si vedevano portar via la Teresa, cui molti di loro avevano fatto, inutilmente, il filo. Ma lui era forte come un toro e teneva il coltello in tasca, così se qualcuno avesse osato tentare di sbarrargli la strada l’avrebbe conciato per le feste. No, il fastidio maggiore non erano gli uomini. Ciò che proprio non gli piaceva era il dover passare per la palude sotto Orio. Quel luogo non gli piaceva per nulla. d’inverno era freddo e c’era la nebbia. D’estate c’erano le zanzare. E si diceva che in quel luogo si riunissero le streghe a ballare col diavolo e a praticare i loro sortilegi…
Così faceva forza sui pedali – era pure in salita la strada – per passare alla svelta da quel posto. E ogni volta si faceva il segno della croce, prima e dopo, per chiedere la protezione del Signore contro quelle presenze malefiche.
Fino a quella notte, a dire il vero non aveva mai visto nulla di particolarmente inquietante, a parte le ombre. Così si chiese cosa fosse quella luce sul bordo della strada, appena prima della curva. Mentre si avvicinava cominciò a distinguere la forma rotonda, le orbite vuote e la bocca aperta. Era un cranio, una testa umana, con una luce che brillava al suo interno!
Quella notte il suo amore per Teresa fu veramente messo alla prova: i capelli ritti sulla testa e le gambe che tremavano lo supplicavano di tornare indietro, di fuggire da quel luogo maledetto. Il cuore no, il cuore era testardo: non poteva scappare come un coniglio.
Cosa avrebbe detto la Teresa non vedendolo arrivare? Avrebbe pensato che si era fermato a bere con gli amici all’osteria; che non gli importava nulla di lei; che magari aveva un’altra. Di certo non avrebbe mai creduto ad una storia di streghe e teste. Probabilmente avrebbe rotto il fidanzamento, dandogli del vigliacco, del traditore e del bugiardo. Perché la Teresa aveva un bel caratterino, quando si arrabbiava…
Così, fece forza sui pedali, senza guardare la testa che brillava minacciosa nelle tenebre e superò la curva, facendo appello a tutto il suo coraggio, aiutato dal pensiero della Teresa che l’aspettava.

martedì 15 luglio 2008

la spia



Nel paese di Arola c’era una combriccola di persone che amava ritrovarsi per spettegolare sui fatti del paese. Il tizio se la fa con la moglie di quello; quello la va a rubare la legna nei boschi e così via.
Le loro chiacchiere dovevano però rimanere segrete e invece si accorsero che il giorno dopo tutto il paese sapeva quanto si erano detti. Così cominciarono a pensare che ci fosse qualcuno che li spiava.
Così, per togliersi ogni dubbio, s’inventarono alcuni pettegolezzi, che solo loro sapevano essere falsi. Quando il giorno dopo videro che tutto il paese parlava di quello, si convinsero che la spia esisteva davvero.
Allora si diedero da fare per scoprirla. Il luogo dove si trovavano era chiuso, aveva muri spessi e c’era solo una finestra in alto, a cui non si poteva accedere dalla strada. Quella sera però guardarono bene e vi scovarono un gatto rannicchiato. Dopo un breve inseguimento lo presero e gli diedero così tante legnate che fu un miracolo se la bestia sopravvisse.
La mattina dopo videro una donna camminare zoppicante e piena di botte per il paese.

lunedì 14 luglio 2008

Il cavallo bianco



C’era un uomo, che faceva il becchino. In tempi in cui le fosse si scavavano e si riempivano a mano capitava spesso che il lavoro finisse ben oltre il tramonto.
Poiché se avesse avuto paura dei morti il nostro non avrebbe fatto quel lavoro, l’essere da solo nel cimitero dopo il tramonto, con una pala in mano e una bara da seppellire non era per lui un problema. Certo, c’era l’umidità della notte, specie nei mesi invernali, ma un fiasco di vino era un ottimo rimedio per quello.
Così il becchino, finito il suo lavoro, se ne tornava verso casa, tutto sommato contento del suo lavoro, che gli permetteva di non emigrare. Una cosa di cui non c’era mai penuria erano i morti, per cui il suo era quasi un vivere di rendita.
Certo, c’erano cose antipatiche, come quel toccarsi quando lo incrociavano. Del resto gli uomini frugavano nei pantaloni anche quando incontravano i preti e, con più discrezione però, le suore. A suo modo il becchino si sentiva di appartenere ad una casta privilegiata, guardata sempre con timore, se non con rispetto.
«Sono un collega del prete!»
Lo raccontava ridendo all’osteria, dove non mancavano mai le occasioni per farsi offrire da bere, perché di storie da raccontare ne aveva sempre tante. I cadaveri hanno infatti comportamenti strani. Talora, riesumandoli per purgare il cimitero, si trovavano scheletri scomposti, come se si fossero rigirati più volte nella tomba. O corpi stranamente conservati. Altri ancora sembravano aver rosicchiato il sudario in cui erano stati avvolti…

Quello che gli accadeva da un po’ di tempo era però inspiegabile. Ogni volta che tornava a casa, passando dal Brentu vedeva un cavallo bianco. Aveva chiesto in giro di chi fosse, ma nessuno possedeva un animale del genere. Eppure, ogni volta, il cavallo sembrava attenderlo. Lo seguiva per un tratto di strada quasi sfidandolo a salirgli in groppa, poi, misteriosamente come era apparso, scompariva nell’oscurità della notte.
Il becchino non si fermava, perché sapeva che in questi casi era sempre meglio continuare il cammino, ma aveva cominciato ad inquietarsi.
Una notte, dopo un po’ di tempo che questa storia andava avanti, arrivato al Brentu non vide il cavallo. Non fece però in tempo a tirare un sospiro di sollievo, perché da dietro un cespuglio sbucò un cane nero che gli ringhiava contro. Allora alzò la pala e gli diede un gran colpo di piatto sulla schiena.
Il giorno successivo vide il prete che camminava tutto indolenzito con la mano sulla schiena. Da allora il cavallo bianco non si fece più vedere...

domenica 13 luglio 2008

Occhi gialli nell’oscurità – 2



In quella seconda metà dell’Ottocento incontrare persone che viaggiavano dalla Francia al Lago d’Orta non era evento raro. Muratori, scalpellini, peltrai, ombrellai, calzolai e tanti altri si spostavano nel paese transalpino per cercare lavoro e fortuna; per sfuggire alla miseria e mantenere le famiglie che mandavano avanti i campi e i pascoli.

Ora, accadde una sera che un giovane risalisse la montagna sopra Arola. Tornava dalla Francia, dove era emigrato per fare il muratore. Aveva attraversato le Alpi, a piedi, e ora risaliva la mulattiera che l’avrebbe portato alla cascina dei suoi genitori. Non vedeva l’ora di arrivare, per riabbracciare la cara mamma, che tanto gli era mancata. E che gli faceva scrivere – da altri perché era analfabeta – lettere di preoccupato affetto.

Improvvisamente udì un rumore nell’oscurità. Sembrava che qualcuno stesse tagliando la legna nel bosco. Chi stava lavorando nel bosco di suo padre? Chi poteva farlo a quell’ora di notte? Sicuramente dei ladri. Così estrasse il coltello e cominciò ad urlare, per cacciarli…

Ci volle un po’ prima che i suoi riuscissero a calmarlo, quando arrivò di casa urlando, gli occhi pieni di terrore. Lo misero a letto, ma il mattino dopo si svegliò con la febbre alta. Nel delirio raccontò quanto era accaduto.

Davanti a lui erano comparse decine di coppie di occhi gialli, che lo fissavano. Ammutolito era rimasto a fissarli, col coltello fermo a mezz’aria. Poi, come un fiume in piena, gli occhi erano piombati su di lui sotto forma di civette urlanti, che lo assalivano da tutte le parti, ruotandogli attorno, urlando e beccando, finché aveva mollato il coltello ed era fuggito di corsa verso casa.

«Le streghe! Erano le streghe!» cominciarono a dire i parenti che venivano a trovarlo. «Non si deve andare in giro di notte perché c’è chi ti strega!»

sabato 12 luglio 2008

Occhi gialli nell'oscurità - 1



Era un giovane coraggioso; uno di quelli che non avevano paura a camminare di notte, nelle tenebre. E poi aveva ottime ragioni per salire fino all’alpe: c’era la sua morosa lassù e aveva voglia di vederla per fare all’amore con lei.

Camminava veloce, risalendo il sentiero come un salmone un torrente. Niente e nessuno avrebbe potuto fermarlo, nemmeno il diavolo in persona.
Forse questo l’aveva pure detto all’osteria, bevendo l’ultimo bicchiere prima di mettersi in cammino. O forse qualcuno del paese aveva deciso che quel ragazzo di fuori non doveva venire a parlare con una di loro, ma temendo di affrontarlo di persona aveva deciso di chiedere aiuto a qualcuno in grado di evocare un pauroso potere…

Sia come sia, nelle tenebre iniziò a vedere due occhi gialli che lo fissavano, in mezzo la strada. Rallentò il passo: dalla nera sagoma del cane cominciò a provenire un ringhiare sordo. Avanzò e la bestia indietreggiò, ringhiando più forte. Faceva alcuni passi indietro, ma poi ringhiava più forte di prima, con l’aria di volergli saltare alla gola.
Allora il giovane, che temeva di arrivare tardi e trovare tutti ormai a letto e la morosa sotto le coperte a piangere, si arrabbiò così tanto che con pochi salti fu davanti al cane e gli sferrò un calcio così forte che lo fece guaire. La bestia fuggì zoppicando e gemendo, svanendo nelle tenebre.

Il giorno dopo il giovane seppe che il prete aveva un braccio rotto.

venerdì 11 luglio 2008

Il fuoco nella sera

C’era un uomo, chiamiamolo Pino, che tornava a casa la sera, come tutte le sere, dopo il lavoro dei campi.
Improvvisamente, davanti a lui comparvero delle fiamme. Si voltò a sinistra e vide un altro fuoco; a destra ne trovò un terzo e quando si voltò si vide circondato.
Allora il Pino, che era un uomo coraggioso, prese un bastone e cominciò a picchiare il fuoco, con forza, finche questo si spense.
Il giorno dopo il prete rimase a letto, con tutte le ossa ammaccate per le bastonate che aveva ricevuto tentando di fare la fisica al Pino.

giovedì 10 luglio 2008

Misteri della fisica

No, la scienza non c’entra, a dispetto del titolo. Ovvero se preferite, la scienza di cui parliamo è occulta e nascosta ai più. Un’arte che non s’impara a scuola, checché ne dica la Rowling, che con questa idea si è costruita una fortuna…

La fisica si trasmette per eredità. La può trasmettere una strega, in punto di morte, ai parenti avidi che sperano nell’eredità e si fanno avanti quando lei comincia a dire: “Lascio… lascio… lascio”
Invece, se non si vuole diventare come lei, occorre risponderle: “Lasciala alla scopa dietro la porta!”

I più grandi praticanti della fisica, però, erano (sono?) i preti. Che la imparavano nei loro libri, incomprensibili non solo agli analfabeti, ma anche agli altri, perché scritti in quel maledetto latinorum

Coloro che praticavano la fisica parevano avere due occupazioni principali: gettare quello che noi chiameremmo "malocchio" e sbarrare le strada alle persone.

Prossimamente vedremo come facevano e come ci si poteva difendere dalle loro arti.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.