Visualizzazione post con etichetta Bestiario di lago. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bestiario di lago. Mostra tutti i post

domenica 19 marzo 2017

I guardiani della soglia



Lì trovi lì, apparentemente paciosi e sonnolenti, davanti alla porta di antiche fortezze. Progressivamente s'infiltrano negli uffici pubblici, nei musei, nei luoghi dove si conservano i documenti e il sapere.
E dormono. Talora li scambi per dei cuscini, salvo quando ti salutano con un lieve miagolio. A volte ti si strofinano sulle gambe, come se volessero imprimere il loro marchio su coloro che li accolgono e ospitano. 
E aspettano. Noi non sappiamo cosa, o chi. E intanto loro sono lì, che osservano. Pronti ad agire, quando verrà il momento...

mercoledì 2 marzo 2016

Un indagatore del mistero è sceso in città

Un drago pesce sull'Orta fotografato da G. Rava

Secondo notizie di stampa un Acchiappafantasmi sarebbe giunto sul Lago Maggiore per cercare le tracce di “Maggie”, una misteriosa creatura che si aggirerebbe nelle acque del Golfo Borromeo, emulando il più famoso “Nessie” da decenni ricercato senza successo nel famoso Loch Ness.
Augurando buona fortuna all’indagatore del mistero e al suo aiutante, che coi loro camici bianchi e strane apparecchiature si sono fatti fotografare per le strade di Stresa, riteniamo doveroso avvisarli di una leggenda che circola dalle nostre parti.

Essa vuole il Verbano collegato al lago d’Orta da un canale sotterraneo. Attraverso questo qualsiasi misteriosa creatura potrebbe trovare immediato rifugio nel più piccolo ma altrettanto profondo Cusio. E avrebbero un bel correre loro a Orta, a Omegna, a Pella, a Pettenasco, a Lagna e Buccione i nostri ricercatori. Si troverebbero con un bel pugno di mosche o forse, se sono fortunati, qualche carpa perché la creatura avrebbe tutto il comodo di rifugiarsi nel Verbano mentre loro ancora la cercano sul Cusio.

Inutilmente qualcuno fa sommessamente notare che un siffatto cunicolo sfiderebbe prodigiosamente il principio dei vasi comunicanti, dal momento che l’Orta è un centinaio di metri di quota sopra l’altro ma queste sono quisquilie e pinzellacchere per qualsiasi mostro degli abissi che si rispetti!


domenica 27 dicembre 2015

Natale con il mostro



Debbo alla gentilezza di un lettore la segnalazione di un misterioso avvistamento, avvenuto esattamente dieci anni fa...

“...in Località Lagna di San Maurizio d'Opaglio, presso il pontile, il giorno di Natale del 2005 da parte del Ragionier (i Ragionieri imperversano nel Cusio, non si sa perché) U.T. all'epoca di anni 48 residente in Lagna, il quale, al termine di copioso e tradizionale pranzo Natalizio innaffiato da abbondanti bevute, scendeva a fare una passeggiata digestiva al Porto. 

Disturbati dalle urla e dagli schiamazzi dell'U.T. che tentava telefonicamente di far accorrere la moglie alla riva, alcuni cittadini richiedevano l'intervento ai Militi della Pubblica Sicurezza, i quali prontamente accorrevano a bordo di un'auto-pattuglia. Il ragionier U.T. rendeva la descrizione in questi termini: lunghezza dai 30 ai 50 metri, diametro del corpo circa centimetri 40, un solo occhio spalancato e di colore nero che lo fissava. 

I Militi, dopo aver rassicurato il Ragioniere, nel corso di un breve sopralluogo rinvenivano, nascoste sotto un mucchio di foglie secche, in un angolo, n.2 bottiglie di Grappa alla Ruta ormai vuote, che venivano inoltrate al Reparto Investigazioni Scientifiche per ulteriori accertamenti, tesi a individuare eventuali proprietà allucinogene della Grappa alla Ruta.”

Come potete immaginare non potevo non indagare su questo misterioso avvistamento. Ho quindi chiesto il parere del Professore. Preciso subito che non si tratta del Maestro, che vive proprio di fronte a lui, ma dall’altra parte del lago e dubito siano amici, anche se poi il lago è piccolo e la gente si conosce un po’ tutta.

Ad ogni modo il Professore dalla sua finestra sul lago ha uno sguardo privilegiato su tante cose strane che succedono da queste parti e ha tenuto numerose conferenze sui mostri e le bizzarre creature che popolano le acque e le sponde dell’Orta. Ecco di seguito il suo responso autografo alla domanda.

“Teratosaurus Orcheris cusianus. Ultimo discendente dei draghi e dei serpenti che il mitico San Giulio cacciò dall'isola omonima, nei secoli è stato avvistato o intravisto in diverse zone del lago. Tradizionalmente la sua tana viene identificata nel Bus de l'Orchera in località Orta nel golfo detto Bagnera. Talora, nell'ora del tramonto, pare sia stato intraveduto dalle sponde di Tortirogno o Bagnella, sfilarsi controluce alla superficie, nel tornare al suo comodo rifugio.

Di che si nutre il Teratosauro cusiano? Bella domanda. Sono state avanzate le più suggestive ipotesi. Tendiamo ad escludere quelle che accennano a mortadelle di fegato dagli indigeni chiamate "fidighine". Un cuoco borgomanerese sta tentando di provare la sua teoria che il Teratosauro sia molto ghiotto di "tapulone". Ma per quanto ne sappiamo, ad oggi la sua speranza è andata frustrata. Nemmeno la polenta con il gorgonzola sembra far parte della dieta del mostro. 

Il problema non è peregrino come potrebbe apparire, perché in realtà se il mostro si nutrisse semplicemente di pesce sarebbe morto di fame durante la seconda metà del XX secolo durante la quale la popolazione del lago si ridusse fin quasi allo zero a causa dell'inquinamento. Solo potevano restargli pochi gobbini, qualche arborella ed un paio di cavedani, neanche da togliersi la prima fame, povero mostro!

E' stata da alcuni avanzata l'ipotesi che il Teratosauro, parente biologico del mitico Verdone Mangiasassi, si sia nutrito e si nutra di granito. Non ci sentiamo di escluderlo a tutta prima, ma sicuramente la chiusura delle cave di Alzo, deve averlo costretto ad una dieta piuttosto ferrea negli ultimi 50 anni.

Lasciamo il problema alimentare del mostro, e veniamo ad affrontare un altro nodo decisivo: quello della riproduzione (non temete, non scenderemo nei dettagli, non è necessario mandare a letto i bambini). La biologia però ci dice che tutti, prima o poi, nel lungo, magari lunghissimo periodo, cenere torneremo e un ricambio si impone. Per cui la natura saggiamente operò, e maschio e femmina li fece, per garantire l'eternazione alle specie. Quindi allo stato attuale delle conoscenze: o il Teratosauro è molto, molto vecchio, oppure occorre supporre l'esistenza di una Teratosaura. Ma come distinguerli l'uno dall'altra? Dal fatto che la femmina ha le ciglia più lunghe? In mancanza di studi scientifici approfonditi sul dimorfismo sessuale dei Teratosauri siamo costretti ad abbandonare anche questo interessantissimo argomento. 

Poco possiamo aggiungere a quanto già detto sul mostro e siamo attivamente impegnati a raccogliere testimonianze, tracce e indizi relativi al o ai Teratosauri.”



mercoledì 5 agosto 2015

Un misterioso predatore




E all'improvviso ti rendi conto che qualcuno ti tiene d'occhio dall'alto...

mercoledì 10 giugno 2015

Un'elegante cacciatrice

Ieri sera, uscendo di casa per sbrigare una di quelle simpatiche occupazioni note come “portare fuori la spazzatura” ho notato in mezzo alla strada un animaletto.

“Cosa fai lì, micetto?” ho chiesto, preoccupato del possibile sopraggiungere di un’automobile.
Non che mi aspettassi una risposta naturalmente, ma rientra nella normalità parlare agli animali. I problemi casomai cominciano quando ti rispondono…

Ad ogni modo l’animaletto mi guardò in modo strano, dopodiché fece dietro front, portandosi sull’altro lato della strada. Fu allora che mi avvidi dell’errore. Quello che avevo di fronte non era un gatto, ma certamente un mustelide. Fece un po’ avanti e indietro, senza mostrare troppo timore, prima di lanciarsi di corsa per la strada verso il cancello di una vecchia fabbrica semidiroccata, dentro cui svanì.

Non avevo modo di fotografarlo, ma in seguito, controllando sul web, ho ipotizzato potesse trattarsi di una donnola, viste le piccole dimensioni e una certa eleganza che distingue questo grazioso animale dalla più grossa faina.

Proseguendo nell’opera di documentazione ho scoperto che la donnola era considerata da Brunetto Latini, il celeberrimo maestro di Dante Alighieri, il peggior nemico di una temibile creatura di cui abbiamo già avuto modo di parlare.

E pensando alle balze scoscese e pietrose che si trovano alle mie spalle ho rivolto un pensiero di riconoscenza alla piccola e graziosa donnola che pattuglia queste aspre rocce alla ricerca del suo grande avversario e della sua preda più ambita: il velenoso e pericolosissimo basilisco.



giovedì 17 luglio 2014

La Bestia misteriosa del lago d’Orta

Le notizie volano veloci e corrono di bocca in bocca anche sul lago d’Orta. Del resto quella riportata da Orta Blog è destinata a suscitare scalpore. Da tempo la popolazione di anatre sul lago sarebbe in declino. Ora questo fatto, che varie persone giurano essere reale, avrebbe trovato una spiegazione. Una bestia misteriosa si muoverebbe quasi invisibile sotto il pelo dell’acqua, pronta a ghermire le proprie prede. Pesci e volatili, almeno per ora.
C’è chi sostiene di avere visto coi propri occhi la Bestia e che questa sarebbe un piccolo coccodrillo che qualche scriteriato stanco di tenerselo a casa avrebbe liberato nel lago.
Questa è la versione rassicurante, naturalmente. Perché altri, meno apertamente, ma con uguale convinzione sussurrano, scrutando le tenebre che ricoprono l’acqua, che la Bestia è sempre esistita. Che dopo secoli di letargo Essa si è svegliata e vaga nelle tenebre per a saziare la propria fame. 
Leggende? Fole di ubriachi? Può essere, ma se ci guardassimo attorno con maggiore attenzione, vedremmo che la Bestia è raffigurata in un monumento che è sotto gli occhi di tutti e che fu eretto Mille anni fa.

Guardare per credere. 



E se pensate sia un fotomontaggio, ebbene andate sull’Isola di San Giulio, entrate nella Basilica, superate il sarcofago del Duca senza testa e gli affreschi in cui si parla di antichi esorcismi, e cercate l’ambone di pietra nera che sembra fuso nel metallo. Osservate infine le figure apocalittiche che vi furono scolpite.
Simboli, certamente, ma di un passato che è meno morto di quello che alcuni vorrebbero far credere…

mercoledì 4 aprile 2012

L’enigmatico caso dell’uccello aronese



Agli appassionati di misteri non sarà sfuggito un articolo sul numero 4 del mensile «Il sasso nel lagone», pubblicato il primo di ogni mese. Ideato e diretto da Massimo Sole, brillante penna trasteverina trapiantata sulle rive del Verbano, «Il sasso nel lagone» è una rivista su cui ci riserviamo di tornare in altra occasione in quanto ha tutte le caratteristiche per scuotere la sonnacchiosa vita culturale della cittadina in cui viene stampato, per il suo stile accattivante e gli approfondimenti rigorosamente documentati.

Torniamo però al reportage a firma di M.S., sigla dietro cui si nasconde verosimilmente lo stesso Massimo Sole, dedicato a un misterioso episodio accaduto poco più di un secolo fa. Lo spunto è dato da un articolo comparso sul n. LXVI di «Annals of Cryptology» che contiene un elenco di straordinarie scoperte di specie precedentemente ritenute fantastiche. Pesci come i celacanti (Latimeria chalumnae e Latimeria menadoensis), autentici fossili viventi che si credevano estinti assieme ai dinosauri ed invece sorprendentemente ricomparsi sui mercati del pesce nell’Oceano Indiano. O mostri degli abissi fino a pochi anni fa ritenuti leggendari, come gli Architeuthidae, i calamari giganti che vivono nelle profondità dell’oceano e i cui tentacoli possono raggiungere  25 metri di lunghezza.

Oltre a queste e ad altre specie l’articolo di «Annals of Cryptology» citava il caso di una fenice (il cui ultimo avvistamento, in terra di Egitto, risale all’anno 34 d.C.) in Piemonte agli inizi del Novecento. La fonte di tale segnalazione era indicata brevemente in un diario di un cittadino aronese che un ufficiale americano, il capitano John A. Fisher, aveva potuto leggere alla fine della seconda guerra mondiale grazie alla nipote, con cui aveva avuto una breve ma intensa relazione.

M.S. ha avviato quindi una sua personale ricerca che l’ha portato infine a mettere le mani sul famoso diario, consegnatogli dall’ormai anziana signora. Il racconto che ne è scaturito è altamente godibile e vi invito a leggerlo nella versione originale. Mi limito, con il consenso dell’autore, a riassumerne i contenuti.

Tutto cominciò con il ritrovamento di una strana creatura in uno dei boschi sulle colline sopra Montrigiasco. Era l’anno della cometa di Halley, il cui passaggio non mancò di scatenare ancestrali paure. Lo scrittore Lev Tolstòj, scrisse a questo proposito sul suo diario: “La cometa sta per catturare la Terra, annientare il mondo, e distruggere tutte le conseguenze materiali della mia attività e delle attività di tutti. Ciò prova che tutte le attività materiali, e le loro presunte conseguenze materiali, sono prive di senso. Solo ha un senso l'attività spirituale.”

Come sappiamo lo scrittore fu smentito dai fatti (a dimostrazione di quanto poco avveduti possano essere talora gli scrittori) e le attività materiali proseguirono alacremente, ad ogni modo in quei mesi molti erano in attesa di eventi straordinari. È in questo contesto che si collocano gli eventi descritti nel diario del giovane Randolfo Carroccio.

In esso si descrive il rinvenimento da parte di una banda di ragazzini di uno strano uccello, che nessuno aveva mai visto prima, ma che tutti trovarono straordinariamente bello. Particolare curioso, l’animale copriva sempre accuratamente il fianco sinistro, impedendo in tutti i modi di vederlo nonostante gli sforzi di quanti si avvicinavano.

Dopo poco, comunque, tutti cessarono di interessarsi a questo aspetto, incantati dalla bellezza e dalle straordinarie tonalità del suo piumaggio. Randolfo sottolinea che solo pochi invece prestarono attenzione ai suoni che emetteva, trovandoli nel complesso piuttosto banali.

Poiché l’uccello sembrava incapace  di volare, uno strano gruppo di persone prese a radunarsi per accudirlo e ammirarlo in segreto, formando una sorta di setta. M.S. li descrive come “ragazzini viziati da piccoli e fanciulle dagli occhi sgranati”, ma anche come “poeti di arte incerta,
impiegati saccenti, ingegneri di poco ingegno e uomini di mezza età dalle fantasie eccessive”.

E aggiunge che tutti erano affascinati dalla bellezza di questo straordinario uccello. Tutti erano impegnati a lodarlo e nutrirlo. E tutti erano convintissimi di trovarsi di fronte ad una fenice, la mitica creatura che gli antichi Egizi pensavano potesse rinascere dalle proprie ceneri.

Dalla lettura del diario emerge un altro elemento sconcertante. Tutti i componenti del gruppo degli adoratori della fenice raccontavano agli altri di strane visioni, in cui si vedevano nei panni di cavalieri senza macchia e senza paura, coperti da bianche armature, impegnati improbabilmente a combattere il male che li circondava. Dalla lettura è impossibile comprendere se si trattasse di fantasie o di vere e proprie allucinazioni. 

La realtà apparve improvvisamente, in tutta la sua drammaticità, un giorno di aprile dell’anno 1911. Quel pomeriggio lo strano gruppo di amici si radunò per sfamare il sempre più famelico uccello, ma questo, evidentemente insoddisfatto dall’offerta, alzò l’ala sinistra, mostrando il suo lato orribile e crudele. Con una zampa artigliata strappò il cuore ad uno di quelli che l’avevano amorevolmente curata fino a quel momento e lo divorò. Quindi spiegando le ali si levò in cielo lanciando urla che risuonavano come un’orribile maledizione. E svanì per sempre.

Non sappiamo esattamente cosa accadde in seguito. I giornali parlarono brevemente della scomparsa di un certo A.M., tornando sulla vicenda solo per riferire di una voce secondo la quale un aronese sarebbe stato tra i dispersi nel naufragio del transatlantico RMS Titanic, naufragato nella notte tra il 12 e il 13 aprile 1912. Inutile dire che nessun nome corrispondente compare nei registri dei passeggeri imbarcati.

Non risultano altre indagini sul caso. Dobbiamo pertanto desumere che il resto del gruppo si sia guardato bene dal denunciare il fatto. Il diario di Randolfo Carroccio si fa lacunoso e, in un punto, davvero inquietante quando dice che “fecero ciò che andava fatto, portando a termine l’opera della fenice”.

Allo scoppio della Grande Guerra Randolfo Carroccio si arruolò volontario e fu tra i primi caduti sul fronte italiano. Il suo diario rimase in un cassetto, a lungo dimenticato. Finché non fu ritrovato, gettando nuova luce su questo episodio che ha dell’incredibile.

martedì 6 luglio 2010

Il misterioso rettile dell’Ossola: la risposta della scienza.




Nei giorni scorsi, l’amica Paesesommerso (che si sta guadagnando sul campo il titolo di “informatore” ufficiale del Lago dei Misteri) mi aveva segnalato un articolo apparso su Rivista Ossolana  n. 2 del 1997 riguardante un misterioso scheletro di rettile.
Ne era seguito un post pubblicato il 29 giugno “La strana storia del serpente con gli occhiali”

Avendo deciso di andare a fondo dell’argomento, Paesesommerso ha inviato copia dell’articolo di "Rivista Ossolana" al Museo di Storia Naturale di Milano per avere maggiori informazioni.
La risposta non si è fatta attendere ed è con molto piacere che andiamo a pubblicarla, con il consenso dell’autore, il Dr. Stefano Scali.

Il parere della scienza su questi argomenti è netto, come potrete leggere. Ed è giusto che sia così. In assenza di prove certe le leggende è bene che rimangano leggende. Se poi qualcuno riuscirà a dimostrare l’esistenza di qualche nuova specie animale, credo che i primi ad essere contenti saranno proprio gli scienziati.

mercoledì 16 settembre 2009

Il basilisco


Una creatura tanto enigmatica quanto pericolosa si aggirerebbe nel Verbano, nel Cusio e nell’Ossola. Ne parla, con cognizione di causa avendo scritto un libro su questo argomento (per approfondimenti seguite questo link) Daniela Piolini, scrittrice già citata su questo blog.

La figura del basilisco, il letale “Re dei rettili”, compare nei testi dei naturalisti fin dall’antichità. Ne parlava già Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale, situandolo nei deserti africani. Sarebbe stato lo stesso basilisco a creare attorno a sé il deserto, in quanto il suo semplice sguardo era in grado di tramutare in cenere qualsiasi essere vivente. Un potere venefico inversamente proporzionale alle dimensioni della bestia, stimate attorno ai venti centimetri di lunghezza.
Pare tuttavia che nel Verbano Cusio Ossola, e più in generale nelle vallate alpine, viva una versione “in minore” del temibile “Re dei rettili” (“Basilisco” viene dal greco “basileus” “re”). Non in grado, forse, di creare il deserto, ma certamente capace di uccidere o mettere a rischio di chi abbia la sventura di fissarlo negli occhi...
Di alcuni di questi avvistamenti vi parlerò nei prossimi giorni, con l’auspicio che altre segnalazioni giungano dai lettori.

giovedì 20 novembre 2008

Tre passi nel paese dei gatti – terzo



I Gatti di Brolo ne hanno combinata un’altra delle loro. Hanno eretto un monumento al loro animale totemico: il gatto.
Questo ha provocato qualche malumore e una malcelata invidia tra quelli di Nonio. Essi infatti non hanno alcun monumento analogo e si sentono sminuiti.
Così si sono messi a pensare come colmare questa lacuna.
Il fatto ha divertito molto quelli di Brolo, che si chiedono quale forma potrebbe mai avere questo monumento, dal momento che quelli di Nonio sono noti come “i vermi”…
Essi però ignorano, o forse fingono di non ricordare, che quelli di Nonio prendono il nome non già da un lombrico, bensì dalla Vipera viscontea che, come molti draghi, è detta anche “Verme”.
Non mi stupirei, pertanto, se quelli di Nonio alla fine, decidessero di dare al monumento la forma di un serpente con in bocca… un gatto.


mercoledì 29 ottobre 2008

L’ultima fuga




Il mio nome è Ecuba e io sono l’ultima.
Io sono l’ultima di una razza maledetta e perseguitata fin sulle cime dei monti. Posso sentire i passi e l’odore del nemico, mentre mi dà la caccia, guidato dai suoi schiavi. Non c’è tregua, né di giorno né di notte. Dove non può la violenza, agisce l’inganno. Ferro e veleni, insidie e violenza mi stringono in un cerchio sempre più stretto, che la fame rende ormai impossibile evitare. Non ho scampo, questo mi è chiaro, ma se anche ne avessi, a che scopo fuggire?
Io sono l’ultima. Ho visto cadere tutti: i miei genitori, i miei fratelli, le mie sorelle, i miei compagni, uno ad uno sono morti. E i miei piccolini! Anche loro, senza pietà, caduti tutti nelle mani degli assassini.
Ululo lungamente alla luna e il mio è d’upupa lugubre un urlo, luttuoso all’infinito.
Io sono l’ultima. Domani il sole sorgerà, ancora una volta, per poi lasciare il cielo alla luna. E quando l’aurora si leverà nuovamente non ci saranno più lupi nella valle.
Perché io sono l’ultima.



Note storiche
L’ultimo lupo fu ucciso nella Valle Strona nel 1927 all'alpe Mazzucher, alle pendici del Pizzo Camino, da un cacciatore che lo inseguì per un giorno intero dall'alpe Campo sopra Forno dove aveva assalito un gregge di pecore.

Ecuba, ultima regina di Troia, dovette assistere alla distruzione della città e allo sterminio della sua famiglia e del suo popolo.

domenica 22 giugno 2008

La creatura informe che rotola e grida


Appare come un bambino in fasce che rotola dai dirupi o galleggia sulla corrente dei torrenti, ma può anche rotolare, volare e soprattutto… ti viene addosso, cercando di avvinghiarti le gambe!

Assume l’aspetto di un bambino, di un nano e persino di un bel giovane. Questo ultimo aspetto però pare lo assuma solo quando avvista dall’alto una bella ragazza.

Il suo aspetto reale è difficile da descrivere, poiché pare una matassa informe che si arrotola su sé stessa. Alcuni comunque giurano che abbia il corpo da rettile e la testa crestata.

La chiamano Vàina o Svàina, ma anche Malfasà. Può colpire di giorno, ma agisce anche di notte, prendendo di mira soprattutto i bambini disobbedienti che non si affrettano a rientrare a casa prima del buio o si avvicinano troppo ai torrenti per giocare.


La malfasà è stata segnalata ancora nella prima metà del Novecento dalle parti di Madonna del Sasso. Così almeno riporta Filippo Colombara in “Paesi di Mezzo”, edito dall’istituto Ernesto De Martino, Milano, pp. 143-145, note 148-151.

sabato 21 giugno 2008

Il pargolo rotolante dai dirupi


Passeggiando sui monti della Val Divedro vi potrebbe capitare di vedere un bambino avvolto in fasce rotolare giù per un pendio; oppure trascinato dalla corrente impetuosa di un torrente. Piange, perde la fascia e urla disperato, facendo stringere il cuore.
È un istinto, un impulso irrefrenabile, soprattutto per le donne giovani e belle… che si ritrovano così avvinte tra le braccia di un giovane, biondo, audace e avvenente uomo.

Ora, prima che centinaia di donne in cerca di avventura si riversino da quelle parti a setacciare i torrenti e i pascoli, è bene dire una cosa: quella “cosa” è solo apparentemente “un giovane, biondo, audace e avvenente uomo”. In realtà è una creatura demoniaca, il cui scopo è quello di sedurre le donne specie - appunto - se giovani e belle, per riprodursi.

Il frutto di quei brevi momenti di passione alpestre però è, purtroppo, una creatura mostruosa, rivelatrice della vera natura dell’essere, così malvagio da far persino abortire le donne già in attesa per insediare, come un malefico cuculo, il proprio immondo discendente.

L’unico rimedio per tenere lontana tale orrida creatura, il cui nome è Vàina, è quello di tenere addosso almeno un oggetto benedetto.

Se credete però che basti star lontane dalla Val Divedro per evitare simili rischi, vi sbagliate, perché come vedremo domani, la creatura si manifesta in altre zone, compreso il Cusio…

domenica 1 giugno 2008

L’Uriana

Vive nelle acque dello Strona, ma non è un pesce.
È femmina, ma non è affascinante come una sirena.
Ha otto zampe, ma non è un ragno.

L’Uriana è vecchia, calva, brutta, ha gli occhi rossi e lunghi denti gialli e affilati, una lingua lunga che agita come una frusta, la parte inferiore del corpo coperta di squame.
Il suo cibo preferito? I bambini che si avvicinano troppo all’acqua.
«Stai lontano dall’acqua che l’Uriana ti mangia!» gridano le donne ai bambini che paiono irresistibilmente attratti dai viscidi sassi sulle sponde del torrente. «State molto lontani dalle rive, bambini, che esce l’Uriana col rastrello e vi tira dentro».

Molti giurano di averla vista emergere dalle acque gelide, con il suo aspetto spaventoso, i suoi artigli affilati, l’insaziabile fame di tenera carne di bambino. Lascia la grotta in cui, si dice, nasconde un tesoro favoloso, e si apposta nel fiume, col rastrello in mano, pronta a ghermire le sue prede.

L’Uriana però è di bocca buona e può accontentarsi anche di pesci, soprattutto quando i bambini si mostrano saggi e ubbidiscono agli ordini degli adulti. Per questo motivo infesta anche le lanche più pescose del torrente. Zone del torrente da cui anche gli adulti fanno bene a stare lontano. Così almeno raccontano certi pescatori…

lunedì 26 maggio 2008

La signora delle vipere




Universi paralleli. Con questo termine si indica la teoria secondo la quale accanto al nostro mondo potrebbero esisterne infiniti altri, alcuni dei quali molto simili, tranne che per alcuni dettagli. L’espediente è stato ampiamente sfruttato dalla narrativa fantastica per descrivere mondi basati su scenari realistici eppure irreali. Immaginate un mondo alternativo in cui l’umanità sia stata decimata da un’epidemia, ovvero in cui Hitler abbia vinto la sua battaglia…

Alcuni universi paralleli esistono realmente. Sono gli universi narrativi della narrativa, del cinema, del fumetto. Descrivono mondi che “potrebbero essere” ma che non sono.
O forse no. Forse esistono realmente e gli autori riescono, in qualche modo a vederli…

Un interessante esempio di universo narrativo è quello di Martin Mystére, il Detective dell’Impossibile, impegnato a risolvere i più intricati misteri, anzi “mysteri”. Il protagonista (per gli amici BVZM) vive a New York, ma si concede lunghi viaggi per un mondo molto simile al nostro, affollato però da presenze mysteriose: civiltà scomparse, alieni, presenze inquietanti.

Alcuni anni fa, Martin Mystére, accompagnato dal fido Java – un neandertaliano che ha scelto di seguirlo nelle sue avventure – ha compiuto un lungo viaggio in Italia (aiutato in questo dal fatto che, essendo il BVZM un personaggio a fumetti, il suo autore è l’italianissimo Alfredo Castelli).
La saga dei “Mysteri Italiani” si chiude proprio sul lago d’Orta con due albi (pubblicati come tutta la serie da Sergio Bonelli Editore) di 96 pagine: La Signora delle Vipere (MM 162, settembre 1995) e La cripta e l'incubo (MM 163, ottobre 1995).

In questa avventura (sceneggiata da Enrico Lotti e Andrea Pasini e disegnata da Lucia Arduini), Martin Mystére deve affrontare una temibile creatura aliena, la Signora delle Vipere, imprigionata dentro una vasca di acqua benedetta nientemeno che da San Giulio.

lunedì 28 aprile 2008

I mostri del lago

Due simpatici appuntamenti con le creature leggendarie e bizzarre che popolano le acque del Cusio e (forse soprattutto) le sue sponde.



Venerdì 2 maggio 2008

I MOSTRI DEL LAGO: Il piatto forte 2008

Ristorante Da Venanzio
Tel. 0322 96130
San Maurizio d`Opaglio (NO)
Inizio cena ore 20.00
Prenotazione obbligatoria
€30,00

I Mostri del Lago
Piccolo Bestiario Immaginario Cusiano. Una conferenza para-scientifica sui mostri leggendari che popolavano il lago, e su quelli che ancora oggi ne abitano le sponde. Con ironia e molta autoironia.

Menù
Antipasto alla Venanzio
Gnocchi al pesce persico
Caramelle alle verdure al burro e salvia
Filetto di persico dorato del nostro lago
Frittura di arborelle
Tiramisù della casa
Caffè
Vini in abbinamento
Colline Novaresi Doc Bianco Montarido- Monsecco
Rubacuori Bebbiolo Rosato- Zanetta
Malvasia D Castelnuovo Don Bosco- Zanetta

IL PIATTO FORTE, rassegna che ad oggi vanta già diversi tentativi di imitazione, per l`esperienza raccolta nelle due prime edizioni e per l`impegno creativo e produttivo espresso (9 diverse produzioni originali in due edizioni), si presenta alla terza edizione con l`ambizione di divenire un`appuntamento irrinunciabile per chi voglia conoscere meglio, in tutte le sue splendide sfaccettature, questo spicchio di terra incastonato tra le montagne e la pianura.
Il PIATTO FORTE coniuga cultura ed eno-gastronomia, offrendo serate di particolare livello culturale dedicate in modo particolare a temi storici, paesaggistici e tradizionali del Distretto dei Laghi Piemontesi (o comunque con un legame al territorio), in ristoranti accuratamente selezionati.

Realizzazione: Ass. Cult. LA FINESTRA SUL LAGO
Via al porto 3 Fraz.Lagna 28017 S.Maurizio d`Opaglio (NO)
Tel/fax 032296333 - 3474683319 - 3284732653
Direzione Artistica
Domenico Brioschi (per la parte culturale)
Jacopo Fontaneto (per la parte enogastronomica)




Domenica 4 maggio 2008 - Villa Nigra a Miasino


Ore 17.30 Pesci, Ragionieri e Ciabattoni del Cusio
Stupidario di storia, scienza e varia umanità - Di e con Domenico Brioschi.
Spettacolo Teatrale a cura de “La Finestra sul Lago.

Lo spettacolo è inserito nella manifestazione "Punti di Vis(i)ta" organizzata dall'Ecomuseo del Lago d'Orta e Mottarone.

sabato 26 aprile 2008

La veridica storia del drago dell’isola

Introduzione.
Tutti sanno che l’isola era infestata da draghi e serpenti prima che San Giulio la liberasse.
La Leggenda del Santo Giulio ha tramandato, però, solo una parte della vicenda. La faticosa traduzione di libri consegnatimi da un inquietante visitatore, consente ora di dare un nome e un volto, anzi due come diremo più avanti, al più temibile dei numerosi draghi che vivevano su quel minuscolo scoglio.
Tale scoperta, la cui rilevanza sarà presto evidente agli occhi del lettore, getta nuova luce su molte vicende passate e presenti di questo territorio, insieme così bello e così pieno di contraddizioni.

Oggi è possibile dire che, tra gli innumerevoli serpenti e draghi che infestavano l’isola, il più temibile era uno strano animale dal corpo di rettile. Guardandolo di profilo avreste visto, ad un’estremità una testa da rettile. All’altra estremità un’altra testa, assolutamente identica alla prima.
L’attento lettore di Lucano, Plinio, Dante o Borges, per citare alcuni degli autori che ne hanno parlato, crederà di riconoscere in questa descrizione un particolare serpente a due teste, l’anfisbena. Detto anche anfesibena il suo nome è un composto dalle parole greche amfis e bainein, che significa “che va in due direzioni”. L’archeologo riscontrerà la somiglianza con alcune raffigurazioni, ampiamente diffuse nel mondo, di serpenti a due teste.
L’anfisbena è, citando le parole di Brunetto Latini, «un serpente con due teste, una al suo posto e l’altra sulla coda, e con entrambe può mordere, e corre con prestezza, e gli occhi brillano come candele.» Per altri Autori l’anfisbena sarebbe dotata di zampe, ma per correre avrebbe inventato la ruota: una testa entrerebbe nella bocca all’altra estremità e, facendosi cerchio, l’anfisbena potrebbe così correre velocissima.
L’animale di cui stiamo parlando, però, non è un’anfisbena. Certo, la nostra scarsa conoscenza di quella sorta di groviglio di rettili che doveva essere l’isola nei tempi precristiani non consente di escludere che pure l’anfisbena fosse presente. Per quanto, è bene sottolinearlo, l’habitat naturale dell’anfisbena sia, secondo Lucano, il deserto, non certo un’area umida come il Cusio.
Ad ogni modo, ciò di cui striamo parlando non è un serpente, ma un drago. Un drago… un essere cioè intelligente, dotato di parola, astuto, crudele. Un drago, dallo sguardo più mortale del Basilisco, più longevo dell’Ourumboros, più velenoso di una miriade di serpenti, più astuto di una coorte di draghi di fuoco. Talmente invulnerabile da non poter essere ucciso in alcun modo e così longevo da poter sopravvivere alla morte delle stelle.
Questo mostro porta il nome di Aöa.


Bestiario: l’Aöa
Di seguito si fornisce una scheda sintetica sulle caratteristiche fisiche dell’Aöa.
Nome: Aöa
Specie: Aöa Imperialis
Genere: Draconidi
Lunghezza massima stimata: 45 metri
Diametro massimo stimato: 50 cm
Colore: verde.
Velenosità: elevata. Si calcola che poche gocce di veleno siano sufficienti ad avvelenare migliaia di persone.
Alimentazione: onnivoro (?)
Età massima: 666 eoni (?)
Riproduzione: sconosciuta.
Esemplari viventi: 1 (?).
Ultimo avvistamento: Lago d’Orta, 390 d.C.

L’Aöa è una creatura talmente rara, per fortuna della specie umana, da essere considerata leggendaria dagli stessi dragoni. Lo studio attento dei manoscritti consente ora di aprire uno spiraglio di conoscenza sulle abitudini di vita dell’Aöa.
La prima caratteristica che colpisce l’osservatore è il fatto che l’animale resti, quasi permanentemente, in una posizione che si potrebbe definire “a semicerchio” o “ad U”. Poggiato il ventre a terra, rizza entrambi i colli che rimangono in posizione più o meno verticale, talora avvicinandosi, talora allontanandosi.
Un aspetto a prima vista inspiegabile è il fatto che le due teste, anziché guardare in direzioni diverse per avvistare eventuali prede o nemici, si guardano fisse, l’un l’altra.
Ad un esame più attento il fatto suscita tre considerazioni immediate:
1. L’animale, che come si è detto è invulnerabile, non teme alcun nemico e pertanto non deve prestare alcuna attenzione a ciò che lo circonda.
2. Verosimilmente l’animale non ha bisogno nemmeno di nutrirsi, ovvero può resistere per tempi lunghissimi senza cibarsi. Pertanto può ignorare le eventuali prede che lo circondano.
3. Poiché i quattro occhi dell’animale rimangono fissi a guardarsi a coppie, attorno all’Aöa potevano muoversi serpenti, draghi e altre creature senza correre il rischio di venire tramutati in cenere dal suo sguardo.

La seconda caratteristica è lo strano verso che produce l’animale. Di tanto in tanto una delle teste, indifferentemente quella di destra o quella di sinistra, pronuncia un semplice suono: “AO!”. Al che l’altra testa risponde: “OA!”.
Secondo una suggestiva ipotesi, peraltro non verificata, il nome dell’animale deriverebbe proprio da questo curioso richiamo.
Dopo aver lanciato il richiamo le due teste cominciano un fitto dialogo che vede talora l’alternanza di voce tra l’una e l’altra. Più spesso una sovrapposizione cacofonica, difficilmente comprensibile.


Alcune note storico critiche sulla “Veridica Storia del Drago dell’Isola”.
Tra le carte che ho complessivamente denominato “Derakolion” è stato possibile individuare un frammento di un’antica cronaca anonima, che è l’unica fonte attualmente disponibile sull’Aöa.
È ancora difficile, allo stato attuale della ricerca, proporre un inquadramento soddisfacente per questo testo. Si consideri infatti che esso è una citazione, tradotta dall’anonimo compilatore del “Derakolion” in un misterioso linguaggio e alfabeto, che definisco provvisoriamente gondauniano. Gondaun è infatti il nome del mondo da cui esso, quasi certamente, proviene.
Tuttavia, se è corretta l’identificazione del destinatario dell’opera (“Ambrosius Episcopus”) con il Vescovo di Milano, Aurelio Ambrogio (339 – 397 d.C.), la “Veridica Storia del Drago dell’Isola”, come potremmo definirla, potrebbe essere stata scritta pochissimi anni dopo gli eventi.


Iulius e l’Aöa. Traduzione della “Veridica Storia del Drago dell’Isola”.
«Dopo aver raggiunto lo scoglio nel modo descritto precedentemente[1], Presbiterus Julius [2] si inginocchiò e piantò a terra la croce. I draghi spaventati si ritrassero sulla sommità dello scoglio. Invocato il nome di Cristo, tutte le creature fuggirono in preda al panico tranne una. Se ne stava sulla sommità dello scoglio, alzando entrambe le teste al cielo. Aöa era il suo nome e da tempo il terrore della sua vista terrorizzava i pagani, così che nessuna barca ardiva avvicinarsi a meno di un tiro di freccia dall’isola.
Presbiterus Julius si alzò in piedi e puntando il bastone contro la bestia immonda cominciò ad invocare Dio perché la cacciasse da quel luogo. Per mettere alla prova la sua fede Dio non volle esaudire subito quella preghiera. La bestia restava immobile e le due immonde teste continuavano a fissarsi, emettendo suoni incomprensibili.
Allora Presbiterus Julius, invocando Dio, scalò la roccia e si avvicinò alla bestia. Quindi alzò il bastone e colpì il corpo dell’animale. Il legno rimbalzò sulle squame, ma l’Aöa non diede nemmeno segno di essersi accorta della sua presenza.
Invocando l’aiuto di Dio, degli Apostoli e della Madre di Cristo Presbiterus Julius prese un lungo tronco che giaceva lì accanto e, infilatolo sotto il corpo della bestia, lo adoperò a modo di leva, usando una pietra come base. Infine riuscì a far precipitare l’Aöa dalla rupe fin nelle acque del lago, dove affondò, senza interrompere il proprio strepito.
Mirabile a vedersi! Al posto del Drago si trovò una cosa che certamente potrà interessare un uomo della vostra cultura, Episcopus Ambrosius. Cacciata l’Aöa venne infatti alla luce un nodo della schiena di un grande animale, che Presbiterus Julius fece poi chiudere in una grotta tra gli orti della penisola di fronte allo scoglio.»

Note:
[1] Il riferimento fa presupporre che il brano sia tratto da un testo più lungo.
[2] È probabile che il traduttore abbia inteso i due termini come un unico nome proprio, come più avanti per “Episcopus Ambrosius”.


Alcune considerazioni dell’anonimo compilatore del Derakolion sull’Aöa
Allegata alla citazione della “Veridica Storia del Drago dell’Isola” ho rinvenuto alcune brevi considerazioni scritte dall’anonimo compilatore del Derakolion sull’Aöa.
«Lo strano animale conosciuto come Aöa incarna meglio di ogni altro l’immagine di “Signori della Discordia” attribuito ai draghi. Non avendo nemici naturali l’Aöa ha un unico nemico: se stesso. Ciascuna testa è in perenne conflitto con l’altra, che fissa incessantemente per prevenirne ogni mossa. Ciò che fa la destra, la sinistra disfa, e viceversa. Se la sinistra dice “bianco”, l’altra risponderà “nero”. E quando la destra dirà “bianco” sarà la sinistra a dire “nero”. Ciò nondimeno l’Aöa resta una creatura molto pericolosa, in quanto sparge il suo veleno appestando, non i corpi, ma le menti degli uomini.»

Alcune considerazioni conclusive sull’Aöa
Alla luce di quanto detto sopra è possibile tentare una ricostruzione dei fatti accaduti sull’isola all’arrivo di Giulio di Egina e dare una spiegazione all’enigmatico comportamento dell’Aöa.
Quando venne lanciato l’esorcismo l’Aöa non si mosse perché semplicemente non lo sentì. Non possiamo affermare che l’Aöa sia sorda. Non in senso medico, almeno. Le due teste erano però probabilmente immerse in una delle loro interminabili diatribe (il che spiegherebbe il confuso vociare avvertito da Giulio). Troppo intente a sovrastarsi l’un l’altra non si accorsero nemmeno dell’arrivo della nuova creatura. Oppure, cosa altrettanto probabile, furono ulteriormente eccitate dal fatto di avere uno spettatore in più.
Si spiegherebbe così tra l’altro il diverso comportamento degli altri draghi e serpenti, forse persino un po’ esasperati dal continuo berciare dell’Aöa, che abbandonarono precipitosamente il luogo lasciando l’Aöa sola con Giulio.
Ma quale argomento era oggetto della diatriba tra le due teste dell’Aöa? Nessuno lo sa, evidentemente. Troppo tempo è passato da allora e l’unico testimone riposa da secoli nella pace del Signore.
È possibile però formulare due ipotesi.

La prima è che la diatriba sia stata scatenata proprio dall’arrivo dell’uomo. Con un po’ di fantasia potremmo persino ricostruire il dialogo intercorso tra le due teste.
Testa 1: «Ao!»
Testa 2: «Oa!»
T1: «Sull’isola è sbarcato un uomo!»
T2: «No! Dall’isola se ne sta andando via una donna!»
T1: «Maledetta figlia di un uovo andato a male! Ti pare una donna quella! Ha la barba!»
T2: «Patetico scarto di un germe difettoso! Come se non avessi mai visto donne con la barba o persino coi baffi! Piuttosto, secondo me, quella donna vorrebbe cacciarci da qui!»
T1: «Quanta fantasia hai! Quell’uomo è venuto ad adorarmi, offrendosi in olocausto per me!»
T2: «La solita egoista! Perché non dovrebbe essere venuto per me?»
T1: «Lo vedi che ammetti che si tratta di un uomo che è venuto sull’isola!»
T2: «Le tue argomentazioni sono ridicole e i tuoi insulti dimostrano quanto sei a corto di argomenti…»
È probabile che la disputa non sia stata interrotta nemmeno dalla caduta nelle fredde acque del lago, che potrebbe anzi aver fornito nuovi argomenti di discussione.

Una seconda ipotesi verte sul ritrovamento della vertebra nel luogo dove si rizzava l’Aöa. È possibile che l’osso fosse stato portato in quel luogo da uno dei draghi alati e che le due teste dell’Aöa avessero iniziato a discutere a quale specie dovesse appartenere, se a un “drago”, ad un “mesentere”, o ad una “balena” (e in quest’ultimo caso a quale specie di “balena”?). È probabile che anche in questo caso la discussione continui tuttora.

Un’ultima considerazione. Nei 1618 anni trascorsi nelle acque del lago è probabile che l’Aöa abbia continuato a diffondere il proprio veleno nelle acque. Ciò spiegherebbe il comportamento di molti abitanti del Cusio, che paiono perennemente impegnati a contraddire, contrastare e disfare quanto viene fatto dagli altri. E pensando al fatto che le acque del Lago d’Orta scorrono di lago in fiume fino al mare, la contaminazione del veleno dell’Aöa potrebbe aver raggiunto ormai le terre più lontane.

L'immagine è stata disegnata da ELE, che ringrazio.

Post più popolari

"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.