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giovedì 15 gennaio 2009

La spia del lago

Sotto l’etichetta “la spia del lago” trovate una serie di post dedicati ad una vicenda realmente accaduta durante la seconda guerra mondiale. In quel periodo e negli anni successivi, il lago d’Orta fu teatro di una cupa vicenda di spionaggio internazionale non del tutto chiarita.


La spia del lago – 1
Contiene una breve storia del SIP, il Servizio Informazioni Patrioti.


La seconda parte descrive, in forma di racconto, gli eventi. Mi sono basato su testimonianze orali e sui resoconti giornalistici dell’epoca per scriverli.
La spia del lago 2. Scena 1 di 9. Il cane.
La spia del lago 2. Scena 2 di 9. Il tedesco.
La spia del lago 2. Scena 3 di 9. La madre.
La spia del lago 2. Scena 4 di 9. I due bambini
La spia del lago 2. Scena 5 di 9. Il minestrone.
La spia del lago 2. Scena 6 di 9. Il Maggiore scomparso.
La spia del lago - 2. Scena 7 di 9. Il cadavere nel lago
La spia del lago - 2. Scena 8 di 9. Il Carabiniere
La spia del lago - 2. Scena 9 di 9. La confessione


La parte terza e la quarta ricostruiscono le vicende giudiziarie sulla base di documenti dell’epoca.
La spia del lago - 3. Il processo in Italia.

La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 1 di 5
La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 2 di 5
La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 3 di 5
La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 4 di 5
La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 5 di 5


La quinta parte riassume i punti salienti di questa vicenda.
La spia del lago - 5. Il caso Holohan.

La sesta parte fa riferimento al film liberamente ispirato alla vicenda.
La spia del lago 6. Parte 1: il film.
La spia del lago 6. Parte 2: Mona Lisa.

La settima parte presenta le nuove tesi di Icardi.
Nuove verità sul caso Holohan?


L'ottava parte è una pillola di mistero dedicata alla Spia del lago, disponibile anche in video.




mercoledì 2 luglio 2008

Mario Calabresi - Ricordo di Luigi Calabresi - Ballarò

Nella trasmissione Ballarò Mario Calabresi ha tracciato un breve profilo del padre (circa 9 minuti), che vale la pena di ascoltare.

Intervista a Mario Calabresi

Credo sia interessante sentire dalla viva voce di Mario Calabresi alcuni commenti rilasciati in una breve intervista (circa 3 minuti).

martedì 1 luglio 2008

Lettura del mese passato: Spingendo la notte più in là



Ho scommesso sulla vita, cos’altro potevo fare a venticinque anni con due bambini piccoli tra le mani e un terzo in arrivo? Mi sono data da fare tutti i giorni, unico antidoto alla depressione, e ho cercato di vaccinarvi dall’accidia, dall’odio, dalla condanna di essere vittime rabbiose. Questo non significa essere arrendevoli o mettere la testa sotto la sabbia. Significa battersi per avere verità e giustizia e continuare a vivere rinnovando ogni giorno la memoria. Fare diversamente significherebbe piegarsi totalmente al gesto dei terroristi, lasciar vincere la loro cultura della morte.


Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, Milano, 2008, p. 128.


Se siete troppo giovani per sapere cosa sia stato il terrorismo in Italia, leggete questo libro.
Se non ricordate più ciò che accadde negli Anni di Piombo, leggete questo libro.
Se ricordate ciò che accadde in quei tragici anni, leggete questo libro.

Spingendo la notte più in là è la storia dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, ucciso la mattina del 17 maggio 1972. È scritta dal figlio Mario, che aveva poco più di due anni quando suo padre venne assassinato.
Non solo.
Il libro racconta la storia di molte altre persone, cadute vittime del terrorismo dopo Calabresi. È la storia del calvario infinito dei parenti delle vittime, tra processi, apparizioni televisive degli ex terroristi e tardivi riconoscimenti da parte dello Stato.

Spingendo la notte più in là è un libro che andrebbe letto nelle scuole, perché spiega anche come la violenza e l’odio generino ferite che solo la voglia di vivere e la capacità di amare gli altri possono curare.

Spingendo la notte più in là fa riflettere, perché mostra come ancora in anni recentissimi sia possibile creare una “leggenda nera” attorno ad un uomo, fino a distruggerlo.
Perché l’omicidio di Luigi Calabresi questo ha di diverso rispetto a molte altre vicende simili. La campagna d’odio e disinformazione montata contro un leale servitore dello Stato, ingiustamente accusato di essere responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ha pochi confronti nella storia di questo paese.

Alcune dinamiche – non nei dettagli perché è impossibile sovrapporre eventi storici così diversi tra di loro – ricordano la follia delle cacce alle streghe o le campagne d’odio contro gli ebrei. Anche in quei casi alcuni fanatici lanciarono accuse che vennero raccolte dalla massa, intimorita da oscure minacce e alla ricerca di un capro espiatorio.
Anche in questo caso, accanto ai molti ripetitori di slogan coniati da altri, troviamo cinici personaggi che sulle accuse contro Calabresi si sono costruiti una carriera, e volonterosi carnefici che si sono assunti il compito di eseguire una illegittima sentenza di morte che molti auspicavano a parole.
Ciò che più sconcerta è che nemmeno la cultura seppe fare diga contro quella marea montante. Furono ottocento gli intellettuali che firmarono un infame manifesto contro Calabresi pubblicato su L’Espresso il 13 giugno 1971. Alcuni di loro, per fortuna, in seguito trovarono il coraggio di scusarsene pubblicamente e con gli interessati.

Mario Calabresi, giornalista, ha la grande capacità di raccontare, attraverso i piccoli dettagli (“perché sono i particolari a tenere viva la memoria, i ricordi pieni, vissuti e non la prosopopea”), un pezzo di storia di questo paese. In tono sobrio (“ci vuole pudore quando si parla dei morti”), pacato, ma fermo.
Scrivendo, secondo l’insegnamento ricevuto dalla madre, Gemma, “per avere verità e giustizia e continuare a vivere rinnovando ogni giorno la memoria”.

mercoledì 18 giugno 2008

La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 5 di 5


Per sollevare Icardi dall’accusa di falso giuramento e contemporaneamente da qualsiasi sospetto di simpatie per i comunisti, la difesa inviò in Italia Robert Maheu.

L’ex agente del FBI ritornò negli USA con una “confessione” dell’ex comandante garibaldino Vincenzo Moscatelli, nella quale l’allora senatore avrebbe ammesso “di essere responsabile per la morte di Holohan” scagionando Icardi da ogni accusa.


Poiché oggetto del dibattimento negli Stati Uniti non era stabilire chi avesse ucciso Holohan, ma bensì se Icardi avesse mentito alla sottocommissione, la veridicità di tale dichiarazione non venne ulteriormente verificata ascoltando i testimoni.

L’avvocato di Icardi, Edward Bennett Williams attaccò quindi l’impianto accusatorio, sostenendo che la Sottocommissione che aveva interrogato l’imputato, non aveva alcun diritto di farlo. Pertanto, indipendentemente dal fatto che le dichiarazioni rese fossero vere o false, l’accusa di falso giuramento non aveva ragione di essere.

Il 19 aprile 1956 il giudice Richmond B. Keech accolse le argomentazioni della difesa e non solo assolse Icardi, ma censurò con parole dure la condotta del capo della commissione, W. Sterling Cole.

Pare che alla lettura della sentenza Icardi abbia pianto.
In seguito, fino alla pensione, esercitò la professione legale in Florida.

domenica 15 giugno 2008

La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 4 di 5

Un aiuto insperato alla difesa di Icardi venne dal governo italiano.

Nella seduta del 25 ottobre 1955 della Camera dei Deputati venne data risposta ad un’interpellanza, nella quale (in perfetto politichese) si chiedeva al Ministro di grazia e giustizia “quanto gli consti circa l'invito […] fatto a cittadini italiani dall'autorità politica di uno Stato estero a comparire avanti ad essa autorità politica nel territorio dello Stato estero, in qualità di testi in un giudizio penale, già vertente avanti l'autorità giudiziaria italiana, sembrando all'interrogante opportuno e prudente ottenere una risposta che rassicuri sulla necessità di conciliare, in una direttiva uniforme, anche in previsione di consimili eventualità future, i diritti della giustizia con quelli dei cittadini e dello Stato italiano custode, in ogni congiuntura, delle sue prerogative e del nostro diritto processuale.”

La risposta del Ministro fu chiara: “Non essendovi nella interrogazione alcun cenno a casi specifici, si pensa ci si voglia riferire al procedimento penale relativo alla uccisione del maggiore statunitense William Holohan, avvenuta in Italia nei pressi del lago d’Orta il 6 dicembre 1944.
Per tale delitto furono condannati, con sentenza della Corte d’assise di appello di Torino in data 25 novembre 1954, il tenente statunitense Icardi Aldo alla pena dell’ergastolo ed il sergente statunitense Lo Dolce Carlo alla pena di anni 22 di reclusione: furono invece prosciolti i coimputati Manini Giuseppe e Tozzini Gualtiero, per avere agito in istato di necessità (articolo 54 codice penale), e Migliari Aminta, per non aver partecipato al fatto.
Inoltre, secondo informazioni precedenti dell’ambasciata d’Italia a Washington, l’Icardi deve rispondere, dinanzi all’autorità giudiziaria degli Stati Uniti, di falso giuramento in relazione alle circostanze della morte del maggiore Holohan.
Trattasi pertanto di due procedimenti assolutamente distinti e per il secondo dei quali mai è stata investita l’autorità giudiziaria italiana.
Non consta, poi, che funzionari statunitensi abbiano preso iniziative dirette a sostituirsi alle nostre autorità, ai fini di assumere direttamente notizie e di invitare persone a comparire dinanzi all’autorità giudiziaria degli Stati Uniti d’America per deporre sui fatti suindicati.
Comunque questo Ministero, attenendosi alle norme del diritto internazionale e del diritto processuale italiano, non ha mai consentito ne consentirà che funzionari stranieri si sostituiscano nel territorio della Repubblica ai nostri organi.”

Nessuno dei testimoni italiani venne mai ascoltato durante il processo americano.

Per uno strano caso della storia il Ministro, 23 anni dopo, avrebbe conosciuto, per mano dei terroristi, una fine altrettanto tragica di quella del Maggiore Holohan.

Il suo nome era Aldo Moro.

giovedì 12 giugno 2008

La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 3 di 5

La difesa di Icardi fu assunta dall’avvocato da Edward Bennett Williams e dall’investigatore Robert Maheu.
Per dare un’idea di chi fossero è opportuno spendere qualche parola su di loro.


Williams, il “superavvocato” delle cause impossibili, aveva iniziato la sua carriera difendendo alcuni socialisti e liberali dalle accuse di comunismo dai maccartisti. Più tardi avrebbe difeso lo stesso Joseph McCarthy durante il procedimento di censura in Senato nel 1954.
Ebbe molti clienti illustri come il cantante Frank Sinatra e l’editore di Playboy Hugh Hefner. Ma anche personaggi del calibro di Frank Costello, Jimmy Hoffa e altri pezzi da novanta della malavita organizzata. Ai suoi funerali, nel 1988, parteciparono molti personaggi dell’elite americana, incluso l’allora Vicepresidente George H. W. Bush.

Robert Maheu nel 1940 divenne agente dell’FBI. Nel 1947 fondò una sua agenzia privata che, per sua ammissione, si occupava dei “lavori sporchi” della CIA. Tra questi, nel 1960, un complotto organizzato in collaborazione con la mafia americana per assassinare Fidel Castro.

La difesa di Icardi sostenne che l’omicidio era avvenuto in quanto Holohan “costituiva un inciampo ai piani politici postbellici del Partito Comunista oltre ad essere un ostacolo alla condotta delle azioni di guerra”.
La responsabilità fu direttamente attribuita ai partigiani comunisti di Vincenzo “Cino” Moscatelli, accusati di aver eliminato il Maggiore e di essersi appropriati dei 100 milioni di dollari della cassa bellica.

mercoledì 11 giugno 2008

La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 2 di 5

Un punto, nel pieno del maccartismo, suonava particolarmente grave: il possibile movente.

Holohan, cattolico e anticomunista convinto, non avrebbe inteso rifornire di armi le formazioni partigiane comuniste, in quanto temeva che avrebbero utilizzato le armi per organizzare un colpo di stato dopo la guerra. Questa sua determinazione era rafforzata dalla buona intesa con “Giorgio” il capo del SIP, che lavorava invece per accrescere il ruolo politico delle formazioni partigiane di ispirazione democristiana.

Il sospetto che l’eliminazione di Holohan fosse stata decisa per favorire i partigiani comunisti rischiava pertanto di diventare il principale capo di accusa contro Icardi e poteva condurlo alla rovina qualunque fosse stato l'esito del processo.

A rafforzare questa idea stavano anche le iniziali dichiarazioni di LoDolce (poi smentite), secondo cui Holohan sarebbe stato assassinato a causa di una disputa sorta proprio sulla questione se rifornire o meno i comunisti.

Come se non bastasse, Vincenzo "Cino" Moscatelli, il famoso comandante delle formazioni garibaldine della Valsesia, aveva dichiarato al corrispondente romano di True che Holohan aveva “un atteggiamento anticomunista” mentre Icardi era un “valente soldato che aveva aiutato grandemente la lotta contro i tedeschi”. Si noti che Holohan aveva incontrato Moscatelli, proprio per discutere dei lanci di rifornimento, il 2 dicembre 1944, quattro giorni prima di essere ucciso.

Oltre tutto negli stessi anni il fratello del maggiore, Joseph Holahan, continuava la sua battaglia per la giustizia. Su sua sollecitazione, nel marzo del 1953, Icardi venne interrogato da una Sottocomissione per le Forze Armate della Commissione Difesa guidata da W. Sterling Cole.

Icardi giurò di essere estraneo all’omicidio di Holohan e ciò, dopo la condanna definitiva in Italia, venne giudicato sufficiente per istruire un processo per falsa testimonianza e spergiuro. L’accusa stilò anche una lista di 17 testimoni italiani.

Quando il processo iniziò, la posizione di Icardi pareva disperata.

martedì 10 giugno 2008

La spia del lago - 4. Il processo negli USA. Parte 1 di 5

Le indagini dei Carabinieri italiani e il ritrovamento del corpo del Maggiore Holohan provocarono, sull’onda delle inchieste dei giornali italiani, l’interesse dei media americani.
Il
New York Times, True e Time dedicarono alla vicenda numerosi articoli.

L’idea che i principali indiziati dell’assassinio di un Maggiore dell’esercito degli Stati Uniti d’America potessero rimanere impuniti era un fatto che, evidentemente, a molti pareva gridare vendetta.

Della vicenda si interessarono pertanto le autorità. Il 3 agosto 1950 il C.I.D. (Criminal Investigation Command), competente per i crimini commessi da soldati americani, interrogò LoDolce che fece delle ammissioni, ritrattate però l’anno successivo in un’intervista al New York Times, dopo che Icardi aveva già respinto ogni addebito.

In difesa di Icardi intervenne un altro ex agente dell’OSS, Ciaramicoli, che definì “sciocche” le dichiarazioni di LoDolce. Ciaramicoli disse inoltre ad un cronista del New York Times che a nessuno della missione Chrysler, in realtà, piaceva Holohan.
Tra le righe si legge, forse, anche la tradizionale ostilità tra immigrati irlandesi e italiani negli USA, che nemmeno gli eventi bellici e il comune pericolo erano in grado di far dimenticare.

venerdì 6 giugno 2008

La spia del lago - 3. Il processo in Italia.

Il processo per l’assassinio del maggiore William V. Holohan cominciò nel 1953.
Alla sbarra finirono gli ex partigiani Tozzini e Manini e persino “Giorgio”, accusato di aver utilizzato parte dei fondi della missione.
Aldo Icardi e Carlo LoDolce, sui quali ricadevano le accuse più gravi, di essere cioè l’organizzatore e l’esecutore materiale del delitto, vennero processati in contumacia. Il governo degli Stati Uniti d’America negò infatti l’estradizione.
Il crimine era stato commesso in un’area sulla quale, all’epoca dei fatti, il governo italiano non aveva alcuna giurisdizione, essendo sottoposta all’occupazione militare nazifascista. Questa la motivazione ufficiale. Probabilmente, al fondo, c’era la volontà del governo statunitense (ancora oggi rigidamente applicata) di sottrarre i propri soldati al giudizio di potenze straniere.
Paradossalmente però, poiché Icardi e LoDolce erano ormai in congedo, nemmeno la giustizia militare americana poteva incriminarli.
Durante il processo le difese sostennero che Holohan era stato giustiziato in quanto “ostacolo nella lotta per la vittoria”, asserendo che il maggiore era stato “giustiziato” in quanto “traditore”.

La conclusione della vicenda giudiziaria ha un sapore amaro.
Con sentenza della Corte d’Assise di appello di Torino il 25 novembre 1954 furono prosciolti i coimputati Giuseppe Manini e Gualtiero Tozzini ai sensi dell’articolo 54 codice penale: «Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, ne' altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo. Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi al pericolo. La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche se lo stato di necessità e' determinato dall'altrui minaccia; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona minacciata risponde chi l'ha costretta a commetterlo».

L’onestà di “Giorgio” venne dimostrata con l’assoluzione “per non aver partecipato al fatto”.

Vennero invece condannati i due americani: Icardi alla pena dell’ergastolo, Lo Dolce a 22 anni di reclusione. Entrambi, al sicuro negli USA, non varcarono mai le porte del carcere italiano.

sabato 17 maggio 2008

La spia del lago - 2. Scena 9 di 9. La confessione

Arona, primavera 1950

Il Tenente Albieri condivide i sospetti di Joseph R. Holahan. In quella storia c’è qualcosa che non torna. Così ha deciso di indagare. Inizia a fare domande, a raccogliere informazioni, mettendo insieme i tasselli.

Quella maledetta sera del dicembre 1944 nella villa, oltre al maggiore Holohan, al tenente Icardi e al sergente LoDolce, c’erano anche due partigiani: Giuseppe Manini e Gualtiero Tozzini, detto Pupo. Così, nel marzo del 1950 decide di interrogare i due italiani. “Pupo” in un primo tempo fornisce una versione, ma poi, incalzato dalle domande cade in contraddizione. Alla fine confessa. Manini, messo alle strette, conferma quasi tutti i dettagli.
Holohan non venne ucciso dai nazifascisti. La decisione di sopprimere il maggiore fu di Icardi, che da tempo era in lite con il suo superiore, perché non ne condivideva né l’atteggiamento prudente, né la decisione di limitare i lanci di armi alle sole formazioni cattoliche, escludendo i comunisti. Icardi aveva detto più volte a LoDolce che così non andava. Che occorreva mandare il Maggiore “in Svizzera senza scarpe” un’espressione partigiana per dire che Holohan andava tolto di mezzo.
Così avevano deciso, trascinando dalla loro anche i due italiani. Manini aveva messo del cianuro di potassio nel minestrone del Maggiore. Questi però ne aveva mangiato solo qualche cucchiaio, poi si era sentito male ed era andato in camera, vomitando tutto.
Così Icardi e LoDolce avevano tirato una monetina e aveva perso il sergente. Il Maggiore aveva avuto appena il tempo di chiedere «Cosa succede?» prima che due colpi di Beretta calibro 9 lo colpissero alla testa. LoDolce era un tiratore scelto.
Dopo aver avvolto la testa negli asciugamani per fermare il sangue avevano infilato il corpo nel sacco a pelo e lo avevano portato sulla riva. L’avevano riempito di pietre, caricato sulla barca di Manini e gettato in acqua a cento metri circa dalla riva, dove il lago è molto profondo.

A quel punto Albieri avvisa i suoi superiori, che comunicano la notizia alle autorità americane. Con l’aiuto degli americani vengono organizzate le operazioni di recupero, che si concludono nel giugno del 1950, col ritrovamento del corpo del Maggiore, conservato dalle fredde acque del lago. Viene trovato il cianuro nell’intestino e le pallottole estratte dal cranio vengono confrontate con una Beretta calibro 9 recuperata presso l’uomo a cui Tozzini l’aveva venduta. Le pallottole vengono da quell’arma.
Ora, oltre alla confessione, ci sono il cadavere, l’arma del delitto e persino il movente. Il maggiore Holohan aveva infatti con se una ingente quantità di denaro, che doveva servire a finanziare le formazioni partigiane.

Ci sono tutti gli elementi per istruire il processo e arrivare ad una sentenza; ma non per dipanare i molti misteri, ancora irrisolti, del caso Holohan…

venerdì 16 maggio 2008

La spia del lago - 2. Scena 8 di 9. Il Carabiniere

Arona, Gennaio 1949

C’è un uomo, con una lettera in mano. E' giovane, ma non è un uomo normale.
E' un tenente, si chiama Elio Albieri, e comanda la stazione dei Carabinieridi Arona.

Albieri legge e rilegge il foglio, perché c’è qualcosa, in quella storia, che non gli torna. La lettera viene dall’America ed è firmata da Joseph R. Holahan. È un operatore di borsa di Wall Street che cerca notizie di suo fratello, William V. Holohan. I due hanno cognomi differenti a causa di un banale refuso verificatosi ai tempi della scuola. Non è questo, però, che colpisce Albieri.

William Holohan era un Maggiore dell’OSS scomparso sul Lago d’Orta cinque anni prima. Ufficialmente è stato dato per morto in azione, ma il suo corpo non è mai stato ritrovato. Joseph ha svolto delle indagini per conto suo. Ha scritto al Dipartimento di Stato Americano, all’OSS, all’esercito, ai partigiani e, naturalmente, alla polizia italiana. A tutti ha chiesto di aiutarlo a ritrovare almeno il corpo del fratello. Ha persino intervistato Aldo Icardi, che ora fa l’avvocato a Pittsburgh.
Icardi gli ha raccontato dell’attacco nazista alla villa e si è pure offerto di andare in Italia con lui, un giorno o l’altro, per aiutarlo nelle ricerche. Joseph però non gli crede. C’è qualcosa che non lo convince nel racconto di Icardi.
Perché non risulta che i tedeschi abbiano catturato William? E, se lo hanno ucciso nella fuga, perché in suo cadavere non è mai stato trovato?

giovedì 15 maggio 2008

La spia del lago - 2. Scena 7 di 9. Il cadavere nel lago

Lago d’Orta, Primavera 1950

Due adolescenti corrono verso la Punta Casario, infilandosi di gran carriera nello stretto sentiero che passa tra il muro della Villa Guadagnini e la collina. Inseguono una notizia, spinti dalla curiosità.
Quando svoltano la curva e arrivano di corsa sulla riva del lago vedono le barche che gettano qualcosa in acqua e poi la recuperano lentamente.
Cercando di vedere meglio si spostano verso la Villa Castelnuovo, con cautela, perché si sono accorti che ci sono i Carabinieri sulla spiaggia. Piano piano cercano di intrufolarsi nella piccola folla di spettatori, che parla e commenta il lavoro degli uomini sulle barche.
«Abbiamo trovato qualcosa!» grida qualcuno dal lago.
I due riescono ad affacciarsi tra una schiena e una pancia, ma all’improvviso sentono una forte presa sulla spalla. Quando si voltano vedono un Carabiniere che li squadra dall’alto in basso con espressione torva.
«Via di qua!» intima. «Non è posto per voi, questo. Tornate subito a casa. Se vi ripesco qui sono guai!»
Il tono è di quelli che non ammettono repliche. I due fanno ritorno sui propri passi, voltandosi di tanto in tanto, ma il Carabiniere non toglie loro gli occhi di dosso. Così, calciando qualche sasso se ne vanno.
Il Carabiniere scuote la testa e torna a guardare il lago.
Se è vero ciò che è stato detto, dentro il sacco a pelo che gli uomini stanno issando sulla barca ci sono i resti, Dio solo sa in quale stato, del Maggiore Holohan, avvelenato e assassinato con due pallottole in testa una sera del dicembre 1944.
No, decisamente non è posto per ragazzi quello…

venerdì 2 maggio 2008

Omicidi sul Lago d’Orta


"La donna sotto la Madonna: Omicidi sul lago d’Orta" è il titolo di un volumetto scritto da Marilena Roversi. Lo splendido scenario del lago d’Orta e i suoi segreti sono lo sfondo di ciascuno dei tre racconti noir: “La donna sotto la Madonna”, “La vivisezionista” e “Una famiglia perfetta”.
Un libro che è anche una guida turistica, perché vi sono descritti – anche per immagini grazie ad una ricca sezione fotografica – i luoghi più belli del Cusio e piatti serviti nei ristoranti, di cui il commissario Tullio Bigotti e il giornalista Maurizio, protagonisti di due dei tre racconti, sono assidui frequentatori.
Marilena Roversi è nata a Novara e vive tra il Lago d’Orta e il Canton Ticino. Tossicologa, all’attività scientifica ha abbinato quella di giornalista, collaborando con varie testate giornalistiche e con la radiotelevisione svizzera. Nel 2007 ha pubblicato “Casinò – assalto ai soldi degli italiani” (Ed. Nuovi autori), il racconto delle vicende legate alla nascita del casinò di Lugano.

Marilena Roversi, “La donna sotto la Madonna: Omicidi sul lago d’Orta”,
Editrice nuovi autori, Milano, 2008.
pagine 142, euro 10,00
ISBN 978-88-7568-304-7

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Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.