venerdì 30 settembre 2011

Il mistero secondo... Pascal


La principale malattia dell'uomo è la curiosità irrequieta delle cose che non può sapere. Blaise Pascal

giovedì 29 settembre 2011

Il mistero secondo... Novalis

I misteri sono nutrimenti, potenze eccitanti; le spiegazioni sono misteri digeriti. Novalis

giovedì 8 settembre 2011

Alla ricerca di Alfa. 9 – Per le vie di Ameno

Qui tra la vie di un piccolo paese dal nome Ameno è cominciata l’avventura di Alfa. E ora che questo indagatore dei misteri del lago d’Orta ha fatto perdere le sue tracce, ho pensato di tornare in questo luogo, dove ogni strada gronda storia.
Come la chiesa in centro al paese , in cui un grande dipinto raffigura niente di meno che il concilio di Trento cui parteciparono degli amenesi. O il grande Palazzo Tornielli, che il Conte lasciò alla comunità di Ameno come sede municipale quando decise di trasferirsi nella grande villa neogotica che costruì per lui l’architetto Nigra, sulla cima del Monte Oro. O il parco di fronte al palazzo Tornielli, recentemente restaurato grazie al finanziamento di vari enti, e restituito all’antico splendore, con le sue quinte murarie dipinte.
O il grande palazzo Solaroli, che fu la residenza del Principe di Sirdhanah e la Begum, sua consorte.
E poi, scendendo lungo la via mi fermo davanti alla casa che fu di Lazzaro Agostino Cotta che alla fine del Seicento già si rendeva conto dell’importanza di salvare le antichità e le testimonianze del passato. E invece fu letteralmente buttato fuori dalla basilica dell’Isola da un canonico che guidava scavi forsennati e dissennati alla ricerca di sacre reliquie. Ma il Cotta raccolse le testimonianze che poté da antichi documenti e manufatti, componendo la più antica storia del lago d’Orta. E la sua Corografia della Riviera di San Giulio, resta, a tre secoli di distanza un’opera fondamentale.
O quel suo parente, quel Ludovico Maria Sinistrari  cui è intitolata una via e che scrisse manuali di pratica criminale che all’epoca in cui visse furono autentici best seller. Appassionato studioso di Diritto Civile e Canonico, a Roma divenne Consultore del Tribunale Supremo della Santa Inquisizione, quindi fu Vicario generale dell'Arcivescovo d'Avignone, infine Teologo presso l'Arcivescovo di Milano. Nel 1688 scrisse il trattato Practica criminalis Minorum illustrata su ordine dei Comizi generali dei Francescani. Nel  Sinistrari 1700 a Venezia pubblicò il trattato De delictis et poenis in cui si lanciò in una descrizione del tribadismo così accurata e particolareggiata da rasentare la pornografia.
Ma il libro per molti versi più sconvolgente e controverso è quello in cui il Sinistrari parla degli Incubi  e dei commerci carnali che queste creature, che si fanno beffe degli esorcismi, intrattengono con le donne (o con gli uomini, sotto forma di Succubi) della razza umana. Portando oltretutto una testimonianza personale sull’argomento.
E qui, tra giuristi e storici, conti e principi, Incubi e Succubi termina la prima parte del viaggio dell’Errante, mentre le tracce di Alfa si fanno sempre più labili e sembrano svanire nel sogno. 
O nell’incubo.

lunedì 29 agosto 2011

Alla ricerca di Alfa. 8 – Il giardino incantato sopra la terra degli ombrellai

Scendendo dalla vetta del Mottarone decido di prendere la funivia che scende a Stresa. Ma dopo il primo tratto, il più lungo sospeso in Italia (se ricordo bene) decido di fare tappa all’Alpino. C’è qui una fonte magica di ottima acqua minerale a cui ristoro la mia sete fisica. E c’è un giardino in grado di offrirmi suggestioni in grado di alleviare il peso della mia anima.
Si chiama “Alpinia” e sorge su un balcone naturale affacciato, secondo gli esperti di queste cose, su uno dei dieci panorami più belli del mondo. Da lì è possibile abbracciare con lo sguardo il lago Maggiore e osservare dall’alto il golfo in cui sembrano galleggiare le isole Borromee, navi di delizia della famiglia Borromeo, che domina queste terre da oltre mezzo millennio, e che ha dato al paese personaggi illustri, come San Carlo Borromeo e suo nipote, il cardinale Federico, di Manzoniana memoria. HUMILITAS è il motto della famiglia, che ancora oggi possiede una bella fetta della montagna e chiede il pedaggio a quanti da Stresa vogliano salire alla vetta del Mottarone in auto senza passare da Armeno.
Ma il nome di questo giardino incantato in origine era diverso. Quando Igino Ambrosini, uno dei pionieri nella valorizzazione di questo versante del Mottarone, decise di preservare l’Alpino dalla speculazione edilizia vi realizzò un giardino botanico alpino, il secondo realizzato in Italia, specializzato nelle specie botaniche provenienti dal piano alpino e subalpino delle Alpi. Lo fece riconoscere ufficialmente dal governo e lo battezzò “Duxia”. Era il 1934, sul Mottarone si disputava la “Coppa d’Oro del Duce” e l’Italia fascista stava per entrare in guerra con l’Eritrea.
Ma questi orrori erano ancora oltre l’orizzonte quando Henry Correvon, che nel 1889 aveva fondato il Giardino alpino "La Linnea" in Val d'Entremont (Svizzera), dichiarò: "Ho visto dove Duxia nasce, ho visto molti bei luoghi d'Europa e d'America, dichiaro che il belvedere dell'Alpino è il più bello del mondo. Mi hanno detto che esagero, nego l'esagerazione".
Oggi il giardino è curato da un apposito consorzio di gestione ed esiste un agguerrito gruppo di amici del giardino che organizzano iniziative per farlo conoscere. È anche uno dei punti visitabili dell’Ecomuseo del lago d’Orta e Mottarone, come il Museo dell’Ombrello e del Parasole di Gignese, un’altra creatura dell’Ambrosini, figlio e fratello di ombrellai, che volle preservare la storia di questa casta di artigiani itineranti che giravano il mondo per aggiustare e costruire ombrelli. E che ogni anno tornava sulle pendici del Mottarone, a Carpugnino, per la festa annuale e per reclutare i giovani apprendisti, ragazzi di sette anni. Ancora oggi sulla piazza del paese dove i ragazzi erano ingaggiati sta un’epigrafe che recita “il primo dell’anno a Carpugnino, a cercar padrone, senza un soldino”. E dove sta un curioso monumento che raffigura un gatto ombrellaio. Portando con sé il ragazzo il lusciat, l’ombrellaio, avrebbe intrapreso un lungo viaggio in terre straniere. E per non rivelare ad altri i propri segreti avrebbe parlato coi propri pari in un gergo segreto riservato agli iniziati, il tarusc.
Ma, mentre mi allontano dal Museo stringendo tra le mani un nuovissimo ombrello, un gadget molto apprezzato nelle giornate di pioggia, penso che il mio errare mi ha portato troppo lontano dal Lago d’Orta ed è lì che devo tornare se voglio trovare le tracce dell’indagatore dei misteri del Cusio che risponde al nome di Alfa e che da troppo tempo ormai ha fatto perdere le proprie tracce.

lunedì 22 agosto 2011

Alla ricerca di Alfa. 7 – La Belle Époque del Mottarone

La mia ricerca mi ha portato sulla vetta del Mottarone, la montagna dei due laghi, come viene chiamata, perché unisce, più che separare, il Lago Maggiore dal Lago d’Orta.
Fino agli anni Ottanta dell’Ottocento, la montagna, che all’epoca era chiamata Monterone, Motterone o Margozzolo, ospitava solamente numerosi alpeggi e allevamenti. Non solo pecore, capre e bovini, ma anche cavalli, almeno fino a quando nel 1850 il governo Sabaudo, preoccupato che i preziosi animali potessero finire nelle mani degli Austriaci che all’epoca dominavano sulle terre lombarde, decise di trasferirli alla Mandria, vicino a Torino. Fu un avvocato di Vacciago, Orazio Spanna, a lanciare il Mottarone (fu lui a coniare nel 1885 il nuovo nome da “meut rond”, motta rotonda) nell’olimpo delle località turistiche. Per farlo occorreva naturalmente costruire, letteralmente dal nulla, un albergo in grado di ospitare la qualificata clientela dell’epoca, offrendo servizi all’altezza delle aspettative. Ma occorreva qualcuno in grado di realizzare quel sogno. Spanna lo trovò a Varallo Sesia nell’albergo Italia, gestito dalla numerosa, a dir poco famiglia Guglielmina: otto fratelli con ventiquattro figli. Bocche da sfamare, certo, ma anche menti fervide di iniziative e voglia di fare. Con il supporto del CAI, che offrì una sottoscrizione di lire 1.208 e 27 centesimi, i lavori iniziarono il 28 giugno 1883 in modo da consentire, il 15 giugno 1884, l’inaugurazione del Grand Hotel Mottarone. Una struttura a cinque stelle che nel solo 1885 ebbe tra i suoi ospiti la nobiltà di mezza Europa. E lo Spanna, nel frattempo, continuava la sua opera di propaganda a favore del Mottarone, descrivendo ad esempio, il viaggio compiuto dalla sua famiglia da Armeno fino all'albergo Guglielmina su un carro a due ruote trainato da due robusti buoi. E auspicando gli arrivi delle cavalcature da Omegna, quelli in carrozza da Armeno, con la funicolare dal lago Maggiore e persino quelli dal cielo in mongolfiera. L’entusiastico paladino del Mottarone morì nel 1892, mentre la Belle époque del Mottarone prendeva il via. Nel 1911 veniva costruita la ferrovia elettrica da Stresa (la prima in Italia a cremagliera), che percorreva in un’ora e dieci minuti i 10 km del percorso in sei fermate. E con l’apertura invernale, dal 1908, il Mottarone diventò una rinomata stazione sciistica, tanto più in quanto facilmente raggiungibile dalle grandi città del nord Italia. Nel 1934 un decreto ministeriale assegnò al Mottarone la “Coppa d’Oro del Duce”, il primo Slalom gigante internazionale, disputata dal 18 al 20 gennaio 1935. Il trenino all’epoca serviva anche le piste, in quanto poteva essere preso dalla penultima fermata anche dagli sciatori, mentre il primo impianto di risalita fu costruito solo nel 1940. Ma la storia del Grand Hotel Mottarone era giunta al suo drammatico epilogo. Mentre la guerra, che infuriava ormai ovunque, aveva trasformato i turisti inglesi in nemici e mentre il mondo avvampava nella follia e nelle fiamme, il 17 gennaio 1943 un banale corto circuito scatenò un incendio che distrusse completamente il Grand Hotel Mottarone, causando la morte di quattro persone. E qui, sul luogo del mai ricostruito, né dimenticato, Grand Hotel mi sembra di vedere il mio amico Alfa, muoversi come un’ombra tra le ombre, prima che le grida dei ragazzi che affollano tuttora la vetta mi riporti alla realtà.

sabato 13 agosto 2011

Alla ricerca di Alfa. 6 – La leggenda dell'alpe Tirecia

«Dell'Alpe Tirecia» mi dice Wally «rimangono ormai pochi ruderi tra gli scheletri bruciati di quello che fu un bosco di larici, distrutto da un incendio particolarmente violento che divampò negli anni Settanta del secolo scorso in quella zona.»
Wally sorseggia il vino del suo bicchiere, come per scacciare il pensiero. La vedo leggermente turbata, probabilmente per il dispiacere che zone così belle possano essere devastate dal fuoco, il più delle volte causato dall’uomo per dolo o per colpa.
«Quel luogo» riprende «interessa sicuramente al nostro amico Alfa, dal momento che era chiamato anche Alpe delle Streghe…»
Penso al fatto che più volte il mio amico indagatore dei misteri cusiani si è occupato di quella che il popolo chiamava un tempo la “fisica”. Un’arte magica conservata in antichi ed oscuri libri, grazie alla quale i suoi adepti erano in grado di scatenare effetti portentosi, come far comparire fuochi dal nulla, far ballare pentole fantasma nei prati o, soprattutto, consentire a streghe e s
tregoni di trasformarsi in animali. Di certo Alfa, se è passato di qua, come penso, non si sarà fatto sfuggire questo luogo, così impregnato dei misteri della fisica
«Il sentiero che conduce da Coiromonte a Gignese e lambisce l'alpeggio “maledetto”, oggi è frequentato solo da qualche escursionista o praticante della mountain bike, ma in passato era il percorso giornaliero delle cosiddette “donne del burro” ovvero le giovani coiresi che portavano i prodotti del latte nei mercati dei centri più importanti fino al Lago Maggiore. Ogni volta che queste ragazze, percorrendo il loro tragitto con la luna ancora alta, passavano nei pressi dell’Alpe Tirecia erano solite ripetere dei “mantra” in dialetto, con l'intento di proteggersi dagli influssi negativi emanati da quel posto.»
«Mi sembra di vederle queste donne dirette ai mercati con le ceste piene di butto e formaggi, fare gli scongiuri nei pressi dell’alpe maledetta, sperando in cuor loro di scampare sia alle potenze soprannaturali che alla malvagità dell’uomo, spesso molto più pericolosa.
«Si dice» il tono di voce di Wally si abbassa «che alla fine dell’Ottocento il casolare fosse abitato da un'anziana donna molto abile nel praticare la “fisica”. Si racconta che non perdesse occasione di dimostrare il suo particolare astio nei confronti del parroco presentandosi a lui sotto sembianze di animali. Il prete, però, come molti altri della sua professione, era anch'egli un praticante della fisica. Così spesso riusciva a percepire la presenza della strega e a neutralizzarne i poteri. Questo continuo scontro andò avanti per lungo tempo fino a che il parroco, esasperato dai continui attacchi della megera ed individuatane la presenza in paese sotto forma di cane randagio, la colpi violentemente alla testa. Il cane si allontanò guaendo e da allora della vecchia in paese non si seppe più nulla.»
Questa tenebrosa storia di fisica ci riporta indietro di un secolo, quando ancora si credeva ciecamente in questi portenti, ma la paura di questi poteri soprannaturali è durata a lungo. Basta vedere le facce imbarazzate della gente che vive ancora sul Mottarone quando rivolgete loro domande dirette sull’argomento. Probabilmente vi risponderanno con un mezzo sorriso: “Eh sì, se ne raccontavano di storie sulla fisica”.
Ma a domanda diretta e incalzante, probabilmente vi diranno: “Devi chiedere a Tizio, lui ha raccolto tutte queste storie, io non le so”.
E che il timore sia ancora vivo me lo conferma Wally, che però non vive stabilmente sul Mottarone e quindi non ha paura di parlare delle storie che le hanno raccontato.
«Ai tempi nostri l'alpe delle streghe è stata teatro di prove di coraggio di intere generazioni che si sono spinte in quel luogo, nel cuore della notte, in cerca di chissà quali emozioni: anch'io l'ho fatto e confermo che l'autosuggestione, a volte, può fare brutti scherzi…»
Ma su cosa abbia visto veramente dalle parti dell’Alpe delle Streghe anche Wally non mi dice di più e con uno dei suoi sorrisi si congeda da me, tendendomi la mano.
«Buona fortuna, Errante, spero che tu riesca a ritrovare Alfa. Così magari potremo incontrarci tutti e tre per raccontare nuove storie!»

sabato 6 agosto 2011

Alla ricerca di Alfa. 5 – I misteri di Coiromonte


«Coiromonte è un paese antico di storie e leggende» dice Wally sorseggiando un bicchiere di vino delle colline novaresi. «Il nostro comune amico Alfa, l’indagatore dei misteri cusiani, è certamente passato di qui, o ci passerà molto presto. E in questo caso non mancherà di vistare la casa della Risotta…»
«Casa della Risotta?» domando sorpreso. «Che nome curioso… ma come mai ho la sensazione che dietro un nome così simpatico ci sia una storia tenebrosa?»
«Hai ragione, Ottavio» annuisce Wally. «Anche se non rimane ormai quasi più nulla del vecchio edificio. Una vecchia leggenda narra però che passando sotto l'arco che sosteneva la casa, in certe notti particolari, si poteva percepire la presenza dello spirito e magari intravedere la sagoma della “Risotta”. Era il soprannome della donna che ci aveva abitato per tutta la vita e stava quasi sempre dietro ad una finestra al primo piano protetta da fitte sbarre. Ricordo che da ragazzina, durante le mie lunghe estati trascorse a Coiromonte, quando con gli amici eravamo in prossimità di questa abitazione, iniziavamo a correre a perdifiato sino a che non avevamo superato del tutto la temuta casa...»
«Una casa infestata è il luogo ideale per trovare Alfa. Ma ci sono altri luoghi dove potrebbe andare?»
«C’è anche Villa Margherita, che rappresenta un'anomalia per il piccolo ed umile paese di Coiromonte. Fu concepita e realizzata per un ricco imprenditore torinese che possedeva una grande fabbrica di manici di ombrelli.»
«Probabilmente uno degli ombrellai del Mottarone che fecero fortuna. Erano una corporazione così chiusa che prendevano i loro apprendisti esclusivamente tra i ragazzini di queste zone. E tra di loro parlavano solo in “tarusc”, che non era un dialetto, ma un gergo usato dagli ombrellai per comunicare stando in mezzo alla gente senza farsi intendere da chi non fosse un “iniziato”. Ho avuto modo di vedere i segreti di questi maestri ombrellai nel Museo dell’Ombrello e del Parasole a Gignese
«Questo De Gaspari aveva fatto fortuna, comunque, e così si fece costruire questa villa su cui si nota un curioso parafulmine a forma di ombrello aperto. La burbera moglie del padrone, che veniva chiamata da tutti “la Madama”, arrivava a Coiromonte in carrozza all'inizio dell'estate per fermarsi per alcuni mesi di villeggiatura. Qualcuno sostiene che negli anni Trenta in questa villa si tenne una grande festa alla quale parteciparono molti importanti politici e industriali torinesi dell'epoca.»
«Che forse scelsero quel luogo anche per poter parlare liberamente, lontano dalle orecchie del Regime, dei problemi del paese» osservo. «Come sai Alfa si è occupato anche di streghe. C’è qualche luogo collegato a queste storie?»
«Ma certo» esclama sorridendo la simpatica Wally «qui a Coiromonte abbiamo addirittura un alpe, che porta il nome di “Alpe delle streghe”…»

(continua)

venerdì 29 luglio 2011

Alla ricerca di Alfa. 4 – Piccoli tesori che vengono da lontano

Per cercare notizie di Alfa, l’indagatore dei misteri del Cusio scomparso nel nulla, mi sono rivolto ad una dei suoi amici. Una dei suoi “informatori” avrebbe detto Alfa, una di quelle persone che gli segnalavano storie e leggende del lago e delle sue montagne. Ed in questo caso, quando parliamo di Wally, così si chiama la nostra simpatica amica, la montagna in questione non può essere che una: il Mottarone.
Un monte, dalla cui vetta si possono vedere le acque di sette magici laghi, reso celebre da un precoce turismo grazie anche alla costruzione nel 1911 di una ferrovia con trazione elettrica a corrente continua che da Stresa conduceva quasi alla vetta (e che purtroppo – oggi sarebbe una grande attrazione turistica – fu smantellata negli anni Sessanta) e leggendaria agli appassionati di ciclismo grazie al passaggio del Giro d’Italia e di altre gare, che videro sul podio tra i vincitori “storici” Franco Bitossi, Eddy Merckx e Felice Gimondi e tra quelli più moderni Gilberto Simoni, Paolo Savoldelli, Ivan Basso e Damiano Cunego.
Ma non è per parlare di ciclismo che Wally ed io sediamo ad un tavolino con due bicchieri di bonarda delle Colline Novaresi.
«Conosco Alfa dall'ormai lontano 2009» mi dice Wally. «E se lo conosco bene, come è, in questo momento starà certamente indagando su qualche luogo ricco di mistero di questa montagna.»
«Una terra ricca di piccoli tesori che vengono da lontano» rispondo osservando la locandina appesa alla parete.»
«Si tratta di una conferenza che vede come relatrice la storica d'arte Marina Dell'Omo» annuisce «e che si svolgerà sabato 30 giugno alle ore 16,00 qui a Coiromonte. Il tema trattato è sostanzialmente quello della presentazione e dello studio delle opere d'arte presenti nella parrocchia, la loro reale attribuzione e provenienza con un breve excursus storico della chiesa. E alla fine della conferenza ci sarà anche un piccolo rinfresco sotto al porticato della chiesa.»
«Ascolterò volentieri la conferenza» rispondo. «Hai detto che si terrà presso la Chiesa parrocchiale, vero?»
«Certamente! E si tratta solo di un assaggio di quello che abbiamo qui a Coiromonte. Ci sono luoghi decisamente pieni di mistero e alcuni persino molto inquietanti, al punto che quando ero ragazzina, ricordo che non cui fermavamo mai di fronte a certi edifici legati com’erano ad oscure vicende di streghe e di fantasmi…»
E così, dopo il fantasma della Collezione Calderara, eccomi alle prese con un nuovo caso. E sono certo che, anche in questo caso, Alfa mi ha preceduto sulle tracce di questo mistero, di cui vi riferirò la prossima volta, dopo aver ascoltato la conferenza.


domenica 24 luglio 2011

Alla ricerca di Alfa. 3 – Un fantasma in collezione

Sulle colline attorno al lago d’Orta c’è una villa, che un tempo fu la casa di un famoso pittore. Alla sua morte l’artista decise di lasciarla ad una Fondazione, che prese il suo nome, con uno scopo ben preciso: far conoscere l’arte contemporanea offrendo una collezione unica nel suo genere. Centotrentatrè artisti, espressione delle principali correnti artistiche delle avanguardie del Novecento, esposti ed ordinati da Antonio Calderara nella sua casa studio a Vacciago di Ameno.
Calderara, straordinario artista che passò dall’arte figurativa a quella astratta seguendo un proprio progetto di ricerca sulla luce e il colore. Un processo che fu accelerato dalla morte prematura della giovanissima figlia. Dalla lunga crisi seguita a questa perdita emerse la nuova fase artistica del Caldaerara che continuò fino alle soglie della morte, quando dipinse un ultimo straordinario dipinto figurativo ritraendo la moglie.
È stata questa la prima tappa del mio viaggio alla ricerca di Alfa, dopo l’incontro con il Filosofo. Fonti attendibili mi segnalavano un suo passaggio recente da queste parti. E quando, varcato il piccolo cancello d’ingresso e superato il lungo corridoio sotterraneo, sbucai nel piccolo cortile interno, compresi che l’informazione era veritiera.
Alfa era stato lì di recente. Potevo percepire ancora l’eco delle sue turbinose emozioni durante quella visita. Ma Alfa non era più lì, lo constatai subito visitando le sale affacciate sugli eleganti loggiati secenteschi, in cui quadri e sculture erano state collocate dalla mano dell’artista che aveva costruito quel luogo, rielaborando e interpretando l’antica dimora.
Ed ero certo che Alfa era stato lì per indagare su un mistero che da qualche tempo turba i sonni dei custodi. Capita sovente, infatti, che le telecamere del modernissimo sistema di videosorveglianza segnalino una presenza in una delle stanza della collezione. Eppure, ogni volta che il custode si reca a controllare, non trova nessuno.
Un bel mistero, questo, alla Collezione Calderara di arte contemporanea, a Vacciago di Ameno, in provincia di Novara; che ha attirato in questo luogo Alfa, come il miele attira le api.
Ma mentre l’enigmatica presenza nel museo è, al momento, destinata a rimanere sconosciuta, una cosa è certa. Per seguire le tracce di Alfa dovrò salire sulle pendici del Mottarone, dove si sussurra di presenze inquietanti e di case davanti a cui il passo si fa veloce.
Ma per scoprire nuovi indizi dovrò incontrare una nuova amica.




mercoledì 20 luglio 2011

Alla ricerca di Alfa. 2 - Conversazione con un Filosofo



La prima tappa del mio viaggio mi ha portato ad Orta, dove si trova la Bottega del Filosofo. È uno strano luogo questo, in cui non si vendono altro che semplici, preziosissime informazioni. Volete andare sull’isola di San Giulio? Volete visitare una mostra a Palazzo Penotti Ubertini? Lasciare Orta per cercare uno dei molti musei, unici al mondo, che arricchiscono l’Ecomuseo del Lago d'Orta e Mottarone come le perle di una collana?
Le risposte alle vostre domande sono lì ad attendervi, nella Bottega del Filosofo.

Se poi avrete la pazienza di attendere che la folla si diradi e la quiete torni nel suo piccolo regno, il Filosofo, uno dei cari amici di Alfa, potrà dispensarvi un po’ della sua saggezza. E proprio di questa sono in cerca, per trovare le tracce del nostro Alfa.
«Non ha retto il peso della verità» mi dice sconsolato il Filosofo. «Scoprire di essere solo un personaggio di un Autore è stato troppo per lui. Sono pochi coloro che reggono il peso di simili rivelazioni. Così, ferito, si è rifugiato in qualche luogo inaccessibile del lago, dove non ti sarà facile scovarlo. È pieno di baite abbandonate, boschi inaccessibili e persino caverne sulle montagne qui attorno. Potrebbe essere ovunque, considerato che conosce molto bene il territorio e sa come muoversi. Tu invece?»
«Ho attraversato la foresta amazzonica» rispondo, come esibendo un curriculum.
«Capisco» annuisce. «Ne abbiamo una anche noi qua sopra, tra Ameno e l’Alto Vergante. L’hanno chiamata così per lo meno, Amazzonia Novarese, per via delle estensioni di boschi sempre più abbandonati, dove puoi trovare vecchi alpeggi abbandonati ed interi paesi fantasma.»
«Conosco bene la situazione. La casa dei miei antenati è a Pregallo.»
«Pregallo» annuisce. «Uno strano paese. Sulle montagne attorno al lago d’Orta ci sono borghi incantati e fuori dal tempo, come Corconio; o paesi disabitati che si ripopolano improvvisamente solo con l’arrivo dell’estate, come Campello Monti. Eppure Pregallo è diverso, perché non compare su nessuna delle nostre mappe, benché sia lì sopra, sulla collina, a mezza costa tra il lago e le montagne, e basti percorrere quella strada per arrivarci. In fondo da qui è meno di un’ora.»
«Ci sono molte cose strane a Pregallo» confermo. «Ma certamente Alfa non è salito lassù. Ne sarei stato informato, in questo caso.»
«Buona fortuna» mi dice tendendomi la mano. «E cerca di riportarlo qui presto».
Annuii, congedandomi dal Filosofo, ma non glielo promisi, perché sapevo che il quando era al di là delle mie possibilità di previsione.

Chiudendo questo primo appunto di viaggio, mi accorgo che, precedentemente, nel presentarmi ho omesso di raccontarvi la mia storia. Se vi interessa – ma non è indispensabile farlo per seguire il mio viaggio attorno al Lago d’Orta – potete leggerla seguendo questo link o, più comodamente, potete scaricare l’intera storia in pdf da questo altro.

domenica 17 luglio 2011

Alla ricerca di Alfa. 1 - Il mio nome è Errante

Il mio nome è Errante. Ottavio Errante.
Sono un prete che ha abbandonato la tonaca in Brasile, davanti ad un orrore che ancora ossessiona le mie notti. Mio padre se n’è andato per sempre una notte di due mesi fa, lasciandomi un antico archivio da custodire e un servitore nepalese, Amar, apparentemente immortale a proteggermi. Oggi è una giornata uggiosa, mi trovo sul lago d’Orta e ho una missione: ritrovare un amico scomparso.
Per molto tempo un misterioso indagatore dei misteri cusiani, che rispondeva al nome di “Alfa”, ha raccolto storie e intervistato vari personaggi, suoi amici e informatori occasionali.
Finché ha incontrato me.
Ho dovuto rivelargli un mistero che lui stesso aveva intuito da tempo, senza riuscire ad afferrarlo, come un sogno che si dissolve al risveglio. “Alfa” – ma anche io stesso e, forse, pure voi che leggete – non era altro che il personaggio di una storia, scritta da un Autore che si muove in un livello di realtà a noi inconoscibile.
Con questo non voglio dire che noi personaggi si debba essere necessariamente delle semplici marionette nelle mani di questo Qualcuno. Tutt’altro. È ben noto, anzi, che ciascuno di noi ha il suo carattere, la sua psicologia e che sovente prendiamo iniziative che l’Autore non aveva previsto. In qualche modo, insomma, anche noi siamo, almeno in parte a Lui inconoscibili.
Lo strano e complicato caso che mi ritrovo a dover risolvere, è una conseguenza di questa imprevedibilità.
Le implicazioni della scoperta della propria condizione si sono rivelate insostenibili per Alfa, perché ciò che tutti cerchiamo è la Verità, ma ben pochi di noi sono in grado di reggerne il peso quando malauguratamente la scoprono.
Così ha reagito come fa la maggior parte di noi di fronte a ciò che non riesce a governare. È fuggito. Nessuno da allora l’ha più incontrato. Né nei paesi che circondano il lago, né sulle coste, né sui monti. E neppure sulla Seconda isola, che sembra perduta nuovamente nella nebbia.
Persino il suo Autore, in questo momento, si domanda dubbioso dove possa essersi smarrito.
Poiché io, per quanto involontariamente, sono stato la causa di tutto questo spetta a me ora andare alla sua ricerca. Interrogherò i suoi amici e percorrerò i luoghi a lui cari, cercando di trovare qualche indizio che mi consenta di seguire le sue tracce.
Sarà necessariamente un “viaggio attorno al lago d’Orta” perché, ne sono certo, Alfa non si è allontanato di molto da questi luoghi che ama e che sono il suo rifugio.
Vi relazionerò su questo blog riguardo all’esito della mia ricerca, puntata dopo puntata.
Una preghiera: se avete notizie, segnalazioni, suggerimenti o volete aiutarmi in qualsiasi altro modo, scrivetemi. Il vostro aiuto sarà prezioso per dipanare la matassa.

lunedì 4 luglio 2011

La notte della rete

Il 6 luglio l'Autorità per le Comunicazioni si appresta a votare una delibera con cui si arrogherà il potere di oscurare siti internet stranieri e di rimuovere contenuti da quelli italiani, in modo arbitrario e senza il vaglio del giudice.

Diciamo no al bavaglio alla rete! Partecipa anche tu e invita tutti i tuoi amici a "La notte della rete": 4 ore no-stop in cui si alterneranno cittadini e associazioni in difesa del web, politici, giornalisti, cantanti, esperti. L'evento sarà in diretta streaming sul Fattoquotidiano.it e su una rete di tv locali.

Per info e partecipazione: nocensura@agoradigitale.org
L'hashtag twitter: #notterete

giovedì 9 giugno 2011

L'indagatore dei misteri dei dialetti


L’amica blogger Stella  ha voluto condividere con i lettori del Lago dei misteri questo scritto, dedicato a Paul Scheuermeier, mitica figura della ricerca antropologica. La ringraziamo e l’ospitiamo molto volentieri.

Basta spostarsi anche solo di pochi chilometri da casa per accorgersi che le parlate e il nome attribuito ad alcuni oggetti cambia notevolmente. Ogni luogo ha il suo dialetto e di questo era ben consapevole il giovane svizzero Paul Scheuermeier quando, negli anni 20 del secolo scorso, inizia un lungo viaggio alla ricerca di parole sostenuto dai suoi maestri i linguisti Karl Jaberg e Jacob Jud che, su modello dell’Atlante  Linguistico della Francia, vogliono realizzare l’AIS Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera settentrionale.
L’impresa si prospettava ardua.
I mezzi a disposizione, visti gli scarsi finanziamenti, erano pochi – un taccuino e una macchina fotografica – tuttavia, l’ostacolo più insidioso da affrontare erano i Sujets o come li chiameremo noi oggi Informatori.
Scheuermeier fu fortunato perché nelle località censite trovò molte persone disposte a descrivere come venivano svolte alcune attività – come , ad esempio la lavorazione dei bachi da seta in Lombardia – e a posare per lui accettando ‘il fotografista straniero’. La disponibilità dei suoi informatori gli ha fornito moltissimo materiale diventato oggi un’eccezionale testimonianza di un mondo ormai scomparso.
Egli stenografava tutto, indagando i rapporti tra parole e cose non meccanicamente, ma cercando di capire come si chiamavano le varie parti.
Numerose carte dell’Atlante si riferiscono ad animali. Per esempio ha registrato il variare della parola “cane” nei ben 700 dialetti da lui rilevati. Tuttavia una delle domande dei questionari riguardava il “Ceppo di Natale”. Questa rappresentava una vera e propria eccezione in quanto Scheuermeir non era interessato alla ritualità.
La tradizione vuole che il giorno della vigilia di Natale venga messo un ceppo di legno nel camino e una volta acceso il fuoco si facciano delle offerte per prosperità e salute. Il fenomeno era molto esteso in Spagna, Francia, Italia, Svizzera, Serbia, Croazia e Bulgaria ma la cerimonia stava scomparendo. La saggezza popolare spiega così la fine di questa pratica “Il Ceppo di Natale è stato ucciso dalla stufa”.
La costruzione delle fotografie dello Schuermeier è sempre legata al mostrare gli oggetti da lavoro come ad esempio una foto in cui sono ritratti cinque bambini all’interno di una cesta per rendere l’idea della capienza di quest’ultima. Le didascalie fornivano una descrizione del procedimento, il nome delle attrezzature e alcune osservazioni sulle persone ritratte.
La fotografia era già presente nelle zone censite dallo studioso, gli abitanti erano in un certo senso abituati, comunque con delle eccezioni.
Una zona del trentino era popolata da un’isola linguistica tedesca e i suoi abitanti si spostavano in tutto l’impero austro-ungarico per commerciare dipinti in vetro di carattere popolaresco religioso tornando poi con oggetti dei paesi che visitavano. Quando il Trentino fu annesso all’Italia tutto questo cessò e gli abitanti diventarono degli emarginati, quando non furono addirittura considerati spie tedesche.
Quando Schuermeier incontra delle donne del paese rimane colpito dai loro abiti legati alla trazione d’oltralpe ma queste sono schive perché temono che lui sia un fascista; anche a Grosio in Valtellina incontra delle difficoltà nel fotografare alcune donne: queste, infatti, temevano che delle loro foto si facessero cartoline diventando così dominio di tutti.
La foto era concepita come la rappresentazione di un momento significativo, oppure la concentrazione in essa di momenti in successione; si ritrovano così tutti gli attrezzi per la produzione del burro anche se legati a fasi diverse di questa; oppure una coppia di mercanti di stoffe mentre prepara il banco in Piemonte, a Borgomanero (cittadina molto vicino al Lago d’Orta, dove ancora oggi si svolge un importante mercato, n.d.r.).
Il giovane Paul dedica un ciclo di foto alla coltivazione del baco da seta, durante il suo soggiorno a Ligornetto in Canton Ticino; un’attività questa molto praticata perché remunerativa e in Piemonte a tal proposito esisteva anche una legge che vietava l’abbattimento delle piante di gelso.
Spesso Schuermeier lasciava ai suoi Sujets la possibilità di organizzare la foto come accade a Gandino in provincia di Bergamo. In questa località, in occasione del Carnevale si esponeva un fantoccio con una maschera di legno dipinta ad una finestra di un palazzo e finite le celebrazioni del carnevale questo veniva impiccato, tuttavia non essendo periodo di Carnevale la gente vuole che il fantoccio venga fotografato seduto con una mazzetta di vino su una mano e la chitarra nell’altra.
 Tutte le foto di cui ho parlato si ritrovano nei testi pubblicati di recente Il Veneto dei Contadini 1921-1932; Il Piemonte dei Contadini 1921-1932 in due volumi ed infine Il Trentino dei Contadini 1921-1932; nei quali si può ammirare la bravura di Scheuermeier che oltre ha lasciarci una testimonianza di una storia non ufficiale ha realizzato un bellissimo reportage fotografico (nell'immagine di apertura, in cui si vede Paul con la moglie e un informatore, la costruzione della foto ricorda un quadro di Cézanne). Perché – come ci ricorda quella signora che, prima di essere intervistata, chiese a chi aveva già conosciuto il Scheuermeier “El xè un bèl om?” – anche l’occhio vuole la sua parte!
D.A. (Stella)

Una carta dell’Atlante relativa al termine grembiule.

martedì 7 giugno 2011

Pericolose passerelle dei pirati


Nelle storie e nei film sui pirati non manca mai un momento carico di grande tensione. È la scena del trampolino, con il prigioniero (o la prigioniera) spinto su una tavola sospesa sull’oceano, con decine di sciabole sguainate alle spalle e squali affamati nelle acque sottostanti, in attesa di gustare il loro pranzo quotidiano.
Si tratta in realtà di un’invenzione moderna degli illustratori moderni. Le cronache dell’epoca e gli studi che descrissero il fenomeno della pirateria non fanno mai riferimento a questa pratica, benché si diffondano sulle molte atrocità compiute dai predoni del mare.

Nonostante questo, l’immagine degli sventurati costretti a questo fatale salto è entrata nell’immaginario collettivo e non può mancare in qualunque storia di pirati. E ciò vale anche quando i pirati sono alquanto surreali e, soprattutto, musicali.
Nel 1980 viene pubblicato l’album “Sono solo canzonette” di Edoardo Bennato, uno dei più grandi, (ma molti ritengono il più grande) rocker italiano. È il settimo della carriera di Bennato ed uno dei più fortunati. Il tema principale del disco è la lotta tra la ragione e la fantasia, rappresentata dal desiderio di volare e di restare bambini.

Come già aveva fatto per “Burattino senza fili” del 1977, ispirato alla fiaba di Pinocchio, Bennato è un concept album ispirato alla storia di un personaggio della letteratura per ragazzi, Peter Pan.
Peter Pan è un personaggio creato dallo scrittore scozzese James Matthew Barrie (1860-1937) nel 1902. Peter Pan è un bambino mai nato che si rifiuta di crescere e vive sull'Isola che non c'è, comandando la tribù dei Bimbi Smarriti. Grazie alla sua capacità di volare Peter Pan incontra talora i bambini del mondo reale.

“Seconda stella a destra questo è il cammino e poi dritto fino al mattino. Non ti puoi sbagliare perché quella è l'isola che non c'è”, così Bennato canta la strada per arrivare all’isola che non c’è.
L’isola, il cui nome inglese è Neverland, appare nelle menti dei bambini che dormono e in quelle degli adulti rimasti un po’ bambini. Non è un’isola noiosa, ma è bella, comoda e zeppa di avventure, essendo popolata da Sirene, Indiani, Fate, Gnomi e Pirati, comandati dal terribile Capitan Uncino, nemico giurato di Peter Pan, che gli ha tagliato la mano in duello dandola in pasto ad un coccodrillo, che da allora aspetta di gustare il resto.

Peter Pan compare in moltissime storie, non solo in quelle scritte da Barrie, che tra l’altro lasciò i diritti d’autore all'ospedale pediatrico Great Ormond Street Hospital.
Barrie era l'ottavo di nove figli. Fisicamente molto gracile, da piccolo cercava di conquistarsi le attenzioni dei fratelli raccontando loro delle storie. Quando un suo fratello quattordicenne morì tragicamente, subì un trauma profondo che lo avvicinò molto alla madre, con cui passava il tempo leggendo storie di avventura.

La storia di Peter Pan influenzò profondamente anche un altro cantante, Michael Jackson, di cui abbiamo parlato nella prima puntata della bottega del mistero.
Il cantante acquistò nel 1988 una grande tenuta di 1400 ettari nella contea di Santa Barbara, in California, trasformandola in un parco a tema dal nome Neverland Valley Ranch, ispirato al mondo di Peter Pan. Attorno ad essa circolarono tuttavia inquietanti storie, che ebbero anche conseguenze giudiziarie, finché fu venduta nel 2008, un anno prima della morte del cantante.

Edoardo Bennato, L’isola che non c’è

Da La bottega del mistero a Siamo in Onda su Puntradio del 4 giugno 2011

domenica 5 giugno 2011

Salti leggendari



Ci sono salti destinati ad entrare nella leggenda, quale che sia la sorte di chi, per temerarietà o disperazione, li ha compiuti. Racconta, ad esempio, lo scrittore Bruce Chatwin di aver visto in Patagonia la tomba di un cavallo, di nome El-Malacara, dedicatagli dal suo padrone, John Evans.
Il 14 marzo 1883, tornando dalla Cordigliera, John Evans e tre compagni furono inseguiti e attaccati da un gruppo di indios. Vedendo i suoi amici cadere uno dopo l’altro sotto le lance degli attaccanti, John Evans spronò disperatamente il suo cavallo. Ed El-Malacara saltò un crepaccio largo quasi otto metri portando in salvo entrambi e guadagnandosi l’eterna riconoscenza del suo padrone.

Un tragico salto è legato anche alla vicenda che vede protagonista una madre coraggiosa vissuta nel Cinquecento, almeno secondo una leggenda (in realtà una novella scritta da Giacomo Giovanetti) del
Lago d’Orta che trae spunto da una storia vera.
Nel 1529 il lago d’Orta fu invaso da una banda di mercenari guidati da un capitano napoletano di nome Cesare Maggio. Mentre tutti i paesi venivano saccheggiati, la popolazione con le poche cose preziose salvate trovava rifugio nell’inespugnabile castello che a quel tempo sorgeva sull’Isola di San Giulio.  Gli uomini invece, si nascondevano nei boschi e sulle montagne, armati e pronti a scatenare il contrattacco non appena fosse stato dato il segnale, suonando la campana della Torre di Buccione.
Ed è qui che entra in scena Maria Canavesa, rimasta vedova a seguito di un brutale saccheggio avvenuto l’anno precedente da parte di altri mercenari. Avendo perso tutto, tranne il figlio, Maria si offre come volontaria per suonare la campana.
Con un trucco, Maria riesce a distrarre i soldati e ad entrare nella torre. Qui suona la campana, chiamando a raccolta gli uomini in attesa. Che sciamano come api rabbiose dai loro rifugi e attaccano gli uomini del Maggio, sconfiggendoli e mettendoli in fuga.
Per Maria tuttavia l’epilogo è tragico, perché i soldati che presidiano la torre si accorgono dell’inganno e cominciano a salire le scale.
Questa è la parte più drammatica della storia. Vistasi senza scampo, temendo quello che quegli uomini avrebbero potuto fare a lei e al figlio, Maria decide di fare un ultimo drammatico salto, lanciandosi dalla torre col figlio tra le braccia.

C’è un’altra leggenda, a lieto fine stavolta, legata ad una famiglia con un bambino e ad un prodigioso salto. Questa volta si tratta niente meno che della Sacra Famiglia, che secondo la storia si trovò un giorno inseguita dagli ariani sulla piana di Cireggio, sopra Omegna.
Ad un certo punto, trovandosi i nemici alle spalle e un gran burrone davanti, Giuseppe prese in braccio Maria e il Bambino e con un gran salto superò la valle dello Strona, portando miracolosamente tutti e tre illesi dall’altra parte. Il salto fu così prodigioso che ancora oggi si conserverebbe un’impronta del piede del santo, impressa sulla roccia del Sasso Gambello. Un luogo caro, almeno ancora fino a pochi anni fa, alle famiglie che desideravano avere figli. 


Da La bottega del mistero a Siamo in Onda su Puntradio del 4 giugno 2011

giovedì 2 giugno 2011

Un salto a Siamo in Onda



Chi non salta *** è.

Così ripetono i cori degli stadi e dei cortei, mentre i partecipanti saltano in coro, impegnati in una sorta di danza rituale.

Ma ci sono salti più impegnativi e che richiedono molto più coraggio, come quelli che fanno i paracadutisti, ad esempio.

E altri ancora molto rischiosi, al limite delle possibilità degli uomini e degli animali.

E poi ci sono salti strabilianti, oltre ogni possibilità umana. salti capaci di lasciare impronte durature nelle rocce.


Se però volete fare un simpatico salto in un programma radiofonico del sabato sera avete solo una scelta possibile:
 Siamo in Onda, è il talk show di Puntoradio, che sabato 4 giugno, in diretta dalla fiera campionaria di Arona affronta proprio il tema SALTI.

Come sempre c’è un quesito posto agli ascoltatori:

Se doveste saltare in una vasca piena di qualunque cosa vogliate, cosa vorreste che fosse?

Ditelo  inviando un sms oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.

Potrete trovare le foto della serata su Facebook oppure sul blog www.siamoinonda.it


Per ascoltare Siamo in Onda:        - FM 96.3 da Novara, Vercelli, Verbania, Biella, Alessandria, Torino, Varese, Milano, Pavia- FM 93.5 - 96.00 da Borgosesia e Valsesia    - INTERNET in streaming su www.puntoradio.net
Per intervenire in DIRETTA:- via email: diretta@puntoradio.net - redazione@siamoinonda.it- via SMS:.389 96 96 960          Buon Ascolto...(Sarà possibile seguire la trasmissione in replica il martedì successivo sempre alle 21,00)


La foto è una cortesia di ELE, che conosce gatti capaci di salti straordinari.

mercoledì 1 giugno 2011

Il signore delle rune

I Longobardi provenivano dalla Scandinavia, attraverso un viaggio lungo secoli. Quando si insediarono in Italia portarno con loro molte delle leggende dei popoli del nord.
Dai secoli più bui del medioevo ecco a voi una storia che parla della nascita di un misterioso alfabeto, usato dai popoli germanici per la scrittura. E per oscuri rituali di magia. 
Una storia scritta per Siamo in Onda, l'ultima di questa stagione, trasmessa sabato scorso. Viene pubblicata oggi, di mercoledì, non a caso, perché questo è il giorno di Odino, il signore delle rune.

In una fredda sera d’autunno del anno nono del regno di Ròtari, re dei Longobardi, uno sconosciuto bussò alla mia porta, chiedendo ospitalità per la notte. Gli offrii del fuoco e del vino caldo, perché mi era stato insegnato che talora, dietro il misero aspetto di un pellegrino, può nascondersi Odino, il dio viandante.
Il vecchio, il cui volto era nascosto dall’ombra di un largo cappello, svuotò il boccale e cominciò a cantare versi antichi. Davanti a noi, che ascoltavamo incantati le sue parole, prendeva forma il grande albero dell’universo, che regge i nove mondi che formano il cosmo e in cui dimorano gli dei e i giganti, gli elfi oscuri e i nani, i viventi e i morti.
Poiché le sue parole avevano acceso in me una folle sete di conoscenza pregai il nostro ospite, in nome di Odino, il dio della poesia, di cantare come il dio avesse scoperto il segreto delle rune. Ed egli, fissandomi con un unico profondo occhio, cominciò a narrare una storia antica come il mondo.

«A lungo indagai il mistero delle rune, senza riuscire a penetrarlo. Alla fine compresi che solo elevando un degno sacrificio al dio della magia avrei potuto colmare la mia ignoranza. Allora io, Odino, sacrificai me stesso ad Odino.
Per nove giorni e nove notti, ferito da un colpo di lancia, rimasi appeso all’albero della conoscenza, sferzato da venti impetuosi. E nessuno si accostò per placare la mia sete. Infine guardai verso le radici del grande albero e chiamai le rune.
Fèhu, Urùz, Thùrisaz, Ansùz, Ràido, Kàunan… una ad una le chiamai, fino all’ultima, Dàgaz. E una ad una salirono a me, lettere chiare, lettere grandi, lettere possenti, finché m’impadronii del loro segreto.»

A quelle parole riconobbi nel mio ospite lo stesso Odino. E fui afferrata dalla paura. Lottai con me stessa, come per destarmi da un mostruoso incubo in una notte senza speranza. Infine, aprii lentamente gli occhi sull’orrore che mi circondava.
E vidi accanto a me i corpi dei miei figli e delle mie figlie che con le mie stesse mani avevo immolato a Odino, il dio della magia, che solo a carissimo prezzo concede la conoscenza alle sue incantatrici.

martedì 31 maggio 2011

La Waterloo svedese




Nel 1974 il Lussemburgo decise di rinunciare all’organizzazione del 19° Eurofestival, che aveva vinto nei due anni precedenti, a causa dei costi dell’organizzazione.
La crisi economica dell’anno precedente si faceva sentire anche in campo musicale. Il festival si svolse così a Brighton, sulla costa meridionale dell’Inghilterra.

Sul palco, tra gli altri gruppi e cantanti, si esibì un gruppo svedese composto da due uomini e due donne. Poiché i nomi delle due donne (Agnetha Fältskog e Anni-Frid Lyngstad) iniziavano per A e quelli dei due uomini per  B (Björn Ulvaeus e Benny Andersson), il gruppo scelse l’acronimo ABBA.
La canzone, intitolata “Waterloo”, parla di un amore a cui non si può resistere, che ti sconfigge e a cui non resta che arrendersi come Napoleone a Waterloo.

La canzone esplose come una bomba sullo scenario musicale internazionale, decretando il successo mondiale di questo gruppo svedese che cantava in inglese.
Si stima che gli ABBA siano il quarto gruppo nella storia della musica per numero di copie vendute e che in Svezia soltanto la casa automobilistica Volvo abbia ottenuto maggiori profitti.

Il gruppo si sciolse nel 1982 a seguito della separazione artistica e sentimentale delle due coppie  (Benny e Frida, Björn e Agnetha) e nessuna reunion è mai avvenuta, nonostante offerte di compensi vertiginosi. La vita dei componenti degli ABBA è contrassegnata da varie vicissitudini personali. In particolare quella di Anni-Frid Lyngstad (conosciuta anche come Frida) è legata alle drammatiche conseguenze di una sconfitta militare.
Durante la seconda guerra mondiale la Norvegia fu invasa dalla Germania nazista. Seguendo le folli teorie naziste sulla razza ariana, Hitler ordinò a molti suoi soldati di sposare o unirsi a donne norvegesi, che essendo alte e bionde corrispondevano ai dettami della razza ariana. I bambini nati da queste unioni sarebbero stati i “Figli di Hitler” da educare secondo i dettami del partito nazista.

Nel 1945 la Germania fu sconfitta dagli Anglo Americani e dai Russi che conquistarono Berlino. La Norvegia fu liberata, ma nel frattempo molti “Figli di Hitler” erano nati.
Purtroppo per loro, questi bambini che non avevano altra colpa che quella di essere nati da unioni politicamente scomode, furono oggetto di una vera persecuzione, avversati dalla società norvegese che li additava come bastardi per essere figli degli odiati invasori tedeschi e di traditrici della patria.

I bambini erano spesso sottratti alle madri e rinchiusi in orfanotrofi o abbandonati al loro destino. Molti di loro, a distanza di anni, ricordano con enorme sofferenza la loro infanzia.
Per questo la madre di Frida era fuggita dalla Norvegia nella neutrale Svezia. E solo dopo il successo come cantante Frida scoprì che il padre, creduto morto, viveva ancora in Germania.

ABBA, Waterloo

Da La bottega del mistero a Siamo in  Onda su Puntoradio del 28.05.2011

domenica 29 maggio 2011

Le misteriose vie dell’alfabeto



Un alfabeto è un insieme di simboli che, disposti in un modo determinato, servono a mettere per iscritto le parole di una lingua.
L’umanità nel corso dei millenni ha inventato molti alfabeti. Poiché i popoli che avevano inventato alcuni di questi alfabeti sono  scomparsi senza eredi, ora solo con grande fatica possono essere decifrati dagli studiosi.

Attualmente l’alfabeto più utilizzato al mondo è quello latino. È il nostro alfabeto, in sostanza, che deriva con qualche adattamento da quello utilizzato nell’impero romano. Le radici dell’alfabeto non sono da cercarsi a Roma, però.
L’invenzione del nostro alfabeto si deve ai Fenici, che vivevano nella zona dell’attuale Libano, circa 1050 anni prima di Cristo. Il nome delle lettere deriva da una parola che cominciava col suono rappresentato da tale lettera. La prima lettera corrispondeva ad “aleph”, che voleva dire "bue". La seconda era bet "casa". Sono lettere che troviamo anche nell’alfabeto ebraico, che deriva da quello fenicio.

Secondo alcuni però l’antico alfabeto ebraico, conservato nell’Arca dell’Alleanza  deriverebbe dal misterioso “alfabeto Watan”, che sarebbe stato inventato ad Atlantide.
Tutto quanto ha a che fare con Atlantide, tuttavia sprofonda nelle nebbie dell’incertezza, per cui lasciamo questa teoria al mito e torniamo ad Aleph e Bet, che in greco diventano Alfa e Beta, le prime due lettere, che danno il nome, appunto, all’AlfaBeto.

I Greci però non tennero per loro il segreto dell’alfabeto, ma lo diffusero tramite le colonie che avevano fondato in molte zone del Mediterraneo.
Gli Etruschi adattarono alla loro lingua l’alfabeto greco in uso nella colonia dell'isola di Ischia. E poiché i Romani all’epoca andavano a scuola dagli Etruschi adattarono l’alfabeto alla loro lingua, che era molto diversa da quella degli Etruschi.

Tramite gli Etruschi l’alfabeto arrivò anche in Italia settentrionale. Anzi, proprio nel Novarese è stata fatta una scoperta eccezionale.
A Castelletto Ticino, graffita su un bicchiere di ceramica collocato in una tomba, è stata trovata un’antica iscrizione del VI secolo a.C.. Gli abitanti della Lombardia, che commerciavano con gli Etruschi avevano imparato da loro l’alfabeto, modificandolo e adattandolo alla loro lingua. Quella scoperta a Castelletto Ticino, che è la più antica iscrizione il lingua celtica, ci dice che quel bicchiere appartenne ad una persona di nome Kosios.

Questi Celti che abitavano il nord Italia non si limitavano a commerciare con gli Etruschi, però. Essi esportavano e commerciavano prodotti verso le terre a nord delle Alpi. E con i commerci, pare si sia diffuso anche l’alfabeto.
Questa è la parte più misteriosa della storia dell’alfabeto. Esistono infatti molte somiglianze tra l’alfabeto nord italico e quello che adottarono le popolazioni germaniche.

Si tratta delle famose e misteriosissime rune, la cui invenzione è attribuita niente meno che al dio Odino.
Un’antica e tenebrosa leggenda racconta che Odino, il dio della sapienza, desiderando conoscere il segreto delle rune, sacrificò se stesso ad Odino. Rimase impiccato all’albero del mondo per nove giorni e nove notti, fino a quando cominciò a chiamare le rune. Ed esse, una ad una salirono dalle radici dell’albero. Così Odino s’impadronì del loro segreto.




Da La Bottega del mistero a Siamo in Onda su Puntoradio del 28.05.2011

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.