Volete festeggiare le streghe? Quale posto migliore della Valle Strona, ai piedi delle grotte che portano il loro nome? E quale data migliore del 31 ottobre?
Questo è un blog di racconti, leggende, storie raccontate dagli ubriachi nelle osterie e di cialtronesche invenzioni che ruotano attorno al lago d'Orta. Se cercate la Verità, qualunque sia quella che v’illudete di trovare, avete sbagliato indirizzo.
mercoledì 28 ottobre 2015
venerdì 23 ottobre 2015
Tolkien e la modernità
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| Saruman arringa il suo esercito in una scena de "Il Signore degli Anelli" |
Tolkien, pur apprezzandone alcune comodità e vantaggi, non amava la modernità, la cui peggiore incarnazione era per lui la “Macchina”.
Forse questa avversione era nata sul fronte di battaglia della Grande Guerra e si era rafforzata durante la Seconda Guerra Mondiale, quando aveva avuto modo di osservare gli effetti tragici e disumanizzanti della tecnologia.
Anche la ricostruzione post bellica, con la distruzione di molti dei paesaggi a lui cari influì su questa visione, che nel Signore degli Anelli appare incarnata nella figura di Saruman, lo Stregone corrotto, che come uno scienziato folle distrugge la Natura per costruire le proprie macchine e le proprie mostruose creature.
mercoledì 21 ottobre 2015
Si parla di streghe
Si parlerà di streghe in Valstrona, sabato prossimo. Un viaggio tra roghi ed erbe condotto dai Viaggiatori Ignoranti in un museo che sorge ai piedi delle grotte delle streghe.
Creature ben diverse dalle poverette che finirono sui roghi, quelle che vivevano nelle grotte di Sambughetto. Oggi le chiameremmo più correttamente "fate" come del testo richiama il loro nome dialettale.
Ne ho parlato varie volte, dopo l'incontro con la Maga, richiamando le loro acrobatiche esibizioni (c'è anche un video) e la storia del prete che osò discendere in quegli oscuri cunicoli.
Tornando alle "streghe" in carne ed ossa, sembra che la nostra Diocesi vanti il primato di essere stata la prima a porre un freno ai roghi. Grazie a Vescovi illuminati che compresero presto che quando non si trattava di vendette private, le denuncie colpivano persone che avevano l'unica colpa di essere un po' eccentriche, sole e "alternative".
Probabilmente tra queste si nascondeva anche qualche portatrice di antiche tradizioni pagane, ma certo non c'era nessun patto col Diavolo...
domenica 18 ottobre 2015
Il Gastaldo. Capitolo 1.2
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| L'assassinio di Alboino in un dipinto di Charles Landseer |
Alboin aveva guidato l’invasione dell’Italia ed era stato assassinato in una congiura ordita dalla moglie. Il re, ubriaco come spesso gli accadeva, durante una notte di baldoria nel palazzo reale di Verona, aveva costretto la moglie Rosamunde a bere da una coppa costruita con il teschio di Cunimond, il re dei Gepidi che Alboin aveva sconfitto e ucciso in battaglia. Rosamunde, che era figlia di Cunimond e aveva dovuto sposare il vincitore, aveva bevuto, ma giurando vendetta.
Dapprima si era concessa ad Elmilch, fratello di latte del re, facendone il suo amante e complice. Poi, necessitando di ulteriore aiuto, aveva deciso di attrarre alla sua causa un altro uomo, un fortissimo guerriero gepido di nome Peredeos. Poiché l’uomo appariva incrollabile nella fedeltà giurata al re, la donna era ricorsa all’inganno. Una notte, complice l’oscurità, si era infilata nel letto di Peredeos, fingendosi la sua donna, che aveva fatto allontanare dal palazzo con un pretesto. Soltanto quando Peredeos ebbe finito di unirsi a lei, la regina gli aveva rivelato la sua vera identità, mettendolo di fronte ad una scelta diabolica: pagare con la vita l’adulterio o unirsi ai congiurati. Peredeos, vinto, aveva ceduto.
Così, la notte convenuta, Rosamunde aveva fissato con una corda la spada del re alla testata del letto, quindi, appena Alboin si era addormentato, aveva aperto la porta a Peredeos e ad Elmilch. Il re, che aveva i sensi sempre all’erta, si era svegliato e aveva tentato vanamente di estrarre la spada. Allora aveva cominciato a gridare, tentando di difendersi con uno sgabello, ma nulla aveva potuto contro i suoi assassini.
Elmilch avrebbe voluto diventare re, ma lo sdegno tra i Longobardi per un’azione così vile era stato tale da costringere i congiurati a fuggire, portando con loro il tesoro reale, a Ravenna, dove però Elmilch e Rosamunde avevano trovato la morte. Si raccontava che Peredeos, portato a Costantinopoli, avesse ancora dato dimostrazione della sua forza uccidendo un leone davanti all’imperatore.
Poiché con la morte di Alboin si era estinta la dinastia dei Gausi, i duchi avevano proclamato re Clefis, della stirpe dei Beleos. Il suo regno, tuttavia, era durato solo diciotto mesi, perché una guardia del corpo, corrotta dall’Impero, aveva sgozzato nel letto lui e la moglie Masane. Il figlio di Clefis, Autaris, era sopravvissuto, ma era ancora un bambino. Così i più potenti tra i duchi si erano accordati, dividendosi il potere finché il fanciullo non fosse stato in grado di salire al trono.
Erano stati tempi di ferro e di sangue i dieci anni dalla morte di Clefis all’incoronazione di Autaris. Dieci anni in cui i duchi avevano spadroneggiato, uccidendo e cacciando i grandi latifondisti romani, saccheggiando le loro ville ed impadronendosi delle loro terre.
Raggiunta la maggiore età, Autaris era salito al trono e i duchi erano stati costretti a cedere al re il controllo su metà delle loro terre e delle loro fare, gli estesi gruppi familiari in cui era diviso il popolo longobardo.
Dopo la morte di Autaris, Agilulf il turingio, due mesi dopo essere stato proclamato re, aveva mandato a chiamare il guerriero e lo attendeva nel grande palazzo reale, dentro le mura di Mediolanum.
mercoledì 14 ottobre 2015
Il pozzo e il treno
L'altro giorno, giungendo in trasferta dalle parti di Gattico, grazioso paesino dal nome simpatico che si trova nel Novarese, vidi uno strano edificio da cui fuoriusciva vapore. Ero di fretta e non mi fermai a fare foto, ma giunto a destinazione trovai altri amici che si stavano ponendo la stessa domanda: cosa sarà mai quel misterioso pozzo?
Grazie a un amico, grande esperto di storie locali, scoprii che l'edificio faceva parte di una serie di opere realizzate per costruire una linea ferroviaria e che sotto i nostri piedi correva una galleria di alcuni chilometri.
L'opera, realizzata agli inizi del Novecento, permetteva il collegamento ferroviario da Santhià ad Arona, superando ostacoli naturali non indifferenti. Proprio per accelerare i lavori vennero realizzati questi pozzi che consentivano di moltiplicare i punti di escavazione sotterranea.
E per evitare che qualche buontempone potesse gettare sassi sui convogli i pozzi furono escavati a una certa distanza dalla galleria, assicurandone l'aerazione e l'accesso in caso di necessità.
venerdì 9 ottobre 2015
Tolkien e le lezioni su Beowulf
Nel 1925 Tolkien ottenne la cattedra di anglosassone a Oxford. Le sue lezioni erano molto popolari.
Durante il corso era solito entrare silenziosamente nell’aula e urlare all’improvviso: “Ascoltate adesso! Abbiamo udito narrare, noi, la gloria dei re dei Danesi delle Lance, di come quei principi, nei giorni che furono, compirono gesta valorose.”
Era l’inizio delle lezioni sul Beowulf, uno degli argomenti che amava maggiormente. Il ricordo della sua voce e del suo viso che si contorceva mentre pronunciava gli antichi versi anglosassoni s’imprimevano nella memoria degli studenti che li ricordavano a decenni di distanza.
mercoledì 7 ottobre 2015
Poetry on the lake
Dal 9 al 11 ottobre si terrà la XV edizione di questo importante premio di poesia inglese che si svolge sull'isola di San Giulio e in altre località del lago d'Orta.
Potete trovare il programma su www.poetryonthelake.org
domenica 4 ottobre 2015
Il Gastaldo. Capitolo 1.1
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| Cavaliere, lastrina in bronzo dorato dello Scudo di Stabio, VII secolo. Berna, Historisches Museum. |
Sette mesi di siccità avevano ridotto la pianura umida e fertile in una steppa in cui solo le locuste prosperavano e si moltiplicavano. Dall’inizio dell’anno non cadeva una sola goccia di pioggia. Fatto straordinario, dicevano i contadini, innalzando inutilmente preghiere al loro Dio.
Una lunga nube di polvere inseguiva i cavalieri sulla strada verso la città. Gli zoccoli dei cavalli rimbalzavano sulla terra cotta dal sole, mentre attraversavano distese di erba ingiallita. Uno dei tre si passò il dorso della mano sul volto per tergersi il sudore e guardò i guerrieri che lo scortavano galoppando al suo fianco. Pensò che avrebbe preferito restare nel castello di Seprium, attorno al quale c’erano boschi nella cui ombra era possibile cercare un po’ di refrigerio. Pensò che non gli piacevano le città, luoghi circondati da mura che impedivano di vedere l’orizzonte, pieni di fango quando pioveva, di puzza quando faceva caldo e di sporcizia in ogni stagione dell’anno. Ne comprendeva la necessità, naturalmente, dal momento che un re aveva bisogno di una corte, di guardie, di magazzini e di artigiani.
Capiva l’utilità delle mura, che potevano tenere a bada eserciti numerosi anche per anni. Nonostante questo le città non gli piacevano e Mediolanum, per quanto fosse la città in cui l’aveva convocato il re, non solo non faceva eccezione, ma confermava in pieno la sua opinione.
La città era la più grande che avesse mai visto. Sapeva, per averlo sentito nelle lunghe sere in cui i vecchi raccontavano storie attorno al fuoco, che era stata la capitale dei Romani, dopo Roma e prima di Ravenna. Adesso invece a Ravenna stava l’Esarca dell’Impero, a Roma il Pontefice dei cattolici e a Mediolanum, da venti anni, stavano loro, gli Uomini dalle lunghe barbe.
Anche il cavaliere portava la barba lunga, come tutti quelli della sua gente che seguivano il costume tradizionale. Aveva la testa rasata dalla fronte alla nuca e i capelli biondi, divisi in due, pendevano lunghi fino all’altezza della bocca. Indossava un variopinto vestito di lino, a balze ampie e calzari aperti sino all’alluce con lacci di cuoio intrecciati. Al fianco teneva la spada e uno scramasax, una daga a lama larga che poteva essere utilizzata sia per il lavoro che in combattimento. Con la destra reggeva una lunga lancia con la cuspide a forma di foglia di salice, l’arma che, assieme alla spada, i guerrieri longobardi si addestravano ad usare fin da piccoli. Sulla schiena portava uno scudo circolare, di un braccio di diametro, in legno ricoperto di cuoio, con un umbone conico di ferro al centro ed una lamina di metallo lungo tutto il bordo, per proteggerlo dai colpi di taglio degli avversari.
L’elmo pendeva dalla sella sul fianco grigio e sudato di Graum. Faceva troppo caldo e Aribert, questo era il nome del guerriero, non aveva motivo per indossarlo. La guerra coi Franchi era terminata l’anno precedente, quando il re Autaris era riuscito a sconfiggere l’esercito franco che aveva invaso il regno. Non era stata una grande battaglia, poco più di una scaramuccia, ma i Franchi ne avevano abbastanza del caldo, delle alluvioni e della dissenteria. Così il loro re, Childelberto, aveva accettato di buon grado di trattare la pace per ritirare le truppe oltre le Alpi, lasciando solo l’esarca a combattere i Longobardi.
Proprio allora, però, era accaduto l’imprevisto: Autaris era morto, improvvisamente, e si sospettava che fosse stato avvelenato. Del resto nessun re longobardo era mai morto naturalmente, sebbene nessuno di loro fosse caduto sul campo di battaglia.
Questo è il primo capitolo de "Il gastaldo" ambientato nell'anno 590, che negli annali fu ricordato per una lunghissima siccità.
mercoledì 30 settembre 2015
La vanverista storia delle sorelle Pescone
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Un paio di settimane fa, camminando per la Val Fatta (ma qualcuno dice Fata) a Pettenasco, mi sono imbattuto in una leggenda, scritta sul cartello qui sopra. Così, con altri, mi misi alla ricerca dei resti delle disgraziate Sorelle Pescone.
Con mia grande sconcerto la prima scoperta fu proprio sotto il ponte sul Pescone.
A quel punto fui preso da un senso di vertigine, che mi spinse a risalire la valle...
Dopo una breve camminata trovai un'altra inquietante presenza....
... e cercando attentamente una terza.
Mi rimasero però alcuni dubbi. Cos'è esattamente una storia "vanverista"? Chi ha coniato questo termine? E soprattutto perché? Così mi misi ad indagare.
Alla fine scoprii un interessante articolo del Corriere della Sera del settembre 1996, in cui il termine è utilizzato per la prima volta da un consacrato maestro del Vanverismo, il genovese Paolo Villaggio.
Durante un viaggio in barca con alcuni amici egli rilasciò infatti il suo parere lapidario sull'estate della chiacchiera a vanvera. "Noi italiani siamo malati di vanverismo."
Questa almeno è la mia ricostruzione. Vanverista, ovviamente.
venerdì 25 settembre 2015
Tolkien e Vegtam il Vagabondo
Una delle fonti di ispirazione per la figura di Gandalf, come dichiarato lo stesso Tolkien, è Odino nella sua forma di vagabondo.
Nella Ynglinga saga si racconta che Odino per bere dalla Fonte di Mimir si mise in viaggio attraverso Jötunheimr, la terra dei giganti, vestendo i panni di Vegtam il Vagabondo, che portava un mantello blu e impugnava un bastone da viaggio.
In un’illustrazione dell’Edda Poetica del 1893, Georg von Rosen disegnò Odino come un vecchio dalla lunga barba, con un cappellaccio in testa e il bastone di una lancia in mano.
mercoledì 23 settembre 2015
Misteri subacquei
Qualche tempo fa un gruppo sub molto attivo in zona ha realizzato una esplorazione sulla frana che si trova nel lago d'Orta, a Oira di Nonio, in provincia del Verbano Cusio Ossola.
Il documento è molto interessante perché per la prima volta è stata filmata la base della frana che si trova a circa 40-50 metri sotto la superficie.
domenica 20 settembre 2015
Quota 200. Un racconto giallo. Nona parte. La fine.
Mercoledì, ore 20,30
«Ciò che non riuscivo a spiegarmi all’inizio» cominciò il Maresciallo «era la sparizione del sacchetto dell’immondizia. Dall’ufficio non era stato rubato nulla e anche l’arma del delitto è stata trovata all’interno. La scomparsa di alcune pagine del dattiloscritto del Mogano e dell’intero romanzo inviato dal misterioso “Bien” mi hanno aperto gli occhi. Maccagno è stato ucciso, seduto alla scrivania, mentre portava occhiali da lettura. Stava leggendo qualcosa e l’assassino era alle sue spalle. Evidentemente era qualcuno che conosceva bene, a cui stava mostrando qualcosa di scritto. Poiché non abbiamo trovato fogli sulla sua scrivania vuol dire che l’assassino li ha rimossi, almeno in parte macchiati di sangue. Per evitare di sporcarsi ha buttato il tutto nel cestino e poi ha preso il sacchetto. Usando i guanti che si trovavano in bagno ha lavato la statuetta e l’ha nascosta nella cassetta del water per occultare ulteriormente le tracce, ben sapendo che avendo maneggiato quell’oggetto in passato qualche frammento d’impronta non l’avrebbe comunque incriminato. Ha messo il resto del romanzo inviato dal Mogano nella cassetta degli scarti, sperando che nessuno andasse a controllare.»
De Lorenzi si fermò un istante a guardare fuori. Aveva smesso di piovere.
«Tanta fatica per far scomparire un romanzo implica che questo sia la causa dell’omicidio. Cosa poteva esserci di così pericoloso? Qualcosa che Maccagno aveva giudicato strano e su cui era intenzionato ad andare a fondo, da buon appassionato di gialli. Ricevere due romanzi sostanzialmente identici da due persone diverse voleva dire che entrambi avevano attinto alla stessa fonte, copiandola ben oltre i limiti del plagio. Una colpa molto grave, soprattutto per chi desiderava riscattare la propria immagine davanti alla critica. Vero, professor Terzi?»
«Ho seguito fin qui le sue elucubrazioni, ma non capisco dove voglia andare a parare.»
«Maccagno non era uno sciocco e ha impiegato poco a comprendere che “Bien” altro non era che il suo nome camuffato con un semplice cambio di lettere: A+1=b, L-1=i, D+1=e, O-1=n. Quello che però lei non poteva sapere, quando inventò quel gioco enigmistico, era che anche un’altra persona aveva avuto la stessa idea: presentare al Maccagno come proprio il romanzo scritto da una ragazza morta tredici anni fa!»
«Queste sono cose che vanno provate, in un tribunale…»
«Stiamo controllando tutta l’immondizia raccolta nella sua zona e sulle strade che conducono da qua a casa sua. Non è un lavoro piacevole e sarà lungo, ma troveremo quel sacchetto. Esamineremo il suo computer e scopriremo il file del romanzo. Perquisiremo la casa e troveremo il manoscritto che Camilla le diede quando era sua allieva al liceo. Se l’ha conservato anche il suo diario. Cosa accadde quel giorno professore? C’è la famiglia di una ragazza di diciassette anni che da troppo tempo attende la verità. E c’è un uomo a cui non è bastato scrivere un romanzo di successo per riportarla in vita. Collabori e liberi il suo cuore da questo peso, ora!»
Terzi scoppiò a piangere e ci volle un po’ prima che si riprendesse.
«Quel giorno Camilla aveva perso il treno» cominciò accompagnato dal ticchettio delle dita di Martelli sulla tastiera. «La incontrai fuori dalla scuola sotto la pioggia e mi offrii di accompagnarla a casa. Mentre guidavo qualcosa dentro di me scattò. Non ero più il suo professore, ma un uomo che si era innamorato di lei giorno per giorno. Mi fermai all’improvviso e glielo dissi. Lei equivocò, pensò forse volessi farle del male e scappò dalla macchina sotto la pioggia. Prima che potessi scendere anch’io sentii la frenata del TIR sull’asfalto viscido. Compresi immediatamente cosa era successo, fui preso dal panico e fuggii. Ho cercato per anni di cancellare quel ricordo. Scrissi il romanzo perché la volevo disperatamente in vita. La fiamma creativa che agitava la mia mente però si spense quando misi la parola “fine”. Desideravo riaccenderla in qualche modo ma ero ossessionato dal ricordo di quello che Camilla aveva scritto. Così decisi di mandarlo a Maccagno con uno pseudonimo. Lui però comprese facilmente chi era “Bien” e mi chiese spiegazioni per telefono. Era molto arrabbiato e io ero sconvolto. Non solo rischiavo di fare la figura del plagiaro per colpa di quell’idiota di Mogano, ma temevo che sarebbe emersa la verità. Corsi da lui per calmarlo, cercai di negare, ma lui era infuriato. M’insultò. Prese i fogli e cominciò a confrontarli davanti a me. Persi la testa e presi la mia statuetta. Poi cercai di far sparire le tracce.»
Terzi scoppiò di nuovo a piangere.
De Lorenzi gli appoggiò una mano sulla spalla e guardò fuori. Il cielo era finalmente sereno. Era stata raggiunta quota 198 e 37, ma gli esperti escludevano che il livello potesse crescere ancora. Alla gente di lago non restava che attendere il deflusso della piena che aveva invaso case e negozi, con l’eterna pazienza da montanari discesi sulle sponde del grande lago.
venerdì 18 settembre 2015
Le lettere di Babbo Natale a casa Tolkien
Il 25 dicembre 1920 Tolkien cominciò a mandare ai figli delle lettere firmate Babbo Natale, in cui descriveva con poesia e ironia le sue avventure e quelle dei suoi aiutanti e amici: dall’Orso Polare agli elfi, dagli Uomini di neve all’Uomo della Luna e via discorrendo. Continuò per trent’anni, corredando le lettere coi suoi disegni.
mercoledì 16 settembre 2015
La donna che tentò di salvare il lago
Cesarina Monti, più nota come Rina Monti e, talvolta, come Rina Monti Stella (Arcisate 1871 – Pavia 1937), fu una scienziata italiana. Biologa, fisiologa, limnologa e zoologa, nel 1907 fu la prima donna ad ottenere una cattedra universitaria nel Regno d'Italia.
Alla fine degli anni Venti fu lei a comprendere, contro l'opinione di illustri e più famosi colleghi, che la causa della scomparsa del pesce dal lago d'Orta, fino a quel momento pescosissimo, era da attribuire all'inquinamento. Gli scarichi curpoammoniacali della ditta tessile Bemberg, infatti, uccidevano il plancton determinando l'interruzione della catena alimentare.
Per ricordare la storia di Rina Monti e della "Santa Bemberg"
Giovedì 17 Settembre 2015
all’Hotel L’Approdo ore 21.00
PH
Spettacolo teatrale
di Domenico Brioschi
con Floriano Negri e Domenico Brioschi
La storia del lago d’Orta e della signora Rina Monti che pose per prima la questione se Industria e Ambiente Naturale possano convivere.
Spettacolo gratuito legato al convegno Living Waters del giorno successivo
domenica 13 settembre 2015
Quota 200. Un racconto giallo. Ottava parte
Mercoledì, ore 17,15
Il lago aveva superato quota 198 e continuava a crescere, alimentato dal Toce e dal Ticino in piena oltre che da centinaia di torrenti e ruscelli di varia lunghezza. De Lorenzi però guardava la montagna alle sue spalle. Il Mottarone offriva paesaggi considerati tra i più belli del mondo, ma ora faceva paura per i corsi d’acqua ingrossati che precipitavano a valle con centinaia di metri di dislivello e una potenza in continua crescita. Ricordava bene cosa era avvenuto ad Omegna alcuni anni prima. Tutti guardavano con preoccupazione al lago d’Orta e l’alluvione era arrivata alle spalle, dalla montagna, col suo carico di morte e distruzione.
La protezione civile era in stato di massima allerta e alcune zone di Stresa erano già state evacuate in via precauzionale. Ogni uomo disponibile era prezioso, ma De Lorenzi non poteva abbandonare la pista su cui era fuggito l’assassino. Anche se per farlo occorreva seguire strane piste.
Chiuse il libro e si appoggiò allo schienale.
Un uomo che veglia la sua fidanzata in coma, raccontandole incessantemente i giorni felici trascorsi assieme e soprattutto quelli lieti che verranno. Finché lei riapre gli occhi e dice “tu ed io per sempre insieme”. Perché l’amore, se è vero, può chiedere alla vita una seconda possibilità.
Era questo il romanzo che piaceva ai giovani? Era quel “per sempre” ad affascinarli? Si ripromise di parlare di più con Camilla, finché ne avesse avuto la possibilità.
A toglierlo da quei pensieri fu Spadaro che entrò per consegnargli il rapporto sui romanzi che aveva letto. Aveva l’aria provata.
«Fammi una sintesi».
«La maggior parte sono delle vere porcherie. Alcuni sono persino pieni di errori, per non parlare delle trame inconsistenti. Quello del Mogano è l’unico scritto veramente bene. Questo per quanto riguarda il contenuto dei racconti, ma la parte interessante è l’altra.»
«Spadaro, non tenermi sulle spine che abbiamo poco tempo, su!»
«Allora, ci sono diverse cose che non tornano. La prima è che manca una decina di pagine, dalla dodici alla ventidue per la precisione dal dattiloscritto del Mogano: le abbiamo cercate ovunque ma niente da fare. La seconda è che non c’è nessun romanzo firmato “Bien”. Anche questo è introvabile, busta compresa. Vado avanti?»
«Continua.»
«La terza è che il Maccagno ha fatto varie ricerche su internet nel pomeriggio di martedì. Su Google ha inserito varie frasi tratte dal romanzo di Mogano, intervallate ad altre molto simili, ma non identiche. E in tasca aveva un foglietto su cui stava scritto “–1 e +1”.»
Martelli entrò in quel momento.
«Mi scusi Maresciallo, mi aveva detto di avvisarla immediatamente quando avessimo trovato il Rosati. È stato rintracciato in Spagna.»
«Sta rientrando?»
«Non può farlo. È stato arrestato un mese fa a Barcellona per il possesso di cocaina e da allora si trova in carcere.»
«Allora a questo punto la situazione è chiara» disse il Maresciallo. «Il difficile ora è incastrare l’assassino. Preparatevi a fare un lavoro sporco.»
Nota per i lettori: siamo arrivati al punto di svolta. Nell'ultima parte sarà data la soluzione, pertanto se volete provare a individuarla, questo è il momento!
venerdì 11 settembre 2015
Il film che Tolkien non volle
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| Forrest J. Ackerman |
Nel 1957 Forrest J. Ackerman, editore, attore, scrittore e collezionista di storie fantastiche californiano tentò di realizzare una versione cinematografica del Signore degli Anelli associandosi con Morton Grady Zimmerman e Al Brodax (quello dei cartoni animati di Popeye).
Tolkien, che odiava le trasposizioni delle fiabe realizzate dalla Disney, inizialmente apprezzò l’idea di un film di tre ore che avrebbe utilizzato una tecnica mista di animazione, figure animate e attori.
Quando però lesse la sinossi fu molto contrariato da come la sua storia sarebbe stata stravolta. Nel suo stile professorale scrisse una lunga critica del testo, in cui lo smontava punto per punto. Il progetto fu abbandonato.
mercoledì 9 settembre 2015
Living waters: per ricordare e progettare
Venerdì 18 settembre dalle 9.00 alle 16.30 a Pettenasco (No), sul Lago d'Orta, si tiene la conferenza "Living Waters", dedicata ai venticinque anni di bonifica del Lago d'Orta.
L'incontro, gratuito e aperto al pubblico, prevede al mattino contributi di relatori di fama internazionale, dedicati al valore dell'intervento di bonifica e alle nuove prospettive da raggiungere.
Nel pomeriggio si terrà invece una crociera sul lago, per osservare direttamente i luoghi coinvolti nelle azioni di recupero e le possibili nuove salvaguardie.
Giovedì 17 settembre alle ore 21 verranno inaugurati i lavori congressuali con lo spettacolo teatrale gratuito di Domenico Brioschi dal titolo "PH".
Prenotazione obbligatoria per il pubblico sul sito www.lagodorta.net
A questo link è possibile scaricare le foto in alta definizione.
A questo link è possibile scaricare il programma della conferenza, la locandina e le biografie dei relatori.
A questo link è possibile vedere il video realizzato dall'Ecomuseo del Lago d'Orta e Mottarone per il progetto divulgativo Orta Reloaded.
domenica 6 settembre 2015
Quota 200. Un racconto giallo. Settima parte
Mercoledì, ore 15,30
Alice Fraschini era una ragazza di ventidue anni con gli occhiali e l’aria di un cagnolino smarrito. Era carina, ma di quella bellezza che non attira gli uomini facendoli voltare per strada. Ci voleva piuttosto un segugio per scovarla, sepolta sotto maglioni troppo larghi e calzoni che si sfrangiavano sotto le suole basse delle scarpe.
Ricordava molto sua sorella Camilla, almeno a giudicare dalle foto di quando era ancora in vita. Camilla Fraschini era morta a diciassette anni un maledetto pomeriggio di tredici anni prima. Il brigadiere De Lorenzi era stato il primo intervenire sul posto e non avrebbe mai scordato l’immagine di quel corpo maciullato sull’asfalto bagnato della superstrada, dove era stato travolto dal camion che aveva cercato di fermare. L’autista olandese, condannato per omicidio colposo perché era al telefono e aveva bevuto troppo, aveva detto di essersela trovata davanti all’improvviso. Un’amica aveva riferito che Camilla si era accorta di aver dimenticato il diario ed era tornata a scuola a riprenderlo, ma nessuno era stato in grado di spiegare perché si trovasse in quel luogo, invece che sul treno successivo, o di ritrovare il diario. De Lorenzi non ci aveva dormito per giorni e quando un mese dopo era nata sua figlia non aveva esitato un istante a darle quel nome.
Ricordava di aver visto Alice il giorno del funerale, stretta tra i genitori in prima fila. Ma la maggior parte dei bambini diventa adulta col passare del tempo.
«Si trovava con il Mogano martedì?» chiese.
«Sì commissario» rispose mordendosi le unghie. «Eravamo a casa mia, a Domodossola, ma non stavamo facendo niente di male.»
«Maresciallo» la corresse gentilmente De Lorenzi. «Stia tranquilla, non sono suo padre. Non deve nascondermi niente.»
«Vede, a mia madre non piace che frequenti Gianni» si giustificò la ragazza. «Mio padre invece se ne frega. Non vive più con noi da dieci anni.»
«Sua madre quindi non era in casa?»
«No, col negozio non rientra mai prima delle otto.»
«Devo desumere che il Mogano sia uscito un po’ prima delle venti da casa sua.»
«Sì, credo fossero le sette e mezza.»
«Ancora una cosa. Ha letto il romanzo giallo che Mogano ha mandato a Maccagno?»
«Gianni?» rise la ragazza. «Non ci credo, ha sempre disprezzato i giallisti!»
«Ne è sicura?»
«Sì, pensi che una volta abbiamo pure litigato perché mia sorella amava scrivere racconti gialli e mi ha proprio dato fastidio che lui parlasse male della categoria.»
«Sua sorella scriveva?»
«Sì ed era molto brava, dicevano i suoi professori, ma io non ho mai voluto leggere niente. Non so spiegarlo, è più forte di me.»
Gli occhi si riempirono di lacrime.
«Mi scusi» disse soffiandosi il naso.
«Non deve scusarsi. Piuttosto, conserva ancora i racconti di Camilla?»
«No. Un anno fa abbiamo cambiato casa e siccome ora stiamo in un appartamento piccolo abbiamo buttato via un mucchio di roba.»
«Giovanni Mogano l’ha aiutata a ripulire?»
«Sì, per guadagnare punti davanti a mia madre ha fatto parecchi viaggi in discarica, ma a lei continua a non piacere.»
venerdì 4 settembre 2015
Gli Elfi di Tolkien
| Gli Elfi del Signore degli Anelli di Peter Jackson |
L’idea di Tolkien, basata sullo studio delle antiche fiabe, era che gli Elfi assomigliassero molto di più ai cavalieri di Artù, che a “quella lunga sequela di fatine dei fiori e di spiritelli svolazzanti dotati di antenne che tanto mi stavano antipatici da bambino e che i miei figli, a loro volta, detestano.”
giovedì 3 settembre 2015
Abbiamo dimenticato
Abbiamo dimenticato quando i nostri avi
fuggivano dalla violenza e dalla guerra
stipando le loro misere cose
su carretti malfermi
e navi a rischio di affondare.
Abbiamo dimenticato
l’orrore e la miseria
il sapore amaro del rifiuto
il calore di un abbraccio
e il profumo di una ciotola di cibo caldo.
E ora abbiamo paura
di guardarci nello specchio
e vedere cosa siamo diventati
da quando noi
abbiamo dimenticato.
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«Ma quali streghe!» la Maga scoppia a ridere. «La superstizione popolare le ha definite così, ma dovremmo più correttamente chiamarle fate....
"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".
Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.
Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.





















