sabato 12 agosto 2023

Incubi sul lago


La richiesta è cortese e accompagnata da un gentile sorriso. A parte questo il contenuto non può che attirare tutta la mia attenzione. Una persona si sta aggirando attorno al lago dei misteri, muovendosi in un labirinto di enigmi sulle tracce di un nome. Lo conosco bene e non mi sorprende che generi porte in faccia e risposte evasive, perché è di quei nomi che possono ancora fare paura, nonostante sia passato molto tempo.

Come potrebbe essere diversamente d’altronde per colui che fu il maestro di generazioni di torturatori? Un personaggio che si trovò personalmente a combattere creature che si facevano beffe di preghiere ed esorcismi di fronte ai quali i diavoli più potenti erano fuggiti gridando. Le cui ricerche si spinsero talmente oltre i limiti di quelle Colonne d’Ercole che sono la Morale e la Ragione che i suoi stessi libri finirono con l’essere messi all’Indice dei libri proibiti, rinchiusi dentro armadi chiusi a chiave e consultati solamente dai più alti in grado tra gli Inquisitori nelle loro notti più tempestose. Uno scrittore che nel segreto del suo studio componeva commedie che sono uno sberleffo sarcastico all’erudizione ottusa e libresca dei suoi contemporanei, insinuando il dubbio che fosse ben consapevole di quanto la vita sia una grande farsa. Una figura, insomma, che si muove in quella zona grigia tra storia e leggenda, verità e menzogna, in cui è difficile distinguere la luce dalla tenebra e basta un passo sbagliato per trovarsi faccia a faccia con l’incubo.

La notizia oltretutto giunge dopo notti, e giorni, pieni di sogni inquieti, intervallati da strani avvertimenti, con la sensazione di un imminente accadimento. Sono quelle situazioni che, quando capitano al mio amico Ottavio Errante, generano sequenze di eventi dall’esito assolutamente imprevedibile. 

Nel mio piccolo, senza farmi troppo impressionare, sono pronto ad entrare anch’io nel labirinto. Sulle tracce di Ludovico M. Sinistrari.


giovedì 3 agosto 2023

La barca delle streghe

 



C'era un tempo sul lago di Omegna una barca magica che navigava solo di notte. Su di essa si radunava una squadra di streghe che grazie ad essa compiva viaggi lunghissimi nello spazio di una notte fino ai paesi caldi e, come si credeva, persino in America. Ma poiché erano streghe gentili, e più che streghe dovremmo definirle fate, il loro viaggio non aveva il fine di compiere malefici o nuocere alle persone. Essendo mosse dalla grande passione per i fiori se ne andavano semplicemente in luoghi lontani per raccoglierne di nuovi e mai visti e riportarli sulle montagne da cui erano partite.

Una cosa singolare di queste streghe è che una parte di quanto avevano raccolto veniva deposto in una chiesa. Di questo strano fenomeno si accorse un giovane sacrestano che non capendo da dove venissero quei fiori così belli e strani, che non aveva mai visto, decise di mettersi di guardia di notte per capire chi li portasse.

Con sua grande sorpresa vide arrivare una barca, che si muoveva silenziosissima da sola nell’oscurità. Visto che a bordo non c’era nessuno decise di salire a bordo, nascondendosi sul fondo della barca in un punto nascosto, coprendosi col mantello. Ad una certa ora giunsero tredici figure femminili che salirono a loro volta sulla barca. Prima di partire quella che era evidentemente la loro guida disse “Vada per 13!”

La barca però non si mosse. Allora, senza indagare oltre, disse “vada per quanti siamo!”

A quel punto la barca prese a filare velocissima e silenziosa, quasi volando sull’acqua, col sagrestano sempre ben nascosto. Quando giunsero alla meta le streghe scesero a raccogliere i fiori e così fece il giovane, che ammaliato da quei profumi ne raccolse quanti poté. Infine, temendo che potessero partire senza di lui tornò nuovamente a nascondersi sull’imbarcazione.

Quando anche le streghe furono tornate, il viaggio fu rifatto in direzione opposta. Così, senza essere visto né molestato dalle sue compagne di viaggio, il sacrestano tutto contento tornò a Omegna, correndo dai suoi amici per mostrare quei fiori bellissimi che aveva raccolto.

Lo attendeva però una brutta sorpresa. I suoi amici cominciarono a gridare che i fiori erano stregati e la loro presenza era opera del Demonio. E già minacciavano di denunciarlo. Allora sconvolto e spaventato buttò i fiori nel lago, separandosi a malincuore da quella poetica bellezza che il cuore duro degli uomini non aveva compreso, né accettato.

martedì 1 agosto 2023

Una tisana con la Maga

 


“Prendi ancora un po’ di tisana, caro.”

Ho risalito le pendici scoscese della montagna su cui vive la Maga per andare a fondo su un mistero. Durante uno strano rituale svoltosi a Pella, una signora proveniente da un paese noto per essere patria di famose streghe e stregoni, mi ha infatti invitato a indagare su un’antica leggenda. E ora tra un biscotto e una tisana eccomi qui nello studio della Maga ad ascoltare le sue parole.

“Devi sapere, caro, che quando si parla di streghe ci si può riferire a varie figure.

Innanzitutto, comunemente si parla di quelle donne che per varie ragioni finirono sotto le grinfie dell'Inquisizione. In larga misura erano donne che non avevano fatto nulla di male ed erano state accusate per invidia. In altri casi, anche qui senza avere nessuna colpa, erano dedite a pratiche di erboristeria o curavano le malattie o aiutavano le donne a far nascere i bambini. Donne magari un po’ sole, strane, diverse, che rifiutavano di integrarsi nelle regole della società, ultime seguaci di culti sciamanici antichissimi e che per questo venivano accusate e poi in certi casi condannate.

Nelle tradizioni e nelle leggende si parla poi di streghe come donne dotate di veri poteri magici, portate a fare del male alle persone. Numerosi erano i malefici che potevano provocare. Le accuse principali erano quelle di provocare temporali e tempeste devastanti, di nuocere al bestiame, di far ammalare le persone, di provocare la sterilità, fino all'accusa gravissima di uccidere dei bambini. Si diceva anche che alcune di queste streghe fossero in grado di esercitare la fisica e quindi di trasformarsi in animali per spiare le persone o per interferire con le loro vite.

Ma c'è un ultimo tipo di streghe. Queste in realtà non erano esseri umani, ma creature fatate e se in italiano vengono chiamate streghe il nome dialettale utilizzato per indicarle era “faj”. Sono le fate della tradizione antica precristiana, quella che possiamo far risalire al mondo celtico. Creature appartenenti al Piccolo Popolo, capaci di compiere inimmaginabili prodigi. Non necessariamente cattive, come del resto le fate delle fiabe più antiche che non sono né buone né cattive ma reagiscono a seconda delle situazioni e soprattutto del modo in cui gli esseri umani si avvicinano a loro. Ecco, la storia di cui mi hai chiesto riguarda questa tipologia di streghe.

Ma prima di raccontartela voglio dirti qualcosa sul come questa storia è giunta fino a noi. Devi sapere che nell'Ottocento una ragazza napoletana dovette scappare dal Regno delle due Sicilie col padre per motivi politici. A Torino trovò anche l’amore, sposando un piemontese, ma dopo sette anni di matrimonio rimase vedova. Allora, avendo anche un figlio piccolo, si dedicò alla scrittura un po’ per passione un po’ per sostentarsi. Tra le tante opere che scrisse una fu dedicata proprio alle leggende delle Alpi. Per realizzare questo lavoro si avvalse di una serie di corrispondenti che le fornirono indicazioni relative ai vari territori. Ora, uno dei suoi cortesi corrispondenti, come li definisce, si era occupato di raccogliere per quel volume tutte le leggende della valle Anzasca, ma tra queste ne aveva scovata una ambientata sul lago d'Orta, ad Omegna. Ed è una leggenda interessante perché in fondo è una storia gentile intorno alle streghe, che normalmente sono circondate da un'aura molto negativa."


domenica 30 luglio 2023

Increspature



Dopo un anno molto tranquillo sul lago dei misteri una serie di increspature ha segnato il levarsi di un nuovo vento.

Ma andiamo con ordine. Alcune settimane fa una esperta di draghi è venuta a trovarmi e nella mia soffitta ha discusso per ore e ore di draghi. Con chi e perché è un mistero che non posso ancora rivelare. Quello che posso dire è che nei dintorni si muoveva anche una vecchissima conoscenza, un altro indagatore dei misteri apparso su questo blog in anni che sembrano appartenere a un’epoca molto remota. Una figura la cui apparizione (e sparizione) ha sempre coinciso con momenti cruciali di questo blog. È evidente che due coincidenze di questo tipo sono troppe per non essere sospette. 

Ma come se non bastasse oggi si è svolta una strana cerimonia sulla riva del lago a Pella. Mentre un gruppo di creative signore dell’associazione “Un filo per Natale” dava vita ad artistiche creazioni all’uncinetto, delle storie venivano lette, in attesa della presentazione di un bel libro dal titolo significativo, “Niente al caso” di Barbara Da Ruos e Cristina Gregori con copertina dell’artista Michela Mirici Cappa

Tra i brani letti mentre i lavori artistici procedevano ce n’erano anche alcuni tratti da questo blog, in particolare le storie della Fattoria degli animali e alcune leggende e storie legate al basilisco.

Ma mentre tra una tisana e un biscottino si discuteva amabilmente di antiche leggende una delle signore presenti mi ha lanciato una sfida, chiedendomi di raccontare un’antica storia legata alle streghe. Cosa che farò molto presto. 


domenica 31 luglio 2022

Galline con le mutande

 



Sambughetto è un paese che si trova più o meno a metà della Valle Strona ed è pieno di storia e storie interessanti. Vi potrei parlare del famoso marmo usato per celeberrimi edifici nazionali, del museo geologico che racconta quel “paradiso dei geologi” che è la valle Strona, oppure delle grotte con resti di animali estinti da migliaia di anni e le oscure leggende di streghe che da quei buchi uscivano per combinarne di tutti i colori. Oppure ancora della straordinaria capacità e ingegno degli abitanti, che si esplicò in numerosi contesti e luoghi, compresi eventi bellici che cambiarono il destino di intere regioni d’Europa.


Invece vi parlerò di galline. Sì, perché Sambughetto è un paese costruito su una rupe di roccia scoscesa e le strade e le case vi si adattano arrampicandosi le une sulle altre, collegate da scale e strade che farebbero venire un infarto a un bue di montagna. E nei tempi andati accadeva che qualche gallina, deponendo per la fretta l’uovo su un gradino o un ballatoio, lo vedesse poi rotolare fino a valle. Poiché all’epoca non si poteva sprecare nulla gli ingegnosi abitanti, secondo una leggenda ammantata di verità, idearono il rimedio adatto. Fecero indossare alle galline una specie di sacchetto raccogli uova. Da qui il detto scherzoso che a Sambughetto le galline portano le mutande.

venerdì 15 aprile 2022

La natura dei draghi

 



Inizia oggi ad Arona e durerà fino al 25 aprile una mostra sui draghi destinata a un pubblico adulto.

Alla mostra sui draghi ci saranno diorami, fossili, uova, poster e giochi per conoscere meglio la natura di queste creature fantastiche. Troverete sia draghi famosi che meno conosciuti e le specie sono accompagnate da indicazioni di carattere naturalistico che spaziano dal loro habitat allo stile di vita e ovviamente alla dieta. Ci saranno infine approfondimenti storici o artistici, con citazioni di autori famosi che hanno inserito dei draghi nelle loro opere.

Le informazioni disponibili lungo il percorso saranno integrate da conferenze tematiche disponibili on line su temi di dragologia applicata. Francesca D’Amato condurrà delle interviste per approfondire vari temi come, per esempio:

  • Allevamento in cattività di draghi, errori da evitare con Marta Cotti Piccinelli biologa e zoo keeper.
  • Amor di drago, le cure parentali nei rettili con la scrittrice e illustratrice Carla Negrini.
  • Disfida tra sauroctoni: san Giulio, san Patrizio e san Columba con il direttore dell’Ecomuseo del Lago d’Orta Andrea Del Duca.

Gli organizzatori della mostra sui draghi sono un gruppo di nerd con competenze variegate: i draghi nei diorami sono del modellista e scenografo Marco Ferrari che ha lavorato sotto la direzione scientifica di Francesca D’Amato. Il design degli allestimenti è dell’architetto Angela Martinetti, le soluzioni tecnologiche dell’ingegnere Stefano Giani. Nella mostra si potrà vedere anche una piccola parte della collezione privata di Roberto Savoini, infine l’ottimizzazione dei processi e la business intelligence di questa impresa sono merito di Tommaso Tonsi.

La mostra è stata realizzata grazie alla sponsorizzazione della Concessionaria Iveco di Borgo Agnello e con il patrocinio dei Comuni di Arona e San Maurizio d’Opaglio, oltre che dell’Ecomuseo del Lago d’Orta.

L’ingresso è gratuito, ma occorre avere mascherina e rispondere a un questionario anonimo per entrare. La visita dura circa un’ora se si leggono tutti i pannelli con attenzione.

Tutte le informazioni sulla mostra su www.naturadeidraghi.it


Di seguito la conferenza stampa della mostra. Per i curiosi, sì, ci sono anch'io.








mercoledì 23 febbraio 2022

L’anno più orribile della storia

Ogni tanto gli storici si divertono a stilare la classifica del peggior anno della storia dell’umanità. Probabilmente rientra nello sforzo consolatorio di trovare un periodo peggiore di quello che si sta vivendo. Anche perché, effettivamente, se andiamo di confronti molti motivi di lamentazione attuale vengono meno.

Uno degli anni che se non è al primo posto sicuramente sta sul podio degli anni orribili è considerato il 536. In quell’anno «il Sole sorgeva ma la sua luce non illuminava, come la Luna, per tutto l’anno. Sembrava come un’eclissi di Sole», racconta lo storico bizantino Procopio. 

Quella nebbia di origine misteriosa, che alcuni scienziati attribuiscono all’eruzione di un vulcano, durò per 18 mesi immergendo Europa e Asia nell’oscurità e dando vita alla decade più fredda degli ultimi 2300 anni. Le conseguenze furono catastrofiche. I raccolti furono rovinati e la carestia innescò una crisi sociale e demografica dalle dimensioni apocalittiche. 

L’inverno era arrivato potremmo dire parafrasando il celebre motto di Casa Stark ne Il Trono di Spade.

Esagerazioni di cronisti medievali isterici? Che un’eruzione vulcanica possa modificare il clima e innescare carestie a livello globale è cosa nota. Basti vedere cosa successe poco più di due secoli fa. A proposito, avete già letto Una lunga gelida estate? Scoprirete come un anno senza estate cambiò anche la storia della letteratura 

Tornando al secolo sesto, dopo la carestia arrivò la peste bubbonica che si diffuse a partire dall’anno 541 sterminando un terzo della popolazione dell’Impero romano d’Oriente.

E come se non bastasse ai primi due Cavalieri dell’Apocalisse, si aggiunse Guerra.

L’imperatore Giustiniano si era messo in testa di riconquistare la parte occidentale dell’Impero. L’Africa, ma anche e soprattutto l’Italia, dove stava quella Roma dai cui colli tutto era cominciato.

Con una specie di guerra lampo (533-534)  il generale Belisario riuscì a riconquistare Cartagine sconfiggendo i Vandali. L’anno successivo sbarcò in Sicilia, convinto di togliere la penisola agli Ostrogoti in breve tempo.

Ma anche allora se iniziare una guerra era facile, portarla a termine era un altro paio di maniche. I Goti si dimostrarono ben più duri di quello che pensavano i Romani e opposero una resistenza feroce, utilizzando ogni tattica, dalla guerriglia, al terrore, giungendo infine ad armare le masse di schiavi. 

Aiutati, va detto, anche dalla crisi demografica ed economica dell’impero causata dai disastri ambientali sopra descritti, nonché dagli intrighi, le invidie e le contrapposizioni all'interno dell’alto comando romano. Il risultato fu una guerra che si trascinò per vent’anni, devastando e spopolando l’Italia.

Negli anni peggiori si registrarono persino casi di cannibalismo. «Due donne in una tenuta presso la città di Rimini” racconta Procopio “rimaste sole nella villa mangiarono diciassette uomini, uccidendoli di notte mano mano che capitavano in casa; le quali furono poi ammazzate dal decimo ottavo». Episodio su cui forse dovrebbero riflettere quegli storici maschi che ritengono le donne mancanti “di sicurezza e aggressività

Quando infine Bisanzio prevalse si trovò davanti un paese distrutto. E poiché al male non c’è mai fine l’imperatore di Biasanzio chiamò un altro Cavaliere, non citato nell’Apocalisse ma ugualmente temibile: le Tasse. L’esoso sistema fiscale imposto, necessario per ripagare gli elevatissimi costi della guerra, diede il colpo finale. 

Quando nel 568, quindici anni dopo la fine della guerra Greco Gotica, un popolo che viveva in Pannonia decise di abbandonare quella terra sempre più fredda e inospitale per il peggioramento delle condizioni climatiche, invadendo l’Italia, trovò ben pochi disposti o capaci di lottare per difenderla. L’età di Roma era definitivamente tramontata e iniziava il vero medioevo.

Di tutti questi eventi abbiamo una testimonianza che viene dall’Isola di San Giulio. Qui fu scoperta infatti una lapide relativa alla sepoltura del vescovo di Novara Filakrio, morto attorno al 553/554. Che un vescovo di Novara con un nome greco si trovasse sull’isola e non nella città della diocesi negli ultimi anni della guerra Greco Gotica ha fatto pensare che fosse “sfollato” in un posto naturalmente sicuro e protetto com’era l’isola, difesa dalle profonde e pescosissime acque del lago d’Orta. Del resto Novara in quegli anni doveva essere probabilmente in rovina, considerate le violenze e le stragi causate dalla guerra. 

lunedì 14 febbraio 2022

Luoghi per innamorati

 



Ci sono nel bosco certi luoghi che un tempo si credeva vibrassero di misteriose energie soprannaturali. Sorgenti, specchi d’acqua, grotte, alberi e rocce erano la dimora di spiriti che potevano essere pericolosi o benefici, amicalmente servizievoli o crudelmente beffardi.

Contro queste tradizioni per secoli i Vescovi e i preti tuonarono dai pulpiti inutilmente. Più o meno nascostamente le persone continuarono a recarsi nei boschi, sino a epoche sorprendentemente recenti. E questo accadeva anche dalle nostre parti.

Tra le varie tradizioni una prevedeva che gli innamorati portassero l’amata presso una di queste rocce particolari e lì dichiarassero il loro amore.  Una tradizione che continua anche oggi? Parrebbe di sì a giudicare da quel che dicono i boschi, muti testimoni di passeggiate di coppia. 

Con quali risultati è difficile dirlo. Scatterà la scintilla? Durerà un mese, un anno o tutta la vita? Saranno parole d’amore scolpite nella pietra o scritte sulla sabbia? Tante, troppe sono le variabili per dare la responsabilità a un povero sassone che un antico ghiacciaio ha perduto nel bosco un po' a caso.

I Greci, che come ben sapeva Jung se ne intendevano di psicologia, consideravano Eros il più potente degli dei, giacché nessuno degli immortali poteva dirsi immune al suo potere. Ma Eros è un dio capriccioso e dispettoso, a cui piace creare una gran confusione e si diverte un mondo quando riesce a creare le attrazioni più strane e talora incompatibili.

Ma del resto che importa? Come dice il Buddha alla fine solo tre cose contano: quanto hai amato, come gentilmente hai vissuto e con quanta grazia hai lasciato andare cose non destinate a te.

I Greci comunque avevano intuito anche il legame tra Amore e i sassi. Il Santuario di Afrodite a Paphos nell'Isola di Cipro fu il più importante e il più antico dei santuari della dea, risalente alla tarda età del bronzo e in uso fino al IV secolo d.C. quando fu chiuso per decreto del cattolicissimo imperatore Teodosio. Il luogo non era casuale, perché secondo il mito Afrodite emerse dalla spuma del mare proprio di fronte a Paphos. All’interno della struttura, tuttavia, non c’era una statua. Il culto infatti era aniconico e veniva adorato un betilo, una pietra arrotondata approssimativamente conica. Scavi condotti nelle rovine del Santuario hanno effettivamente messo in luce una pietra di basalto che si ritiene potesse essere l’oggetto del culto. Se voleste vederla si trova nel locale museo.

A ben vedere, comunque, anche ai nostri tempi il legame tra l’amore e la pietra resiste, benché questa sia stata ridimensionata e collegata a certi tipi che stanno bene su un anello e si dice durino per sempre. Cosa tipica della nostra società consumistica, del resto, per la quale per dare valore a un sentimento che non ha prezzo si deve mettere mano alla carta di credito.

Nella foto il masso erratico che sorge dalle acque del Rio Zuffolone, che quelli di Suno chiamano “Preja da Scalavè” e quelli di Mezzomerico "Prion d'la Val dal Sec".


giovedì 10 febbraio 2022

Antichità di Carcegna

 



A Miasino, nella frazione di Carcegna, a partire dalla fine dell’Ottocento, furono scoperte numerose tombe facenti parte di una piccola necropoli. L’arco cronologico complessivo è piuttosto esteso e va dal II secolo a.C. al V d.C. 

Attraverso lo studio dei corredi tombali è possibile osservare la trasformazione sugli usi e costumi locali dal periodo celtico a quello della romanizzazione, quando agli oggetti della tradizione locale si affiancano prima e sostituiscono dopo quelli di provenienza romana. 

La completa romanizzazione degli indigeni si osserva a partire dall’epoca imperiale sino ad arrivare ad alcune tombe prive di corredo che testimoniano verosimilmente l’avvenuta cristianizzazione.

Una caratteristica della necropoli è la presenza di numerosi gruzzoli di monete. Non solo “l’obolo di Caronte”, la moneta deposta nella bocca del defunto per pagare il viaggio nel mondo dei morti, ma veri tesoretti monetali. Si tratta di un uso che testimonia forse la circolazione di denaro in una comunità dove l’economia locale era basata principalmente sul baratto e quindi si potevano consegnare all’eternità piccoli gruzzoli di monete.

Una situazione che si ritrova in altre zone, probabilmente da collegare alla presenza di una via di transito di cui l'antica Carcegna poteva rappresentare uno dei punti di passaggio.

Sul monte sopra Carcegna si trova un grande masso erratico di colore scuro, dove si osservano alcune coppelle. Si tratta di rituali che affondano le radici nelle tradizioni pagane, ma la cui datazione precisa è problematica considerato che la pietra è rimasta esposta, e verosimilmente anche frequentata, fino a epoche recenti.


giovedì 3 febbraio 2022

Omegna tra storia e leggenda

 



I più antichi ritrovamenti del territorio omegnese vengono da Cireggio e risalgono all’età preistorica. Nonostante alcuni altri ritrovamenti di epoca romana, è solo con il Medioevo che Omegna inizia ad emergere come centro abitato, con la presenza di un munito castello sull’altipiano di Cireggio e le mura cittadine difese da cinque porte, di cui resta ben visibile la  “Porta romana”, che in realtà risale a molti secoli dopo la fine dell'impero e coi Romani non c’entra nulla.

Dopo la vittoria del Vescovo di Novara sul Comune di Novara nel 1219 il lago d’Orta andò a costituire la Riviera di San Giulio e i Novaresi furono espulsi dal lago. Sconfitti sul piano militare decisero di giocare la carta della diplomazia e dell’intrigo per assicurarsi almeno un porto sul lago. Senza quello le merci che intendevano far transitare verso le Alpi sarebbero state gravate di dazi eccessivamente onerosi.

Poiché Omegna apparteneva ai signori di Crusinallo fu eletto podestà un certo Desiderato che era loro parente. Costui, usando abilmente lusinghe e promesse, riuscì a convincerli a vendere al Comune di Novara il borgo di Omegna e le terre circostanti per 1300 lire imperiali. Inoltre i signori di Crusinallo sarebbero diventati cittadini e soldati novaresi. In cambio vennero nominati governatori di quanto avevano ceduto. Avevano in sostanza perso la proprietà, ma mantenuto l’incarico. E in più avevano rimpinguato le casse della famiglia con un bel gruzzolo. In cambio di questo soddisfacente affare, ratificato nella convenzione dell'11 agosto 1221, il castello di Omegna ricevette il nome del podestà, diventando il Castello Desiderato.

Così almeno si narra, perché attorno alla storia di Omegna girano anche tante leggende più o meno attendibili.

Ci sono infatti leggende inventate dal popolo e altre messe in giro dagli storici, o sedicenti tali. A cui spesso vengono a dare manforte gli scrittori, che per professione devono inventare. Così attorno a Omegna sono sorte alcune storie abbastanza divertenti.

A cominciare dal nome, che alcuni vorrebbero far derivare da “Vae Moenia!” grido lanciato da Giulio Cesare dopo aver vanamente tentato di conquistare la città. Ora, a parte che l’episodio non è citato in nessuna fonte, sarebbe bene ricordare che il famoso conquistatore dell’intera Gallia, il trionfatore degli Elvezi e dei Germani, che aveva portato le insegne di Roma oltre la Manica e il Reno, espugnando fortezze, campi trincerati e città difese da eserciti ben superiori alle sue forze, aveva la carica di Proconsole della Gallia Cisalpina. Di cui il territorio di Omegna, ammesso che ai suoi tempi esistesse come villaggio, faceva parte integrante. E non si comprende perché avrebbe dovuto opporsi al proprio governatore.

Secondo lo scrittore Gianni Rodari nelle acque della Nigoglia fu trovata un'iscrizione in dialetto locale che recitava: «La Nigoeuja la va in su; e la legg la fèm nu!» («La Nigoglia scorre in su; e la legge la facciamo noi!»). Un modo per sottolineare l’indipendenza degli Omegnesi, che del resto si ritrova in un’altra leggenda.

Si racconta infatti che un giorno San Giulio, dopo aver cacciato i draghi dall’isola, cercò di sbarcare anche a Omegna. Ma gli abitanti non lo lasciarono avvicinare e presero a bersagliarlo con le rape. Per questo motivo nel territorio di Omegna, maledetto dal santo, le rape non crescono.


lunedì 31 gennaio 2022

San Giulio, i draghi e un dolce pensiero

 



Scavi condotti alla fine del secolo scorso sull’isola di San Giulio, hanno portato alla luce frammenti ceramici di età preistorica, inquadrabili in un lungo arco di tempo, dal neolitico all’età del ferro, vale a dire dal IV al I millennio a.C. 

A questa frequentazione sembra seguire una fase di abbandono, databile all’età romana che si interrompe improvvisamente con la costruzione di un edificio di culto paleocristiano nel V secolo d.C.

Le testimonianze dell’archeologia supportano una vicenda storica narrata da un testo di età longobarda, che contiene la Vita di san Giulio. In essa si racconta di come, alla fine del IV secolo, il prete Giulio nativo dell’isola greca di Egina giunse sul lago col fratello Giuliano. Dopo aver costruito insieme una chiesa a Gozzano (l’attuale San Lorenzo), Giulio proseguì il viaggio da solo, desiderando fondare la sua centesima chiesa sull’isola in mezzo al lago. 

Nonostante le lettere rilasciategli dall'imperatore Teodosio, che regnò dal 379 al 395, in cui si ordinava a ogni ufficiale dell’impero di dargli assistenza nel compito di abbattere gli altari pagani e sostituirli con chiese cristiane, tutti i barcaioli si rifiutarono di accompagnarlo sull’isola. Per timore, dicevano, dei velenosissimi draghi che la infestavano e che rendevano pericoloso avvicinarsi a meno di un tiro di freccia. Giulio non si diede per vinto e percorsa la costa occidentale sino alla punta Casario, prese il proprio mantello di cuoio impermeabile e lo trasformò in una imbarcazione, con cui raggiunse l’isola. 

Secondo la leggenda ordinò ai draghi di lasciare quel luogo, confinandoli su una scoscesa rupe piena di anfratti che si trova sulla costa occidentale, il Monte Camosino, e si diede a costruire la sua ultima chiesa.

Attorno a questa, che dopo pochi anni ospitò la sua sepoltura, si riorganizzò la vita del territorio, facendo dell’Isola il centro di evangelizzazione del lago, che da allora e per oltre mille anni prese il nome di Lago di San Giulio.

Oggi, 31 gennaio, si celebra la festa di San Giulio e da ogni paese i pellegrini si recano all’isola per pregare sulla tomba del santo. Da alcuni decenni le monache benedettine dell’Isola hanno aggiunto una nota dolce alla festa, inventando la ricetta dei Panini di San Giulio, che si preparano solo in questa occasione. Era una loro idea, nata in una fredda sera di gennaio, mettendo insieme quei pochi ingredienti che avevano a disposizione per offrire ai pellegrini una dolce accoglienza. 

Solo in seguito scoprirono che anticamente esisteva l’usanza di offrire ai pellegrini dei “paniculi” benedetti. Senza saperlo, e forse ispirate dall’antica saggezza di un luogo sacro da tempi antichi, avevano ridato vita a un’antica tradizione.


mercoledì 26 gennaio 2022

Un'antica chiesa di Gozzano



Un viaggiatore che scendesse alla nuova stazione di Gozzano, sulla linea Novara Domodossola, avrebbe due alternative. Dirigersi verso il centro, oppure voltare le spalle alla cittadina e andare alla scoperta di un misterioso edificio.

Se siete viaggiatori di questo secondo tipo potete seguirci. 

Occorre passare sotto il ponte ferroviario e riemergere dall’altra parte. Sulla destra un’area verde attira immediatamente lo sguardo. Al centro di una radura sorge una chiesetta romanica, dedicata a San Lorenzo.

Il luogo è decisamente antico. Secondo un'antica tradizione i santi Giulio e Giuliano fondarono in questo luogo la loro novantanovesima chiesa. Verosimilmente lo fecero sui resti di un antico luogo di culto pagano, perché quella era la loro missione, per la quale avevano lettere firmate dal cattolicissimo imperatore Teodosio I, colui che impose il cristianesimo niceno come credo ufficiale dell’impero romano, proibendo tutti i culti pagani.


Scavi archeologici condotti all'interno della chiesa, che è aperta solo in alcune occasioni, hanno messo in luce varie sepolture di età longobarda. Hanno individuato anche un cenotafio dove in antico si conservavano le reliquie di San Giuliano. Non sono più lì da oltre mille anni, perché nel X secolo furono traslate nella nuova chiesa a lui dedicata, che si trova sulla rocca, protetta dalle mura dell'antico castello.


La copertura di una delle tombe altomedievali era costituita da una grande lastra di pietra. Con grande sorpresa, una volta sollevato questo coperchio si scoprirono sulla superficie inferiore misteriose lettere incise. Non si trattava di un’iscrizione longobarda e tantomeno medievale. Rispetto alla tomba era circa mille anni più antiche. I caratteri infatti erano incisi nell’alfabeto celtico d’Italia e l’iscrizione, una volta tradotta, recitava “Ad Autesa dedicò Petua…”. 


La scritta era interrotta per la rottura della pietra, per cui non sappiamo se Petua, certamente una donna, fosse sola nella dedica. Il fatto che il suo fosse il primo nome fa pensare che, ammesso vi fossero citate altre persone, dovessero essere tutte di sesso femminile. Donne quindi che dedicano a una donna. Il cui nome tuttavia è mancante del patronimico, vale a dire il nome del padre, il modo con cui i Celti indicavano quello che noi chiameremmo cognome.


Chi era dunque questa Autesa? Una defunta, oppure qualcuna il cui nome poteva essere indicato senza possibilità di errore? Una dea forse? Nel Novarese ci sono varie iscrizioni celtiche in cui personaggi della comunità dedicano uno spazio sacro a una divinità.

E cosa rappresentano i misteriosi segni incisi sotto la scritta? Una ruota a quattro raggi, che richiama le famose croci celtiche ed è un simbolo antichissimo connesso alla ruota solare. E un altro segno decisamente più enigmatico, con due semicerchi sovrapposti e contrapposti.

Una divinità del cielo, come ipotizzano alcuni? La Madre di Lug, la cui festa cadeva ai primi di agosto, giorni in cui forse non casualmente si colloca la festa di San Lorenzo? 

Ed è un caso che la dedicazione antica della chiesa, secondo il Vescovo Bascapé, non fosse a San Lorenzo, ma alla Beata Vergine?

Non basta. Lug il Luminoso, che i Romani interpretavano come Mercurio e che Giulio Cesare diceva essere la più importante divinità tra i Galli in realtà è forse più assimilabile al re degli dei germanici, Wotan/Odino, con cui condivideva l’arma che portava in battaglia, una lancia simboleggiante il fulmine.

Ed è sempre un caso che i vecchi dicessero di stare lontani dalla chiesa di San Lorenzo durante i temporali? E per suffragare questo avvertimento raccontavano questa storia.


All’inizio del Novecento un fabbro che stava conducendo una mucca scomparve durante una tempesta. Fu ritrovato il giorno dopo in stato confusionale, il braccio carbonizzato. L’animale invece fu trovato morto vicino alla chiesa, ucciso dal fulmine.


lunedì 24 gennaio 2022

Sono ancora qui

 



Molto tempo è passato dall’ultimo post pubblicato. Così tanto che la nebbia è salita e ha avvolto la seconda isola e tutto il lago dei misteri. Occorre fare attenzione a queste misteriose cortine bianche che avvolgono e tutto fanno svanire, dove si possono fare inquietanti incontri

Ma il tempo è cambiato, un vento nuovo si è alzato, l’isola è ricomparsa e con lei sono tornato io. Chi sono? Inutile spiegarlo ai vecchi lettori di questo blog. Per gli altri, io sono il lago dei misteri, l’anima di questo luogo che per molti anni ha ispirato la scrittura di un blogger che si fa chiamare Alfa.

Tante altre cose naturalmente sono successe nel frattempo, ma sarebbe inutile e di poco interesse parlarne. Piuttosto, tante domande sono rimaste in sospeso e molte altre sono sorte.

Del resto, che qualcosa sia in movimento da tempo è avvertibile anche da altri segnali.

Cosa ci facevano alcune delle menti più draghesche della zona col volto travisato davanti a una galleria d’arte ad Arona? Perché Alfa era presente? Cosa stava macchinando?

Soprattutto, cosa combinerà ora che può contare sull’aiuto di due nuovi aiutanti, entusiasticamente lanciati alla ricerca dei misteri del lago d’Orta? Riuscirà a tenerne a freno l’entusiasmo? O si lascerà trascinare in qualche avventura, vincendo la sua proverbiale e atavica pigrizia? Alcuni dicono di averlo avvistato aggirarsi in cerca di certi antichi massi presso cui, si mormora, un tempo si svolgevano arcani rituali. Pare anche che ne abbia trovati due e mezzo, recentemente. Sarà vero?

Come sarà andata a finire la storia dell’incontro con la ragazza del sogno

Nell’ultima puntata la scena si è svolta di fronte a una lapide, ma come proseguirà la vicenda

Alfa dovrà ricorrere ancora all’aiuto dell’amico Ottavio Errante? Il quale nel frattempo ha proseguito la sua collaborazione con A6Fanzine  su cui abbastanza presto apparirà un suo nuovo racconto. Come dite? Non avete idea di chi sia l’Errante? Niente paura, se non avete voglia di cercarne le tracce nelle pagine di questo blog, usando le etichette o la funzione “cerca” prima o poi avrete modo di incontrarlo. 

E con lui i personaggi che si muovono attorno al lago d’Orta, un pezzo di Piemonte dove si possono incontrare pietre di antica sacralità, castelli pieni di storie e memorie, luoghi leggendari, profezie minacciose, creature fatate e tanto altro ancora.

Un lago che, per chi sa andare oltre la superficie, non è “il lago romantico per eccellenza" perché io sono “il lago dei misteri”.


sabato 18 maggio 2019

La ragazza del sogno – Parte 9



Appuntamento al camposanto

Il cimitero si stende accanto alla chiesa di San Martino. Un tempo qui attorno si seppellivano i morti di Ingravo, ma con la scomparsa del paese anche questa abitudine si perse.

Il 12 giugno 1804 il Décret Impérial sur les Sépultures emanato da Napoleone a Saint-Cloud e per questo più noto col nome della cittadina francese, stabilì che le sepolture fossero poste fuori dai centri abitati, in luoghi soleggiati e arieggiati. E il cimitero fu riportato accanto alla chiesa.

Questi ultimi passi dalla chiesa al camposanto sono stati i più faticosi da compiere. Il cammino è iniziato lontano da qui, molto tempo fa, e si è snodato attraverso nebbie e misteri. Ho ascoltato antiche leggende e visto sorgere nuove superstizioni. Ho combattuto per bandiere senza speranza di vittoria. Ho errato, mi sono perso e ritrovato. Sono caduto sette volte. Otto mi sono rialzato. 

“Coraggio è quello che ci vuole per alzarsi e parlare; il coraggio è anche quello che ci vuole per sedersi e ascoltare” disse un uomo che ne sapeva di guerra e di pace. 

Percorro lentamente i viottoli del cimitero cercando un nome che non conosco, lasciandomi guidare più dall’istinto più che da una razionalità che ho lasciato indietro. 

Ogni lapide racchiude una storia che mi è sconosciuta. Volti antichi e recenti, giovani e anziani osservano silenti il mio vagare, mentre il tempo scorre inesorabile e i cancelli stanno per essere chiusi.
Sono certo che oggi, in questo luogo, avrò la risposta che sto cercando, ma non ho idea di quale possa essere.

Improvvisamente lo sguardo è attirato da una lapide. I rami di una pianta deposta da mani sconosciute nascondono la scritta. Mi chino per scostarli e leggere quel nome.

“Ti stavo aspettando da molto tempo”.

La voce alle spalle mi fa girare di scatto. I lunghi capelli sciolti, le braccia tese lungo i fianchi, lei è lì.

Parte 8

FINE

domenica 27 gennaio 2019

La ragazza del sogno - Parte 8



La spada di San Martino

La chiesa sovrasta la fertile piana, quasi volesse benedirla col suo benefico influsso. San Martino è un santo legato al mondo agricolo e pastorale. L'undici novembre, giorno della sua festa, era un giorno importante per i braccianti e i mezzadri che, approfittando dell'estate di San Martino, "facevano San Martino". Carri carichi delle poche masserizie di proprietà portavano tutta la famiglia in una nuova cascina se il precedente proprietario non aveva rinnovato il contratto e il capofamiglia era riuscito a trovare un nuovo ingaggio. 

San Martino è patrono di una pluralità di soggetti tra i quali troviamo i militari, ma anche i forestieri e i mendicanti. Il motivo è legato alla famosa vicenda che lo vide protagonista. In una fredda notte dell'inverno del 335 dopo Cristo s'imbatté in un poveraccio seminudo che stava morendo di freddo. Martino indossava invece la clamide, il caldo mantello militare di lana, che era parte della sua uniforme militare. Non prestava servizio tra le truppe combattenti, ma nella guardia imperiale a cavallo che aveva il compito di sorvegliare le guarnigioni e svolgere funzioni di controllo e scorta di personaggi importanti.

Quel pattugliamento notturno l'aveva portato invece a incontrare quel mendicante che chiedeva aiuto. Avrebbe potuto tirare dritto, poiché non era compito suo aiutarlo. Altri l'avrebbero persino minacciato perché stava intralciando un pubblico ufficiale. Martino prese il mantello e lo divise a metà. Aveva fatto la sua scelta, tagliente come la lama di una spada.

La notte seguente sognò Gesù che raccontava ai suoi angeli di come quel soldato l'avesse rivestito. Al risveglio trovò il mantello miracolosamente integro e di lì a poco si fece battezzare. Restò nei corpi scelti per altri vent'anni, le persecuzioni contro i cristiani erano terminate da tempo, continuando a operare per il bene, fino a quando si congedò iniziando un'intensa vita religiosa che lo portò a diventare vescovo di Tours.

Guardo la spada di Martino, raffigurata nei magnifici affreschi della chiesa del perduto paese di Ingravo e penso come in certi momenti non puoi più permetterti di stare nel mezzo e la scelta debba essere netta, perché o stai di qua o stai dall'altra parte.

Il ricordo vola a un fatto che mi è stato raccontato più volte e che accadde nel lungo inverno dell'anima che andò dall'otto settembre del 1943 al 25 aprile del 1945. Due ragazzi, un fratello e una sorella, nascosti in una villa a San Maurizio d'Opaglio. Ricercati, braccati, con l'unica colpa di essere ebrei. Nascosti da persone di buon cuore, nel modo apparentemente più semplice. Se vuoi occultare una mela, mettila tra le mele. Ma due ragazzi che non vanno mai alla messa, in un piccolo paese cattolico, possono indurre qualcuno a sospettare. Le spie possono essere ovunque, non ti puoi fidare di nessuno. D'altro canto sono le autorità a sollecitare le denunce ed esistono specifiche leggi razziste. Solo che ora accanto ai fascisti ci sono anche i nazisti e si sa che cercano i giudei per portarli via. Li prendono e non si sa dove li portino, ma nessuno torna indietro. Mai.

Ecco allora i due ragazzi messi in fila con gli altri per ricevere l'Eucarestia. Certamente il prete sa chi sono. Molti hanno capito. Nessuno li denuncia. La scelta è stata fatta. Arriva la fine della guerra e possono tornare a casa e ricominciare a vivere. 


Questa è l'ottava parte de "La ragazza del sogno".

Settima parte

Continua



giovedì 3 gennaio 2019

La ragazza del sogno - Parte 7



Credenze antiche e superstizioni moderne

La strada che porta al cimitero di Ingravo attraversa campi coltivati che, sotto lo sguardo benevolo di San Martino, riposano in attesa del momento in cui crescerà il granoturco. Nonostante il sole e le temperature di giorno siano alte siamo ancora nel pieno delle dodici magiche notti. Da Natale all'Epifania, passando per il Capodanno, mentre le giornate, superato il solstizio, vanno rapidamente allungandosi.

Si dice che in questo periodo ogni cosa possa accadere. Misteriose presenze popolerebbero infatti le lunghe notti. Non è solo Babbo Natale, che del resto da queste parti è arrivato abbastanza recentemente. Fino a un secolo fa era la Befana a essere attesa dai bambini. Non portava solo i regali, ma compiva gesta straordinarie. Come quella di attraversare il lago dividendone le acque. Ovviamente di notte, quando tutti dormono e nessuno può vedere, ché certe cose è meglio farle lontano da occhi indiscreti.

Sono anche presenze inquietanti. Come le legioni di spettri e demoni che si aggirano l'ultima notte dell'anno per andare a convegno con le streghe. Contro di essi un tempo si battevano pentole e tamburi. Oggi si ricorre agli assai più rumorosi botti, che terrorizzano principalmente i poveri animali, domestici e selvatici, mentre i demoni se ne fanno un baffo e anzi li apprezzano certamente per l'odore di zolfo e la scia di morti, feriti e stupida devastazione che lasciano dietro di sé.

Un tempo contro queste orde andavano a guerra i "nati con la camicia". Almeno stando ai racconti dei Beneandanti, come erano chiamati, che il giorno dopo narravano di epiche battaglie combattute a colpi di rami di finocchio contro streghe e stregoni. E c'è da scommettere che qualcuno offrisse loro da bere per ascoltare queste storie.

Oggi nessuno li crederebbe più, benché siano molti i creduloni pronti a dar fede a qualsiasi cialtrone la spari grossa nella piazza virtuale, seminando balle e inganni di ogni genere. Soprattutto se apre il suo racconto con "questa ve la vogliono tenere nascosta", "non ve l'hanno mai detto" e simili parole magiche con cui incantare i gonzi e possibilmente scucir loro qualche marengo in cambio di una boccetta d'acqua zuccherata o qualche altro improbabile rimedio per tutti i mali. Imbroglioni che nel vecchio west, quando venivano smascherati, finivano coperti di pece e piume, mentre oggi qualche trasmissione TV gli dedica persino parecchi minuti del suo costosissimo tempo. 

Per dire che a volte hanno veramente ragione quelli che dicono che un tempo si stava meglio.

Questa è la settima parte de "La ragazza del sogno".

Sesta parte

Ottava parte

lunedì 24 dicembre 2018

La ragazza del sogno - Parte 6


Il paese che non esiste più

I paesi sorgono lentamente. Una casa isolata di contadini nella campagna, accanto a una piccolo sentiero, a cui progressivamente se ne aggiungono altre, mentre il viottolo diventa una via che va a collegare ad altri gruppi di case. Talora la crescita viene accelerata dal passaggio di viaggiatori e commercianti, che hanno bisogno di punti di sosta e ristoro, o dall'insediarsi di artigiani che trovano le giuste condizioni per produrre e vendere i propri oggetti. Talaltra il paese esplode, crescendo in maniera esponenziale per il continuo arrivo di nuove persone in cerca di condizioni migliori di vita e di lavoro. E da un piccolo centro nasce una città.

Capita però che il processo si interrompa. Può avvenire per drammatici eventi esterni. Guerre, epidemie, terremoti, epidemie, eruzioni vulcaniche possono distruggere le case e indurre le persone a trovare un luogo migliore e più sicuro dove ricostruirle. Ma ciò può accadere anche per lenta emorragia. Una famiglia se ne va, un negozio chiude, una casa abbandonata non trova persone che vogliano occuparla e poco alla volta, o rapidamente, il paese si svuota. Alla fine non restano che mura che crollano, finché la natura riprende il sopravvento. L'edera e i rovi riempiono gli spazi un tempo occupati dagli amori e dagli odi, dal lavoro e dal riposto. E cosa resta di tante vicende umane? Spesso null'altro che qualche sasso, buono per tirare su un muretto di confine di un campo. Rubato anche quello, secoli dopo nessuno potrebbe immaginare che in quel luogo un tempo sorgesse un paese.

In Cento anni di solitudine sono narrate le vicende del villaggio di Macondo, dalla sua fondazione ad opera di José Arcadio Buendía e sua moglie Ursula Iguarán, alla sua totale distruzione ai tempi della settima generazione dei Buendía, come predetto dalle antiche pergamene dello zingaro Melquíades.

Ma non occorre andare in America per trovare villaggi misteriosamente scomparsi. Mi basta risalire le vie di Bolzano Novarese. Il paese sorge su una serie di terrazze naturali che digradano sul versante occidentale delle colline che separano il Cusio dalla valle dell'Agogna. Un luogo ricco d'acqua e ben soleggiato, da cui si vedono la torre del castello di Buccione e il Monte Rosa.

Superata la casa torre medievale e le misteriose incisioni di volti umani sul lato della via, lasciata alla mia sinistra l'antica chiesa parrocchiale risalgo ancora per la stretta via, fino a raggiungere la sommità dell'altura, dove trovo fertili campi coltivati. Nessuna abitazione, nessun muro sorge in questo luogo, eppure io so che qui, mille anni fa sorgeva un piccolo paese. Cosa resta dei suoi cento e cento Natali festeggiati nelle case le cui porte si aprivano su piccole strade in terra battuta? Solo polvere e poveri resti che forse un giorno qualche archeologo scoprirà nel sottosuolo.

Lo so perché il suo nome compare in pergamene più antiche di quelle di Melquíades, che nulla però ci dicono del mistero della sua scomparsa. Fu la peste, un incendio, l'azione furente di nemici implacabili? O fu solo il lento migrare dei suoi abitanti verso il sottostante borgo di Bolzano?

Certo non fu poca cosa all'epoca. Una chiesa romanica sorge ancora, accanto al cimitero, a tramandarne il nome. Un edificio riccamente affrescato, dedicato a San Martino protettore, tra gli altri, dei viaggiatori e degli albergatori. Segno probabile che un tempo di qui passava una via ben più importante della strada che ora conduce a Invorio.

È quindi alla chiesa di San Martino di Ingravo, questo il nome del paese scomparso ma conservato in quello della chiesa, che mi recherò nella prossima tappa del mio viaggio, per tentare di dare risposta all'enigma.


Questa è la sesta parte de "La ragazza del sogno".

Settima parte


Hai perso le prime parti? eccole

Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
Quinta parte





domenica 21 ottobre 2018

La ragazza del sogno - Parte 5


Dove il filo di ferro fu battuto e sciolto

Ottavio arrivò con un libro dalla copertina blu, estratto da un cofanetto del medesimo colore. Rapidamente scorse l'indice di uno dei quattro volumi finché trovò la storia che cercava. 

Alla fine dell'Ottocento nel paese di Gozzano si riunì un gruppo di sfaccendati frequentatori di osterie che, bicchiere dopo bicchiere, diede ascolto alle parole del più balordo della compagnia. 
Egli parlava un linguaggio facilmente intendibile anche per le menti più semplici e le sue parole erano così chiare e gradite che non si poteva non dargli ragione.
"Perché dobbiamo pagare ogni volta il vino all'oste, quando sarebbe assai più comodo e divertente bere a gratis?"
Il punto era come trasformare questa idea in realtà. Anche qui però la soluzione era semplice. 
"Se siamo abbastanza numerosi, entriamo, ordiniamo, beviamo e ce ne andiamo senza tirare fuori un soldo. E se qualcuno non è d'accordo... giù botte!"
Tra gli applausi nacque così la "Compagnia del filo di ferro", che in dialetto locale suonava "cumpagniä dal fil de fèer", e che in breve divenne il terrore di osti e avventori in tutti i paesi a sud del lago d'Orta, da Briga a Vacciago e da San Maurizio a Gargallo.
Una di queste incursioni colpì a sorpresa anche il paese di Bolzano Novarese, suscitando l'indignata reazione degli abitanti, che si riunirono a consiglio per far fronte all'emergenza.
All'epoca ancora il telefono e le automobili non esistevano, pertanto l'idea di richiedere l'intervento rapido della forza pubblica era impraticabile. Nel tempo in cui un messaggero fosse arrivato a Gozzano o Orta per chiedere aiuto la Compagnia si sarebbe facilmente data alla macchia, non senza aver prima creato danni e violenze. Non c'era che da arrangiarsi da soli. 
Fu così escogitato un piano ben preciso e si restò in attesa degli eventi, che non tardarono a verificarsi.
Una domenica, mentre gli uomini erano tutti in chiesa a cantare i Vespri, la Compagnia fece il suo ingresso in paese, contando proprio sulla scarsità di avventori nell'osteria.
Non sapevano però che sentinelle erano state poste. Appena furono avvistati un messaggero corse in chiesa a dare l'allarme. Il parroco non solo era al corrente della cosa, ma aveva dato la propria benedizione e fornito ottimi consigli. Più che ai Vangeli si era probabilmente lasciato ispirare dal Vecchio Testamento, forse da questo passo dell'Ecclesiaste.

Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. [...]
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

Sia come sia, al segnale convenuto e con l'accordo del parroco, tutti gli uomini lasciarono la chiesa e il canto alle donne e si precipitarono nei posti convenuti.
All'ingresso dell'osteria si presentò il Giganti, che già dal nome si comprendeva essere l'uomo più forte di Bolzano, e a male parole ingiunse alla Compagnia di sgombrare. 
Accecati dall'ira e dall'alcol i bulli si gettarono su di lui per dargliene tante, ma si trovarono di fronte a una brutta sorpresa.
Invece di combattere, l'uomo li prendeva di peso a uno a uno e letteralmente li scaraventava fuori. Qui non avevano nemmeno il tempo di rendersi conto di dove si trovavano perché li attendeva un nodoso randello, maneggiato a due mani da un secondo uomo. Il colpo era così forte e inaspettato da spingere istintivamente i malviventi verso l'unica via di fuga, una stretta strada in discesa. Dove però li attendeva un'amara sorpresa. Dietro ogni porta stava nascosto un uomo con un bastone, pronto a caricare di legnate qualunque cosa si muovesse.
Fu così che la fuga dei compari si trasformò in una Via Crucis di dolore, contrassegnata da botte da orbi che piovevano da tutte le parti a cui inutilmente tentavano di sottrarsi gridando, correndo e rotolando.
I buoni consigli del parroco fecero si che quel giorno delle molte legnate che furono caricate sui gropponi nessuna colpì punti vitali come la testa. 
La Legge, infatti, che fino a quel momento aveva dormito il sonno dei giusti, non avrebbe certo potuto chiudere un occhio davanti a uno o più cadaveri, mentre un po' di ossa rotte sarebbero state considerate il risultato delle classiche risse tra ubriachi.

Fu così che, per parafrasare il celebre Bollettino della Vittoria scritto in ben altre circostanze un secolo fa, la Cumpagniä dal fil de fèer fu annientata. I resti di quella che era stata la più temuta banda di furfanti del basso Cusio discendevano in disordine e senza speranza la strada che avevano risalito con orgogliosa sicurezza.
Quel giorno la Compagnia si sciolse e nessuno ebbe più l'ardire di riformarla. La domenica successiva in compenso giunsero a Bolzano delegazioni da tutti i paesi vicini per festeggiare la vittoria con grandi bevute. A pagamento, naturalmente, anche se qualche brindisi offerto ci fu di sicuro.

"Sembra la conclusione di una delle classiche avventure del piccolo villaggio gallico dell'Armorica" osservo divertito. "Che sia per via delle antiche radici celtiche? Ad ogni modo ora che sappiamo dove il filo di ferro fu battuto e si sciolse sarà facile risolvere la seconda parte dell'enigma!"



Nota 1. Il libro che Ottavio ha in mano è Bolzano si racconta. Un paese. il suo consueto vivere, di Stefano Umberto Frattini. La storia della compagnia, tratta da "Paese nuovo" del 1977, che raccolse la testimonianza di un ottantenne, si trova alle pagine 60-62. Mi sono divertito a riscriverla. Spero vi piaccia anche questa versione.

Nota 2. La testa incisa si trova a Bolzano Novarese e ne testimonia le antiche origini medievali.



Questa è la quinta parte de "La ragazza del sogno".

Sesta parte

Qui trovi le puntate precedenti

Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte

Continua

mercoledì 19 settembre 2018

La ragazza del sogno - Parte 4


Conversazione in biblioteca

I raggi del sole al tramonto attraversavano i vetri della biblioteca dopo aver dipinto con colori d'acquarello le nubi sopra il Monte Rosa. Le due tazze in porcellana inglese sul tavolino in radica contenevano ormai poche gocce del tè che Amar aveva preparato secondo le regole di una sapienza antica.
"Cosa ne pensi?" domandai.
Ottavio si appoggiò allo schienale della poltrona. Le dita giunte arrivarono a sfiorare le labbra, quasi a voler aiutare le parole a trovare la strada.
"Se mi avessi posto questa domanda alcuni anni fa ti avrei risposto in modo molto razionale, attribuendo alla casualità la strana coincidenza tra il sogno che hai fatto e la lettera che hai trovato nascosta sotto la pietra. Non sarebbe stata una vera risposta, perché non ti avrei dato una reale spiegazione, ma probabilmente avrei contribuito a riportare un po' di tranquillità alla tua anima."
Sorrise, come se stesse ricordando i giochi di quando era bambino.
"Oggi, dopo quello che ho avuto modo di vedere e conoscere, potrei dirti che esistono forze soprannaturali che si pongono al di fuori del nostro piano di esistenza, ma che ogni tanto interferiscono con esso."
Mi sembrò che cercasse le parole fuori dalla finestra.
"Ci sono cose che si muovono nelle tenebre che sfuggono alla nostra comprensione. Alcune solo per l'insufficienza dei nostri mezzi di indagine, altre per l'impossibilità di spiegarle razionalmente. Mettiamo che tu abbia una certa capacità di sentire, diversa da quella della maggior parte degli altri. Poniamo che le porte della tua percezione si aprano, o si possano aprire in situazioni particolari, su percorsi che conducono ad altri piani di esistenza. Ad altri mondi forse. Ci sono libri che parlano di passaggi occultati, di porte sigillate in ere remote. Come anche di creature in grado di superare queste barriere. Bene, sia come sia, potresti aver intercettato nel sogno un atto reale, il porre sotto una pietra in un luogo particolare un messaggio di aiuto, e averlo portato sul piano della tua memoria."
Mi guardò, forse per comprendere la mia reazione.
"Tuttavia mi rendo conto che nemmeno questa è una spiegazione, oltre a non essere soddisfacente, in quanto non risponde alla tua domanda."
"Chi è quella ragazza e perché ha bisogno del mio aiuto?" 
"Questa è la domanda fondamentale. Per scoprirlo dovrai risolvere l'enigma che si cela nelle sue parole, anche se forse sarà solo l'inizio del tuo viaggio."
"Dove il filo di ferro fu battuto e si sciolse, cerca il paese che non c'è più" mormorai. "Potrebbe essere un maglio. Ce n'erano diversi che utilizzavano l'acqua dei torrenti attorno al lago d'Orta e nella valle dell'Agogna, se non fosse che un filo di ferro battuto non si scioglie. A meno di metterlo in un altoforno, naturalmente, ma non mi sembra questo il senso dell'enigma."
"No, infatti, non credo proprio."
"E poi c'è la questione del paese che non c'è più" osservai. Di quelli ne abbiamo diversi. Compaiono nelle carte medievali e anche posteriori per poi scomparire dalla storia per l'abbandono da parte dei loro abitanti. Paesi fantasma potremmo definirli ormai. Di cui spesso restano pochi ruderi o nessuno proprio. Pestilenze, guerre, incendi o semplice abbandono. Talora è impossibile dirlo. Mi domando però che nesso possa esserci tra un filo di ferro e un paese abbandonato..."
"Aspetta!" gridò battendosi una mano sulla fronte e alzandosi. "Mi sono ricordato di una vecchia storia, che risale forse a un secolo fa più o meno. L'ho letta in un libro che deve essere qui da qualche parte."
Ottavio si mise a cercare tra gli scaffali, mentre la mia curiosità cresceva.


Questa è la quarta parte de "La ragazza del sogno".

Quinta parte


Qui trovate le puntate precedenti

Prima parte 
Seconda parte 
Terza parte 

venerdì 31 agosto 2018

La ragazza del sogno - Parte 3



La Dimora degli Erranti

Le case di questo piccolo borgo circondato dalla foresta si sporgono su vicoli stretti. Un tempo era una forma di difesa contro i predatori a quattro e due zampe che si aggiravano nell'oscurità della notte. Alla sera bastava chiudere i robusti cancelli agli ingressi del paese per trasformarlo in un fortino.
Ora le case pericolanti, puntellate frettolosamente dal comune, costituiscono un pericolo per chi osi avventurarsi tra quelle rovine abbandonate da anni. Dove un tempo lavoravano e combattevano, invidiavano e amavano settanta famiglie ora non restano che case dai tetti sfondati e mura invase dalla vegetazione. La gente se n'è andata, lasciando una vita dura per cercare fortuna altrove. Molti hanno attraversato il mare per trovarla. Altri ancora vi hanno perso la vita, assieme a tanti altri italiani emigrati in tutto il mondo. Ma questo è ormai un passato scomodo che preferiamo dimenticare.
Non tutti però hanno lasciato Pregallo. Passo davanti alla grande chiesa, da anni sconsacrata, e trovo una macchina olandese. La casa di fronte è stata recentemente restaurata, con gusto e rispetto per la sua storia. Anche qui cominciano ad affluire nuovi abitanti, che hanno scoperto la bellezza incantata di questi luoghi da cui nelle mattine terse puoi vedere il Monte Rosa illuminato dai primi raggi del sole e hanno deciso di tornare a popolare il borgo.
C'è una casa però che non è mai stata abbandonata, generazione dopo generazione. Si trova appena sopra il paese e la strada asfaltata termina esattamente davanti al suo portone barocco. Un alto muro impedisce la vista del grande parco ben curato che circonda la villa coi suoi misteri.
Il campanello si trova sul pilastro di destra, sopra una piastrella con la riproduzione del mosaico romano "cave canem" e la scritta incisa in caratteri eleganti "Dimora degli Erranti". Non è esattamente il cognome dei proprietari, forse piuttosto un monito a loro stessi. Qui abita il mio amico Ottavio Errante.
Al suono del campanello fece eco un latrato sempre più vicino, finché dall'altra parte del portone risuonò il richiamo di alcuni giganteschi Do-khyi. Un istante dopo l'uscio più piccolo del portone si aprì e comparve Amar.
"Namasté" mi inchinai rispettosamente con un sorriso.
Non chiedetemi di descriverlo. Posso dirvi che Amar è un nepalese di bassa statura, ma nonostante l'abbia visto più volte non riesco ad imprimermi nella mente nessun altro tratto distintivo. Anche l'età è indefinibile, benché non debba essere troppo giovane, essendo stato già al servizio del padre di Ottavio. Non saprei nemmeno dire esattamente quale sia il suo suolo. Potrei forse definirlo il  domestico di famiglia, ma ho la sensazione che questa idea sia più soprattutto un riflesso condizionato dei miei schemi mentali. Factotum forse sarebbe più preciso, perché Amar è custode, giardiniere, cuoco e chissà cos'altro ancora della Dimora degli Erranti. Perché se devo dar retta al mio sesto senso in lui c'è molto di più di quello che potrebbe sembrare.
A un suo sommesso fischio i molossi tibetani si erano acquietati e ci scortarono trotterellando mentre procedevamo sul viale, finché vidi venirci incontro la figura atletica di Ottavio.
Sorrisi pensando a quanto dovessero essere affollate di signore e signorine di ogni età le messe che celebrava. Ma questo appartiene a una vita passata dell'Errante, che da tempo ha lasciato la tonaca e si è ritirato in questa sorta di eremitaggio.
"Carissimo" mi saluta calorosamente "vieni a raccontarmi davanti a una tazza di té caldo cosa ti porta a Pregallo!"

Questa è la terza parte de "La ragazza del sogno".

Quarta parte



Parti precedenti

prima parte

seconda parte

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