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lunedì 23 gennaio 2017

Donne e motori, son gioie e dolori



L'Intortatore ha sempre avuto due passioni, una su quattro ruote e l'altra su due gambe, anche se recentemente ha scoperto anche un tardivo amore per le due ruote a pedali. Non so dirvi se per i dolori che l'una e l'altra gli hanno sempre dato o piuttosto per il desiderio di mantenersi in forma seguendo la moda.

Anche in questo campo ovviamente il rispetto delle regole è quello dell'italiano medio che ben rappresenta. Pretende misure dure, anzi durissime, con gli altri e immunità larghe, anzi larghissime per se stesso.
Se una bandiera unisse questa schiera, starebbe legata al dito medio con cui saluta ogni cartello di divieto. E quando questo non è isolato, ma viene reiterato due, tre volte, ecco alzarsi forte la sua voce contro lo Stato che conculca le libertà individuali.
Una cosa del genere gli successe qualche mese fa, sulla tangenziale di Borgomanero, che imboccò in bicicletta di gran carriera, sbeffeggiando i tre o quattro cartelli, di varie dimensioni, posti all'imbocco, esponenti chiaramente il divieto di accesso per i ciclisti.
L'idea di rinunciare a percorrere quel tratto gli parve la violazione del primo emendamento, non scritto, alla Costituzione:
"Ho il diritto a fare ciò che voglio finché non mi beccano".
E così via a far forza sui pedali, sentendosi un novello Sante Pollastri, per superare quel breve tratto in salita prima di incrociare qualche pattuglia della stradale. La cima, sempre più vicina, profumava già di vittoria, quando avvenne l'imprevisto. Proprio all'inizio della discesa, praticamente invisibile, si celava una giunta metallica tra i due tratti del ponte, con fessure così larghe da rivelarsi un'autentica trappola per i ciclisti. 
Troppo tardi l'Intortatore comprese che il divieto era posto in maniera così reiterata non già per un generico capriccio dell'ente competente, ma per sgravarlo da qualsiasi responsabilità in caso di incidente, in ottemperanza al secondo emendamento non scritto della Costituzione:
"Io te l'ho detto, poi arrangiati".
La ruota finì imprigionata tra le lastre metalliche, spezzandosi e proiettando il nostro sul duro asfalto. Lo vidi così, malconcio e ammaccato accanto alla sua bici altrettanto malmessa, quando arrivai in auto qualche minuto dopo.
Feci finta di niente e passai oltre, obbedendo al terzo emendamento, altrettanto non scritto:
"fatti i fatti tuoi e camperai cent'anni".

domenica 7 giugno 2015

L’intortatore a pedali


Da parecchio tempo non parliamo di lui, ma lui continua a esistere e operare. Per fortuna, o sfortuna, delle sue amiche e nostra che abbiamo argomenti di conversazione.
Ho incontrato il Rubinettaio a una cena di paese e mi ha raccontato del nostro comune amico munito di macchina da millanta cavalli.
Pare però che il Nostro, un po’ per seguire la moda, un po’ perché ci tiene alla linea, abbia deciso di dedicarsi anche a uno sport diverso dalla caccia alle pollastre. 
Così, acquistata una bicicletta in fibra di carbonio da qualche migliaia di euro e l’attrezzatura completa da ciclista che nemmeno Chiappucci ai suoi tempi, ha inforcato i pedali e ha cominciato a macinare chilometri.
Però a pedalare da soli dopo un po’ ci si annoia. Inoltre, seguendo la legge di gravitazione universale del ciclista domenicale, dove ce n’è uno dopo un po’ un secondo si aggrega e poi un terzo e così via a formare dei bei greggi di tutine variopinte.
Naturalmente il simile trova il simile, così l’Intortatore ha trovato un gruppo di suoi Pari. Così questi simpatici ritrovi diventano l’occasione per competizioni sportive autogestite basate sul chilometro e il minuto secondo. Oltre che per dare sfogo alla loro virilità sputacchiando allegramente a destra e a manca, marcando il terreno come fanno i cagnetti maschi quando trovano un albero.
A differenza però di tutti gli altri ciclisti della domenica, che girano rispettosi del codice della strada, il Nostro e i suoi Pari hanno messo insieme un gruppetto di facinorosi teppistelli su due ruote che se ne infischia allegramente delle regole.
Se vi capitasse il caso di incontrarli li riconoscereste immediatamente perché invece di procedere in fila indiana sul bordo della strada l’Intortatore guida la sua mandria cercando di occupare tutta la carreggiata, poco importa se sia una strada rettilinea o piena di curve cieche pericolosissime. 
Al grido di “la strada è nostra!” i baldi pedalatori si lanciano in manovre spericolate, seguendo il proprio Codice d’Onore: 
mai fermarsi agli stop; superare sempre sulla destra i veicoli lenti o incolonnati; pretendere sempre e comunque la precedenza; accodarsi ai mezzi pesanti per sfruttarne la scia; ignorare i semafori; non cedere mai un centimetro di strada agli automobilisti; accelerare in prossimità delle strisce pedonali; e soprattutto ribattere colpo su colpo a ogni offesa.
Tra quelle intollerabili, la più insopportabile per l’Intortatore e la sua piccola, per fortuna, gang a pedali, è l’utilizzo del clacson. 
“Se la mia bicicletta non ha il campanello" dice il Nostro "non vedo perché tu debba utilizzare un avvisatore acustico più potente del mio per ordinarmi di farti strada. Stai lì dietro e muori, come io soffro sui pedali per costruire un mondo migliore!”
Quel giorno poi l’Intortatore era particolarmente in forma. Stava cercando di battere un proprio record personale e l’ultima cosa che aveva voglia di fare era perdere tempo con qualche automobilista col piombo sull’acceleratore.
Così all’ennesimo colpo di clacson, nemmeno singolo ma addirittura in coppia, il Nostro decise di rispondere come si doveva. Sguainando la sinistra eresse l’indice verso l’alto a indicare all’impaziente autista la via che doveva prendere.
Seguì un breve istante sospeso, in cui anche il rumore della macchina parve svanire. Attorno si era fatto silenzio come ai tempi del vecchio west, quando l’eroe sfidava a duello il malvagio ladro di bestiame.
Quella stasi durò pochissimo. Il suonatore di clacson non era un bandito, ma piuttosto lo sceriffo. L’auto dei Carabinieri accese le sirene e con tanto di paletta intimò al Nostro e ai suoi Pari un arresto immediato.
Seguirono le contestazioni. Secondo una ignorata norma del codice della strada infatti “i ciclisti devono procedere su unica fila in tutti i casi in cui le condizioni della circolazione lo richiedano e, comunque, mai affiancati in numero superiore a due; quando circolano fuori dai centri abitati devono sempre procedere su unica fila”. Prima contravvenzione.
La pattuglia inoltre disponeva il sequestro di tutte le biciclette in quanto veniva contestata la mancanza dell’obbligatorio avvisatore acustico. Il famoso campanello, insomma. 
Infine, ma questo riguardava solo il Nostro, si procedeva a denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale.
L’Intortatore ha molti mezzi e certamente un buon avvocato per smontare tali infamanti accuse. Nel frattempo però, e questo era ciò che più gli bruciava, la possibilità di battere il sopra citato record era svanita.


venerdì 11 ottobre 2013

Un amico di spirito



Caronte è un tipo di spirito. Non mi riferisco alle sue battute, che di solito sono monotematiche e di dubbio gusto, e nemmeno ai due simpatici baffoni che stanno tra il sorriso sornione e l’occhietto furbo. È il perenne grado alcolico all’interno del suo sistema vitale che lo rende molto simile a una di quelle bottiglie di liquore con percentuali a due cifre.
La sua giornata si apre col bianchino delle sette e si chiude – dopo una serie di bianchi, rossi, aperitivi, rovinati e grappe varie – a un’ora variabile della sera quando si avvia traballante verso casa o, nei casi estremi, quando la moglie viene a prenderselo con la carriola.
È pertanto un mistero, per me, come possa dirigere la sua barca infallibilmente e senza incidenti. Certo, c’è la storia di quel poeta tedesco con cui ebbe una collisione una sera dello scorso inverno, ma occorre dire che anche l’altro, quando lo ripescarono dall’acqua, era palesemente così su di giri che non si poté mai stabilire con esattezza chi avesse urtato chi e di chi fosse stata la precedenza.
Anzi in quell’occasione il pubblico dei bar di Orta si divise in due accese fazioni contrapposte. Non esattamente alla pari, dovrei aggiungere, perché da una parte c’era Caronte con tutti gli ortesi, per una volta incredibilmente uniti in un partito solo, dall’altra stava il solo Günther che proclamava, in un sincretismo urlato di termini nord e sud alpini, che era lui dalla parte giusta. D’altro canto, anche questo occorre dirlo, è un antico malvezzo dei poeti vedere sé stessi contrapposti al mondo intero, perché questo si ostina a non tributare loro il riconoscimento che senza dubbio alcuno meritano.
Ad ogni modo, se la vostra idea di divertimento coincide con quella di Caronte, potete raggiungerlo nel bar di Orta dove staziona quasi permanentemente. 
Se però poi fate la fine del povero Silvestro – che trovai una mattina sopra la scatola e che dopo qualche ora era riuscito, non saprei dire come e apparentemente senza aiuto, a rimettersi (quasi) in piedi – non lamentatevi: io vi avevo avvertito.



sabato 28 novembre 2009

Una risata vi seppellirà

Dare passaggi agli autostoppisti consente di scoprire orizzonti imprevisti. Ecco un'altra storia raccontata da un'autostoppista all'Intortatore.


«Puntavo decisamente verso sud, verso Novara, verso casa. I fari tagliavano la notte davanti alla mia auto dietro cui, lentamente, le tenebre tornavano a saldarsi. Perché l’oscurità è ovunque e la luce è un’eccezione, uno strappo alla regola generale dell’universo.
Guarda il cielo sopra di te. So già che guarderai le stelle e non vedrai il buio in cui sono affogate. Guarda dentro di te. Vedrai la luce, ne sono certo, e chiuderai gli occhi di fronte all’ombra che la circonda e ti riempie, dandoti forma.
Guidavo con la sigaretta nella sinistra, aspirando una boccata ogni tanto e lasciando che il rosso della brace ardesse nell’oscurità. La destra si muoveva per tentare di cambiare il canale della radio dove stavano dicendo che fumare distrae dalla guida.
“Balle!” risi.
Un istante dopo qualcosa in fuga dalle tenebre, un cinghiale credo, fu sparato contro il paraurti della mia auto, come un proiettile da centocinquanta chili. Non compresi ciò che accadde finché non strisciai fuori dall’auto, annaspando nel fango.
Fu allora che udii la risata. Era lunga, sarcastica e stridente come una pietra da mola sulla lama di una falce.
Mi rialzai, realizzando solo allora che la mia auto era rovesciata in una risaia. L’unico faro sopravvissuto all’impatto lottava ancora disperatamente per non soccombere all’oscurità, da cui mi fissavano mute figure indistinte.
Allora la risata esplose, di nuovo, gigantesca. Come ad un segnale quell’armata silenziosa riprese la sua corsa. E io non potei fare a meno di unirmi agli spettri nella loro eterna caccia infernale.
Guarda l’oscurità che ti circonda e la tenebra che si annida dentro di te e ricorda:» disse il fantasma svanendo «sarà una risata a seppellirti.»

lunedì 13 luglio 2009

I cinque impiegati delle Poste che non vorreste mai incontrare

Gli amici dell’aperitivo si sono divertiti a stilare la classifica degli impiegati delle Poste che non vorreste mai incontrare. Naturalmente mi dissocio completamente e solidarizzo appieno con i lavoratori di un’Azienda i cui standard qualitativi sono famosi in tutto il mondo.


Il Bradipo
I suoi sono gesti da cinema al rallentatore. Sceglie la busta da consegnarvi con la stessa lenta freddezza di un giocatore di poker. Si trascina cautamente dal banco alla cesta delle lettere, ponendo un piede davanti all’altro come se sulla sua schiena poggiasse il peso del mondo. Impiega mezz’ora per ogni più semplice operazione. Digita sulla tastiera utilizzando il solo indice della mano destra, verificando puntualmente dopo ogni lettera che la digitazione sia corretta.
Se volete spedire una busta o ritirare un pacco è consigliabile seguire un corso di meditazione Zen prima di recarvi nel suo ufficio. La tentazione di saltare il bancone ed insegnargli in modo creativo come usare le altre nove dita di cui dispone poterebbe essere, altrimenti, troppo forte…


La Mistress
Indossa normalmente pantaloni di pelle nera e body aderente leopardato, utilizza un linguaggio che farebbe arrossire uno scaricatore di porto e lo schiocco della frusta, che nasconde sotto il bancone, sparge il terrore tra i presenti. È capace di imporre le più severe pene corporali a chiunque si azzardi, timidamente, ad allungare il collo per vedere se qualcosa si muove da dietro la fila di pensionati in ginocchio sui ceci in attesa del ritiro della pensione.
Non è consigliabile entrare nel suo ufficio se non in caso di assoluta necessità o se non si è convintamente masochisti.


Il Passante
La sua presenza dentro l’ufficio è puramente casuale. Transitava, anni addietro, davanti all’uscio quando un suo amico lo supplicò di prendere il suo posto. Solo il tempo di andare a fare una commissione. Sono passati alcuni lustri da allora, ma è inutile chiedergli di fare qualsiasi operazione più complessa della spedizione di una lettera o del pagamento di un bollettino. In compenso vi intratterrà raccontandovi l’unica barzelletta sui Carabinieri che conosce.
Consigliabile solo se l’alternativa per ingannare il tempo è guardare la lavatrice in fase di centrifuga o chiudervi le dita nella portiera dell’auto.


Il Cerbero
Comincia guardarvi in cagnesco non appena varcate la soglia del suo ufficio. Di sesso indefinibile, sul suo volto è impressa a fuoco una maschera da cinghiale con tanto di zanne prominenti. Se anche l’ufficio è deserto e non ci sono altre persone attorno all’edificio nel raggio di un chilometro, non azzardatevi a non prendere il numerino all’ingresso. Una volta giunti al banco vi fulminerebbe con lo sguardo ed alzando il dito indice vi intimerebbe di tornare indietro a prenderlo.
Entrate nell’ufficio solo se siete molto coraggiosi oppure lasciate ogni speranza, varcando la soglia voi che osate.


Il Supplente
Notate il suo arrivo per le lettere infilate a casaccio sotto le porte. Pare abbia appreso il metodo di distribuzione della corrispondenza osservando la pallina girare nella roulette. Le lettere del vicino nella vostra cassetta vi potrebbero forse aprire spiragli sulla sua vita segreta se non fosse un novantenne sulla sedia a rotelle, perciò meglio utilizzarle come ostaggi per riavere ciò che vi appartiene.
Unico rimedio? Recarsi all’ufficio postale per ritirare la corrispondenza di persona. Sperando di non incontrare uno degli altri impiegati…

E voi, cosa ne pensate? qual è il vostro preferito? Oppure ne volete segnalare altri?

giovedì 11 giugno 2009

I coscritti. Parte seconda.


Le feste dei coscritti, naturalmente, hanno oggi ben poco in comune con le origini ormai remote dell’usanza. In sostanza i nati dello stesso anno si trovano, una o più volte all’anno, per festeggiare insieme una sorta di compleanno collettivo. L’aspetto militare è completamente assente, al punto che dell’allegra brigata fan parte anche i riformati, gli obiettori di coscienza e, least but not last, le coscritte.
Su questo punto dolente è necessario aprire una breve parentesi. Ci sono mogli/mariti che non vedono di buon occhio la promiscuità di questi ritrovi festaioli. Allora, a vantaggio di questa categoria di lettori, alzerò ora un velo sulle segrete riunioni dei coscritti. Mi verranno in aiuto gli amici dell’aperitivo, che sono assidui frequentatori di questi ritrovi.

Partiamo dall’Avvocato Volpicini. La sua serata comincia al bar dove i coscritti si incontrano prima di andare al ristorante. Al primo giro di aperitivi ne seguono almeno altri tre o quattro, giusto per ingannare l’attesa. Del resto Volpicini è un atleta della bevuta, un vero campione olimpico, fin dai tempi in cui s’intrufolava ai matrimoni simulando di essere un amico degli sposi. È capace di ingurgitare quantità incredibili di alcool, capaci di stendere chiunque.
Per fortuna Volpicini non guida, così non corre il rischio di far saltare l’etilometro all’uscita del ristorante. Perché sedutisi a tavola, il rosso scorre a fiumi, seguito dallo spumante, poi dalla grappa corretta al caffè, per arrivare infine all’ammazzacaffè. Di solito i suoi vicini di tavolo a quel punto si sono già tolti la camicia e ballano sui tavoli, mentre lui, imperterrito raccoglie amorevolmente le bottiglie che trova sul tavolo, dando casa ai poveri orfanelli che vi trova all’interno.
Spesso per lui, e i pochi che riescono a stargli dietro, la nottata prosegue in un bar per sciacquarsi la gola con un goccetto prima di tornare a casa…

Anche l’Intortatore non disdegna l’alcool, ma il suo obiettivo principale è un altro. È un suo punto d’onore provarci ogni volta con alcune delle coscritte presenti. Quando queste gli fanno capire che non c’è trippa per gatti, cambia registro e attacca con il suo cavallo di battaglia. Da quando aveva vent’anni insiste sul fatto che le coscritte debbano fare lo spogliarello sul tavolo. Non è chiaro a che titolo dovrebbero farlo. E soprattutto, fanno notare alcune coscritte, non avendolo fatto quando avevano vent’anni, non è chiaro perché dovrebbero farlo ora che hanno qualche annetto in più e figli e mariti e annessi e connessi. Ma tant’è. L’Intortatore insiste. Senza tregua ripete il suo ritornello. Sospetto che il suo sia soprattutto un modo grossolano per fare il galante. Dal suo punto di vista un parlare sotto sotto gradito dalle coscritte, gratificate dalle sue attenzioni. L’altro suo cavallo di battaglia è il racconto delle sue conquiste amorose. In particolar modo si vanta di alcune VIP della TV che avrebbe avuto modo di conoscere intimamente. Nessuno naturalmente è in grado di verificare le sue affermazioni…

Il Rubinettaio è un tipo molto più pacato e le sue serate sono anche più piacevoli, benché con la pericolosa tendenza a scivolare su questioni lavorative. Ora poi che c’è crisi e i rubinetti non vanno più come il pane, la geremiade è, non senza ragioni, comune. La concorrenza cinese, gli oneri fiscali, i vincoli normativi, questi i principali nemici del Rubinettaio e dei suoi colleghi.
«Lo dicano ai miei operai cassintegrati di essere ottimisti! Lo si spende alla cassa del supermercato l’ottimismo!»
Queste sono più o meno le sue parole, cui gli altri rubinettai presenti non possono che assentire. C’è da dire che nelle piccole fabbrichette di rubinetti il “padrone”, per usare un termine in voga nei decenni scorsi, e i “lavoratori” lavorano fianco a fianco. Si conoscono e si parlano liberamente. Sarà per questo che nemmeno negli “anni caldi” vi furono mai grandi contese sindacali.

E Alfa? Come passa le serate coi coscritti Alfa? Questo immagino vi chiederete. Questo certamente si chiede la sua signora folletta, che non è molto contenta di vederlo tornare tardi, ancorché apparentemente sobrio.
Ma questo è un mistero che, prudentemente, non è opportuno svelare…

mercoledì 10 giugno 2009

I coscritti. Prima parte.


Quella dei ritrovi dei coscritti è un’usanza di queste zone che non so quanto sia diffusa in altre parti d’Italia, specie a sud dell’Appennino. Non ho idea nemmeno di quali siano i limiti di questa tradizione (forse i miei lettori mi aiuteranno ad individuarli), ad ogni modo credo valga la pena parlarne.

Anche perché a queste feste prendono parte anche gli “amici dell’aperitivo” e, di tanto in tanto, lo stesso Alfa.


Cosa sono i coscritti? È presto detto: propriamente sono i ragazzi nati nello stesso anno, iscritti assieme alla leva militare. Coscritti, appunto. Naturalmente l’usanza nacque quando esisteva la coscrizione obbligatoria, che in Italia fu introdotta nel 1861 ed è rimasta in vigore fino al 2005.

Cosa facevano i coscritti? Partivano assieme per la visita d’idoneità al servizio militare. Per la maggior parte di loro quello era il primo viaggio fuori dal paesello verso una grande città. L’età e l’atmosfera goliardica dei giovani di fronte a quella avventura si possono facilmente immaginare. La lontananza da casa e il viaggio costituivano una sorta di iniziazione alla vita adulta. I coscritti in comitiva visitavano le osterie e spesso non solo quelle. Il viaggio era infatti anche l’occasione per un altro tipo di iniziazione, complice la lontananza dagli occhi delle famiglie, con la visita a qualche “casino” della città.
Alla fine i coscritti potevano tornare al paese con la patente di “abile e arruolato”. Con gli occhi dei moderni potremmo pensare alla fregatura insita in quella frase, in tempi in cui il servizio di leva durava sei anni (successivamente ridotti a cinque, tre, due, uno…).
I coscritti però si consolavano sventolando la loro lettera di arruolamento e prendendo in giro i “riformati”, coloro cioè che erano esentati dal servizio di leva per problemi di salute.
«Chi non è buono a servire il Re non è buono a servire nemmeno la Regina!».
Questo gridavano alle ragazze per metterle sull’avviso, temendo forse che i “riformati” potessero approfittare della lunga assenza degli “abili” durante il servizio militare per insidiarne le fidanzate.

Ora però che la coscrizione obbligatoria è finita è lecito chiedersi cosa abbiano mai a che fare gli “amici dell’aperitivo” e Alfa coi coscritti. Tanto più che né gli uni, né l’altro, avrebbero più l’età per andare sotto le armi.

A questo mistero tenteremo di dare una risposta domani.

mercoledì 20 maggio 2009

Disfida 4 – Inquietanti incontri

Due Pillole di Mistero scritte per Siamo in Onda che trattano di incontri misteriosi nella notte, raccontati da due amici di Alfa, il Filosofo e l’Intortatore. Al primo capitano sovente incontri con entità misteriose e nel racconto ci narra che questa peculiarità risale ai suoi antenati. L’Intortatore è, invece, il tipico play boy di provincia, assolutamente convinto di essere irresistibile. Le sue storie, raccontate agli amici durante gli aperitivi, hanno però di solito un finale decisamente diverso da quello che il seduttore aveva previsto.



La scelta

Il racconto è ispirato ad una storia ascoltata da un’anziana donna e affronta il tema del “Destino”. L’ambientazione è nel bosco, teatro usuale per le leggende e i racconti misteriosi. Ci sono infatti luoghi, nelle paludi e nei boschi, che è bene attraversare con gli occhi ben aperti. Il finale è, volutamente, aperto. Ci sono scelte che sta a noi compiere, per quanto ignota sia la sorte che ci riservano. E se non sappiamo cosa riserverà il destino, possiamo decidere come affrontarlo.


È il mio amico Filosofo a raccontarmi questa storia.
“Alla metà dell’Ottocento un uomo aveva un alpeggio sul Mottarone. Poiché le bestie erano sorvegliate da un alpigiano, egli preferiva risiedere a Gozzano, salendo all’alpe ogni due giorni. Partiva la mattina presto, ben sapendo che il cavallo ormai conosceva la strada. In questo modo poteva ancora schiacciare un pisolino durante il tragitto.
Anche quella mattina sellò l’animale sbadigliando e partì, addormentandosi poco dopo, come suo solito. Fu svegliato all’improvviso da un nitrito del cavallo. Si trovava nel mezzo di un bosco, in corrispondenza di un incrocio. Stranamente non ricordava di essere mai stato in quel posto prima e anche il cavallo dava segni di nervosismo.
«Sta a te scegliere!»
La voce fece impennare l’animale e rizzare i capelli all’uomo, che si aggrappò alle redini, stringendo le gambe per riprendere il controllo. Da dietro un albero comparve una sagoma scura, che indossava un cappello a cilindro e un vestito nero.
«Cosa scegli?» domandò di nuovo la figura. «Puoi svoltare a destra, proseguire diritto o svoltare a sinistra, ma non puoi più tornare indietro.»
L’uomo guardò allarmato dietro le spalle e vide che il sentiero stava svanendo, inghiottito da una nebbia così scura e minacciosa da fargli accapponare la pelle.
«Sta a te scegliere» ripeté per l’ultima volta l’essere. «Sappi che una strada, non ti è lecito sapere quale, ti consentirà di raggiungere la tua meta; un’altra ti farà trovare un tesoro favoloso; ma guai a te se sceglierai la terza!»
«Cosa mi accadrebbe?» domandò allarmato l’uomo, che era il mio trisavolo.
«Se la prenderai» gridò la figura prima di svanire «sarete maledetti tu e i tuoi discendenti per sette generazioni!»
L’uomo non poteva sapere quale fosse la direzione giusta, ma una cosa sapeva con certezza: se non la meta, poteva decidere il modo. Spronò il cavallo e scelse la sua via, a tutta velocità.




La voce è quella di Marco l’Equi Librista



La pupa e il motore

Il tema è “donne e motori”. La storia è la classica leggenda metropolitana dell’autostoppista fantasma. In questo caso però l’ambientazione è cusiana. Sulla strada che da Arona conduce al lago d’Orta esiste una palude, la famigerata palude di Invorio. E poco distante c’è un piccolo cimitero, ai piedi dell’antica chiesetta di San martino d’Ingravo. Qui, in tempi antichi sorgeva un paese, Ingravo, scomparso misteriosamente nel nulla.


Stavo salendo sulla mia nuova Porsche, fuori dal solito bar di Arona, quando la vidi. Una pupa di quelle che ti lasciano a bocca aperta. Carrozzeria da urlo, accessoriata al punto giusto, sguardo smarrito.
«Puoi darmi un passaggio?» mi chiede «Dovrei tornare a casa…»
«Ti porto anche in Paradiso, se vuoi!» le rispondo.
La faccio salire, aprendole la portiera. Un po’ di cavalleria non guasta per creare la giusta atmosfera. Le chiedo dove abita.
«A Bolzano» mi risponde con un filo di voce.
Sfodero uno dei miei sorrisi scioglicuore, ingrano la marcia e parto sgommando.
Mentre i fari squarciano le tenebre davanti a noi, inizio ad accordare le distanze tra di noi. Il motore è la musica che fa da sottofondo al canto delle mie parole, che la carezzano gentilmente, tessendo attorno all’uccellino una rete da cui non potrà fuggire. La vedo giocherellare con una ciocca di capelli, segno inequivocabile che le mie parole stanno centrando il bersaglio.
Stiamo uscendo da Invorio quando parla nuovamente.
«Voi uomini avete parole dolci, ma i vostri gesti, poi, ci feriscono…»
Rimango un po’ sorpreso da quelle parole, ma non mi scoraggio. Se fosse mia abitudine fermarmi alle prime difficoltà non avrei il carniere pieno di prede.
Mentre infilo le curve lungo la palude assesto i colpi definitivi, dicendo quelle parole a cui nessuna donna potrà mai resistere. Quando imbocco la salita, dopo il ponte sull’Agogna, sono certo di averla in pugno.
«Fermati qui» mi dice, infatti, poco dopo l’ultima curva.
«Davanti al cimitero?» domando ironico.
«Sono arrivata. Non vuoi scendere da me?»
In quel momento sento un brivido gelato. Mi volto verso di lei, ma non vedo nessuno.
Il giorno successivo ho dovuto far cambiare il sedile della macchina…





La voce è sempre quella di Marco l’Equi Librista

domenica 10 maggio 2009

La mamma del Gino


Tutti abbiamo una madre. Anche i ladri ne hanno una. Pure il Gino, quindi, ha una mamma.

I lettori più fedeli immagineranno facilmente che Gino ha dato molti dispiaceri e preoccupazioni alla sua mamma. Per i nuovi lettori è bene ricordare che il Gino è un ladro il cui romanzo criminale vede come protagoniste la sfortuna e l’imbranataggine. La mamma del Gino deve così seguirlo in un’autentica via crucis che si snoda tra tribunale e galera, pronto soccorso e camera d’ospedale. Una situazione che, come comprenderete, può mettere a dura prova persino l’amore di una madre.
«Insomma, così non puoi andare avanti, Popi!»
“Popi” è il nomignolo affettuoso con cui la mamma chiama il Gino da quando aveva pochi mesi. Da allora è passata una quarantina d’anni, ma si sa che per le mamme i figli sono bambini anche a settant’anni…
«Passi più tempo in ospedale o in galera che a casa e quando sei qui è perché sei agli arresti domiciliari!»
Il Gino ascoltava i rimproveri della mamma seduto a tavola, girando mestamente il caffelatte col cucchiaio. Si sentiva sempre piccolo piccolo in quei momenti e non sapeva far altro che fissare i vortici sul pelo del latte, con un groppo in gola, sempre sul punto di sciogliersi in un pianto dirotto.
«Pensa al tuo povero papà! Per fortuna è morto prima di vedere la vergogna della nostra famiglia! Tutti i parenti ridono di noi e ci evitano, te ne rendi conto?»
Una lacrimuccia sgorgò dall’occhio del Gino, pensando ai cugini che non volevano mai portarlo con loro e talora gli davano persino falsi appuntamenti pur di non averlo tra i piedi.
«È giunto il momento di cambiare vita!»
La madre alzò per aria il mestolo, aspergendo il Gino con piccole gocce di minestra.

La mamma del Gino non era persona da parlare a vanvera, così il ragazzo s’impegnò davvero per cambiare. Avrebbe fatto ammutolire i parenti tutti, presentandosi alla guida di una fiammante fuoriserie! Allora avrebbero scordato il passato e avrebbe letto il rispetto nei loro occhi. Per ottenere tutto ciò gli sarebbe bastato quel solo, eccezionale colpo.
Per la prima volta in vita sua si mise a studiare, impegnandosi con tutte le forze, fino a far fumare il cervello. Imparò a memoria la mappa della casa, dalla porta da cui sarebbe entrato alla finestra del primo piano da cui sarebbe saltato, portando con sé la refurtiva. Alla fine, ne era sicuro, si sarebbe mosso in casa anche ad occhi chiusi. Cosa necessaria, peraltro, dal momento che avrebbe effettuato il furto la notte successiva, muovendosi agile come un gatto nell’oscurità.
Così fu. Il Gino forzò silenziosamente la porta e s’intrufolò in casa. Raggiunse i nascondigli dov’erano conservati i preziosi e riempì meticolosamente il sacco con la refurtiva. Quindi aprì la finestra e con balzo felino saltò di sotto… finendo diritto nel recinto dei pitt bull.
Le fiere bestie si videro piovere addosso dal cielo, nel cuore della notte, un gattone da ottanta chili, e reagirono. Eccome se reagirono. I proprietari della casa furono svegliati da un concerto di urla, latrati, imprecazioni, ringhi e colpi. Appena si affacciarono videro un confuso agitare di braccia, zampe e gambe che rotolava per il recinto emettendo suoni agghiaccianti.
Alla fine riuscirono ad estrarre da lì un Gino dagli abiti laceri, affidandolo alle pietose cure degli infermieri, giunti contemporaneamente ai Carabinieri per scortare l’ambulanza al Pronto Soccorso, dove il Gino fu raggiunto da una madre senza parole.
Suo figlio intrufolato nel buio della casa del più ricco industriale della città; il Popi muoversi nel buio, dopo aver studiato per ore il piano, la mappa, le combinazioni. E poi quel salto nel recinto dei cani… un recinto costruito dopo il suo sopralluogo… un recinto che, nel piano perfetto ideato da lei, non era previsto.

sabato 7 marzo 2009

Un angelo all'improvviso

È il Rubinettaio a raccontare questa storia, seduto al tavolo del nostro bar per l’aperitivo serale, mentre i Negramaro cantano “Meraviglioso”.

E’ vero
credetemi è accaduto
di notte su di un ponte
guardando l’acqua scura
con la dannata voglia
di fare un tuffo giù

«Questa è una storia vera» dice alzando il bicchiere per bere il suo Crodino. «Stavo uscendo un sabato sera, quando ancora uscivo il sabato sera con gli amici, intendo…»

D’un tratto
qualcuno alle mie spalle
forse un angelo
vestito da passante
mi portò via dicendomi
Così:
Meraviglioso...

«Bene, quella sera ero un po’ in ritardo» riprende. «Avevamo appuntamento per le undici a Borgomanero ed io ero ancora a Gozzano, fermo all’incrocio della stazione, col semaforo rosso e le sbarre del passaggio a livello davanti a me, dall’altra parte della strada.
Le mie dita tamburellavano nervosamente sul volante, al ritmo di Sympathy For The Devil. Ero tentato di passare lo stesso, sfidando la sorte. Tanto i fari nel buio della notte mi avrebbero consentito, pensavo, di vedere le eventuali altre macchine in arrivo.
Mentre ero perso in queste fantasie venne il verde. Un attimo dopo il mio piede si spostò dal freno all’acceleratore. La macchina si avviò …
Fu allora che udii la voce.
“No!”
Non so perché, ma urlai anch’io ed inchiodai. Un istante dopo un’auto tagliò l’incrocio da sinistra bruciando il rosso. Era così veloce che realizzai cosa fosse solo quando la vidi sfrecciare davanti a me, attraversando il punto in cui mi sarei trovato se non avessi frenato. Senza quella voce probabilmente non sarei qui a raccontare, stasera.»


La notte era finita
e ti sentivo ancora
Sapore della vita
Meraviglioso
Meraviglioso
Meraviglioso
Meraviglioso
Meraviglioso
Meraviglioso


Questa sera a Siamo in Onda si parla di angeli. Pur non essendo prevista una pillola di mistero in radio, il blog ospiterà un breve racconto sugli angeli. Domani lo troverete anche su questo blog.

E ora veniamo alla consueta domanda rivolta ai lettori dallo staff di Siamo in Onda:

Se tu fossi un angelo quale sarebbe la prima cosa che faresti?

martedì 10 febbraio 2009

L'amore del Gino per la bicicletta




Ladri e biciclette costituiscono un abbinamento classico. Come pane e Nutella o cacio e maccheroni Non solo perché le biciclette scompaiono con una frequenza allarmante, se non sono letteralmente sigillate ad un oggetto amovibile (ma attenti a che non vi freghino le ruote, però!) mediante legami d’acciaio.

Il tema ha ispirato film storici come il classico “Ladri di biciclette” (1948) di Vittorio De Sica. Il cantante Baccini ha invece ingaggiato una banda di “Ladri di biciclette”, per una famosa canzone di qualche annetto fa (video) .
La canzone più bella per me resta “Il bandito e il campione” di De Gregori (video) che parla dell’amicizia tra il ciclista Costante Girardengo e Sante Pollastri, il bandito .

La canzone pare piaccia molto anche al Gino. Almeno così dice l’avvocato Volpicini. Peccato che il buon Gino non abbia né il piede veloce di Girardengo né l’occhio infallibile di Sante. Ed è un bene che il Gino non abbia una pistola, ché con la fortuna che ha si sparerebbe diritto in un piede.
Comunque il Gino ama le biciclette e appena ne vede una incustodita cerca immediatamente di farla sua. È un’autentica passione quella del Gino per le biciclette, non sempre ricambiata…

Quando vide quella bicicletta appoggiata al muro, il cuore sobbalzò nel petto del Gino. Rossa fiammante, come piacevano a lui, con il sellino di pelle e il manubrio cromato. Con un brivido d’eccitazione si avvicinò, guardandosi attorno circospetto. I rari passanti non lo degnavano di un’occhiata e non c’era traccia del proprietario. L’incauto aveva abbandonato il suo prezioso bene alla portata del più implacabile insidiatore di biciclette altrui. Si avvicinò ulteriormente, sistemandosi i lunghi capelli sulla fronte unticcia. Fulminò con uno sguardo la bicicletta che se ne stava sfrontatamente appoggiata al muro. Poi, ormai certo della vittoria, con un balzo le fu sopra, stringendo il manubrio con le mani e facendo forza sui pedali. Pochi metri ed imboccò la discesa, dirigendo velocissimo verso la campagna, dove avrebbe potuto usare di lei indisturbato.

Non esiste grande amore, tuttavia, che non sia sfiorato dall’ombra, e talora dalla certezza, del tradimento. Quella bicicletta così bella, così apparentemente perfetta, l’orgoglio di ogni ciclista della domenica, nascondeva un segreto inconfessabile. Un segreto che il Gino scoprì a metà della discesa. Una cinquantina di metri prima della grande curva, per intenderci. Il manubrio, che stringeva con trepidazione, improvvisamente si staccò dal telaio, con la leggerezza di una donna che, semplicemente, fa le valigie e se ne va di casa per un altro.
Col manubrio in mano, il Gino pedalò ancora per pochi metri, poi tentò di frenare, ma il controllo era ormai perso e la bicicletta traditrice lo stava ormai trascinando inesorabilmente nella caduta. Oltre la curva, sotto la strada, c’era un piccolo laghetto, utilizzato un tempo per alimentare una torneria ad acqua e ora per allevare i pesci. La calma serenità di quel piccolo mondo d’acqua fu improvvisamente sconvolta dall’irruzione di una creatura aliena urlante, aggrappata ai rottami di uno strano veicolo.
La scena, fortunatamente, non era sfuggita agli occhi vigili di una pattuglia di Carabinieri, che avevano visto un ciclista volare letteralmente fuori dalla strada. Appena ebbero ripescato ed identificato il fangoso individuo, il Gino fu portato a raccontare la propria storia al giudice.

giovedì 22 gennaio 2009

Una gran botta di fortuna per il Gino



“Oggi è il mio giorno fortunato!”
Così pensò il Gino vedendo la BMW abbandonata sul ciglio della strada con le quattro frecce accese e, soprattutto, la chiavi inserite. Il proprietario era un tizio in giacca a cravatta che camminava nervosamente alternando gestacci ad urla nel cellulare e a tutto badava tranne che alla macchina…
Non stette a pensarci molto, il Gino. Veloce come un ghepardo aprì lo sportello, s’infilò dentro, accese la macchina e partì sgommando, per scomparire dietro la curva in fondo alla strada, ingranando una marcia dopo l’altra.
Prima.
Seconda.
Terza.
Quarta.
Freno.
Freno?
FRENOOO!!!
Il Gino non poteva saperlo, certo, ma avrebbe potuto pensarci: una macchina di quel genere non è abbandonata in quel modo senza motivo.
Nel caso specifico, il motivo erano i freni di un'auto nuova fiammante che si erano improvvisamente rotti. Proprio questo stava urlando al telefono l’infuriato proprietario.
Comunque quella era davvero una giornata fortunata per il Gino. Oltre la curva non c’era un muro, ma un prato, in cui la macchina cappottò un paio di volte.
Il Gino non indossava la cintura di sicurezza, naturalmente. Non solo perché non aveva avuto il tempo di indossarla, ma anche perché appartiene alla scuola di pensiero di quelli che “conosco uno che si è salvato miracolosamente proprio perché non aveva la cintura ed è stato sbalzato fuori!”
Miracolosamente, appunto…
Quel giorno i Carabinieri arrivarono contemporaneamente all’ambulanza. Dopo una lunga sosta tecnica al Pronto Soccorso per ripararlo, il Gino finì nuovamente davanti al Giudice…

giovedì 8 gennaio 2009

La pupa e il motore


Video tratto dalla Pillola di Mistero letta da Marco l'Equi Librista a Siamo in Onda. Il tema era "Donne e motori".

Il racconto è narrato da un misterioso personaggio, successivamente rivelatosi come l'Intortatore, uno degli amici che incontro all'ora dell'aperitivo.

venerdì 2 gennaio 2009

Il Gino e l’arte dello scippo



Premessa
Ritengo che i furti (e le truffe) ai danni degli anziani siano uno dei crimini più vergognosi. Ogni crimine è condannabile, naturalmente, ma quelli commessi ai danni di chi non è in grado di difendersi sono particolarmente odiosi. Criminali così vili andrebbero puniti in maniera esemplare.
Ci sono casi, però, in cui la presunta vittima non è così indifesa come potrebbe sembrare. Se aggiungete il fatto che in questo caso, raccontato come sempre dall’avvocato Volpicini, il criminale è il Gino… beh, l’effetto non può che essere catastrofico.

Lo scippo è un’arte da rapaci. Occorre essere rapidi come un falco e forti come un’aquila per strappare la borsa all’ignara vittima e dileguarsi prima che questa abbia modo di rendersi conto di ciò che le è successo.
Il Gino in sella al suo motorino attendeva pazientemente in fondo alla strada. Osservava attentamente le persone che uscivano dalla posta dopo aver ritirato la pensione, cercando la vittima ideale. L’individuò infine in un’anziana donnetta, che era uscita con una grossa borsa, reggendola in una mano, mentre con l’altra aiutava il passo col bastone. Accese il motorino e si avviò lentamente per la strada, seguendo a distanza la donna che camminava lentamente sul marciapiedi. Infine individuò il punto dove colpire, un breve tratto di strada dove non c’erano macchine posteggiate e quindi poteva avvicinarsi a sufficienza per strappare la borsa e allontanarsi rapido come una faina.
Diede gas e si lanciò in avanti, avvicinandosi alla preda. Quando fu a breve distanza allungò la mano e afferrò la borsa…
Una cosa che non finisce mai di stupirmi è la capacità di ingurgitare oggetti delle borse delle donne. Se Mary Poppins rimane un mito inarrivabile, molte signore pare si esercitino tutta la vita per emularla. È evidente che la massa di oggetti contenuti in uno spazio così angusto ne accresce inevitabilmente il peso specifico.
La seconda cosa che non finisce di stupirmi è la forza di certe donne di campagna. Mi è capitato alle volte di volerle aiutare a portare qualcosa e di trovarmi piegato in due con l’oggetto per terra. Sarà l’allenamento? Portare per tutta la vita secchi d’acqua di 15/20 chili più volte al giorno certo fortifica la schiena e le braccia.
Aggiungete che la vecchietta era andata, prima di passare in posta, a fare un po’ di spesa, ordinando meticolosamente tutti gli acquisti nella sua vecchia, e rinforzata, borsa di cuoio.
Così, quando il Gino si trovò in mano quell’oggetto, gli parve di dover sollevare il mondo senza una leva. Iniziò a sbandare paurosamente, senza riuscire a controllare la traiettoria del motorino, mentre la macchina posteggiata davanti a lui si faceva sempre più vicina, metro dopo metro.
Lo schianto fu inevitabile e il povero Gino si trovò letteralmente proiettato all’interno dell’auto con la testa e il busto. Per sua fortuna aveva indossato il casco per non essere riconosciuto, ma circondato dai vetri e coi piedi sollevati da terra era completamente incastrato. Nel frattempo, la vecchietta, che ripresasi dallo spavento l’aveva raggiunto, pensò di dare al mariuolo quella lezione che evidentemente la mamma non gli aveva mai dato.
La sirena dell’antifurto richiamò anche il proprietario della macchina. Il panettiere vide uno scassato motorino schiantato contro la sua Panda; vide il didietro del Gino uscire dal lunotto posteriore sfondato della sua macchina; vide una vecchia signora che abbatteva incessantemente il suo bastone sul bersaglio, facendo saltare le gambe al ritmo dei colpi, accompagnando i gesti con tutti gli insulti che possono uscire dalla bocca di una povera donna timorata di Dio.
Il panettiere allora intervenne. Estrasse il Gino dalla macchina, sollevandolo di peso, quindi cominciò a "impastare" vigorosamente la parte superiore del corpo del povero Gino, fino a quel momento rimasta quasi illesa.
Solo la sirena dei carabinieri riportò la calma nella strada, sottraendo lo scippatore alla piccola folla che si era radunata per poter prendere parte alla punizione collettiva.
Finalmente, pesto, lacero e contuso, il Gino giunse davanti al Giudice.

martedì 30 dicembre 2008

Terrore nella notte.



«Come fanno a starci quattro elefanti in una Cinquecento? Due davanti e due di dietro.»
L’Intortatore adora queste vecchie barzellette. Io non adoro lui, ma pazienza. Anche lui mi ha raccontato un’avventura occorsagli durante le magiche dodici notti, da Natale all’Epifania, passando per l’ultimo dell’anno. La tradizione vuole che in queste notti tutto sia possibile e che i cieli siano solcati da ogni genere di presenza. Se qualcosa di strano deve accadere potete star certi che sarà in una di queste notti. Infatti….
«Era l’ultimo dell’anno» prosegue l’Intortatore. «Avevamo fatto baldoria fino a tardi, poi io e un amico eravamo riusciti ad agganciare due pollastrelle. Due sorelle che i genitori avevano fatto uscire insieme perché si sorvegliassero a vicenda. Ovviamente le due pensavano a tutto tranne che a sorvegliarsi…
«Comunque, a quei tempi non avevo ancora una macchina mia. Il mio amico in compenso aveva una vecchia Cinquecento, in cui ci infilammo all’uscita del locale con le due pollastre. Naturalmente due davanti e due dietro. Cercavamo un luogo tranquillo, un po’ appartato. La pollastra davanti dice al mio amico che lei conosce un buon posto. Il che mi fa pensare che non sia così ingenua come si poteva pensare….
«Ad ogni modo entriamo in questa stradina, vicino alla torbiera sotto Invorio. Il mio amico spegne il motore e ci mettiamo al lavoro, nei limiti consentiti da quello spazio angusto. Mentre siamo così impegnati, la ragazza che sta con me mi fa: “Non hai sentito un rumore?”. Sulle prime minimizzo, penso che voglia fare un po’ la difficile. Lei insiste e allora alzo la testa. Anche gli altri due, disturbati da quelle frasi si guardano attorno. I vetri però erano tutti appannati, per cui non si vedeva nulla. Però si sente distintamente il rumore dei passi. Uno, due. Uno, due.
“C’è qualcuno!” sussurra il mio amico.
“Sono in due…” risponde la ragazza che sta con me.
“O Signore, io ho paura” dice l’altra davanti. “Dicono che in questo posto le streghe evochino i morti…”
La sorella per tutta risposta comincia a frignare che vuole andare a casa. Vedo la seratina sfumarmi tra le dita ed esclamo: “Ma non c’è nessun…”
Le parole mi muoiono in gola quando una macchia bianca compare davanti alla macchina.
Urliamo tutti e quattro.
“Via via via andiamo via subito di qua!”
Il mio amico accende il motore e ingrana la retromarcia. La Cinquecento sobbalza e fa del suo meglio sullo sterrato, mentre la macchia sembra volerci venire addosso. Sentiamo un poderoso nitrito. Appena il mio amico accende i fari vediamo davanti a noi un cavallo bianco che ci fissa sbuffando. Io tento di ridere, ma ormai l’atmosfera è rovinata. Le ragazze vogliono andare a casa. Ne hanno abbastanza. Tutto per un cavallo…»
Lo guardo, mentre scuote la testa. Non si interessa molto di leggende l’Intortatore. Altrimenti saprebbe che nella notte di Capodanno, le streghe e gli stregoni si tramutano in animali e girano nell’oscurità in cerca di vittime.

domenica 28 dicembre 2008

La leggenda del Sasso Gambello



«In occasione del Natale ho deciso di raccontarti anch’io una leggenda».
Il Rubinettaio pare deciso a lasciare per un po’ da parte i suoi rubinetti…
«È una leggenda che ho trovato in un libro che credo ti interesserà: “Incisioni rupestri e megalitismo nel Verbano Cusio Ossola”. Gli autori sono Fabio Copiatti, Alberto De Giuli e Ausilio Priuli. Come protrai leggere, c’è una storia molto interessante alla pagina 84…»
Il Rubinettaio alle volte mi sorprende per la sua precisione. Dovessi cambiare i rubinetti me ne ricorderò…
«Come sai, la Sacra Famiglia dovette fuggire, perché inseguita dai soldati di Erode. La sua lunga fuga si concluse in Egitto, come noto, ma prima vide i tre fuggitivi errare un bel po’ per il mondo.
Un giorno i tre, sempre in fuga, giunsero anche sul Lago d’Orta. Pensavano di essere ormai al sicuro, sul pianoro di Cireggio, quando si accorsero che le guardie erano ormai vicine. La leggenda parla in realtà di ariani, ma è chiaro che qui i vecchi sbagliavano, giacché non potevano esserci seguaci di Ario a quel periodo!»
«In effetti», sorrido, «è improbabile che potessero esserci degli eretici cristiani ariani quando il Bambinello non aveva ancora cominciato a parlare…»
«Ad ogni modo i tre cominciarono a fuggire, finché non giunsero sul ciglio di quella profonda forra che è chiamata il Paradiso dei cani…»
«Aspetta!» lo interrompo «dei cani o dei Cani? Esiste una famiglia importante con quel cognome nella Valle Strona, che è appena lì sopra.»
«Questo non lo so» ammette il Rubinettaio. «In effetti la leggenda ha parecchi aspetti misteriosi. Te la racconto proprio per questo. Comunque ti stavo dicendo… Giunti sull’orlo del precipizio, Giuseppe si carica in spalla Maria, che tiene stretto al petto il Bambino e fa un gran salto. Gli inseguitori rimangono con la bocca spalancata, mentre i tre saltano l’intera valle, atterrando miracolosamente illesi, sull’altra sponda. L’impronta del piede di San Giuseppe è ancora ben visibile sul Sasso Gabello, come viene chiamata la roccia su cui atterrò. Lì fu costruita una cappelletta con un affresco dedicato alla Sacra Famiglia.»
«Ti ringrazio» annuisco «ma più che una leggenda questo pare un vero enigma, tanto più che il Sasso Gabello è ricoperto di misteriose incisioni, scritte e date di cui nessuno finora è riuscito a spiegare pienamente il significato…»

domenica 21 dicembre 2008

Una disavventura natalizia per il Gino

A Natale tutti sono più buoni. Il sentimento di letizia porta le persone ad aprire il portafogli per alleviare, forse, con un gesto della mano il senso di colpa per ciò che non fanno nel resto dell’anno.
Il Gino questo lo sapeva e così decise di adeguarsi. Il suo piano era semplice, ma di una tagliente efficacia. Sarebbe entrato nella Chiesa, confondendosi coi fedeli che vi vanno per pregare. Quindi avrebbe, con mossa fulminea, preso le offerte dileguandosi all’esterno, dove l’attendeva il fido motorino.
Detto fatto. Entrò, si guardò attorno e si sedette in un banco, vicino alla cassetta delle offerte. Non appena vide di essere rimasto solo, si avvicinò alla cassetta e…
ZAFF
In un attimo la sua mano era all’interno, arraffando quante più banconote poteva. Quindi diede il via alla seconda parte del piano. Tirò la mano… e si accorse di essere rimasto incastrato!
L’agitò, tirò, spinse, imprecò tra i denti, ma niente da fare. L’inesorabile cassetta lo stringeva come un paio di manette, sotto gli occhi levati al cielo dei Santi e della Madonna i cui nomi erano richiamati più volte nella sibilata litania del Gino.

Alla fine, comprendendo di essere incastrato senza possibilità di liberazione, fece l’unica cosa che gli restava da fare: prese con sé la cassetta per uscire. Sennonché la benedetta cassetta era del modello antico, fatto apposta per scoraggiare i ladri sacrileghi, che non sono mai mancati, nemmeno nel bel tempo andato. Era di legno massiccio e rinforzato e soprattutto pesava. O Signore quanto pesava!
Così il Gino fece la sua uscita dalla chiesa trascinandosi dietro quell’enormità, che non aveva alcun desiderio di lasciare la sicurezza del luogo sacro e l’invitava anzi a rimanere con lei all’interno.
Con uno sforzo sovrumano il Gino raggiunse il motorino, ma lì constatò quanto fosse difficile guidarlo con la destra incastrata in una trappola di legno di quelle dimensioni.
In quel mentre il Gino fu visto da due parrocchiani. Quasi contemporaneamente il Gino vide i due che si dirigevano verso di lui con aria assai poco caritatevole.
Così, decise di allontanarsi a piedi, trascinandosi dietro la cassetta. Cosa assai più semplice da dirsi che da farsi. I due tra l’altro erano già diventati cinque, perché alcune pie donne avevano notato la scena e si erano messe ad urlare.
Il Gino, sudando e arrancando come nostro Signore sotto il peso della croce, pregava in cuor suo che gli fosse risparmiato ciò che stava per accadere. Le sue preghiere però non vennero esaudite ed il Gino fu presto raggiunto e circondato da una dozzina di uomini e donne che gli diedero una rapida ed energica lezione sul rispetto delle cose sacre.
Pochi minuti dopo la sirena dei Carabinieri parve il coro degli angeli al povero Gino che gonfio e pesto fu portato dal Giudice.
Non prima di aver effettuato una sosta tecnica dal falegname per liberarlo dalla cassetta.

martedì 16 dicembre 2008

Le disavventure del Gino: il motorino.



Un giorno il Gino decise di rubare un motorino. Dopo aver fatto un giro adocchiò la sua preda. Un gruppo di ragazzi si era riunito in un bar del paese per festeggiare il motorino nuovo fiammante di uno di loro, il Biondo.
Il Gino si avvicinò di soppiatto e con rapida mossa saltò in sella al motorino del Biondo, mise in moto e partì sgommando….

“Al ladro! Al ladro!”

Il Gino non era stato così lesto da non essere visto durante l’azione criminale, così un attimo dopo una piccola orda di ragazzi si stava già proiettando fuori dal bar all’inseguimento. Il motorino era nuovo, però, e decisamente superiore agli altri per cilindrata, così che il Gino poteva ben sperare di seminarli tutti, sennonché…

Il Gino però non è esattamente Valentino Rossi e poi, a differenza del simpatico motociclista, ha un problema: è il ladro più sfortunato del mondo. Egli non sapeva (e del resto come avrebbe potuto saperlo?) che il motorino fiammante del Biondo non aveva attirato solo la sua attenzione. Il Biondo già di suo stava antipatico a tutti, figuriamoci ora che non faceva che vantarsi del nuovo motorino. Qualcuno aveva così deciso di fargli un bello scherzetto e gli aveva messo lo zucchero nel serbatoio.

Per chi non lo sapesse, questo “scherzetto” è piuttosto pesante. Lo zucchero infatti si scioglie nella miscela. Quando la miscela di benzina e zucchero arriva in camera di combustione, a quelle pressioni, ma soprattutto a quelle temperature, lo zucchero si carbonizza. Il motore, così caramellato, si “grippa”.

Ebbene, il motorino del Biondo si grippò proprio in fondo alla strada. Il Gino non fece nemmeno in tempo a scendere, che i ragazzi gli erano già addosso, ben decisi a dare una lezione a chi aveva osato derubare il loro caro amico Biondo.

Alla fine arrivarono i Carabinieri e così il povero Gino, tutto pesto, finì davanti al giudice.

lunedì 15 dicembre 2008

Le disavventure del Gino.



Tra i numerosi clienti dell’avvocato Volpicini, ce n’è uno che gli è particolarmente fedele. Non nel senso che sia un amico. Il fatto è che il Gino, questo è il suo nome, è quello che si potrebbe definire un delinquente abituale.

Ovviamente, come sapete, ci sono due tipi di delinquenti abituali.

Ci sono quelli abili e fortunati, che se la cavano sempre e riescono a fare fortuna fino a raggiungere le più alte vette dell'economia e della politica. Questi hanno stuoli di avvocati strapagati che li tengono lontani dai guai. Volpicini non ha nessun cliente di questo tipo, per sfortuna del suo portafoglio.

Ci sono quelli sfortunati e imbranati, di cui sono piene le carceri. O forse dovremmo dire "di cui sarebbero piene le carceri", perché per uno strano mistero italiano, in carcere normalmente ci stai a lungo prima del processo, ma quando ti hanno condannato ti mandano fuori.

Ad ogni modo, il Gino, come avrete intuito, appartiene decisamente alla seconda categoria. Occorre inoltre dire che il Gino è un ladro. Convintamente e incallitamente ladro. Non è specializzato in un campo, il Gino. Niente affatto: egli ruberebbe qualsiasi cosa. Dico “ruberebbe” perché il più delle volte vorrebbe rubare, ma proprio non gli riesce. Dove la sua naturale imbranataggine si arresta, interviene inesorabile e infallibile la sfortuna.
Il Gino è infatti l’incarnazione nel mondo criminale della nota “Legge di Murphy” (che recita “se qualcosa può andar male, lo farà”). Se esiste un modo nell’universo con cui un crimine può essere sventato (non dalle forze dell’ordine, ché non ce ne sarebbe bisogno) dalla jella, il nostro Gino l’ha sicuramente sperimentato sulla sua pelle.
Volpicini ci ha raccontato, all’ora dell’aperitivo, una serie delle sue avventure. Le chiamerò “le disavventure del Gino” e ve le presenterò prossimamente. Spero possiate apprezzarle.
Solo un’avvertenza: il Gino esiste veramente e le sue dis-avventure, giura Volpicini, sono tutte autentiche.
..

mercoledì 10 dicembre 2008

Inconvenienti del mestiere



La giornata era iniziata presto quella mattina per Antonio e Giuseppe. Del resto erano professionisti e sapevano bene che quelli erano gli inconvenienti del mestiere. Trovare un furgone adatto non era stata cosa semplice, ma alla fine ce l’avevano fatta ed erano partirti per Ameno.
Lì avevano individuato il posto giusto per lasciare il mezzo e si erano messi alacremente all’opera, ignorando il gruppetto di ragazzi che se ne stavano sfaccendati su un muretto. Solamente quando ebbero finito di caricare il furgone, Antonio e Giuseppe si accorsero che le ruote erano sgonfie.
Tutto potevano aspettarsi tranne che quei ragazzi potessero compiere un simile gesto! In televisione non si fa altro che parlare di giovani senza valori, impegnati solo a combinare guai, molestare i più deboli e distruggere ogni cosa. Possibile che proprio a loro fossero capitati gli unici dotati di senso civico?
Ora si trovavano nei guai. Avevano un furgone immobilizzato, carico di preziose tele antiche, rubate nella chiesa lì vicina e in lontananza si udiva già la sirena dei Carabinieri, che i teppistelli dovevano aver avvisato.
Non restava che darsela a gambe. Giù per i boschi, verso l’Agogna e poi su di nuovo per le ripide pendici del Monte Mesma. Orientarsi però non è facile nei boschi e i Carabinieri erano giovani e ben determinati a non lasciarseli scappare.
Alla fine vennero presi e nelle concitate fasi dell’arresto Antonio e Giuseppe caddero. Caddero più volte, riportando varie contusioni, tutte in luoghi non visibili. Non ne fecero un dramma: in fondo erano professionisti e sapevano bene che quelli erano i rischi del mestiere.
I due, pluripregiudicati, furono immediatamente tradotti dal giudice per essere processati per direttissima. Il loro avvocato iniziò subito a porre una serie di eccezioni.
«Non di furto si tratta, Vostro Onore, bensì di tentato furto!»
In effetti l’atto criminale non era stato portato a termine…
«L’accusa di ricettazione non regge, in quanto il furgone non è di loro proprietà.»
Parole sante! Il furgone era stato rubato quella mattina, infatti…
Per farla breve, alla fine il giudice condannò i due ad una breve pena detentiva, da scontarsi agli arresti domiciliari.
«Inconvenienti del mestiere» sorrise Antonio.
Per Giuseppe, invece, quello era veramente troppo, anche per un professionista come lui.
«Signor Giudice, la prego!» strillò. «Non mi metta ai domiciliari! Ho partecipato al furto perché volevo andarmene di casa e lasciare mia moglie. Se mi chiudete con lei, quella mi massacra. Ha scoperto che ho un’altra!»
Fu così che la coppia di mariuoli fu divisa. L’uno tornò a casa e l’altro se ne andò, felice, in galera.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.