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mercoledì 30 settembre 2009

Avventure sotterranee per gnomi di caverna



“Avventure sotterranee per gnomi di caverna” è un libretto (datomi ieri dalla maga) di 116 pagine scritto da Francesca Romana D’Amato in cui si raccontano le avventure accadute a due gnomi di caverna: Andrea Wise (nella foto ) e suo nipote Gudrum, che a voler essere precisi sono piuttosto simili a degli spriggan. Cosa sono gli spriggan? È presto detto sono identici ai Gottwiarchi dell’Ossola e ai Guriuts del Friuli. O se preferite, assomigliano molto a nanoidi pelosi e dispettosi…
La loro storia si legge piacevolmente e scorre veloce sul filo dell’ironia, giocando scopertamente coi meccanismi della fiaba e dei racconti di avventura fiabesca. Nella storia irrompono, peraltro, altri personaggi derivanti da filoni narrativi diversi, che l’autrice rimescola elegantemente, giocando abilmente col suo mazzo di carte fatate.
L’autrice ammette che il romanzo è ampiamente, e scopertamente, autobiografico. La misteriosa ragazza che costruisce bacchette magiche sembra, del resto, un suo preciso ritratto.
Un mistero aleggia, comunque, attorno a questo libro. Dove reperire una pubblicazione autoprodotta e fuori dai circuiti commerciali classici? Se non avete voglia di sudare le leggendarie sette camicie dell’eroe, la cosa migliore da fare è tenere d’occhio il sito degli gnomi, per vedere in quali occasioni la loro PR dai capelli bianchi parteciperà a vari “appuntamenti con gli gnomi” rigorosamente aperti al pubblico, portando con se preziose copie di questa piccola magica storia.

venerdì 17 luglio 2009

I racconti di Perry Zona



Nel suo cuore coltiva la speranza di trasmettere alle persone che leggono, almeno un pizzico della gioia che prova quando scrive. Il suo nome è Perry… Perry Zona.”

All’interno della trasmissione Siamo in Onda sono previsti spazi dedicati alla lettura di racconti inediti; brevi storie, adattate alla lettura radiofonica. Sono varie le “voci” che si alternano raccontando piccole grandi vicende.
Oggi voglio parlarvi di una di loro, l’amica Perry, che all’interno del programma ha conquistato un suo spazio, la “Perry Zona”. Una zona magica, la “Perry Zona”, dove le bambole, gli alberi, persino gli astri parlano, raccontando le loro piccole grandi vicende, ricche di fantasia e gioia.

Con piacere ho tra le mani da qualche settimana un agile libretto di 94 pagine, “On Air” in cui sono raccolti 25 racconti di Paola Amadeo, “Perry” per amore di Puntoradio. Una lettura piacevole, per un fine nobile: tutto il ricavato della vendita sarà infatti devoluto in beneficenza.

Paola Amadeo, On air. I racconti di Perry Zona su Puntoradio, Tutti Autori, Milano, 2009, www.lampidistampa.it

sabato 11 luglio 2009

Un tranquillo week end d'ozio


Complice l'estate, la voglia di lavorare va in vacanza.

Così passerò il fine settimana leggendo "I pensieri oziosi di un ozioso" ("Idle Thoughts of an Idle Fellow, a book for an idle holiday") un libro pubblicato nel 1886 da Jerome Klapka Jerome, autore famoso anche per uno dei libri che adoro "Tre uomini in barca (per tacere del cane)".

Tra le massime di Jerome ne richiamo una, che mi pare in sintonia con il post di oggi "Adoro il lavoro. Passerei ore a guardare gli altri mentre lavorano."

domenica 15 febbraio 2009

Lettura del mese passato. Un pirata: la vedova Ching


Spiegare chi sia stato Jorge Luis Borges nelle poche righe consentite al post di un blog è impossibile…
Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, nato a Buenos Aires il 24 agosto 1899 e morto a Ginevra il 14 giugno 1986 non è stato, infatti, solo uno scrittore, poeta e saggista argentino. Pur non avendo mai vinto il premio Nobel per la letteratura, Borges è stato uno degli scrittori più influenti del Ventesimo secolo.


I suoi racconti, frutto di una cultura fuori dal comune e di un genio precocissimo (scrisse il suo primo racconto a sette anni e tradusse dall’inglese un racconto di Oscar Wilde all’età di nove) coniugano idee filosofiche e metafisiche tratte dai più grandi pensatori di tutti i tempi e culture con i classici temi del fantastico. I temi dei racconti fantastici di Borges (il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi e magici, gli slittamenti temporali) hanno influenzato enormemente non solo la narrativa del secolo scorso, ma anche altre arti come il cinema e il fumetto.

La lettura di questo mese è un frammento di “Un pirata: la Vedova Ching”,. Si tratta di uno dei racconti che compongono la “Storia universale dell'infamia”. Scritta tra il 1933 e il 1934, la “Storia universale dell'infamia” è, secondo le parole dell’autore, un’antologia di racconti “barocchi”. Per barocco Borges intendeva “lo stile che consapevolmente esaurisce tutte le proprie possibilità e che confina con la propria caricatura”. I racconti, sempre secondo l’Autore, “sono il gioco irresponsabile di un timido che non ebbe il coraggio di scrivere racconti e che si divertì a falsificare (talora senza alcuna giustificazione estetica) storie altrui.”

La storia della Vedova Ching racconta di una donna, vedova di un pirata, a capo di una potentissima flotta, che devasta le coste della Cina, sconfiggendo persino le armate imperiali inviate per contrastarla. Infine è lo stesso imperatore ad affrontare la Vedova, che comprende quanto la battaglia stavolta sia “difficile, molto difficile, anzi disperata”. La flotta imperiale, tuttavia non attacca battaglia e l’attesa diviene infinita.

Cionondimeno alti stormi pigri di leggeri draghi si alzavano ogni sera dalle navi della squadra imperiale e si posavano con delicatezza sull'acqua o sulla coperta delle navi nemiche. Erano aeree costruzioni di carta e canna, fatte come aquiloni, e la loro superficie, rossa o argentata, portava sempre gli stessi segni. La Vedova esaminò con ansia quelle regolari meteore e vi lesse la lenta e confusa favola di un drago che aveva sempre protetto una volpe, nonostante le sue ingratitudini e le sue continue colpe.”

Allora la Vedova, pur non sapendo se sulla volpe “si sarebbe abbattuto un castigo infinito o un limitato perdono” getta le sue spade nel fiume e si reca in ginocchio su una barca al cospetto dell’Imperatore.
I cronisti raccontano che la Vedova ottenne il perdono e cambiò il suo nome in “splendore della Vera Istruzione”. La pace tornò finalmente sui mari e sui fiumi, nelle coste e nelle campagne, dove i contadini poterono tornare ai loro campi rallegrandosi e cantando dietro i paraventi.

Curiosità: La storia della Vedova Ching, ha ispirato anche il film di Ermanno Olmi Cantando dietro i paraventi.

domenica 11 gennaio 2009

Lettura del mese scorso: i numeri della sabbia




«Da qui parte una disputa lunga secoli per rispondere a una sola domanda, la più misteriosa di tutta la Bibbia: chi sarebbe l’uomo il cui nome corrisponde al 666?» «Ha che fare con Satana», replicò subito lei. «L’ho visto un sacco di volte in tv, sui muri delle chiese sconsacrate, o in luoghi dove la polizia aveva smantellato qualche setta satanica.» «Idiozie per idioti. Il 666 è un mistero che attira e perciò è sempre stato usato per impressionare i creduloni e ricavarne qualche guadagno.»
Roger R. Talbot, I numeri della sabbia



“Chi ha intelligenza calcoli il numero della Bestia, poiché quel numero è di uomo”.
Chi lancia questa sfida è l’autore dell’Apocalisse (Ap 13,18). Il numero è il famoso (o famigerato per le tante idiozie sataniste in circolazione) seicentosessantasei. Attorno a questo enigma si sviluppa il romanzo I numeri della sabbia, di Roger R. Talbot.

Avevo già parlato del libro, segnalato e commentato anche da Orta Blog e dai suoi lettori. Dopo la lettura, decisamente rapida, perché il libro è avvincente e la storia scorre di pagina in pagina nonostante le citazioni, torno a riparlarne.
Il giudizio è sostanzialmente positivo. Il genere è, naturalmente, quello del thriller fantareligioso e deve piacere. I numeri della sabbia è comunque un libro avvincente che mescola abilmente dati di realtà, ricostruzioni storiche e scenari futuribili.


La vicenda ruota attorno all’ultimo e il più misterioso dei libri che compongono la Bibbia, l’Apocalisse. Apocalisse vuol dire “rivelazione”. In questo caso rivelazione di eventi che avverranno, fatta a Giovanni, tradizionalmente identificato con l’Evangelista Giovanni, il “discepolo che Gesù amava (Gv 21,20)”. Il testo è volutamente enigmatico e oggetto di interminabili controversie in particolar modo per la corretta interpretazione di alcune profezie. Una di esse ruota attorno al “numero” della “seconda bestia” (Ap. 13,11 ss). Tale numero è il 666, numero dietro cui si celerebbe un uomo.

Con questo numero e soprattutto con la persona che dietro esso si cela, un miliardario arabo deciso a precipitare il mondo in un nuovo Medioevo, dovrà confrontarsi Liam Brine, un tranquillo studioso che nel giro di poche ore si troverà ad assistere al suicidio del suo maestro e al rapimento del fratello, ritrovandosi , con l’unico aiuto della cognata, nel mezzo di un intrigo internazionale che si dipana dall’Irlanda a Roma e dalla Patagonia ad Abu Dhabi.
Al centro di questo intreccio il Monastero benedettino di clausura “Mater Ecclesiae”, costruito su una piccola isola al centro di un piccolo lago ai piedi delle Alpi…

Le prime righe del romanzo sono sufficienti, per chi conosce il luogo, ad identificarlo. Gli altri forse faticheranno un poco, come i protagonisti, ad individuarlo. In ogni caso il romanzo non perde di fascino e si sviluppa con una serie di colpi di scena e complotti orditi da oscure organizzazioni. Alla fine è annunciata anche, per chi saprà sciogliere l’enigma, la data dell’Apocalisse. Non già la fine del mondo, ma certamente l’inizio di una nuova epoca.

Roger G. Talbot ha 56 anni e vive in Italia da quarant'anni, dividendo la vita fra Roma e la Toscana. Nel suo spazio dichiara di essere uno spirito libero che ama allo stesso modo Italia e Irlanda, sentendosi cittadino di entrambe. E' un appassionato della storia delle religioni, e della storia dei simboli alfabetici e matematici. In generale di tutto quello che stimola a capire come il passato si riflette sull'attuale
Qualcuno tuttavia ha avanzato il dubbio che dietro questa identità si celi un misterioso scrittore italiano…

domenica 7 dicembre 2008

Lettura del mese scorso: Firmino




Avevo sempre immaginato che la storia della mia vita, se un giorno l’avessi scritta, sarebbe cominciata con un capoverso memorabile: lirico come il «Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi» di Nabokov o, se non altro, di grande respiro come il tolstojano: «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo». La gente ricorda espressioni del genere anche quando del libro ha dimenticato tutto il resto. Comunque, a proposito di incipit, il migliore a mio avviso non può che ritenersi quello del Buon Soldato di Ford Madox Ford: «Questa è la storia più triste che abbia mai sentito».

Sam Savage, Firmino


Firmino è un piccolo grande libro, ed è al tempo stesso un caso editoriale: il libro di un esordiente, pubblicato da una piccola casa editrice ed esploso grazie al tam tam dei lettori.
Il libro è una dichiarazione d’amore per la lettura e la fantasia. È la storia dell’amore, apparentemente impossibile per i libri, di Firmino, il protagonista. Impossibile perché Firmino è un ratto. Un ratto che ha di se stesso un’idea pessima ed è considerato brutto e sgraziato dai suoi stessi consimili. Un pervertito, come egli stesso si definisce, che trova nei libri la sua personale strada verso il riscatto. Inizia masticandoli, come ogni buon roditore. Poi, pagina dopo pagina, comincia ad assimilarne non solo le scarse sostanza nutritive, ma il contenuto. Quindi impara a leggerli e smette definitivamente di mangiarli, giungendo a pentirsi di questo suo peccato di gioventù.
I numerosi libri letti, egli vive in una libreria, gli aprono la strada per la comprensione del mondo degli umani, dei quali desidererebbe l’amicizia. Di qui il secondo amore impossibile di Firmino, condannato dal destino in un corpo di ratto, con tutte le spiacevoli conseguenze del caso.
Il terzo amore di Firmino è quello per il cinema. Rosicchiando pop corn nella sala proiezioni di uno sgangherato cinema di periferia, scopre il fascino delle immagini in movimento. I suoi gusti spaziano dall’eleganza di Fred Astaire alla morbosa attrazione per le “Bellezze” protagoniste dei sordidi film che vengono trasmessi dopo un certo orario. Passa ore in estatica ammirazione, trascurando il cibo e talora ogni elementare prudenza.

Firmino è una piccola fiaba sulla magia della lettura e della narrazione. Un libro insieme commovente e divertente, pieno di citazioni lasciate scivolare sulle pagine con un’eleganza e una levità fuori dal comune.

Un libro da non perdere e un ottimo regalo per il Natale prossimo venturo.

venerdì 7 novembre 2008

Sogni d’oro



“… Degli aerei sogni
Son due le porte, una di corno, e l'altra
D'avorio. Dall'avorio escono i falsi,
E fantasmi con sé fallaci e vani
Portano: i veri dal polito corno,
E questi mai l'uom non iscorge indarno.”
Omero, Odissea, XIX (Traduzione di Ippolito Pindemonte)

Gli antichi credevano nell’esistenza di sogni veritieri e di sogni fallaci e all’interpretazione dei sogni dedicarono molte energie.

Quanto hanno interrogato i sogni gli esseri umani? Quanto hanno chiesto loro di essere veri o sperato fossero falsi?

Sull’interpretazione dei sogni sono stati scritti interi trattati e sono state fondate scienze come la psicanalisi.

L’arte di interpretare i sogni nasce però ben prima di Freud. Nel 1562, ad esempio, venne pubblicato il Synesiorum somniorum omnis generis insomnia explicantes libri IIII, ovvero (I quattro libri che spiegano ogni genere di insonnia [descritto nel libro] di Sinesio “Sui Sogni”), opera di Girolamo Cardano.
Della figura di Cardano torneremo ad occuparci sulle pagine di questo blog, perché è un personaggio vissuto non lontano dal Lago dei Misteri (visse tra l'altro anche a Gallarate, città natale di una mia bisnonna) che ebbe una vita in continuo rapporto col mistero. Per ora possiamo dire che nacque a Pavia nel 1501.
Ad un certo punto della sua tormentata vita si definì "mago, incantatore, spregiatore della religione e dedito ai piaceri più turpi". Di certo fu mago e scienziato, geniale matematico e astrologo ciarlatano, medico dei casi disperati e filosofo di libero pensiero. Conobbe scienziati, artisti e sovrani di tutta Europa, morendo infine, a settantacinque anni dopo una vita contrassegnata da gravi tragedie familiari.
Fu proprio un sogno ad annunciare l’inizio della tragedia. La moglie del figlio, dopo aver dato alla luce il secondo figlio, rivelò che entrambi erano figli di suoi amanti. Poco dopo morì, in circostanze misteriose. Il marito fu incarcerato per avvelenamento, processato, torturato e, nonostante la disperata difesa tentata da Girolamo, giustiziato.

Pochi anni prima della morte di Cardano, avvenuta nel 1577, nacque in Inghilterra un genio del teatro che scrisse, tra il resto, “Siamo fatti di quella materia di cui sono fatti i sogni e la nostra breve vita è circondata da un sonno” (Shakespeare, La Tempesta, IV atto).
I personaggi della letteratura cosa sono se non invenzioni, fantasie, quindi sogni usciti dalla mente degli scrittori? Ma lo stesso non potrebbe forse dirsi anche per la vita stessa degli uomini?

Quanti sogni ad occhi aperti facciamo? Quante idee geniali, profetiche sono simili a sogni o sono state inventate in sogno.
La notte porta consiglio, si dice infatti, anche se sovente i sogni svaniscono all’alba.

Il sogno è necessario per la nostra mente, come il cibo per il corpo. Un essere umano senza sogni morirebbe. Lo stesso si può dire per quei sogni che guidano le nostre vite, spingendoci ad alzare lo sguardo da terra verso il cielo, e un destino superiore. Senza questo genere di sogni l'uomo muore di una morte lenta.
“Uomini siate, e non pecore matte” ci ammoniva Dante.

Talora però i sogni si trasformano in incubi. Molti amori finiscono in tragedie o si perdono in un desolante labirinto d’incomprensioni e tradimenti...

La puntata di sabato sera di Siamo in Onda tratterà il tema “Sogni d'Oro” e ospiterà una nuova pillola di Mistero ispirata ad una nota leggenda.

Se non avete la radio o vivete lontano dalle antenne di Puntoradio potete ascoltare la trasmissione dalle casse del computer seguendo queste semplici istruzioni.


Prima di congedarvi non mi resta che porvi le consuete domande:


Avete sogni ricorrenti?

Qual è il vostro sogno ad occhi aperti?

Un incubo vi perseguita?


Dite la vostra (anche sul resto)!

lunedì 27 ottobre 2008

Un poco prima del tramonto dell'impero



La caduta di un impero, signori, è un avvenimento di enormi proporzioni, non facile certamente da combattere. È provocata dalla crescita della burocrazia, dall’inaridirsi dell’iniziativa umana, dall’immobilismo delle caste, dall’appiattimento degli interessi… e da centinaia di altri fattori…
A guardare le cose in modo superficiale, si può affermare che tutto sia normale. Tuttavia, signor avvocato, anche il tronco marcio dell’albero, fino a quando l’uragano non l’abbia spezzato in due, ha tutte le apparenze della solidità.

Isaac Asimov, Prima Fondazione.


Lessi il ciclo della Fondazione quando avevo la metà degli anni che ho ora. Ho ripreso in mano il libro con qualche esitazione, lo confesso. Mi sono bastate poche pagine per ritrovare tutto il fascino di questa saga. Non poteva essere diversamente, credo, con quello che è considerato il classico dei classici della fantascienza, nel quale è dipinto un affresco di storia galattica che ancora oggi mette le vertigini.

Nell’anno 12.069 dell’Era Galattica, l’Impero conta venticinque milioni di mondi abitati. Sul solo Trantor, il pianeta capitale, più di quaranta miliardi di individui vivono in un’immensa megalopoli che occupa tutta la superficie del pianeta, pari a 75 milioni di miglia quadrate. L’Impero Galattico, che ha 12 millenni di vita, pare al suo apogeo e i cinque milioni di miliardi di esseri umani che lo abitano sono tutti convinti che esso non avrà mai fine.
Tutti tranne un uomo, Hari Seldon, inventore di una scienza denominata “psicostoriografia”, una nuova branca della matematica “che studia le reazioni di un agglomerato umano a determinati stimoli sociali.” Postulato della nuova scienza è che l’agglomerato deve essere sufficientemente grande da consentire valide elaborazioni statistiche. Un secondo assunto è che la comunità esaminata deve essere all’oscuro dell’analisi psicostorica di cui è oggetto.
Hari Seldon prevede, su basi matematiche, l’imminente crollo dell’Impero Galattico e un successivo periodo di anarchia e barbarie della durata di trentamila anni. Contro questo destino, apparentemente ineluttabile, lo scienziato propone una soluzione: radunare centomila persone su un pianeta ai margini della Galassia perché siano il seme da cui possa sorgere il nuovo impero. Il caos verrà, perché nulla può fermare l’immensa forza inerziale dell’impero decadente, ma la sua durata potrà essere ridotta ad un solo millennio, grazie alle previsioni della psicostoriografia.

Isaac Asimov scrisse la Trilogia della Fondazione dal 1951 al 1953. L’ispirazione gli era venuta leggendo la monumentale opera di Gibbon sul declino dell’impero romano. Anni più tardi aggiunse un quarto libro (e poi un quinto) con cui il ciclo della Fondazione veniva a fondersi con l’altro grande filone narrativo di Asimov, quello dei robot. Negli ultimi anni della sua vita, infatti, Asimov lavorò per unificare in un unico universo narrativo i numerosissimi romanzi e racconti scritti durante la sua lunghissima carriera.

Oltre al piacere di leggere un capolavoro della fantascienza, il Ciclo della Fondazione di Asimov non può non lasciare un sottile senso di inquietudine. Ogni civiltà reputa di essere immortale mentre, come ogni fatto umano, anch’essa avrà una fine come ha avuto un inizio. Talora la consapevolezza della fine si diffonde prima della fine stessa e qualcuno ha modo di porre in salvo i semi che consentiranno una nuova rinascita. Altre volte la fine è così subitanea e imprevista da cogliere una civiltà totalmente impreparata. Così essa cade di schianto, come un albero lungamente minato al suo interno da microscopici parassiti, che viene improvvisamente spezzato dal vento.

Mi sembra utile, a questo proposito, chiudere con un’altra citazione. Si tratta di una poesia azteca, scritta da un autore ignoto, vissuto nella capitale del regno mesoamericano, la città di Mexico – Tenochtitlan. Ad essa i guerrieri giaguaro trascinavano in continuazione i prigionieri di guerra, consegnandoli ai sacerdoti perché fossero sacrificati al dio sole.

Dal luogo dove si posano le aquile
dal luogo dove si innalzano i giaguari,
il Sole è invocato.
Come uno scudo che scende, così si va ponendo il sole,
in Messico sta cadendo la notte, la guerra mi circonda da tutte le parti,
oh datore di vita!
Si avvicina la guerra.
Orgogliosa di se stessa si solleva la città di Mexico – Tenochtitlan.
Qui nessuno teme la morte in guerra.
Questa è la nostra gloria.
Questo è il tuo ordine.
Oh, datore di vita!
Tenetelo presente, oh principi, non lo dimenticate.
Chi potrà assediare Tenochtitlan?
Chi potrà commuovere le fondamenta del Cielo?
Grazie alle nostre frecce, grazie ai nostri scudi, esiste la città.
Mexico Tenochtitlan vive!

La poesia fu scritta alla fine del XV secolo. Per una crudele ironia del destino negli stessi anni tre caravelle spagnole toccavano terra a qualche centinaio di chilometri di distanza. Nemmeno trent’anni dopo della meravigliosa Mexico Tenochtitlan, dei suoi templi, dei suoi giardini e dei suoi canali non sarebbero restate che rovine fumanti, calpestate dai piedi dei castigliani di Cortés e dei suoi alleati indigeni.
E in tutto il Messico sarebbe riecheggiato un grido – di stupore, di gioia o di dolore – simile a quello che si ode nell’Apocalisse: «è caduta, è caduta, Babilonia la grande».

venerdì 24 ottobre 2008

Fedeli o infedeli?


«È la fede degli amanti
Come l’Araba Fenice:
che vi sia, ciascun lo dice,

dove sia, nessun lo sa!»


Così cantava il grande Metastasio (1) sottolineando come la fedeltà sia merce assai rara, almeno quanto il famosissimo uccello, la Fenice appunto, che tutti dicevano vivesse nell’Arabia, ma che nessuno aveva mai realmente visto.

Ancora più esplicito il parere del poeta Ovidio (2) che attribuiva chiaramente le colpe dell’infedeltà e dava precise indicazioni su come comportarsi:

«Restituite i pegni,
mantenete la fede; dalla frode
state lontani; conservate monde

le mani dal delitto: ma le donne

ingannatele pure impunemente,
se avete senno. In questo esser leali
è vergognoso più d’ogni altro inganno.
Ingannate codeste ingannatrici:
razza in gran parte iniqua e scellerata,

cadan nei lacci ch’esse stesse han teso!»


Ovidio, si badi, non era certo un dilettante dell’argomento. Egli infatti non aveva solo un’esperienza teorica dell’amore (la sua Arte di Amare è una sorta di Kamasutra in latino ad uso delle donne e degli uomini suoi contemporanei), ma anche pratica.
Oltre all’esperienza diretta, che pure non gli mancava, come traspare da molti suoi versi, egli aveva avuto modo di osservare, dal punto di vista privilegiato del poeta di corte, gli amori e gli amoreggiamenti della Roma bene.
Proprio per aver osservato troppo, probabilmente, il poeta finì i suoi giorni ai confini dell’impero, esiliato da Augusto la cui figlia, Livia, contraddiceva nella pratica le direttive moraleggianti del padre imperatore. Per ironia della sorte l’ideologo dell’adulterio trovò nei giorni tristi dell’esilio il suo maggior conforto nella fedelissima moglie che con ogni mezzo cercò, inutilmente, di farlo richiamare a Roma.


Venendo ai giorni nostri, mi piace ricordare il simpatico blog “Amore, sesso, tradimenti” tenuto da una simpaticissima blogger di nome “Pupottina” . Pupottina racconta, in modo irresistibile, le tragicomiche avventure di una serie di personaggi che vivono una situazione sentimentale estremamente complessa.
L’autrice vive in un paese di quella provincia italiana ricca di segreti inconfessabili nei quali hanno intinto la penna moltissimi scrittori.
Come non citare, a questo punto, Piero Chiara (3), il luinese che definì Orta “l’acquarello di Dio”?

Naturalmente si può essere fedeli, o tradire, anche qualcosa di diverso da un amore. La fedeltà può essere indirizzata ad un ideale, ad una parola data, ad un impegno. Così come si può tradire in mille modi diversi.

Proprio attorno a questo tema, fedeltà/infedeltà, ruota la puntata di Siamo in Onda di sabato 25 ottobre, sempre sulle frequenze di Puntoradio (per ascoltarla seguite queste istruzioni). Come consuetudine anche la Pillola di Mistero seguirà il tema, raccontando la storia dimenticata di un luogo dal nome curioso…

Prima di lasciarvi, non mi resta che porvi alcune domande, cui spero non vorrete esimervi dal rispondere.

A chi o che cosa siete fedeli?

Chi o che cosa avete tradito?

Esiste la fedeltà?

Si può essere fedeli?

Dite la vostra!


Note
1) Pietro Antonio Domenico Bonaventura Trapassi, detto Metastasio (Roma 3 gennaio 1698 – Vienna, 12 aprile 1782).
2) Publio Ovidio Nasone (Sulmona 20 marzo 43 a.C. - Tomi, sul Mar Nero, 17-18 d.C.)
3) Pierino Chiara (Luino, 23 marzo 1913 – Varese, 31 dicembre 1986).

domenica 31 agosto 2008

Lettura del mese scorso: La magia




Se invece, secondo l’abitudine volgare, costoro definiscono propriamente un mago colui che, grazie al suo comunicare con gli dei immortali, ha la possibilità, mediante un incredibile potere di formule magiche, di fare tutto ciò che vuole, allora mi meraviglio proprio che non abbiano avuto paura di accusare una persona che ammettono possedere un potere così straordinario.
Apuleio, La Magia.


Quando pensiamo ai processi per stregoneria normalmente ci immaginiamo sul banco degli imputati una povera vecchia, analfabeta, custode dell’antica sapienza pagana, alle prese con un arcigno inquisitore cattolico. In alternativa il ruolo della strega è interpretato da una donna giovane e bella, che per la sua indipendenza e trasgressione delle regole di una società maschilista e bigotta è finita sul banco degli imputati.

Si tratta di un luogo comune, benché fondato su molti casi reali. Spesso erano gli uomini ad essere processati e arsi sui roghi con accuse molto simili a quelle rivolte alle streghe. In questo senso basti l’esempio dei Cavalieri Templari, contro i quali il tribunale, messo in piedi nel 1309 per la volontà di Filippo IV re di Francia di incamerare le ricchezze dell’Ordine, vomitò le accuse più infamanti, molte delle quali si ritrovano anche nei processi per stregoneria, a partire dalla partecipazione di un gatto agli oscuri rituali d’iniziazione.

Come abbiamo già avuto modo di dire i diversi elementi che compongono l’immagine della “strega” e dei suoi rituali (il sabba, il contratto con il demonio, ecc.) si svilupparono lentamente nel tempo e finirono per consolidarsi diventando “canonici” solo alla fine del medioevo, con l’inizio dell’età “moderna”. Ciò non toglie però che processi contro persone sospettate di compiere quella che potremmo definire “magia nera” siano stati intentati anche in contesti culturali molti diversi. Tanto più che molte delle argomentazioni giuridiche portate contro le streghe, risalgono al diritto romano e alla cultura classica greco romana.

Quello da cui è tratta la lettura del mese è proprio un processo “per stregoneria” molto più antico e diverso da quelli cui siamo comunemente abituati. Vediamo dunque di capire con chi abbiamo a che fare.


IL PROCESSO
1) Il processo si svolse nel 158 - 159 d.C. a Sabrata, città della costa africana ad una quarantina di miglia da Oea, l’attuale Tripoli, città in cui risiedeva Lucio Apuleio, l’imputato.
2) Apuleio fu accusato di essere dedito alle arti magiche inaspettatamente, mentre stava sostenendo un’altra causa, intentata per motivi non chiari da altre persone contro la moglie.
3) Il giudice, data la gravità delle accuse, istruì subito un processo che si tenne poche settimane dopo.

IL GIUDICE
1) Se l’accusa è sostenuta dagli avvocati della parte avversa, ovviamente intenzionati a veder condannato Apuleio, il giudizio era affidato ad una parte terza, il proconsole d’Africa.
2) Claudio Massimo fu proconsole della Provincia d’Africa nel 158 - 159 d.C., essendo imperatore Antonino Pio, uno dei migliori imperatori della storia di Roma.
3) Il giudice si dimostra imparziale e concede ad accusa e difesa il tempo previsto dalle leggi romane, misurato con una clessidra, per esporre le proprie argomentazioni.

L’ACCUSA
1) Apuleio era accusato di essere dedito alle arti magiche, una pratica vietata fin dai tempi arcaici di Roma con pene severe. Con quelle avrebbe indotto Pudentilla, una ricca vedova a sposarlo. L'accusa di omicidio, mediante incantesimi, di uno dei due figli della donna, in sede processuale non venne sostenuta per l'evidente indimostrabilità del fatto.
2) Nelle “Leggi delle 12 tavole”, una (l’ottava) condannava “qui malum carmen incantassit… qui fruges excantassit...” (“Chi avrà pronunciato un maleficio… chi avrà incantato le messi…”) e proibiva di “alienam segetem pellicere” (“attirare nel proprio campo con incantesimi le messi altrui”).
3) Una legge successiva, la lex Cornelia promulgata da Silla (81 a.C.), condannava a morte “qui artibus odiosis, tam venenis quam susurris magicis homines occiderunt” (“coloro che con arti odiose, sia veleni che formule magiche, uccisero degli uomini”).
4) Tali accuse non erano quindi di lieve entità, tanto più che la condanna a morte degli incantatori era eseguita nel circo con lo sbranamento da parte delle belve, ovvero mediante la più orribile e ignominiosa delle esecuzioni, la crocifissione.


L’IMPUTATO.
1) Non si tratta di una donna, come si è detto, bensì di un uomo. Lucio Apuleio è anzi, a detta dei suoi accusatori, un giovane di bell’aspetto capace di affascinare, grazie a questo e ai suoi oscuri incantesimi, una ricca e matura vedova, Pudentilla, convincendola a nuove nozze.
2) È uno straniero, un avventuriero secondo l’accusa, nativo di Madaura, una città dell’interno al confine tra Numidia e Getulia, terre famose per gli oscuri rituali magici praticati dalla popolazione.
3) Apuleio non è affatto un analfabeta. È anzi un brillante oratore, uno dei migliori conferenzieri della sua epoca, un maestro di retorica e un filosofo.
4) L’imputato è (come del resto il giudice e gli stessi accusatori) un pagano, che rivendica fieramente la propria devozione agli dei. Di Apuleio resta anzi un’altra opera, L’asino d’oro, in cui irride una donna che crede in un unico dio.

LA DIFESA
1) Apuleio non è una vittima inerme e indifesa contro le accuse che gli vengono mosse. L’Apologia, nota anche come La magia è anzi il testo dell’orazione difensiva da lui stesso pronunciata davanti al giudice. In essa, da giocoliere delle parole qual è smonta punto per punto le accuse degli avversari, ritorcendole contro di loro e dimostrando che il vero motivo dell’accusa erano le mire degli accusatori sul cospicuo patrimonio della moglie di Apuleio.
2) Apuleio non nega di essere un mago, ma sottolinea la distinzione tra una magia cattiva ed una nobile, praticata dai sapienti, dai sacerdoti e dai filosofi. Sottolinea come i “Maghi” fossero in Persia dei sacerdoti e dei sapienti degni di ogni onore. Rivendica di essere un filosofo, indagatore della natura nei suoi molti aspetti.
3) Egli ammette persino di essere stato iniziato a culti misterici, cosa che la legge del tempo non vietava. Da Le Metamorfosi, l’opera più famosa di Apuleio, sappiamo che i misteri a cui era iniziato erano quelli della dea Iside.

LA SENTENZA
1) Al termine del processo Apuleio venne assolto. Troppo labili erano le prove portate contro di lui; troppo poco accorta l’accusa sostenuta da avvocati di provincia; troppo abile la difesa di Apuleio, uno dei più brillanti oratori della sua epoca.
2) Nonostante l’assoluzione, l’idea che Apuleio fosse realmente un mago sopravvisse alla sua morte, sostenuta proprio dalle sue opere. Oltre a La magia, egli scrisse infatti Le Metamorfosi, ovvero l’Asino d’Oro, l’unico romanzo latino conservatosi integralmente (l’altro, il Satiricon di Petronio è lacunoso), un’opera dove la magia e la stregoneria hanno un ruolo centrale nelle vicende del protagonista, il povero Lucio trasformato in asino (da qui il titolo) per un incantesimo.
3) La fama e il mito di Apuleio mago cresceranno al punto da farne, nella polemica che nel IV secolo vide frontalmente contrapposti paganesimo e cristianesimo, quasi una figura alternativa al Cristo, capace anch’egli di fare miracoli.

ALCUNE CONCLUSIONI
1) L’accusa di stregoneria o di magia poteva colpire, ben prima della nascita dell’inquisizione, personaggi in qualche modo ai margini della società. Uno straniero come Apuleio, dedito a strane ed incomprensibili ricerche, poteva essere accusato trovando nell’opinione pubblica orecchie pronte a prestar fede alle accuse.
2) Apuleio fu abile ma anche fortunato. Se (un'ipotesi per assurdo, naturalmente) il suo accusatore e giudice fosse stato un inquisitore e l’interrogatorio fosse stato condotto sotto tortura sarebbe infatti senz’altro finito sul rogo. Egli poté invece difendersi davanti ad un giudice imparziale, che tutto era tranne un fanatico.
3) Nonostante la sua abile difesa, i dubbi che le accuse rivoltegli non fossero del tutto infondate rimangono ancora oggi. Le sue ricerche sui determinati pesci effettivamente impiegati negli incantesimi, gli strani esperimenti condotti su uno schiavo e una donna, gli oggetti che teneva celati in un fazzoletto accanto al focolare e che giustificava coi rituali misterici cui era iniziato, le sue opere letterarie fanno pensare ad una conoscenza più approfondita della magia di quello che lo stesso Apuleio voglia far credere nell’autodifesa.
4) L’autodifesa di Apuleio è peraltro un documento interessante perché mostra come all’apogeo dell’impero romano si andassero diffondendo superstizioni e convinzioni irrazionali, mentre la cultura scientifica cominciava inesorabilmente a regredire. Segnali questi di una società che, per quanto ricca e pacifica, si sentiva in balia di forze oscure e imperscrutabili contro le quali solo le arti magiche potevano qualcosa. Presagio questo di un’insicurezza ormai incombente, che si manifesterà in modo traumatico una decina di anni dopo con la grande invasione che porterà un’orda di migliaia di barbari a sfondare il confine e giungere ad assediare Aquileia, dando avvio ad una lunghissima fase di guerre interne ed esterne.

Claudio Moreschini (a cura di), Apuleio. La magia, Milano, BUR, 1990.

domenica 3 agosto 2008

Lettura del mese passato: La Chimera.



Era una precisa tecnica del governo al tempo della dominazione spagnola in Italia, questa di costringere i sudditi a convivere con leggi inapplicabili e di fatto inapplicate, restando sempre un poco fuori della legge: per poterli poi cogliere in fallo ogni volta che si voleva riscuotere da loro un contributo straordinario, o intimidirli, o trovare una giustificazione per nuove e più gravi irregolarità.

Sebastiano Vassalli, La Chimera, Torino, 1990.

La Chimera è il titolo del più famoso romanzo di Sebastiano Vassalli, scrittore piemontese che vive in una località imprecisata delle Terre d’Acqua, quella vasta distesa di paludi artificiali che sono le risaie estese nella Bassa, il territorio pianeggiante tra Novara e Vercelli. Poco distante da lì, “un po’ a sinistra e un po’ oltre il secondo cavalcavia” sorgeva una volta il paese di Zardino in cui visse Antonia, la sfortunata protagonista del romanzo.
Antonia era un’esposta, abbandonata nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1590, giorno di Sant’Antonio Abate, sulla ruota in legno all’ingresso della Casa di Carità di San Michele fuori le Mura a Novara. “Un neonato di sesso femminile, scuro d’occhi, di pelle e di capelli: per i gusti dell’epoca, quasi un mostro.”
Probabilmente figlia di un soldato della guarnigione spagnola e di una delle innumerevoli prostitute che a quei tempi, prima che l’austero Vescovo Bascapé giungesse in città a mettere un po’ d’ordine, vivevano in città, assieme ai soldati e ad un folto e gaudente numero di preti, frati e suore.
Vassalli descrive la vita della città di Novara che “all’epoca della nascita di Antonia era forse la più disgraziata in assolto tra le molte disgraziatissime città che costituivano il regno disgraziato di Filippo II di Spagna”. Una città oppressa da tasse e da leggi inique, che nel giro di pochi anni avevano ridotto il numero degli abitanti dai settantamila che lo popolavano prima dell’inizio dei guai, ai settemila circa della fine del secolo decimosesto, buona parte dei quali erano “avventurieri d’ogni razza e d’ogni genere, sensali d’ogni merce, trafficanti, puttane.”
Antonia, cresciuta nella Pia Casa con le altre esposte, è adottata dai coniugi Nidasio di Zardino. Qui nel piccolo paese quieto e un po’ noioso Antonia cresce e da mostro si trasforma in una ragazza bella. Fin troppo bella. D’una bellezza innaturale, dirà l’Inquisitore.
Vassalli descrive la diffidenza verso l’esposta, l’invidia per la sua bellezza, i pettegolezzi e le insinuazioni che preparano il terreno alla denuncia per stregoneria, il 12 aprile 1610. La catastrofe è annunciata da alcuni segni. Il risveglio della Fierabestia da un letargo durato anni, con il seguito di inquietanti aggressioni e uccisioni nelle campagne. Poi i segni prodigiosi e le malattie, finché qualcuno non trova il coraggio di puntare l’indice contro la causa di tutte quelle disgrazie: Antonia, quella di fuori, l’esposta, la strega.
Durante i cinque mesi del processo, fino alla sentenza pronunciata il 20 agosto 1610, vediamo in azione i feroci ingranaggi della macchina dell’Inquisizione, contro cui nulla possono i tentativi dei coniugi Nidasio: né le argomentazioni, né le lacrime e nemmeno il tentativo di corrompere l’inquisitore con l’offerta di un porco di seicento libbre in cambio della libertà della figlia.

L’ispirazione per La Chimera venne all’autore osservando il Nulla dalla sua finestra. Quella cortina nebbiosa che cala sulla bassa negli inverni impedendo di scorgere qualsiasi cosa. Una cortina che talora si apre, lasciando vedere un paesaggio nitidissimo, da cartolina, soprattutto in primavera quando le risaie si riempiono d’acqua e all’orizzonte si stagliano le Alpi cariche di neve, così vicine da poterle toccare. Su queste vette bianchissime svetta il “macigno bianco” del Monte Rosa, inafferrabile come una chimera.
Sotto di esso il rumore del presente. E proprio “per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla; magari laggiù, un po’ a sinistra e un po’ oltre il secondo cavalcavia, sotto il «macigno bianco» che oggi non si vede. Nel villaggio fantasma di Zardino, nella storia di Antonia.”

mercoledì 2 luglio 2008

Mario Calabresi - Ricordo di Luigi Calabresi - Ballarò

Nella trasmissione Ballarò Mario Calabresi ha tracciato un breve profilo del padre (circa 9 minuti), che vale la pena di ascoltare.

Intervista a Mario Calabresi

Credo sia interessante sentire dalla viva voce di Mario Calabresi alcuni commenti rilasciati in una breve intervista (circa 3 minuti).

martedì 1 luglio 2008

Lettura del mese passato: Spingendo la notte più in là



Ho scommesso sulla vita, cos’altro potevo fare a venticinque anni con due bambini piccoli tra le mani e un terzo in arrivo? Mi sono data da fare tutti i giorni, unico antidoto alla depressione, e ho cercato di vaccinarvi dall’accidia, dall’odio, dalla condanna di essere vittime rabbiose. Questo non significa essere arrendevoli o mettere la testa sotto la sabbia. Significa battersi per avere verità e giustizia e continuare a vivere rinnovando ogni giorno la memoria. Fare diversamente significherebbe piegarsi totalmente al gesto dei terroristi, lasciar vincere la loro cultura della morte.


Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, Milano, 2008, p. 128.


Se siete troppo giovani per sapere cosa sia stato il terrorismo in Italia, leggete questo libro.
Se non ricordate più ciò che accadde negli Anni di Piombo, leggete questo libro.
Se ricordate ciò che accadde in quei tragici anni, leggete questo libro.

Spingendo la notte più in là è la storia dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, ucciso la mattina del 17 maggio 1972. È scritta dal figlio Mario, che aveva poco più di due anni quando suo padre venne assassinato.
Non solo.
Il libro racconta la storia di molte altre persone, cadute vittime del terrorismo dopo Calabresi. È la storia del calvario infinito dei parenti delle vittime, tra processi, apparizioni televisive degli ex terroristi e tardivi riconoscimenti da parte dello Stato.

Spingendo la notte più in là è un libro che andrebbe letto nelle scuole, perché spiega anche come la violenza e l’odio generino ferite che solo la voglia di vivere e la capacità di amare gli altri possono curare.

Spingendo la notte più in là fa riflettere, perché mostra come ancora in anni recentissimi sia possibile creare una “leggenda nera” attorno ad un uomo, fino a distruggerlo.
Perché l’omicidio di Luigi Calabresi questo ha di diverso rispetto a molte altre vicende simili. La campagna d’odio e disinformazione montata contro un leale servitore dello Stato, ingiustamente accusato di essere responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ha pochi confronti nella storia di questo paese.

Alcune dinamiche – non nei dettagli perché è impossibile sovrapporre eventi storici così diversi tra di loro – ricordano la follia delle cacce alle streghe o le campagne d’odio contro gli ebrei. Anche in quei casi alcuni fanatici lanciarono accuse che vennero raccolte dalla massa, intimorita da oscure minacce e alla ricerca di un capro espiatorio.
Anche in questo caso, accanto ai molti ripetitori di slogan coniati da altri, troviamo cinici personaggi che sulle accuse contro Calabresi si sono costruiti una carriera, e volonterosi carnefici che si sono assunti il compito di eseguire una illegittima sentenza di morte che molti auspicavano a parole.
Ciò che più sconcerta è che nemmeno la cultura seppe fare diga contro quella marea montante. Furono ottocento gli intellettuali che firmarono un infame manifesto contro Calabresi pubblicato su L’Espresso il 13 giugno 1971. Alcuni di loro, per fortuna, in seguito trovarono il coraggio di scusarsene pubblicamente e con gli interessati.

Mario Calabresi, giornalista, ha la grande capacità di raccontare, attraverso i piccoli dettagli (“perché sono i particolari a tenere viva la memoria, i ricordi pieni, vissuti e non la prosopopea”), un pezzo di storia di questo paese. In tono sobrio (“ci vuole pudore quando si parla dei morti”), pacato, ma fermo.
Scrivendo, secondo l’insegnamento ricevuto dalla madre, Gemma, “per avere verità e giustizia e continuare a vivere rinnovando ogni giorno la memoria”.

domenica 25 maggio 2008

La lettura del mese passato: Rat Man


Un uomo aveva due figli: Tatanaele ed Isappo.
Un giorno Tatanaele disse al padre: «Non voglio più abitare nella tua casa, lavorare nei tuoi campi e mangiare capra azzima tutte le sere. Dammi quindi la parte del patrimonio che mi spetta, così che possa andarmene e sperperarla con le prostitute.»
Il padre era vecchio ma robusto. Così si alzò da tavola e Tatanaele ne prese così tante, ma così tante, che fu sera e fu mattina. Poi il padre si rivolse al secondo figlio: «E tu, Isappo? Anche tu vuoi chiedere qualcosa a tuo padre?»
Allora Isappo guardò Tatanaele. Poi guardò il padre. Poi ancora Tatanaele e disse: «Posso avere dell'altra capra azzima?»
Ecco, io vi dico: «Chiedete e vi sarà dato... e a ciascuno secondo la legge del padre.»
Da Leo Ortolani, Venduto, Rat Man Collection n. 65.

Leonardo “Leo” Ortolani è, a mio avviso, un genio assoluto. Un genio del fumetto umoristico, ve lo concedo, ma in questo genere è riuscito a diventare, in pochi anni, un vero fenomeno di culto.
Leo Ortolani ha uno stile inconfondibile, con i suoi personaggi dalla faccia di scimmia, che è il suo marchio di fabbrica. Il tratto in bianco e nero in alcune vignette è così essenziale da ricordare i Peanuts di Schultz, mentre in altre (ciò è particolarmente evidente nelle copertine) si arricchisce per richiamare volutamente quello dei super eroi americani. Per questo Ortolani è stato definito “il più grande autore Marvel vivente”.

Del resto Rat-Man, il protagonista, è davvero un supereroe.
Un supereroe, occorre dire, molto sui generis. Rat Man indossa un costume da topo e la lista dei suoi superpoteri è … bianca. Egli infatti non ha alcun superpotere. Non vola, non è invulnerabile, non è forte come mille uomini…
Le straordinarie imprese da lui compiute sono comunque degne di essere ricordate: ha diviso i Fantastici Quattro per un numero pari a se stesso; ha ritrovato l’Urlo di Munch grazie al suo udito; ha cancellato il razzismo, la guerra, la fame e la malattia dai vocabolari… costringendo la gente a comprarne di nuovi.
Soprattutto Rat-Man ha una caratteristica che lo rende unico: è completamente idiota. Occorre ripetergli le cose almeno due volte perché le capisca e ancora non è detto che ci riesca. Tra due possibili scelte opterà inevitabilmente per quella dall’esito più catastrofico. Possiede ogni più imbarazzante difetto fisico e fisiologico. È così noioso che quando parla la sua immagine riflessa nello specchio si annoia ad ascoltarlo…
Attorno all’Eroe si muovono comprimari altrettanto folli: un maggiordomo fedele come un cane; un poliziotto di colore, pluricornificato dalla moglie e idiota almeno quanto l’Eroe; un orsacchiotto di peluche; un/a transessuale platinato/a innamorato/a, non ricambiato/a, dell’eroe…

Rat-Man è il personaggio più politicamente scorretto che si possa immaginare. In uno stesso numero il protagonista riesce
- a rifiutare l’offerta in chiesa dicendosi “già a posto”;
- ad essere stupidamente e insensibilmente classista col maggiordomo;
- a litigare con un disabile;
- a firmare, perché “la faccia gli ispira fiducia”, un contratto con un produttore televisivo incompetente, disonesto, palesemente pedofilo.

Nella sua totale imbecillità (gli si perdona facilmente perché è evidente che non sa ciò che sta facendo) Rat Man un super potere alla fine lo possiede: riesce a farci ridere. Di noi stessi, delle nostre piccole meschinità quotidiane (comprese quelle più inconfessabili), della nostra arroganza verso i perdenti, i diversi e tutti quanti, per qualsiasi motivo, consideriamo inferiori…
E riesce, con poche battute, a fustigare le contraddizioni e le ipocrisie della nostra società: il cinismo della televisione che specula sul dolore dei famigliari delle vittime; la spasmodica ricerca di una briciola di notorietà; la svendita di ogni valore.

Da segnalare il particolare umorismo di Ortolani. Le battute vivono anche fuori dalla gabbia delle strisce a fumetti (“Vendo il rispetto per me stesso. Telefonare ore pasti, chiedendo dell’imbecille”), ma è nella successione delle vignette (di dimensioni sempre variabili) che l’autore raggiunge i vertici della sua comicità. Una singola sequenza comica può durare per alcune pagine, con varie scansioni interne, in un crescendo grottesco che si conclude nei modi più imprevedibili. Talora, una sequenza, che apparentemente pareva conclusa, viene improvvisamente riaperta: tre - quattro vignette a pagina 49, incomprensibili se prese da sole, diventano irresistibili se lette come seguito della sequenza che si credeva chiusa a pagina 27.

Ortolani non è solo autore di Rat Man. Tra le numerose storie da lui scritte e disegnate da segnalare le parodie di celebri opere cinematografiche:
Il Signore dei Ratti (Il Signore degli Anelli);
Star Rats (Guerre Stellari);
299+1 (300);
Venerdì 12 (La serie Venerdì 13).
E già si annuncia la prossima uscita di “John Ratto”, liberamente ispirata alle vicende di un famoso reduce...

Cosa c’entra questo post con Il Lago dei Misteri? Nulla.
Semplicemente ho deciso di dedicare ai lettori un breve brano tratto da letture interessanti. Il brano rimane visibile per circa un mese nella colonna di destra, per poi essere sostituita da un altro. Al termine del suo ciclo vitale, la lettura (in questo blog si fa come per il maiale, non si butta nulla) viene ripescata come post e commentata.

Anche se…

Anche se un piccolo mistero c’è anche in Rat Man. Leo Ortolani ha da tempo annunciato che Rat Man arriverà solo fino al numero 100. E poi? Cosa accadrà, raggiunto quel fatidico numero?
Migliaia di lettori sono in ansia, ma l’Autore li rassicura: non devono preoccuparsi della cosa.
Il mondo finirà prima.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.