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venerdì 6 marzo 2009

Il bosco e le sue storie incantate

Una camminata per il bosco di Alzo inseguendo storie di fate, gnomi e streghe.

Sabato 7 marzo dalle ore 15.00 alle ore 18.00, con partenza dallo SPAZIOTEATRO SELVE di Pella, in via don G. Zanotti 26, si svolgerà un interessante esperimento teatrale nel bosco di Alzo.
Condotto da Anna Olivero, il pomeriggio sarà guidato da “Cionina la Contastorie” personaggio che nel suo girovagare per i monti boscosi del lago d’Orta, ha raccolto testimonianze, storie e leggende che parlano di gnomi amici degli animali, fate benigne e streghe non sempre malvagie.
Tra le ombre di un cespuglio, o nel riflesso luccicante del sole tra le foglie, può apparire una creaturina inaspettata, disponibile a raccontare la sua storia, se trova orecchie pronte all’ascolto.
Gli spettatori, guidati in un percorso fisico e anche fantastico all’interno del bosco, potranno incontrare questi esseri fatati, ascoltare la loro storia e anche venire coinvolti in danze inaspettate e altri giochi teatrali.
Lo spettacolo alterna momenti itineranti a momenti di sosta dove vengono disposti alcuni oggetti, maschere, burattini, libri, necessari alla narrazione.
Lo spettacolo è interattivo e prevede momenti di coinvolgimento dei bambini in giochi teatrali.

ANNA OLIVERO
Attrice e pedagoga, laureata al DAMS dell’Università di Bologna. Fonda nel 1999, insieme a Franco Acquaviva il Teatro delle Selve di cui è attrice e pedagoga guidando laboratori nelle scuole e giovani attori. Deve la propria formazione d’attore e nell’organizzazione dello spettacolo all’attività svolta presso il Teatro Ridotto e il Teatro La Soffitta di Bologna dal 1987 al 1998, col quale ha effettuato tournée in Italia, Cuba, Venezuela e Danimarca. Dal 1995 lavora in molti istituti scolastici delle province di Novara, Verbania, Bologna, Taranto e nel Canton Ticino con laboratori di avviamento alla teatralità per bambini e ragazzi delle classi elementari e medie letture animate e realizzando progetti per le biblioteche e ludoteche. Dal 1996 a oggi ha realizzato le seguenti produzioni: Il viaggio di Dizzy (1996), Primi passi tra pupazzi e burattini (2000), Filastrocche (2003), I viaggi di Cionina (2005),Re Cervo (2006), Sette volte Gianni Rodari (2006), Draghi e storie di lago (2007), Storie e leggende di Bosco, Sulle tracce del Bosco incantato, Favole senza Fili (2008). Dal 2007 aderisce a un progetto di ricerca sul Teatro Natura guidato da O’Thiasos Teatro Natura (Roma). Con il Teatro delle Selve promuove una Rete di Teatro Natura in collaborazione con alcune compagnie piemontesi e lombarde e con il Parco Nord di Milano organizzando iniziative, spettacoli e incontri e laboratori.

Spettacolo per tutti
Ingresso: € 5.00

Per ulteriori informazioni: www.teatrodelleselve.it

Per info
Teatro delle Selve
Tel 0322 96 97 06 339 66 16 17
Ufficio stampa – Barbara Mastria 348 57 14 383
www.teatrodelleselve.it

lunedì 30 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 6, i processi





Nel 1420 Mariano Sozzini, scrivendo a Antonio Tridentone riferisce di un incontro avuto con un certo Nanni Ciancaddio il quale gli aveva raccontato la storia del volo magico verso Benevento. Pare questa la prima citazione attestata di questa pratica.

Di un volo verso la città campana «dopo essersi unta con un certo unguento fatto di grasso di avvoltoio, sangue di nottola e sangue di fanciulli lattanti e altre cose, e dicendo: "Unguento, unguento mandame al la noce de Benivento supra acqua et supra ad vento et supra ad omne maltempo"» (De Bernardo) si parla anche nel processo ad una certa Matteuccia svolto dal tribunale laico della città di Todi nel 1428. Gli atti contengono anche il primo riferimento al noce de Benivento.

San Bernardino aveva predicato a Todi due anni prima del processo. Probabilmente usò parole simili a quelle pronunciate a Siena: “E però dico che là dove se ne può trovare niuna che sia incantatrice o maliarda, o incantatori o streghe, fate che tutte sieno messe in esterminio per tal modo, che se ne perdi il seme; ch'io vi prometto che se non se ne fa un poco di sagrificio a Dio, voi ne vedrete vendetta ancora grandissima sopra a le vostre case, e sopra a la vostra città". La condanna della disgraziata Matteuccia accusata “per pubblica fama” di essere “donna di cattiva condotta e reputazione, incantatrix, strega, factuchiaria et maliaria” conferma l’efficacia del suo lavoro.

Il processo di Todi divenne un precedente importante, sia nella pratica forense che nello studio “scientifico” del fenomeno della stregoneria. All’epoca del processo gli strumenti teorici su cui formulare le accuse erano infatti ancora alquanto rudimentali.
Esisteva un “Canon episcopi”, scritto nella seconda metà del IX secolo, che è una breve istruzione ai vescovi sull'atteggiamento da tenere nei riguardi della stregoneria. In esso si affermava che «[...]chiunque è così stupido e folle da credere a storie tanto fantasiose [il volo delle streghe, ndr.] è da considerarsi un infedele, perché ciò deriva da un'illusione del Demonio». In sostanza si affermava che il volo era effettuato solamente con la fantasia. L’evidente difficoltà ad istruire un processo sulla base di fantasie rese il testo sostanzialmente inutile in sede inquisitoria.
Per ovviare a tale lacuna il domenicano Nicolau Aymerich, inquisitore generale d'Aragona scrisse nel 1376 (molto prima di diventare il protagonista dei romanzi di Valerio Evangelisti, quindi) il Directorium inquisitorum.
Furono però altri due frati domenicani, Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer, a scrivere il principale trattato sull’argomento, raccogliendo l’invito del Pontefice Innocenzo VIII, che con la bolla Summis desiderantes (1484) aveva affermato l'urgenza di combattere l'eresia e la stregoneria. Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe), scritto nel 1486, divenne rapidamente il principe dei manuali dei cacciatori di streghe.

La cosa sconcertante è che questi testi non vennero scritti sulla base di un fenomeno criminale svelato man mano dalle sentenze. Furono le sentenze ad essere scritte sulla base dei manuali. Le donne arrestate, sottoposte a torture inumane,finivano infatti per confessare quello che gli inquisitori volevano sentirsi dire. E poiché gli inquisitori conoscevano solamente i loro libri, ecco che i processi finirono con il confermare in maniera sempre più precisa le teorie esposte nei testi.

Donne che mai si erano allontanate dai loro paesi confessavano così di essersi recate in volo per il gran sabba fino ad un noce, situato nei pressi di una città, di cui solo in sede di interrogatorio apprendevano il nome: Benevento.

In questo modo la leggenda nera del noce assunse l’aspetto definitivo, confermando peraltro i sospetti di un altro domenicano. Giordano da Pisa, ai primi del Trecento, già guardava con sospetto il noce, invitando la gente a tagliare gli alberi grandi che fanno ombra e impediscono ogni altra vegetazione; e metteva in guardia contro un albero che, come dice il nome stesso, “nuoce”. Alberi pericolosi, come aveva scoperto a proprie spese Bartolomeo da Narni che, dopo essersi addormentato sotto l'ombra di un noce, si era svegliato paralizzato.



Bibliografia

  • AA.VV., Iside. Il mito, il Mistero, la Magia, Catalogo della Mostra 21 febbraio -1 giugno 1997, Milano 1997.
  • Monica De Bernardo, Il caso di Matteuccia: riflessioni, http://www.url.it/donnestoria/testi/mattdebern.htm
  • Franco Cardini, L’Arcangelo Michele nell'Europa occidentale, http://fralenuvol.com/albero/sapere/angeli/approfondimenti/angelo_michele.php
  • Marina Montesano, La "Vita Barbati": culti longobardi e magia a Benevento, in "Studi beneventani", 4-5, 1991, pp. 39-56.
  • Antony S. Mercatante, Dizionario universale dei miti e delle leggende, Milano, 2001.
  • Alfredo Cattabiani, Lunario, Milano, 1994.
  • Michael Grant, John Hazel, Dizionario della mitologia classica, Milano 1986.

domenica 29 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 5, le streghe





Secondo la leggenda, alla morte di Barbato (682) il diavolo avrebbe fatto crescere un nuovo noce, in un altro luogo della zona. Fuori dal mito, è possibile che, passata l’ondata repressiva con la morte dell’intransigente vescovo, i riti pagani siano ripresi in un altro luogo della valle del Sabato. Da qui viene, forse, il nome di “sabba” associato a questi riti.

Aveva ragione, Piperno, a situare all’epoca longobarda l’origine della tradizione? Nella sua ricostruzione ci sono alcuni elementi che non tornano. Intanto egli riteneva che l’albero dei longobardi fosse un noce (anzi IL noce), notizia che non è riportata nella Vita di Barbato, come abbiamo visto.

Una delle prime testimonianza si deve a San Bernardino, che ne parlò in una predica a Siena nel 1427: "Elli fu a Roma uno famiglio d'uno cardinale, el quale andando a Benivento di notte, vidde in su una aia ballare molta gente, donne e fanciulli e giovani; e così mirando elle ebbe grande paura. Pure essendo stato un poco a vedere, elli s'asicurò e andò dove costoro ballavano, pure con paura, e a poco a poco tanto s'acostò a costoro, che elli vidde che erano giovanissimi; e così stando a vedere, elli s'asicurò tanto, che elli si pose a ballare con loro. E ballando tutta questa brigata, elli venne a sonare mattino. Come mattino toccò, tutte costoro in un subito si partiro, salvo che una, cioè quella che costui teneva per mano lui, che ella volendosi partire coll'altre, costui la teneva: ella tirava, e elli tirava. Elli le venne tanto a questo modo, che elli si fece dì chiaro. Vedendola costui sì giovana, elli se ne la menò a casa sua. E odi quello che intervenne, che elli la tenne tre anni con seco, che mai non parlò una parola. E fu trovato che costei era di Schiavonia. Pensa ora tu come questo sia ben fatto, che elli sia tolta una fanciulla al padre e a la madre in quel modo. E però dico che là dove se ne può trovare niuna che sia incantatrice o maliarda, o incantatori o streghe, fate che tutte sieno messe in esterminio per tal modo, che se ne perdi il seme; ch'io vi prometto che se non se ne fa un poco di sagrificio a Dio, voi ne vedrete vendetta ancora grandissima sopra a le vostre case, e sopra a la vostra città".

Quali che fossero i motivi della riunione descritta, attorno all’albero danzavano “donne e fanciulli e giovani”, non guerrieri e nemmeno uomini, fatto difficilmente spiegabile se l’origine della pratica fosse realmente il rito guerriero longobardo.
Del resto, secondo la tradizione locale, sotto la pianta continuarono a riunirsi per secoli le “Janare” (streghe), termine dialettale che si vuole derivato dal latino ianua (“porta”) ovvero da Dianaria (o Dianiana), aggettivo derivato da Diana. Seguaci di Diana, insomma.

Il noce di Benevento ebbe notevole fortuna nelle leggende di vari luoghi. Il povero Pietro Piperno scrisse i suoi trattati per dimostrare l’infondatezza della diceria che voleva Benevento “città delle streghe”. Per farlo mise assieme così tanti aneddoti e racconti, tratti dai più noti trattati demonologici dell'epoca, che finì col dimostrare suo malgrado che Benevento era considerata la “capitale” delle streghe in tutta Europa.

Benevento e il suo sinistro sabba compaiono infatti, come vedremo, in molti processi per stregoneria…

sabato 28 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 4, i Longobardi


Secondo il protomedico beneventano Pietro Piperno (autore del De nuce maga beneventana, pubblicato a Napoli nel 1635; tradotto in italiano nel 1640 col titolo Della superstiziosa Noce di Benevento. Trattato historico), le radici della leggenda delle streghe e del noce risalirebbero al VII secolo.

Benevento all’epoca era la capitale del ducato della Langobardia minore. Nonostante la formale conversione al cristianesimo, molti longobardi continuavano antiche pratiche pagane tradizionali.
Secondo un testo agiografico del IX secolo, la Vita di Barbato: «I Longobardi, sebbene lavati dalle acque del santo battesimo, osservando un antico rito pagano vivevano con atteggiamenti bestiali e dinanzi al simu­lacro di un animale che si chiama volgarmente vipera piegavano la schiena che debitamente avrebbero dovuto piegare dinanzi al loro creatore. Inoltre non lontano dalle mura di Benevento, in una specie di ricorrenza adoravano un albero sacro al quale sospendevano una pelle di animale; tutti coloro che si erano lì riuniti, voltando le spalle all’albero spronavano a sangue i cavalli e si lanciavano in una cavalcata sfrenata cercando di superarsi a vicenda. A un certo punto di questa corsa, girando i cavalli all’indietro cercavano di afferrare la pelle con le mani e, raggiuntala, ne staccavano un piccolo pezzo mangiandolo secondo un rito empio».

Si trattava probabilmente di un antico rituale guerriero germanico in onore di Wothan/Odino. Secondo il mito, Odino si era impiccato ad un albero, dopo essersi ferito con la punta di una lancia, per ottenere la saggezza, traendone in premio le rune magiche. Per questo il Signore degli Impiccati, come anche era chiamato, mandava uno dei suoi due corvi, Hugin (“pensiero”) o Munin (“memoria”) presso la forca dopo l’esecuzione. Odino era anche il signore dei morti, che accoglieva i guerrieri valorosi caduti in battaglia nel Valhalla, offrendo loro un suntuoso banchetto.





È possibile che l’idolo d'oro a forma di vipera o, forse, di drago bicefalo o anfisbena (vedi) fosse un antico idolo germanico, così come non è da escludere che provenisse dal tempio di Iside, dal momento che la dea aveva il potere di dominare i serpenti.

Ad ogni modo, un sacerdote cristiano di nome Barbato levò la sua voce contro quello che ai suoi occhi era idolatria e profetizzò il castigo di Dio sul Duca Grimoaldo e sulla città di Benevento. Quando, nel 663, l’esercito bizantino dell’imperatore Costante II salì a stringere d’assedio la città, ricordando le parole del sacerdote, il figlio del Duca, Romualdo, mandò a chiamare Barbato promettendogli che avrebbe rinunciato al paganesimo se la città fosse stata risparmiata.
I bizantini, si disse per intercessione dell'Arcangelo Michele, si ritirarono e Romualdo nominò Barbato vescovo di Benevento. Il nuovo vescovo fece subito abbattere l'albero sacro e strapparne le radici. Al suo posto fece erigere la chiesa di Santa Maria in Voto. In privato, però, Romualdo continuò ad adorare la vipera d'oro, finché la moglie Teodorada, preoccupata per le conseguenze di quel gesto, gliela sottrasse, donandola a Barbato. Il Vescovo la fece fondere per ricavarne un calice.

In ogni caso, come vedremo, Barbato aveva vinto una battaglia, non la guerra…

venerdì 27 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 3, Iside




Tra l'88 ed l'89 d.C. l'imperatore Domiziano fece edificare un tempio dedicato alla dea egizia Iside a Benevento. Il tempio è andato distrutto, ma gli scavi archeologici effettuati nel 1903 hanno messo in luce un complesso che è un unicum. Si tratta infatti del luogo, fuori dall'Egitto, con la maggiore concentrazione di manufatti egizi originali. I resti furono rinvenuti sotto le mura longobarde, presso la chiesa di Sant'Agostino e comprendono una trentina di sculture egizie o in stile egizio ellenistico.

Iside è la forma greca dell’egiziano Ast o Eset, sorella e sposa del dio Osiride. Secondo il mito ricompose il corpo di Osiride, assassinato e smembrato dal dio serpente Seth, concependo un figlio, Horo. Dopo che Seth ebbe ucciso anche Horo, la dea pianse a lungo. Le sue lacrime commossero infine il dio Sole Ra, che le mandò Thot, il dio – ibis, il dio della luna, protettore della saggezza, delle arti e della parola, inventore delle scienze, dei geroglifici e autore del Libro dei Morti. Egli le rivelò l’incantesimo per risuscitare Horo.
Iside aveva numerosi titoli tra i quali “regina di tutti gli dei”, “regina del cielo” e il suo culto si diffuse ben oltre i confini dell’Egitto. In particolare la dea era venerata per la sua padronanza delle arti magiche: l’Inno di Osiride descrive l’uso di formule magiche da parte della dea per riportare Osiride in vita; il Libro dei Morti dedica un intero capitolo ai modi per concedere alle anime defunte alcuni poteri della dea.

La presenza di un tempio a lei dedicato a Benevento ha indotto molti studiosi a stabilire un collegamento con la tradizione del noce di Benevento sacro alle streghe.
È probabile in effetti che in età imperiale nell’area attorno a Beneventum sia avvenuto un sincretismo tra il preesistente culto di Diana/Artemide e quello di Iside, con lo sviluppo di rituali misterici, probabilmente officiati da donne e preclusi agli uomini.

La storia del noce di Benevento è però indissolubilmente legata ai Longobardi, come vedremo…

giovedì 26 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 2, Diana


Artemide è una delle dee più importanti della mitologia greca. Aveva numerosi attributi (talora fra loro contraddittori) e nomi, che le derivavano da un vasto processo di identificazione con le divinità femminili arcaiche di molti paesi del Mediterraneo.
Artemide, citando un Inno Omerico era: “Dea della caccia, vergine riverita, che uccide i cervi, saettatrice, sorella di Apollo dalla spada d’oro, che tra le colline ombrose e le cime ventose, godendo della caccia, tende il suo arco e scaglia dardi dolorosi.”
Dea della luna (per una tarda identificazione con Selene) era protettrice degli animali selvatici, dei bambini, delle vergini e delle persone indifese. Era però anche colei che uccideva di malattia le donne, come il gemello Apollo faceva con gli uomini.
Per questo motivo era anche associata, seppur non ufficialmente identificata, alla dea maga Ecate, detta l’Artemide dei crocicchi, legata al mondo dei morti e alla magia oscura.


Il legame tra Artemide e il noce è connesso ad una storia d’amore.
La dea vergine rifuggiva il contatto con gli uomini, che pagavano con la morte ogni oltraggio nei suoi confronti. Il cacciatore Atteone, ad esempio, reo di averla spiata mentre si bagnava nel fiume, fu trasformato in cervo dalla dea per evitare che potesse vantarsi di questa impresa e finì sbranato dai suoi stessi cani.
Sia detto per inciso, queste caratteristiche di forza ed autonomia della dea, ne hanno fatto un simbolo per molte femministe del novecento.
La dea amava circondarsi invece di fanciulle e ninfe votate alla verginità, con cui intratteneva rapporti di affettuosa e cameratesca amicizia. Quando una di queste fanciulle, Caria, morì, la dea pianse disperata finché il padre Zeus tramutò la fanciulla in noce. Da qui l’epiteto di Cariatide attribuito alla dea.
Il nome indicava anche le colonne dei templi a forma di ninfa. Inizialmente intagliate nel legno di noce, furono poi realizzate in pietra: per la prima volta nel Tesoro di Sifnos a Delfi (525 a.C.), in seguito nell’Eretteo di Atene.

I santuari di Artemide di norma erano situati fra i boschi, sulle montagne o sulle rive del mare, fuori dai terreni coltivati. La dea infatti simboleggiava la natura selvaggia in contrapposizione con la natura addomesticata dall'uomo mediante l'agricoltura. Per gli stessi motivi, probabilmente, la dea proteggeva i fanciulli e le vergini, due categorie di persone che, alla mentalità dell’epoca, dovevano apparire come “selvagge” e non ancora “addomesticate”, attraverso l’educazione e il matrimonio.

Il legame tra il noce e Artemide era presente anche in Italia, dove la dea fu identificata con varie divinità femminili italiche, tra le quali prese il sopravvento la romana Diana. Cerimonie in onore di Diana si svolgevano nei boschi e il nome della dea compare spesso nei processi per stregoneria, in quello che era chiamato “il gioco di Diana”, probabilmente un rituale di iniziazione delle giovani donne.

Non è possibile tacere un altro aspetto del culto di Artemide. Ad Efeso, in Jonia, era adorata una dea, chiamata Artemide/Diana che verosimilmente è collegabile anche all’antica dea anatolica Cibele. La Diana di Efeso, il cui tempio (Artemision) era una delle Sette Meraviglie del Mondo antico, aveva ben poche cose in comune con l’immagine della giovane e ascetica dea cacciatrice venerata in Grecia.
Era detta multimammia, per via delle innumerevoli mammelle che sporgevano dal suo petto nudo e le sacerdotesse dei suoi templi non facevano voto di castità, ma erano piuttosto esperte sacerdotesse dell’amore, che esercitavano la ierodulia (prostituzione sacra).

Tale attività era presente anche in alcuni santuari della Magna Grecia, ma non è chiaro se si sia diffusa anche nell’area sannitica (in cui era incluso Beneventum) dove era venerata la dea Diane.
Templi dedicati a Diana sono archeologicamente attestati nell’area beneventana, anche se non è chiaro quale forma assumessero le cerimonie in epoca romana.

Il nome di Benevento è però legato anche ad un’altra dea dagli inquietanti poteri magici.
Ma di Iside parleremo domani…

mercoledì 25 giugno 2008

Noci e streghe. Parte 1, il Noce.

Il noce è tradizionalmente una pianta associata alle streghe, che sotto i suoi rami si riunirebbero per i loro sabba diabolici. È giusto domandarsi quali siano le origini di una simile credenza. La risposta ci può dire, tra l'altro, molte cose sulla leggenda nera delle streghe. Leggenda, non è superfluo ricordarlo, che portò ad una sorta di esplosione di follia collettiva che, dal XV al XVIII secolo colpì l’Europa raggiungendo persino l’America. Con migliaia di persone, soprattutto donne, processate, torturate e orribilmente giustiziate.

Il noce, Juglans regia (iuglans è un temine latino che deriva da Iovis, il dio Giove e glans, ghianda, col significato di “Ghianda di Giove”, ovvero “cibo degli dei”), è un albero molto longevo (può raggiungere il millennio di vita) ed è utile a vari scopi. Il legno è un ottimo materiale da costruzione e da intaglio ed è stato utilizzato da tempi antichissimi per la realizzazione di edifici e mobili. I suoi frutti sono un ottimo alimento e, spremuti, consentono di produrre olio non solo per illuminazione, ma anche per uso alimentare.

Vengono utilizzati per rimedi erboristici il mallo, le foglie, le gemme. Il noce ha proprietà astringenti, ma anche antisettiche, cicatrizzanti, depurative, digestive, detergenti, toniche, ipoglicemizzanti, vermifughe.
L' olio tratto dal mallo di noce favorisce l’abbronzatura ed ha una buona capacità protettiva.
I frutti ancora acerbi, tradizionalmente raccolti nella notte di San Giovanni, sono utilizzati per preparare un liquore, il nocino.

Il noce è però anche una pianta pericolosa: nelle radici e nelle foglie è presente la juglandina, un alcaloide velenoso con cui l’albero elimina spietatamente le rivali. Per questo alla sua ombra non si trovano mai altre piante. Per queste caratteristiche di tossicità possono verificarsi interazioni nefaste con altri medicinali e sostanze, per cui è sempre necessario consultare un medico prima di assumere preparati erboristici.

Se ciò può essere sufficiente a spiegare perché il noce abbia ricevuto un’attenzione particolare da parte dell’uomo fin da epoche molto antiche, non basta a spiegare le leggende sorte attorno a questa pianta. Per comprenderle occorre infatti passare dalla botanica al mito.
Cosa che faremo domani…

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.