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venerdì 14 gennaio 2011

Conversazione di due vipere davanti al caminetto



Cornelia depose delicatamente la lettera sulla scrivania dello studio, in modo che la folletta Malikà potesse trovarla. Quindi si ritirò nella sua cesta, accanto al camino.
«Cosa ne pensi Sempronio?» sibilò.

mercoledì 12 gennaio 2011

Pensieri erra(n)ti

Scendo dal treno nella piccola stazione di Legro d’Orta, un gioiellino architettonico di una linea ferroviaria a tratti tecnicamente mirabolante, basti pensare all’arditissimo ponte sulla gola del torrente Pescone, a Pettenasco, costruito interamente in pietra. Purtroppo, come spesso accade, la manutenzione di queste strutture di servizio non più utilizzate da parte delle ferrovie lascia un po’ a desiderare, nonostante gli sforzi encomiabili della locale Pro Loco per tenere viva ed in ordine la stazione.
Incontro il mio amico Filosofo presso il Cantuccio, il pub che si trova a poche decine di metri dalla Stazione. Pieno di birre di vario genere (alcuni anni fa vinse pure un premio per la varietà delle marche in vendita)  e di poster dedicati ai film girati sul Lago d’Orta. Non a caso, sempre a Legro, ci sono vari murales ispirati allo stesso tema.

martedì 11 gennaio 2011

Il fuoco dei flamenchi


Se dovessi associarla ad un Elemento sarebbe certamente FUOCO. Come quello della terra in cui vive, quel tacco d'Italia che è diventato da alcuni anni una fucina di idee e iniziative. Come quello di tanti piccoli fuochi accesi sulla spiaggia attorno a cui danzano fenicotteri rosa. O come quello che arde dentro i racconti, i pensieri convulsi e le lotte intestine di cui scrive sul suo blog "il ballo dei flamenchi".

domenica 9 gennaio 2011

Il Principe di Sirdhanah

Nel 1843 alla corte del Re di Sardegna giunsero lettere provenienti dall’India, che accompagnavano doni esotici alla Real Persona. Stoffe pregiate, armi rare e persino una tigre erano il biglietto da visita del misterioso mittente, la cui storia era anticipata nelle missive e fu arricchita da nuovi dettagli dalla sua viva voce. L’uomo, che poneva la sua spada e soprattutto, le sue enormi ricchezze e i suoi contatti personali al servizio di Carlo Alberto di Savoia era un piemontese che raccontava di aver avuto una vita a dir poco avventurosa.

sabato 8 gennaio 2011

Via dall’ombelico del mondo


Mentre l’aereo decolla da Mataveri per portarmi lontano da Rapa Nui penso allo strano destino di quest’isola.

Ancora oggi l’Isola di Pasqua è la terra più isolata del mondo. La più vicina, 415 km a est, è l’isola Salas y Gómez, che è uno scoglio popolato solo dagli uccelli. Se volessimo trovare la più vicina terra abitata dovremmo fare un viaggio di 2,075 km fino all’isola di Pitcairn. Dove troveremmo, per altro, solo cinquanta persone, i discendenti di nove degli ammutinati della nave inglese Bounty, che nel 1790 vi trovarono rifugio assieme a sei uomini, undici donne e un bambino di Tahiti che, più o meno volontariamente, li avevano seguiti nella fuga. Nascostisi su quell’isola da tempo disabitata (alcuni secoli prima vi era stanziata una piccola comunità polinesiana, poi misteriosamente scomparsa nel nulla) trascorsero parecchi anni prima che la loro presenza fosse scoperta, portando, oltre ai contatti col resto del mondo anche il perdono della Corona inglese all’ultimo sopravvissuto degli ammutinati, John Adams, nel 1825.

martedì 4 gennaio 2011

L’ombra sulla spiaggia

Sono certo della sua presenza qui, sulla bianca spiaggia di Anakena, il luogo dove prese terra la canoa del leggendario Hotu Matu’a. Una notte il suo spirito era volato ad est e gli aveva mostrato un’isola bellissima e disabitata, di nome Mata ki te rangi, che significa “occhi che guardano il cielo”, spronandolo a lasciare la terra di Hiva per colonizzare la nuova patria. Lasciò la patria su canoe grandi come navi per inseguire quel sogno. Lo seguivano uomini e donne e bambini, che portavano con loro semi, galline e maiali. Ma il viaggio fu lungo, probabilmente più lungo del previsto, e quando raggiunsero, finalmente, la nuova terra i maiali erano finiti e non restava che qualche gallina da allevare.

martedì 28 dicembre 2010

Un amico sul mare



Se dovessi dire qual è il suo Elemento direi ACQUA. Senza esitazione perché quello è davvero il suo ambiente, dal momento che sull’acqua ha deciso di vivere sul serio. E non parlo di quella, tutto sommato tranquilla, di un piccolo lago ai piedi delle montagne, come il lago d’Orta. No, la sua è ugualmente carica di storia, di storie e di leggende, ma è salata e vasta come l’oceano.
Nel mio viaggio verso Rapa Nui non potevo non fare scalo nelle piccole Antille, dove si trova, almeno per ora e probabilmente non per molto, perché la sua professione è “sea vagabond”, questo mio amico blogger.

domenica 26 dicembre 2010

Samarcanda

T'aspettavo qui per oggi a Samarcanda,
eri lontanissimo due giorni fa,
ho temuto che per ascoltar la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua.
“Samarcanda” R. Vecchioni

No, il mio viaggio non mi ha portato a Samarcanda. Non in senso geografico, per lo meno. Perché se diamo ascolto ad un’antica leggenda orientale, ripresa da Roberto Vecchioni nella sua meravigliosa canzone, c’è una Samarcanda per ciascuno di noi. È un appuntamento a cui, nonostante i nostri sforzi, non riusciremo mai ad arrivare in ritardo. E quasi certamente nemmeno in anticipo.
La nera signora che il soldato ha visto nella capitale, e da cui fugge a perdifiato su un cavallo figlio del lampo, lo attende sulla porta di Samarcanda. Esattamente nel luogo e nel tempo prefissato.

Questa canzone mi è tornata in mente mentre viaggiavo sull’aereo, in ritardo per via del maltempo che imperversava sulla fredda Scozia, che mi portava verso i mari caldi. E mentre sorvolavo le acque gelate dello sconfinato Atlantico mi sono ricordato di una storia che è stata raccontata qualche tempo fa, al margine di un convegno svoltosi ad Omegna.

La notte del 24 dicembre 1871 il piroscafo America stava navigando verso Montevideo. Il capitano della nave, carica di passeggeri che si recavano nella capitale uruguaiana per trascorrere le feste natalizie, aveva ordinato di spingere al massimo i motori in un’allegra competizione con un’altra imbarcazione. Probabilmente aveva intenzione di fare bella figura coi passeggeri, 114 dei quali avevano acquistato un biglietto di prima classe (mentre una cinquantina aveva biglietti di seconda e terza classe). Improvvisamente le caldaie surriscaldate esplosero, provocando un devastante incendio che uccise un centinaio dei 164 passeggeri.
Tra i morti in quel naufragio ci fu anche un cittadino di Pogno, sul lago d’Orta, un certo Agostino Soldi che era in viaggio d’affari in sudamerica. Tra i 65 superstiti c’era invece Ramon Artagaveytia, nato nel 1840 a Montevideo. Riuscì gettarsi in acqua e nuotare finché non fu salvato. Da quell’episodio Ramon rimase in ogni caso traumatizzato.
Nel 1912 scrisse al nipote una lettera dall’Inghilterra in cui annunciava il suo ritorno in America, con una tappa negli Stati Uniti.
Per lo meno sarò capace di viaggiare e, soprattutto, mi sarà possibile dormire tranquillamente. L’affondamento dell’America fu terribile! Gli incubi continuano a tormentarmi. Persino nei viaggi più tranquilli, mi sveglio nel mezzo della notte con incubi spaventosi gridando le stesse fatali parole: Fuoco! Fuoco! Fuoco!
Ora invece era confortato dai progressi della tecnica, che rendevano la navigazione molto più tranquilla.
Non puoi immaginare, Enrique, la sicurezza che dà il telegrafo. Quando affondò l’America, proprio di fronte a Montevideo, nessuno rispose alle luci con cui si chiedeva aiuto… Ora, con il telegrafo a bordo ciò non può accadere di nuovo. Possiamo comunicare istantaneamente con il mondo intero.”
Così, fidando nella moderna tecnologia, Ramon Artagaveytia s’imbarcò sulla nave più moderna dei suoi tempi, il Titanic. Il suo cadavere venne recuperato in mare circa una settimana dopo l’affondamento della nave.

Se volete saperne di più sulla storia di Ramon Artagaveytia potete consultare questo sito.
L'immagine di apertura è di Gaia Zuccotti, per gentile concessione.

sabato 25 dicembre 2010

Buon Natale dall’ombelico del mondo

Sarete sorpresi, probabilmente, di trovarmi nell’isola più isolata del mondo. E naturalmente fa una certa impressione festeggiare il Natale nell’isola di Pasqua... 
Come potete immaginare il viaggio dalla Scozia fino all’Oceano Pacifico non è stato breve né semplice, dal momento che il teletrasporto non è stato ancora inventato.
Vi racconterò come è andata, ma non oggi. Ora è tempo di preparare un umu pae, il tipico forno polinesiano scavato nel terreno dove il cibo, avvolto in foglie di banano, cuoce lentamente e senza perdere umidità.
Oggi vi auguro soltanto un Buon Natale e che i giorni futuri vi portino gioia e serenità.

martedì 21 dicembre 2010

Storie di draghi, folletti e altre presenze

Qualcuno ha bussato.
Alla porta della mia camera, in questa locanda assediata dai venti del nord, in cui attendo un aereo che mi porti lontano dal gelido inverno scozzese, qualcuno ha bussato. Non era la cameriera per rifare il letto. Non era nessun altro, perché quando ho aperto la porta solo il vuoto ha riempito il mio sguardo.
Ma qualcuno c’era certamente, perché davanti alla mia porta ho trovato un libro. Solo, come fosse stato abbandonato apposta per essere ritrovato da me. Così lo prendo in mano e guardo la copertina (che trovate qui sopra). Una stranissima coincidenza, penso, dal momento che conosco molto bene l’autrice, che è un’antica frequentatrice di questo blog.

lunedì 20 dicembre 2010

Dannati danni ai confini del mondo


Se dovessi indicare l’Elemento che meglio la rappresenta direi TERRA. Come le dure rocce, battute dal vento gelido e dalle onde del mare settentrionale, della Scozia, suo luogo di adozione e lavoro. Come il suolo con cui sovente ha a che fare, sotto forma di incidenti e ruzzoloni della più diversa natura. 
Perché di una cosa potete stare certi: quando entra in scena  lei qualcosa di tragicomico sta per accadere.

domenica 19 dicembre 2010

Le isole del mistero



Se dovessi cercare un luogo che sembri letteralmente galleggiare nel mistero sceglierei, senza esitazione, le isole britanniche. La quantità di storie misteriose, leggende e miti che si collegano ad esse non è riassumibile  in un semplice post e probabilmente sarebbe difficilmente contenibile da un libro.
Sarà che per quanto grandi sono isole e le isole sono per loro natura misteriosa.
Saranno le origini celtiche, che hanno lasciato o ispirato un’infinità di storie, vecchie e nuove: da Artù e i cavalieri della tavola rotonda a Cú Chulainn e i suoi eroi irlandesi, da Ginevra e Lancillotto a Tristano e Isotta, da Merlino al leggendario bardo Ossian, da Excalibur a Parsifal, da Excalibur al Graal, da Avalon a Lyonesse giusto per citare le principali.
Saranno le invasioni dei germani, che si sono portati la loro lingua e la storia di Beowulf.
Saranno i Normanni, che hanno riempito quelle terre di castelli che il folklore ha infestato di fantasmi.
Saranno gli irriducibili Scozzesi con le marziali cornamuse e i mostri lacustri o i bellicosi Irlandesi con le bellissime fate e gli allegri violini.
O forse il merito – la colpa? – è dei suoi scrittori? Di Walpole e del Castello di Otranto? Di Mary Wollstonecraft Shelley e del suo Frankenstein? O del Dracula di Bram Stoker? Della Terra di Mezzo di Tolkien? O dell’investigatore Sherlock Holmes che in realtà pare sia un personaggio di fantasia inventato da un certo Sir Arthur Conan Doyle, cui è attribuito, tra i tanti, anche un racconto (Il mondo perduto) in una terra popolata dai dinosauri?
Mi rendo conto che le domande che pongo contribuiscono solo ad alimentare il mistero di questa terra dalle nebbie fitte, dal tempo imprevedibile e dalle brughiere selvagge. Stereotipi, certo, ma stereotipi che i suoi abitanti sembrano impegnati a difendere con tutte le forze, come quando ti capita d’incontrare, in un giorno d’estate, compagnie di ragazzi e ragazze, vestiti alla vittoriana che con le loro brave ceste si recano nei prati per il pic nic.
Un mondo troppo complesso, come ho detto, per poter essere riassunto in questa sede.
Se però amate i misteri di queste terre non potete non consultare il blog di un altro mio amico McGlen's Mysteries  dove troverete tante leggende del folklore, non solo insulare.
Ora però è necessario che il mio viaggio faccia una tappa a nord, prima di volgere verso occidente…





In apertura, Tristano e Isotta, di Edmund Blair Leighton, 1902

sabato 18 dicembre 2010

Il coraggio della libertà

La Manica (The Channel per gli Inglesi) è quel tratto di mare che collega l’Oceano Atlantico al Mare del Nord oppure, se preferite, che separa l’Inghilterra dal Continente (anni fa, prima della costruzione del tunnel sottomarino, quando la nebbia o la tempesta impedivano ai traghetti di navigare, gli Inglesi dicevano che “il Continente era isolato”).
L’attraversamento di quelle acque ha cambiato spesso il corso della storia. Giulio Cesare guidò i primi legionari Romani sul suolo britannico, facendo da esempio ad un suo discendente, quell’imperatore Claudio che conquistò l’isola circa un secolo dopo. Nel 1066 fu Guglielmo il Conquistatore a portare i suoi Normanni alla conquista dell’Inghilterra.
L’impresa fu progettata o tentata, da Filippo II di Spagna, da Napoleone e da Hitler, senza successo, perché attraversare quelle acque non è semplice, soprattutto se dall’altra parte ti attendono uomini e donne (pensate alla regina Elisabetta I) determinati e decisi vendere cara la pelle.
Ci riuscirono, ma viaggiando in senso opposto, gli Alleati, che il 6 giugno 1944, il giorno più lungo della Seconda Guerra Mondiale, misero piede sulle insanguinate spiagge della Normandia, segnando l’inizio della fine del potere nazista.

Prima di loro c’era riuscito, da solo e senza barca, un evaso. Giovanni Maria Salati era un soldato dell’esercito napoleonico, di origine italiana. L’uomo, nato a Malesco (VB), era stato fatto prigioniero dagli Inglesi a Waterloo e si trovava detenuto a Dover su un “pontone” una sorta di prigione galleggiante. Poiché la guerra era finita e il Salati desiderava riconquistare la propria libertà, decise di fare ciò che nessuno aveva mai tentato prima. Nella notte del 16 agosto 1817 si gettò in acqua e puntò decisamente verso la Francia. A nuoto raggiunse la spiaggia di Boulogne, guadagnandosi la libertà.

Oggi Giovanni Maria Salati, il primo uomo al mondo ad aver attraversato la Manica a nuoto, è considerato il “capo storico” dei nuotatori italiani che si cimentano in “imprese impossibili”. E la sua impresa viene periodicamente replicata dai moderni nuotatori.
Recentemente, dopo accurate ricerche, la sua storia è stata raccolta in un libro.

giovedì 16 dicembre 2010

L’ultimo rifugio dei Templari




Nel 1307 il re di Francia Filippo il Bello, necessitando di denaro per saldare i creditori, pensò di reperirne in grande quantità andando a cercarlo dove poteva trovarne in abbondanza.

L’Ordine dei "Pauperes commilitones Christi templique Salomonis" (Poveri Compagni d'armi di Cristo e del Tempio di Salomone) era sorto come ordine di monaci guerrieri negli anni 1118-1120 per difendere i pellegrini europei che visitavano Gerusalemme, allora in mano cristiana. Riconosciuto nel 1129 era cresciuto in ricchezza e potenza, suscitando non poche gelosie e ostilità.

Il re di Francia istruì un processo vergognoso in cui l’ordine Templare fu accusato di ogni sorta di nefandezza. Molti cavalieri furono arrestati e condannati (l’ultimo Gran Maestro, Jacques de Molay,  dopo torture indicibili per indurlo alla confessione, fu arso sul rogo il 18 marzo 1314) e le sue ricchezze confiscate. Il Papa Clemente V (che era stato eletto per le ingerenze del re francese nel conclave e che aveva scelto di spostare la sede papale ad Avignone) non solo non seppe o non volle opporsi a questa infamia, ma soppresse l’ordine nel 1312.

Gli autori di questa congiura contro l’Ordine templare non sopravvissero di molto al Gran Maestro Jacques de Molay. Clemente V morì un mese dopo, il 20 aprile 1314. Filippo il Bello il 29 novembre 1314 durante una battuta di caccia. Di un ictus, si disse.

Nonostante la soppressione, non tutti i sovrani decisero di perseguitare i cavalieri Templari. In Scozia e in Spagna essi trovarono rifugi sicuri. Ma fu un paese, più di altri, a diventare l’ultimo vero rifugio del Templari.
Nel 1319 venne fondato in Portogallo l’Ordine del Cristo. Ad esso erano state trasferite le ricchezze dei Templari, che in Portogallo avevano a lungo combattuto a fianco della corona contro i Mori che occupavano una parte del paese. Non solo, le file dell’Ordine del Cristo si andarono rapidamente ingrossando dei Templari superstiti, che portarono con loro le ricchezze e le conoscenze dell’Ordine. In breve tempo l’ordine, ormai dipendente direttamente dal Re del Portogallo e non più dal Papa, raggiunse grande potenza e prestigio.
   
Un secolo dopo la soppressione dei Templari, il Gran Maestro dell’Ordine del Cristo, il Principe Enrico, avviava la conquista dell’Atlantico trasformando un paese di montanari in un regno di navigatori. Per farlo creò quello che oggi definiremmo un “centro di ricerca” a Sagres, accanto al Capo San Vincenzo, nell'Algarve, all'estremità sudoccidentale del Portogallo. 

In breve la città diventò un polo di eccellenza nel campo della ricerca della navigazione e della cartografia. Vennero costruiti un osservatorio astronomico e una scuola per insegnare la nuova scienza della navigazione e a Lagos, poco distante dalla città venne realizzato un arsenale per le navi.
Per trasformare le aule vuote in una vera scuola fu adottata quella che potremmo chiamare la vera “filosofia templare”: l’idea che la conoscenza fosse un’arma più efficace della spada. Così furono chiamati maestri esperti per insegnare  nella scuola di Sagres. Come l’ebreo Jehuda Cresques, chiamato a raccogliere tutte le conoscenze geografiche degli antichi e dei moderni e ad insegnare ai portoghesi come realizzare carte affidabili.

Furono gli investimenti nella ricerca a consentire di sviluppare un nuovo tipo di nave, più adatta alla navigazione oceanica delle tradizionali imbarcazioni mediterranee. Nel 1441 fu varata la prima caravella. Tre anni dopo una flotta di cinquanta caravelle scendeva lungo la costa africana per aprire una nuova rotta verso sud.

Il principale obiettivo del principe Enrico, che passò alla storia come “il Navigatore”, era raggiungere le ricchezze dell’Africa sub sahariana, tagliando fuori le rotte carovaniere controllate dagli Arabi. Otto anni prima della sua morte, Enrico il Navigatore fu in grado di coniare le prime monete con l’oro africano. Ma il grande sogno era quello di poter raggiungere l’India, circumnavigando l’Africa.
Del resto c’erano già riusciti i Fenici, molti secoli prima. Secondo Erodoto, infatti: «Il re d'Egitto Neco (...) inviò dei Fenici su delle navi con l'incarico di attraversare le Colonne d'Eracle sulla via del ritorno, fino a giungere nel mare settentrionale e così in Egitto. I Fenici, pertanto, partiti dal Mare Eritreo, navigavano nel mare meridionale; (...) cosicché al terzo anno dopo due trascorsi in viaggio doppiarono le Colonne d'Eracle e giunsero in Egitto.» (Erodoto, Storie - Libro quarto).

Ventotto anni dopo la morte di Enrico il Navigatore, Bartolomeu Dias (che ricevette il titolo di Cavaliere dell’Ordine del Cristo per i suoi meriti marinareschi) doppiò il capo di Buona Speranza, l’estremità meridionale del continente africano. E il 20 maggio 1498 Vasco da Gama coronò quel sogno, sbarcando a Calicut, in India.


Le foto ritraggono il Convento del Cristo a Tomar. Costruita nel 1160 dai Templari, questa imprendibile fortezza (nel 1190 l’esercito del re del Marocco nel tentativo di conquistarlo ne uscì quasi distrutto) dal 1357 fu la sede dell’Ordine del Cristo. 

Da notare: 
  1. la chiesa ottagonale dove, secondo la leggenda, i Templari assistevano alla messa in armi e sui loro cavalli.
  2. la decorazione architettonica, nello stile "manuelino".
  3. la sfera armillare, simbolo delle conquiste marittime.

mercoledì 15 dicembre 2010

Oltre le colonne d’Ercole


"Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta. 

"O frati," dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia 

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente. 

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".
 

Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVI, vv. 106-120

 
Anche il mio viaggio, come quello d’Ulisse, è giunto alle sue Colonne d’Ercole. Sto per lasciare le acque del Mediterraneo ed affrontare l’Oceano Atlantico. Vi chiederete forse che senso possa avere questo mio errare per il mondo senza uno scopo apparente.

Come i cavalieri erranti che lasciavano la dimora e si mettevano in cerca di avventure, come i pellegrini che imboccavano la strada diretti ad una meta forse solo immaginata eppure così concreta nella loro mente, vi confesso di non sapere esattamente dove mi porterà questo viaggio.

Sono certo però che esso, alla fine, mi consentirà di ritrovare me stesso e, forse, di riunire ciò che è stato diviso molto tempo fa. Per farlo dovrò raccogliere indizi sparsi  come enigmatiche reliquie di un antico drago. Solo risolvendo gli enigmi che incontrerò potrò svelare il mistero di un’esistenza che va oltre il lago dei misteri.

Non so dirvi nemmeno quanto tempo durerà questo andare, perché alla fine, quando si parte, ciò che conta non è la quantità di tempo che si è impiegata per raggiungere la meta, ma la qualità delle esperienze che abbiamo fatto mentre eravamo in cammino.

martedì 14 dicembre 2010

Favolosi amici siciliani

Prima di voltarle le spalle e lasciare che la costa della Sicilia scivoli oltre l’orizzonte voglio salutare con la mano, proprio come si fa quando ci si imbarcava per un lungo viaggio attraverso i sette mari, due favolosi amici che vivono da quelle parti.

Del primo sappiamo molto poco, oltre al fatto che si autodefinisce Favoloso  (anche se per un certo periodo si è fatto chiamare anche Tarkan, forse in omaggio ad un famoso cantante turco). Come ho detto sappiamo poco di questo misterioso individuo, salvo ciò che leggiamo sul suo profilo: “Venticinquenne ormai da svariati anni, il nostro eroe è un abile professionista che lavora per una famosa compagnia aerea. Adora leggere classici della letteratura inglese in dialetto dello Yorkshire alla tenue fiamma di una candela consumata. Ama disegnare e scrivere, odia terribilmente far di conto e spesso si aiuta con le dita (sbagliando pure)! Tutto ciò che lo riguarda è avvolto da un manto di irrefrenabile surrealismo.”

Altro personaggio decisamente surreale (nel suo caso il temine va inteso come “sopra il reale”) è quello della Nonna Lola  e un aspetto che definisce "giovanile" (visibile nella foto). Ha un’età indefinita ed indefinibile, anche se qualcuno ritiene che avesse già qualche annetto sulle spalle ai tempi in cui Eva colse la prima mela. Questa arzilla signora dai capelli bianchi, grazie alla sua infinita saggezza, documentata da anni e anni di maturata esperienza nel settore amoroso, è a disposizione dei lettori dispensando consigli quanto meno originali. Meno esperta, ma certamente più giovane è sua nipote Pitufa, che di tanto in tanto compare nel blog come protagonista di strane avventure.
Un’altra sua specialità indiscussa è la cucina. Dopo aver mangiato i suoi piatti alla besciamella (credo sia capace di cucinare “alla besciamella” qualsiasi cosa, dai rettili alle borsette) difficilmente potrete dimenticarvi di lei.

Da qualche tempo i loro blog non vengono aggiornati, ma il ricordo dei loro post ironici e divertenti rimarrà a lungo nel cuore mio e di Malikà che spesso ci auguriamo di poterli rileggere.

lunedì 13 dicembre 2010

L’isola del dio del fuoco e dei filosofi

Quella che sorge alla mia sinistra è la più grande isola del Mediterraneo e ha la forma di un triangolo. Per la sua posizione tra Europa ed Africa è stata da sempre terra d’incontro e di scontro tra popoli e culture: Micenei ed indigeni, Greci e Fenici, Romani e Cartaginese, Bizantini ed Arabi, Normanni e Svevi, Francesi e Spagnoli, Napoletani e Piemontesi. Da questo crogiuolo di razze, culture, è nata la Sicilia.
Nel fuoco dell’Etna, il vulcano che la sovrasta, aveva posto, secondo gli antichi, la sua officina il dio greco Efesto (o, il nome non è casuale, Vulcano, per i Romani). E i Ciclopi lo aiutavano a forgiare le micidiali saette con cui il dio Zeus abbatteva i nemici.
In una Terra forgiata dal Fuoco in mezzo all’Acqua ed è percorsa dal Vento non poteva mancare la fioritura dello Spirito. Ad Agrigento nacque Empedocle (492-430 a.C.circa), il filosofo che individuava quattro elementi  (Terra, Fuoco, Acqua ed Aria) costitutivi del cosmo. La tradizione lo dipinge non solo come filosofo, ma anche come mago, attribuendogli persino dei miracoli. D’altro canto Empedocle sembra sia stato discepolo di Telauge, un filosofo che alcune fonti ritengono figlio dello stesso Pitagora, una delle figure più misteriose e leggendarie del mondo antico.
La cerchia di iniziati che circondava Pitagora, e che aveva il suo centro nella città di Crotone, costituiva infatti una sorta di società segreta che ebbe influenza diretta anche sulla vita politica delle città greche dell’Italia meridionale e della Sicilia. Non solo. Alla scuola pitagorica, che era in contatto e rapporti con molte sette religiose dell’Egitto, della Mesopotamia e forse addirittura con i sapienti indiani e coi druidi della Gallia, aderirono anche personaggi non  greci contribuendo a diffondere le idee pitagoriche anche al di fuori dell’ambito ellenico.
Si dice inoltre che Platone (a cui abbiamo accennato ieri parlando di Atlantide), recatosi nell'Italia meridionale, abbia comperato a peso d'oro un manoscritto di Pitagora. E l’influenza del pensiero platonico sulla cultura occidentale è ben noto.
Per riconoscersi la cerchia più interna degli iniziati, vincolata al segreto sui contenuti della dottrina, utilizzava un simbolo particolare, il pentalfa (le “cinque alfa”) o pentagramma, una figura che si sviluppa secondo le regole della sezione aurea   basate sul numero φ (1,6180339887...), quel “numero della perfezione” che misteriosamente sembra avere un ruolo centrale non solo nell’arte, ma in molti aspetti della natura, dal macrocosmo al microcosmo.

domenica 12 dicembre 2010

L’Atlantide in Sardegna?

«Innanzi a quella foce stretta che si chiama colonne d'Ercole, c'era un'isola. E quest'isola era più grande della Libia e dell'Asia insieme, e da essa si poteva passare ad altre isole e da queste alla terraferma di fronte. (...) In tempi posteriori (...), essendo succeduti terremoti e cataclismi straordinari, nel volgere di un giorno e di una brutta notte (...) tutto in massa si sprofondò sotto terra, e l'isola Atlantide similmente ingoiata dal mare scomparve.»
Platone


Un’ipotesi del giornalista Sergio Frau individuerebbe il sito della mitica Atlantide nella Sardegna, la cui civiltà sarebbe stata distrutta da uno tsunami devastante. A questa tesi, molto discussa e discutibile, è stato dato ampio risalto da parte dei mass media, grazie anche al potente amplificatore di alcune trasmissioni televisive.
Occorre però dire che per far combaciare il mito raccontato, e forse inventato, da Platone (che ne parlò nei dialoghi Timeo e Crizia) con questa teoria, si dovrebbe adattare in più punti l’interpretazione del testo, cominciando, per fare alcuni esempi, dalla collocazione delle Colonne d’Ercole, che Frau situa nel canale di Sicilia e non a Gibilterra (ma su questo punto potrebbe avere qualche ragione), alla datazione dell’evento. 
Per Platone l’impero di Atlantide sarebbe stato distrutto circa novemila anni prima del tempo in cui visse l’ateniese Solone (vissuto tra il 638 e il 558 a.C., a cui Platone ttribuisce il merito di aver portato ad Atene la notizia dell’esistenza di Atlantide, appresa durante un viaggio in Egitto), quando l'impero atlantideo  sarebbe stato al suo massimo splendore e in procinto di muovere guerra alla Grecia. 
La civiltà nuragica, che Frau ipotizza essere stata distrutta da un evento catastrofico, si è invece sviluppata tra il 1700 a.C. e l’epoca romana. Secondo gli archeologi che si occupano della Sardegna preistorica, dagli studi effettuati non si trova riscontro di un simile cataclisma, perché “gli strati di fango” rinvenuti in alcuni nuraghes della costa, risultano essere in realtà il normale accumulo di terra riscontrabile in tutti i siti archeologici in un lungo arco di tempo.

L’identificazione di Atlantide con la Sardegna sembra insomma avere fragili basi d’argilla e dopo il clamore iniziale, l'ipotesi sta forse già scivolando verso l'oblio. 
Del resto Platone era un autentico maestro nell’inventare di sana pianta dei miti che potevano supportare le sue tesi filosofiche. E da straordinario narratore qual era i suoi racconti hanno saputo superare le barriere del tempo, arrivando a stimolare l’immaginazione di molti moderni. 
Così, in questo lungo viaggio che è appena iniziato, incontreremo nuovamente l’irraggiungibile e misteriosa Atlantide…  

sabato 11 dicembre 2010

Misteri della Sardegna

È una terra antica e piena di misteri l’isola che costeggio nel mio viaggio verso sud. Con le spiagge meravigliose e l’interno selvaggio, i misteriosi monumenti che la punteggiano e tradizioni antichissime ancora vive, la Sardegna è un vero scrigno di tesori.

Pensate ai nuraghes, straordinarie costruzioni in pietra a secco della Sardegna preistorica; alle “domus de janas”  (le “case delle fate”), antiche tombe megalitiche cariche di leggende; ai pozzi sacri ; o alle straordinarie figure del folklore, come i mammutones e gli issoadores .

Vi renderete conto che per descrivere tutto questo non basta un post del mio blog. Perciò, se desiderate approfondire questi temi vi consiglio il blog della mia amica Claudia Zedda, Kalaris Web Blog, dove potrete trovare moltissime informazioni su questa straordinaria terra.

La mia nave va di fretta oggi, ma domani avrò il tempo di rivolgere ancora uno sguardo a questa straordinaria terra su cui, prima o poi, spero di poter mettere piede.

venerdì 10 dicembre 2010

La cultura non ci mangia



Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia.”  Giulio Tremonti

La nave va, perdendo di vista la costa. Tuttavia, mentre dirige verso sud mi sembra di vedere lo stivale italiano accompagnarmi nel mio viaggio. Laggiù, da qualche parte ad oriente, si stende la Toscana, la culla della lingua che parlo. Lì vive Antonio, un altro dei miei amici blogger, che prima o poi riuscirò spero ad incontrare. Nel frattempo vi consiglio comunque di visitare il suo blog  http://zenzeroguru.blogspot.com in cui scrive brevi ma intensi racconti.
La nave va e nel mentre riempio il mio tempo di pensieri. Che cosa sarà mai quest’Italia che mi ha dato i natali e che mi accingo (non ancora, non subito, ma presto) a lasciare? Cosa la distingue dagli altri paesi?
Una cosa mi viene in mente subito: il cibo. Tendenzialmente non sono nazionalista, ma di una cosa sono sicuro. Puoi girare quanto vuoi, ma non mangerai mai bene come in Italia. Non nego che negli altri paesi ci siano singoli piatti molto buoni. Ma la varietà e la qualità della cucina italiana non hanno, oggettivamente, pari.
Lasciamo perdere l’Inghilterra, dove il mio stomaco chiedeva clemenza ogni giorno. Nella capitale della grande Francia, tanto per fare un esempio, può capitare di imbattersi (a dire il vero fu Malikà ad avere la malaugurata idea di ordinarla) in una salsiccia pestilenziale che la stessa cameriera riconosce essere immangiabile. Inconvenienti che da noi ti capitano solo se li vai a cercare apposta. Ciò che rende unica la cucina italiana è la cultura (del gusto, degli abbinamenti, degli ingredienti) che l’accompagna.
Già, cultura. Perché a dispetto di quello che credono alcuni, cultura non vuol dire solo scuola, libri, cinema, teatri o musei. Quelli sono una parte, molto importante peraltro, di ciò che potremmo chiamare cultura individuale. Un individuo forma la propria mente in base a quanto apprende attraverso una serie di incontri, di persone e di strumenti, come ad esempio libri, cinema, teatri o musei.
La cultura però, se la consideriamo da un punto di vista antropologico, è qualcosa di più complesso e vasto. Essa è “l’insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini delle diverse popolazioni o società del mondo”. È in sostanza una cultura collettiva, che costituisce l’identità culturale di una comunità, più o meno estesa.
Queste due accezioni del termine “cultura” nella realtà non sono antitetiche, in quanto la cultura collettiva è il risultato di una somma, niente affatto algebrica, di culture individuali. Così, se i singoli individui imparano che imbrogliare, corrompere, rubare, uccidere è sbagliato (anche dalla scuola, dai libri, dal cinema, dai teatri o dai musei) questi comportamenti saranno considerati devianti dalla società e combattuti dai singoli individui.
Senza cultura sono invece gli istinti primordiali a prendere il sopravvento. Rubare, imbrogliare, corrompere, violentare, uccidere e finanche cibarsi di carne umana diventano allora opzioni possibili per appagare i bisogni.
Sosteniamola, perché senza cultura richiamo di finire noi dentro il panino...

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.