domenica 2 agosto 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Quinta parte



Mercoledì, ore 9.15

Durante l’alluvione del 1993 molti avevano accusato gli Svizzeri di aver aperto le dighe provocando la piena, ma era una leggenda, come accade per molte voci che girano sulla nazione elvetica. La verità era che nessuno aveva mai dato quell’ordine. Semplicemente una diga è un gigantesco catino. Come accade per la sopportazione in certi individui, quando è pieno smette di trattenere l’acqua e comincia a versare a valle la stessa quantità che riceve da monte. 
Quel livello era stato raggiunto nella notte e i fiumi avevano aumentato la loro portata. Pallanza era sott’acqua, ma l’inondazione aveva raggiunto anche Suna, di solito meno esposta al fenomeno. Vaste zone di Arona erano invase, con la popolazione costretta ad uscire di casa sui canotti dei Vigili del Fuoco. A Stresa la situazione stava diventando sempre più problematica. Le centinaia di turisti che giornalmente si recavano alle incantate isole del Golfo Borromeo erano scappati da tempo. Restavano i curiosi che assistevano all’evacuazione dello storico Grand Hotel des Iles Borromées che annoverava tra i suoi ospiti sovrani, presidenti e tycoon di tutto il mondo oltre a personaggi celebri come Gabriele D'Annunzio, George Bernard Shaw ed Ernest Hemingway.
Lo distolse da questi pensieri l’ingresso di Martelli con un giovane dall’aria arruffata, lo sguardo spiritato e in evidente sovrappeso. Giovanni Mogano tese la mano a De Lorenzi, che per tutta risposta gli indicò la sedia.
«Si accomodi pure».
«Ho saputo della morte di Maccagno, una vera sfiga!» 
Accavallò le gambe e prese a giocare con un foglietto di carta che aveva recuperato da una tasca dei jeans sdruciti.
«Lo conosceva bene?»
«L’ho incontrato a una presentazione letteraria qui a Stresa la settimana scorsa. Mi ha detto che stava cercando un buon romanzo giallo ambientato sul lago. Così ho mandato quello che avevo nel cassetto.»
«Ha avuto qualche riscontro?»
«Direi di sì. Lunedì pomeriggio Maccagno mi ha telefonato dicendo che il romanzo gli piaceva e che voleva parlarmi. Avevamo appuntamento proprio oggi.»
«Per quale motivo?»
«Credo volesse propormi di firmare un contratto.»
«Crede o ne è certo?»
«Per quale altro motivo avrebbe voluto vedermi?»
«Quindi lei è convinto che sarebbe diventato un collega di Aldo Terzi…»
«Non me lo nomini neppure!» fece un salto sulla sedia poggiando entrambi i piedi a terra e perdendo il foglietto. «Terzi è l’esempio vivente della decadenza della letteratura italiana. Fa cassetta, ma tutti i critici lo stroncano sui contenuti. Ho espresso il mio giudizio sulla mia rivista letteraria "Fiumi di inchiostro": un pessimo insegnante e un cattivo maestro; uno scrittore mediocre con un solo romanzo, che è un monumento alla prostituzione della penna al più becero consumismo, buono solo per un branco di adolescenti senza cervello...»
«Mia figlia lo adora…»
«Beh, non è tutta colpa loro» scrollò le spalle Mogano. «I ragazzi hanno solo modelli sbagliati. La televisione impera, la scuola arranca e la famiglia è distratta…»
De Lorenzi si domandò quali modelli avessero ispirato Mogano nei suoi vent’otto anni.
«Non è un po’ contraddittoria questa sua visione» domandò invece «con il fatto di volersi far pubblicare da Maccagno che in catalogo ha autori come Terzi?»
«Che vuole farci? È la dura legge della giungla editoriale per noi scrittori. Quanto meno Maccagno è, anzi era, uno dei pochi editori che non pretendeva di essere pagato per fare il suo lavoro.»
«Dove si trovava martedì pomeriggio tra le 16 e le 20?»
«Ero con la mia fidanzata. Poi sono tornato a casa.»
«Dovrò sentirla. Come si chiama?»
«Alice Fraschini.»


Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5
Parte 6
Parte 7
Parte 8
Parte 9




venerdì 31 luglio 2015

Tolkien e il Libro dei racconti perduti

Nel 1916, ancora convalescente per la “febbre di trincea” Tolkien comprò un quaderno e sulla copertina scrisse “Libro dei racconti perduti”. 

Con il cuore pieno d’amore per Edith e gli occhi dell’orrore della guerra, compose il primo racconto completo, che ruotava attorno alla “Città dai Sette Nomi, dove chiunque combatta contro Melkor può trovare speranza”. 

Il titolo era “La caduta di Gondolin”, che diventerà poi uno degli episodi del Silmarillion.

mercoledì 29 luglio 2015

Ritorno a casa



Poco meno di cinque mesi fa il fuoco irrompeva nella mia vita e nella mia casa, costringendomi a una fuga precipitosa e a un lungo esilio, peraltro trascorso in una comoda e bella abitazione sul lago d'Orta, messaci generosamente a disposizione.

Oggi, finalmente completati i lavori di recupero, si torna a casa!

Nota per gli impressionabili: non ero dentro la camicia qui sopra al momento del disastro. Tutti noi siamo rimasti illesi, fortunatamente.

domenica 26 luglio 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Quarta parte



Martedì, ore 17

Anche se la pioggia era un po’ diminuita, era stata superata la quota 196.81 fissata dalla Prefettura quale livello di esondazione generale del lago. Tutta l’area a valle della strada del Sempione era a rischio.
«Non può piovere per sempre, Maresciallo.». 
«Ma può sempre piovere troppo, Martelli. Non fare il filosofo e dammi il referto del medico, che è meglio.» 
La morte era avvenuta circa dodici ore prima del ritrovamento del cadavere. Maccagno era stato ucciso con un violento colpo alla testa inferto dall’alto verso il basso con un corpo contundente. La ferita coincideva con la base della statuetta del San Carlone, immersa nella cassetta del water, dopo essere stata accuratamente lavata. Dalla cassetta antinfortunistica del bagno mancavano i guanti di lattice, usati per manipolare l’oggetto.
Questo portava ad escludere ulteriormente che l’omicidio potesse essere opera di un ladro o di un balordo entrati per rubare e sorpresi dalla vittima. L’assenza di impronte anche nell’ufficio suggeriva inoltre che l’assassino fosse stato attento a non lasciare tracce e a cancellare quelle esistenti. 
«Notizie del Rosati?»
«È finito nei guai cinque anni fa, quando ad un controllo è risultato in possesso di pochi grammi di marijuana. Inoltre ha collezionato varie multe tra cui una per guida in stato di ebbrezza. Stiamo cercando di rintracciarlo.»
«Cosa mi dici della Zoppi?»
«Ha un appartamento di proprietà in cui vive da sola essendo separata dal marito. Ha due passioni: i gatti e il karatè. È cintura marrone e dicono che sia pure brava.»
Bussarono alla porta. 
«Maresciallo, abbiamo i tabulati telefonici» Spadaro entrò con un foglio in mano. «Nel pomeriggio di martedì sono state effettuate due lunghe chiamate dal fisso indirizzate allo studio commercialista della Maccagno Editore. Dal cellulare del Maccagno sono partite invece quattro chiamate, nessuna in entrata. La prima è alle 15.17, dura cinque minuti ed è diretta al cellulare di Maccagno Arturo. È lo stesso numero su cui l’abbiamo rintracciato. A questa stessa utenza è stata indirizzata l’ultima chiamata, alle ore 18.41, durata un minuto e 34 secondi. Il ricevente risulta agganciato ad una cella di Mantova. Alle 16.10 è stata effettuata una chiamata di otto minuti verso un numero intestato a Mogano Giovanni. Alle 16.57 il Maccagno ha fatto una telefonata di dodici minuti a Terzi Aldo.»
«Terzi è lo scrittore di punta della casa editrice» commentò De Lorenzi. «Ma dove ho sentito il nome di questo Mogano?»
Controllò i suoi appunti. 
«Ecco qua. È il nome del primo dei romanzi scartati. Aspetta, lasciami il foglio dei tabulati: voglio sentire Mogano e Terzi per capire di cosa hanno parlato con Maccagno. Spadaro, leggiti tutti i dattiloscritti già che ci sei e vedi se ci sono appunti.»


Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5
Parte 6
Parte 7
Parte 8
Parte 9


venerdì 24 luglio 2015

La sacra missione di Tolkien


Nel 1911 Tolkien e tre suoi amici con cui frequentava la King Edward’s School a Birmingham, Rob Gilson, Geoffrey Bache Smith e Christopher Wiseman fondarono una società semi segreta chiamata “T.C.,B.S.” (Tea Club, Barrovian Society). 

Il nome alludeva al fatto che le loro riunioni, in cui discutevano di mitologia e lingue antiche, libri e musica, si svolgevano ufficialmente nella sala da tè vicino alla scuola in Barrow Street e, segretamente, nella biblioteca della scuola. 

Con lo scoppio della guerra si trovarono al fronte, in compagnie diverse. Tolkien incontrò G.B. Smith prima di andare all’attacco durante la Battglia della Somme. Tornò stanchissimo, dopo aver combattuto per quasi 60 ore di fila, ma era  praticamente illeso, mentre molti suoi compagni erano stati uccisi o feriti. Nel campo di Bouzincourt trovò una lettera di G.B. Smith che lo informava che Rob Gilson era caduto il primo giorno dell’attacco con altri 19 mila, falciati dalle mitragliatrici tedesche. 

In un’altra lettera Smith gli scrisse di essere rimasto profondamente scosso dalla morte dell’amico e gli affidò un solenne impegno, una missione sacra: quelli di loro che fossero sopravvissuti avrebbero dovuto portare avanti la fiamma dei “T.C.,B.S.” e creare qualcosa di cui anche coloro cui la morte aveva impedito di farlo, avrebbero potuto essere fieri. 

Pochi mesi dopo, ancora convalescente per la “febbre di trincea” portata dai pidocchi, Tolkien apprese che anche Smith era morto per le ferite andate in cancrena.

mercoledì 22 luglio 2015

Alla corte del Dahu. Gli esseri fatati valsesiani






La mostra, allestita nella suggestiva atmosfera della Chiesa di San Carlo annessa alla Pinacoteca di Varallo, si propone di descrivere alcuni degli esseri fatati che popolavano l’immaginario delle antiche comunità valsesiane. A prendere forma attraverso dipinti e sculture, saranno ninfe, folletti, nani, gnomi, streghe, spiriti di defunti, draghi, serpenti ed altri esseri fatati che, nella percezione degli antichi abitatori della valle, popolavano montagne, alpeggi, gole, torrenti ed influenzavano la vita quotidiana dei valligiani in un rapporto fantastico e sacrale con lo spazio alpino e la magia della natura, quest’ultima illustrata per l’occasione da alcuni ‘rappresentanti’ delle collezioni naturalistiche del Museo Calderini.

domenica 19 luglio 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Terza parte


Martedì, ore 14

Arturo Maccagno era un giovane alto dall’aria simpatica. Di quelli venuti al mondo con l’arte innata di vendere bene la propria immagine e i prodotti ad essa associati.
«Povero zio» commentò «non meritava di finire così. Avete idea di chi è stato? Un ladro?»
«Non ci risulta che sia stato rubato nulla, ma su questo ci potrà aiutare lei. In questo momento, comunque, tutte le piste sono aperte. Avremmo bisogno di parlare anche con suo cugino Mauro Rosati, ma non riusciamo a rintracciarlo. Cosa ci può dire di lui?»
«Sono anni che non lo vedo.»
«Nemmeno per il funerale di sua zia?»
«Non mi piace essere ipocrita» Maccagno si appoggiò allo schienale e congiunse le punta delle dita davanti a sé. «Mia zia ha fatto delle scelte che la famiglia non ha mai condiviso e, purtroppo per lei, ne ha pagato le conseguenze. Suo marito era un violento e un alcolizzato che è morto troppo tardi per quello che mi riguarda. Al funerale andò mio zio, che peraltro si fece carico anche dei costi, dal momento che quel fannullone di mio cugino, che sta seguendo l’esempio di suo padre, non voleva pagare per seppellire sua madre.»
«Nonostante questo erediterà una parte del patrimonio.»
«So che gli ha detto di non farsi più vedere se fosse finito di nuovo nei guai, ma che altro poteva fare? Diseredarlo? In fondo mio zio era un buono.»
«Lei no?»
«Io credo che nella vita si debbano conquistare le cose. Detto questo mio zio era sano di mente e capace di intendere e di volere. Quindi liberissimo di decidere cosa fare di quanto ha costruito con le sue mani.»
«Quando ha sentito l’ultima volta suo zio?»
«Ieri pomeriggio.»
«Ha notato qualcosa di strano?»
«A dire il vero una cosa ci sarebbe. Posso dirle una cosa in via confidenziale?»
«Signor Maccagno, stiamo parlando di un omicidio!»
«Mi scusi, ma non ha a che vedere con questo. È che stavo guidando…»
«Ho capito. Martelli, non verbalizzare quello che sto per dire.»
L’appuntato smise di battere sulla tastiera.
«Allora signor Maccagno, ha ricevuto una telefonata. Non mi interessa sapere se stesse usando o meno l’auricolare. Possiamo riprendere?»
«Certo, il fatto è che dopo poco ho visto una pattuglia della polizia e ho chiuso bruscamente la telefonata.»
«La prossima volta si ricordi che è pericoloso guidare usando il cellulare. Ora riprendiamo. Che cosa le ha detto?»
«In realtà mi ha chiamato due volte mentre stavo andando a Modena. La prima per dirmi che aveva per le mani un ottimo romanzo giallo e che non vedeva l’ora di farmelo leggere. Più tardi mi ha richiamato dicendo che c’era una cosa strana di cui voleva parlarmi. Proprio in quel momento ho dovuto agganciare. Avrei voluto richiamarlo, ma ero in ritardo per la riunione. Poi mi hanno invitato a cena e mi sono dimenticato. Quando mi è venuto in mente era tardi e ho pensato fosse meglio rinviare all’indomani. Mi spiace doppiamente: non solo è stata l’ultima volta che l’ho sentito, ma forse voleva dirmi una cosa importante.»
«Ancora una cosa» gli mise davanti le fotografie dell’ufficio. «Le sembra manchi qualcosa?»
«Non saprei, detto così è difficile…» Maccagno esaminò attentamente le immagini. «Un momento! Manca una statuetta che si trovava qui, sulla libreria dietro la scrivania. C’erano due statuette e la targa, premi ricevuti dalla casa editrice e da mio zio.»
«Aveva un valore commerciale?»
«Non direi. Sono premi, non opere d’arte.»
«Potrebbe descrivermela?»
«Posso fare di più. Ho una foto scattata quattro anni fa» le dita presero a scorrere velocemente sullo schermo del cellulare. «Ecco, guardi!»
Si vedeva Giorgio Maccagno sorridente sulla riva del lago, in compagnia di un uomo alto e pelato. Reggevano una statuetta raffigurante il San Carlone in miniatura.
«Era il giorno in cui abbiamo vinto il Premio Internazionale del Lago Maggiore. Quello alla sinistra dello zio è Aldo Terzi. “Tu ed io per sempre” quell’anno fece il botto: centomila copie vendute e trattative in corso per i diritti cinematografici.»


Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5
Parte 6
Parte 7
Parte 8
Parte 9

venerdì 17 luglio 2015

L'amore di Tolkien per gli alberi

Tolkien amava molto gli alberi. Un giorno incontrò una sua vicina, l’anziana signora Agnew, molto preoccupata per l’idea che il pioppo di fronte a casa potesse cadere sulla sua abitazione e distruggerla. Gentilmente riuscì a convincerla dell’assurdità di questo timore: la pianta era già stata sfrondata e potata, perciò era più facile che la casa crollasse prima dell’albero. 


Quella notte sognò la vicenda e al risveglio scrisse quello che è considerato il suo racconto più autobiografico ed era il più amato dalla famiglia, “Foglia di Niggles”, pubblicata nel volume “Albero e foglia”.

mercoledì 15 luglio 2015

A6 Fanzine 33



Per l’estate 2015 ecco il nuovo numero di A6 Fanzine, dedicato ai telefilm e alle serie tv. Ecco come lo presentano le curatrici, Isa e Sara:

“I telefilm, come noi bambini nati negli anni '70/ '80 adoriamo ancora chiamare, col passare degli anni hanno generato non solo una molteplice scelta tra trame fantasy, horror, comiche, romantiche e d'azione, ma continuano a generare stupore, sia per la creatività e sia per l'accuratezza nella realizzazione, dalla storia ai costumi.

Se in passato ci siamo emozionati con la streghetta di "Strega per amore (I Dream of Jeannie)", la piccola "Super Vichi", "The Chips" e molti altri ancora, ora i nostri telefilm/serie tv spaziano tra magnifici scenari fantastici e la realtà, tanto da chiederci talvolta se noi stessi ne siamo i protagonisti ignari.

Da "A-Team" a "Friends", da "The Walking Dead" al "Trono di Spade", passando anche per "House of Cards" e "Doctor Who", gli artisti di questo numero si sono divertiti a rivivere i loro ricordi ed a celebrare le nuove sfere delle serie tv odierne.

Un numero speciale e da collezione questo di A6 Fanzine, con una chicca speciale riguardo "Diabolik", una serie tv in lavorazione che porterà in giro per il mondo "Il Re del Terrore", grazie a una intervista a Mario Gomboli, direttore della casa editrice Astorina, che ci ha raccontato qualcosa riguardo la serie. Non perdete inoltre l'albo speciale di Diabolik, in uscita il 15 Luglio 2015. Da collezionare anche questo per essere pronti all'uscita della serie.”

Se volete scoprire di più sui contenuti e scaricarlo liberamente, seguite questo link.

All’interno trovate anche un racconto dell’Errante, dedicato a una celeberrima serie di fantascienza dei primi anni settanta…


domenica 12 luglio 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Seconda parte

Martedì, ore 10.30

Giuliana Zoppi, cinquantasette anni per un metro e settanta di altezza, due freddi occhi azzurri dietro gli occhiali da segretaria. Aveva ritrovato una composta efficienza che doveva essere il suo abito naturale.

«Sono arrivata in ufficio alle otto, come mio solito» raccontò «Ho notato che la porta era socchiusa e sono entrata. Spesso il signor Maccagno arriva alle 7,30. Voglio dire, arrivava…»

«È mai capitato che la sera facesse tardi in ufficio?»

«Il mio orario è dalle 15 alle 19. Lui normalmente si fermava per terminare di leggere i romanzi inviati dagli scrittori. Mai oltre le 20 perché a quell’ora andava a cena.»

«Chi avrebbe potuto notare il suo ritardo?»

«Nessuno. Viveva solo da quando è rimasto vedovo.»

«Ricevete tanti manoscritti?»

«Almeno una dozzina al giorno. Maccagno sosteneva che la maggior parte sono porcheria e li buttava nella scatola dopo le prime pagine.»

«E quelli interessanti?»

«Li metteva in una cartelletta per riesaminarli in seguito.»

«Aveva qualche nemico? Qualcuno che potesse desiderare la sua morte?»

«Si dice che chi ha carattere abbia un pessimo carattere. Quando s’infuriava poteva essere molto sgradevole, ma in fondo era una brava persona.»

«Parenti?»

«Due nipoti. Arturo Maccagno lavora con noi per la parte commerciale. Il padre era deceduto dieci anni fa in un incidente stradale, la madre morì sei mesi dopo. Anche per questo l’aveva preso a lavorare qui. L’altro si chiama Mauro Rosati e vive a Roma. È il figlio di una sorella di Maccagno, morta a Roma l’anno scorso di tumore. »

«Ha notato qualche cosa strana successa negli ultimi giorni?»

«Forse non ha importanza, ma una cosa c’è. Ieri pomeriggio sono stata molto impegnata al telefono col commercialista. In una pausa Maccagno è uscito e mi ha chiesto chi fosse l’autore di un manoscritto. Di solito chi li manda aggiunge una lettera di presentazione. Questo invece era accompagnato solo dal biglietto “Spero sia di Suo gradimento. Cordialmente. Bien”.»

«Si ricorda che ora fosse?»

«Attorno alle 16. Comunque non dopo le 17 perché sono uscita due ore prima per castrare Bob.»

«Prego?»

«Bob è appena arrivato. Siccome ci sono altri gatti continuava a urinare in casa.»

«Gli ha dato il benvenuto insomma» sorrise De Lorenzi. «Quando vengono svuotati i cestini?»

«Normalmente il sabato mattina. Viene la donna e cambia il sacchetto. Qualche volta ci penso io, se è necessario. Perché?»

«Perché oggi è mercoledì e non c’è nessun sacchetto nel cestino.»

«Strano, io non l’ho toccato questa settimana.»



Parte 7
Parte 8
Parte 9


venerdì 10 luglio 2015

Tolkien e lo Spirito della Montagna



Un mistero aleggia attorno a questa cartolina che riproduce un dipinto di Josef Madlener (1881-1697) dal titolo “Der Berggeist” (Lo spirito della montagna) che ritrae le Torri del Vajolet, sulle Dolomiti. 
Tolkien vi scrisse a mano sul retro “ispirazione per Gandalf” e a lungo si è creduto che la cartolina fosse stata acquistata durante il viaggio in Svizzera del 1911. Tuttavia la figlia di Madlener dimostrò che il dipinto fu realizzato solo attorno al 1925 e in seguito utilizzato per realizzare delle cartoline natalizie.
Come e quando Tolkien ne sia entrato in possesso rimane un enigma.

mercoledì 8 luglio 2015

Piccola storia di un cactus



C’era una volta un piccolo cactus. O per meglio dire c’era una volta una grande famiglia di piccoli cactus che ebbe la ventura di abitare sul balcone di un personaggio decisamente negato per la coltivazione e, a sua maggior colpa, inclinato invece a una inconcludente meditazione filosofica.

Poiché difficilmente le disgrazie vengono da sole, un giorno avvenne che un evento del tutto fortuito costringesse l’inadempiente annaffiatore del cactus ad allontanarsi dalla già scarsa cura della sua piantina.

Solo e dimenticato da tutti il piccolo cactus dovette arrangiarsi con quello che passava il convento. Piccole gocce di pioggia rimbalzate oltre i limiti, qualche acquazzone un po’ più forte e un po’ più di stravento del solito. Piccole cose, insomma, capaci di far perdere la speranza a qualsiasi cactus. Ma il nostro era di quelli duri a morire. Di quelli per intenderci simili a quei gattini intirizziti che ti si presentano alla porta con in corpo le poche energie necessarie a emettere un flebile miagolio, ma che passato qualche mese, ben pasciuti e cresciuti, diventano delle teppe di prim’ordine, dei veri gattacci di quartiere che per quante volte i ragazzacci tentino di affogarli loro sono sempre lì a grattare alla porta. Mentre non sempre lo stesso si può dire dei ragazzacci…

Potete quindi immaginare la sorpresa del nostro padrone di casa quando un giorno, rimesso piede sul balcone dopo quattro mesi, vide accanto alla famigliola di cactus raggrinzita dalla siccità, ma di cui già conosceva la capacità di recupero, un’altra piantina grassa che aveva data per morta nell’autunno precedente.

Immediatamente, sopraffatto da una gioia difficile da comprendere a chi non l’abbia mai provata, il nostro corse a prendere dell’acqua con cui annaffiare tutte le piante.

E il suo piccolo gesto d’affetto fu ancora una volta ricambiato dal cactus, che in breve cominciò a rinverdire. Accanto alla sua ritrovata amica. 

domenica 5 luglio 2015

Quota 200. Un racconto giallo. Prima parte



Martedì, ore 8.00


Da settantadue ore le nuvole scaricavano pioggia sul Lago Maggiore. Quota 195, che segna il livello di guardia, era stata superata la sera precedente, ma era il ritmo con cui il livello dell’acqua cresceva a mettere paura: 170 centimetri al giorno non si erano mai visti, nemmeno durante l’alluvione del 1993. A quel ritmo l’indomani avrebbe superato la quota 197,55 registrata nel 2000. E in 48 ore avrebbe raggiunto quota 200 registrata il 4 ottobre 1868, quando due terzi di Stresa erano stati inondati. 

Rivolse un pensiero al "Regolamento sulle Uniformi per l'Arma dei Carabinieri" che vietava l’uso dell’ombrello ai militari in divisa, senza distogliere gli occhi dalla piena silenziosa che cresceva ogni minuto. 

In quel momento squillò il cellulare.

«Maresciallo De Lorenzi» era la voce del brigadiere Spadaro. «Dovrebbe venire subito. Abbiamo un morto.»

«Annegamento?»

«Nossignore, omicidio.»

«Avete identificato la vittima?»

«È Giorgio Maccagno.»

«L’editore? Dove vi trovate?»

«La segretaria ha trovato il cadavere in ufficio e ci ha chiamati. Gli hanno fracassato il cranio.»

«Arrivo.»

Diede un’ultima occhiata al livello del lago, fece un cenno di saluto ai volontari della protezione civile che monitoravano la situazione e salì in macchina. 

«Andiamo Martelli» disse al giovane appuntato alla guida. «Qualcuno ha pensato che questo fosse il tempo giusto per uccidere.»

Negli uffici della Maccagno Editore trovarono Spadaro con una donna bionda, molto magra, seduta su una sedia, che si stava soffiando il naso con un fazzoletto. Il brigadiere lo salutò. 

«La signora Giuliana Zoppi ha effettuato la scoperta.»

«Sono desolato signora Zoppi» annuì De Lorenzi. «L’appuntato Martelli l’accompagnerà in caserma per raccogliere la sua deposizione. Più tardi dovrò farle alcune domande.»

L’ufficio di Maccagno era arredato con sobria eleganza. Oltre a varie librerie piene di volumi c’erano un tavolo da riunione e una scrivania. Su questa giaceva il cadavere, seduto sulla poltroncina girevole, con la testa leggermente reclinata sul lato destro sotto cui stavano gli occhiali da lettura. Il sangue fuoriuscito dalla ferita si era sparso sul piano, cadendo a gocce sul pavimento. Il braccio sinistro pendeva rigido lungo il fianco, il destro era ripiegato sotto il busto.

Sul piano, oltre allo schermo del computer, la tastiera e il mouse c’erano alcune penne e una cartelletta di cartone azzurra con la scritta “interessanti”. De Lorenzi girò attorno alla scrivania. Sul pavimento c’era una scatola di cartone piena di fogli. Sul primo stava scritto “Omicidio a chiare lettere, di Giovanni Mogano”. Il cestino invece era vuoto.

Sulla libreria retrostante oltre ai libri si trovavano pochi oggetti. Un gatto ombrellaio, premio ai benemeriti del Vergante, e una targa della Camera di Commercio per il cinquantesimo di attività.

«Giorgio Maccagno» il brigadiere lesse gli appunti «nato a Verbania il 22 aprile 1953. Iniziò l’attività nella libreria del padre, in seguito diventata una piccola casa editrice.»

«Non troppo piccola» osservò De Lorenzi. «Quanto meno dopo il successo di quel romanzo per adolescenti. Mia figlia Camilla lo adora.»

«Piccola ma agguerrita. Hanno anche una serie gialla e libri di storia locale.»

In quel momento entrò il medico. 

«Lo lascio a lei, dottor Mastrangeli: mi faccia avere il referto quanto prima. Spadaro, torno in caserma mentre voi completate i rilievi.»



Parte 7
Parte 8
Parte 9


venerdì 3 luglio 2015

Tolkien e le Alpi

Nelle vacanze estive del 1911 Tolkien compì un lungo viaggio a piedi attraverso le montagne svizzere da Interlaken a Zermatt. Abituato ai paesaggi collinari inglesi, la visione delle nevi perenni del Silberhorn colpì profondamente la sua immaginazione e divenne il Silvertine (Celebdil) della Terra di Mezzo dove Gandalf combatté il Balrog nella Battaglia dei due picchi. 

Più in generale, in una lettera del 1968, Tolkien indicava quell’esperienza come fonte d’ispirazione per l’attraversamento delle Montagne Nebbiose da parte di Bilbo.

mercoledì 1 luglio 2015

Gatti e magie del lago d’Orta




Maurizio Leigheb, personaggio e artista versatile, giornalista, scrittore e reporter, ha acquistato fama soprattutto come esploratore, etnologo e documentarista televisivo, autore di oltre 100 cortometraggi per la Rai e Canale 5. 

Fin da ragazzo ha dimostrato anche una spiccata attitudine per il disegno e la pittura. Figlio d’arte (il nonno era un famoso attore comico del teatro dell’800 che si dilettava di pittura, mentre il padre, oltre che medico, era un apprezzato caricaturista, pittore e scultore), ha cominciato a dipingere quando era molto giovane, frequentando lo studio di noti artisti italiani come Luigi Bartolini e Filippo Usellini, e partecipando a varie collettive. 

Della sua produzione pittorica sono soprattutto da ricordare la personale allestita ad Orta nel 1969, dedicata agli incontri e ricordi dei suoi lunghi viaggi in Oriente, presentata dallo scrittore Sebastiano Vassalli, candidato al premio Nobel per la letteratura, e la recente mostra di successo “Insula”, al palazzo del Broletto di Novara (settembre-ottobre 2014), presentata dal critico Raul Capra e dallo stesso Vassalli.

Con quest’ultima mostra ha iniziato il nuovo e originale ciclo pittorico dedicato all’isola di S. Giulio e al Lago d’Orta, luogo incantato della sua infanzia, alle sue genti e ai suoi gatti, che propone e sviluppa anche in questa esposizione.

domenica 28 giugno 2015

Benvenuti nella mia cucina

La porta si chiuse alle sue spalle e Marzia capì di essere in trappola. Qualcuno – e non era difficile immaginare chi – aveva manomesso la maniglia rendendo impossibile aprirla dall’interno.
La vide arrivare dal fondo del corridoio strascicando i piedi, la testa piegata di lato e la bocca aperta in un grido silenzioso da cui colava un misto di sangue e materiale putrefatto. 
Marzia tentò di colmare con le parole l’abisso che la separava da quella mente sprofondata nel buio.
“Benedetta, mi riconosci? Sono Marzia Paoli. Ci conosciamo da quando eravamo compagne di banco al liceo e ti passavo i compiti di latino, ricordi?”
Passi lenti, instancabili.
“Quello là in fondo è Massimo, vero?” indicò un ammasso informe sul pavimento della cucina. “Ci deve essere anche il suo operatore: sono quasi inciampata nella videocamera entrando. Sai che il programma sui misteri non è andato in onda questa settimana? Lo so, a te sembrerà una cosa poco importante ormai, ma c’è un mucchio di gente là fuori che li sta cercando. Non che a me fosse simpatico, ma non è bello da parte tua attirare qui i tuoi colleghi per un’intervista e poi… Del resto l’hai fatto anche con me, solo che io, a differenza di Massimo, ho capito cosa ti era successo. Ti avevo avvisata di essere prudente durante il tuo viaggio ad Haiti: alcune mamaloa sono molto suscettibili.”
Nessun barlume di umanità nel cadavere marciante. Solo fame.
“Tempo fa un amico americano, che fa l’Ammazzavampiri, mi ha regalato questa” estrasse una Glock 17 e l’armò “proprio per casi come il tuo. Non pensare che non la sappia o non la voglia usare.”
Due braccia protese e uno sparo: una testa esplose e un corpo si afflosciò come un sacco vuoto. 
“Oltretutto i tuoi libri di cucina non mi sono mai piaciuti, Benedetta.”


Il racconto è stato pubblicato nell’antologia “Morto e mangiato” curata da Chiara Poli e Paolo Franchini, un progetto benefico a favore di A favore di A.I.S.EA Onlus e Associazione St Onlus.


La voce narrante è quella di Marzia Paoli, l’indagatrice dell’occulto, già protagonista del racconto lungo “Il risveglio”, dove compare anche l’Ammazzavampiri citato. Se non avete letto “Il risveglio” non preoccupatevi, ne parleremo molto presto. O forse, a ben pensarci, dovreste cominciare a preoccuparvene perché i vampiri che lo abitano non sono certo quelli romantici di Twilight, benché l’amore sia molto presente nella storia.






venerdì 26 giugno 2015

Tolkien e lo spaventoso Orco Bianco

Ted il Sabbioso 

Tolkien trascorse la sua infanzia, tra il 1896 e il 1899 a Sarehole. Oggi è un sobborgo urbano di Birmingham, ma all’epoca era un luogo di piccole casette immerse nel verde. Ronald amava ricordare quei giorni trascorsi con il fratello Hilary e la madre Mabel, che raccontava loro fiabe e storie avventurose. 

Le campagne e i boschi attorno a Sarehole divennero così lo scenario fantastico dei giochi dei fratelli Tolkien in cui il Bene e il Male si affrontavano ogni giorno. 

Non mancavano neppure le figure spaventose, come lo scontroso mugnaio e soprattutto suo figlio, lo spaventoso Orco Bianco, un ragazzo aggressivo che incuteva loro molta paura e che decenni dopo ispirò la figura dell’odioso Ted il Sabbioso.

mercoledì 24 giugno 2015

La storia dei venti del lago d'Orta



Ci credereste mai se vi dicessero che una volta sul lago d’Orta non soffiava alcun tipo di vento? Sempre calma piatta. Se volevano sentire un po’ di brezza sulla pelle gli abitanti dovevano spostarsi verso Novara o verso Domodossola o arrivare sul lago Maggiore. Al loro ritorno i racconti tenevano vive le conversazioni per settimane. Poi tutto tornava come prima e i pensieri erano sempre gli stessi: Come sarebbe stato bello in estate sentire un po’ di vento fresco, di quello che, mentre si lavora, asciuga la pelle sudata. E in inverno? Oh quanto lo desideravano tutti , anche freddo e con qualche raffica più forte delle altre, per poi poter fare i commenti perché aveva spostato tre tegole sul tetto del Giuanin o perché aveva spaccato il vetro della finestra che la sciura Natalina aveva lasciato aperta. 

Intanto al bar si sospirava forte, illudendosi fossero aliti di vento. C’era perfino chi emigrava, non per cercar lavoro, ma per cercare il vento! Una bella mattina di primavera però tutti gli ortesi si svegliarono decisi a risolvere la questione e si presentarono sotto casa del sindaco che fu costretto a riceverli ancora in pigiama. Per far sì che potesse vederli tutti misero in prima fila i bambini, poi le donne e, in fondo alla sala, gli uomini. Ci volle un po’ ma, finalmente, scese il silenzio. Gli sguardi si posavano prima su uno poi sull’altro e infine sul sindaco che non riusciva a reprimere gli sbadigli. Ad un tratto una bimbetta magra magra e con le treccine che le incorniciavano il viso alzò la manina e disse: “Perché non chiediamo aiuto al re dei venti?”. 

Già, perché? Cominciarono a domandarsi gli ortesi. “Presto! qualcuno di voi parta immediatamente a cercare questo re – ordinò il sindaco che non vedeva l’ora di rimettersi a dormire”. 

Certo non fu cosa semplice, il tempo trascorreva e qualcuno cominciava a preoccuparsi della sorte di coloro che erano partiti per questa avventura, anzi, le speranze erano praticamente terminate quando il solito bimbetto bene informato arriva correndo e urlando sulla piazza: “Sono tornati!”. Di organizzare una festa di benvenuto neanche a parlarne, l’eccitazione era tanta che perfino il sindaco si precipitò in piazza. “Allora ce l’avete fatta? Avete trovato il re dei venti? Dov’è? Io non lo vedo!”. Le domande si sovrapponevano le une alle altre tanto che gli uomini non riuscivano a rispondere. 

“State calmi perché di re dei venti ve ne abbiamo portati tre! Eolo, il re greco, Njörd, il re celta e Fūjin, il re giapponese”. Ognuno di loro aveva un vortice personale che faceva alzare la polvere sotto gli occhi increduli degli ortesi. L’evento era di quelli unici nel suo genere, mai i tre re si erano incontrati. Il sindaco prese in mano la situazione invitandoli in comune spiegando quello che gli abitanti del lago volevano da loro: solo un po’ di vento! 

“E ci avete scomodati per qualche venticello? – dissero i tre re all’unisono – bastava dirlo e vi avremmo accontentati subito”. Confabularono tra di loro poi si misero sull’imbarcadero. Eolo alzò le braccia e disse: “Vieni “Blem” da oggi soffierai su questo lago da Carcegna e da Miasino e vieni anche tu “Marascon”, da Lagna e da San Maurizio”. 

Subito dopo fu Njörd a gridare: “Soffia “Inverna” da Gozzano e anche tu “Tramuntana” vieni da Pella”. 

Infine fu la volta di Fūjin a chiamare il “Vent” da Omegna e il “Cus” dal Nord: “Il “Cus” porterà tempo piovoso, non sarà troppo forte, strierà il lago e durerà almeno tre giorni”. 

Uno scroscio di applausi accompagnò la scorribanda dei venti appena chiamati sul lago d’Orta e, mentre i re si apprestavano a tornare nelle loro terre, un vecchietto si avvicinò e disse loro: “A proposito del “Cus”, ho pensato che calzerebbe a pennello questo detto: “Cus, trì dì a l’us”, che significa proprio che dura tre giorni!”




Questo racconto è opera di Paesesommerso e fu pubblicato alcuni anni fa su Ecorisveglio.

domenica 21 giugno 2015

Taxi per l’inferno

La nebbia copriva la pianura come un sudario, ma ciò non era un problema per “Johnny”: lavorava meglio con la nebbia. Appoggiato al lampione si accese una sigaretta e guardò l'orologio.
Mezzanotte. Forza, sbrigati, ho fretta di conoscerti.
Sorrise al pensiero. Vide le luci di un'auto e si sporse in avanti, ma quella proseguì la sua corsa.
Maledizione! Quanto tempo ci mette? E avevano detto cinque minuti. Balle! 
Diede un calcio ad una lattina.
Sono dieci minuti che aspetto! Gli farò pagare anche questa, può starne certo. Se almeno sarebbe una donna... 
Johnny non aveva studiato molto, ma la pistola che teneva sotto la giacca di pelle gli aveva aperto lo stesso molte porte. In quel momento due fari ruppero la nebbia puntando su di lui. Aguzzando la vista vide la scritta luminosa TAXI. Scese dal marciapiede, scavalcando le auto in sosta vietata e fece un cenno con la mano. Il veicolo mise la freccia e accostò.
Sei mio, pollo.
Poi vide il colore della carrozzeria ed ebbe un attimo d'esitazione. Non era bianco e nemmeno giallo, ma di uno strano rosso cupo. Anche i cristalli erano insoliti, completamente oscurati. Johnny imprecò sbalordito e come per risposta il finestrino si abbassò di un paio di centimetri.
«Taxi, signore.»
Il rapinatore si sentì gelare. C'era qualcosa in quella voce, qualcosa di freddo, di lontano, come un'eco. E non era una domanda, ma una sfida. Johnny non si era mai tirato indietro davanti a nulla, sin da quando, a tredici anni, aveva accoltellato un coetaneo che non voleva consegnargli le scarpe di marca. Gettò la cicca dopo averne tirato un ultima voluttuosa boccata, aprì la portiera posteriore ed entrò.
«Via Selva. Schizza.»
L’auto partì sgommando e Johnny fu spinto violentemente contro il sedile. Non vide il taxi bianco fermarsi accanto al lampione. Faticosamente si risollevò, imprecando tra i denti. Il guidatore correva velocissimo, incurante della nebbia, come se vedesse perfettamente la strada. Solo i fari sempre più radi di altre automobili rompevano di tanto in tanto il grigio muro di oscurità.
Johnny osservò la testa del taxista, coperta da un nero cappello a larghe falde e dai baveri rialzati del cappotto dello stesso colore. Soltanto una ciocca di sudici capelli bianchi sfuggiva ribelle a quella tenebra. Ci avrebbe piazzato volentieri una pallottola…
Lo provocò un po', tanto per divertirsi.
«Sei pazzo a correre così con questa nebbia! Non hai paura di farti male?»
«Conosco questa strada come le mie tasche, signore, la percorro da un'eternità».
La risposta fu seguita da sterzata così brusca da mandare Johnny a sbattere contro la portiera. Una violenta bestemmia gli proruppe dalla gola.
«Non dovrebbe bestemmiare, signore...»
«Ma chi ti credi di essere per darmi dei consigli, eh? Rallenta invece, che ci schiantiamo contro un muro.»
«Ho fretta, altri clienti mi aspettano. E devo battere la concorrenza, signore.»
«Adesso basta, io non mi faccio prendere per il culo da te, chiaro? Non so che cazzo ti sei fatto per berti il cervello così, ma non me ne frega un cazzo!» Johnny estrasse la pistola, puntandola alla nuca del guidatore. «Accosta e fuori i soldi o ti faccio saltare quel poco cervello bacato che ti rimane.»
«Cosa credi di fare con quella pistola inceppata, Johnny?»
«Come cazzo fai a sapere il mio nome?» domandò sorpreso. «Ora ti faccio vedere io se è inceppata!»
Puntò l'arma e premette il grilletto.
KLIK.
Riprovò.
KLIK.
Ancora e ancora.
KLIK, KLIK, KLIK, KLIK.
Imprecando Johnny alzò l'arma per colpire col calcio, ma la mano dell'autista scattò all'indietro velocissima e con un tocco gelido gliela strappò di mano. Johnny lanciò un urlo di dolore e si ritrasse stringendo la destra, rigida e gelata.
«Ommerda, che cazzo mi hai fatto? Che cazzo hai fatto alla mia mano?» gridò disperato.
«Avrai modo di riscaldarla, non preoccuparti.»
Johnny guardò disperato l'arto che aveva assunto un colore bluastro e gli faceva un gran male. Non riusciva a capire come avesse fatto a fregarlo a quel modo. Si slanciò verso la portiera, ma questa non si aprì, era chiusa, bloccata. Era in trappola, anche se forse c'era una possibilità... Sì, certo, prenderlo per la gola e costringerlo a fermarsi. Johnny era forte, molto forte.
«E avere entrambe le mani paralizzate? Lascia perdere, non ti conviene. Piuttosto ascolta cosa dice la radio, credo ti riguardi.»
La voce del guidatore era così sicura da risultare terrorizzante. Il rapinatore rimase immobile, mentre l’altro alzava il volume con la mano guantata. Un coro di voci, prima deboli, poi sempre più forti.
«Assassino, assassino, ASSASSINO!»
«No!» Johnny cercò inutilmente di tapparsi le orecchie.
La parola gli rimbombava nel cervello, senza tregua, come un martello pneumatico. Poi, all'improvviso cessò. Alzò gli occhi e vide un volto che lo osservava attraverso il parabrezza.
«Carlo Bignami. Aveva quindici anni quando lo accoltellasti. Ora è costretto su di una sedia a rotelle» la voce alla radio era una lama tagliente che mozzava il respiro.
Un secondo volto si affiancò al primo.
«Daniele Bianco. Lo uccidesti con un colpo alla nuca perché si era ribellato. Due figli e una moglie lo piangono.»
Altri volti apparvero accanto a questi. Di ognuno la voce ricordava il nome e il delitto: rapine, ferimenti, stupri e omicidi vennero elencati in un rosario di accuse, mentre le sue vittime testimoniavano silenziosamente contro di lui. Infine i volti scomparvero e il silenzio calò.
Allora Johnny, scompostamente e senza ritegno, rise.
«Non hai uno straccio di prova. Nessun tribunale mi può condannare. Se speravi che confessassi con questo trucco ti sei sbagliato. Avanti, sbirro, portami dentro e facciamola finita con questa pagliacciata. Tanto il mio avvocato mi tirerà fuori subito.»
«Non ti sto portando in prigione: il tuo tempo è scaduto. Sei stato contato, pesato e trovato mancante.»
Quelle parole rimbombarono come una sentenza inappellabile. 
«Ma cosa vuoi allora?» balbettò Johnny. «Ommerda, sei uno di quei fottuti giustizieri... Vuoi dei soldi? Posso darteli… Tieni ho qui mille euro, ma posso darti di più, diecimila, quindicimila... quanto vuoi? Quanto vuoi?»
L'autista fermò il taxi e si voltò, tendendo la mano e mostrando il volto scheletrico incorniciato da una lunga e sudicia barba bianca. I suoi occhi, rossi come la brace, lo fissarono per un istante lungo come l’eternità.
Infine il demonio parlò.
«Solo una monetina prima di scendere: ma in fretta, anima dannata.»    



Il racconto ha a che fare con Caronte, ma in questo caso non stiamo parlando del simpatico barcaiolo etilico del lago d'Orta...




venerdì 19 giugno 2015

Il coraggio di Tolkien


Nel 1938 Tolkien comprese che la storia che stava scrivendo era giunta ad un punto di svolta. Quella che era nata come “il seguito dello Hobbit” stava diventando qualcosa di profondamente diverso. 

La chiave era nell’Unico Anello che Bilbo aveva trovato nel primo romanzo e che andava distrutto prima che il Negromante, che l’aveva perduto e lo cercava ovunque, potesse ritrovarlo. 

Con quattro figli da mantenere Tolkien in quegli anni si trovava in grandi difficoltà economiche e stava a galla solo correggendo i compiti, oltre il lavoro che già svolgeva. Un semplice e rassicurante seguito dello Hobbit avrebbe potuto dargli quel denaro di cui aveva bisogno. 

Se invece avesse seguito la strada che passava per l’Anello avrebbe dovuto faticare anni per creare qualcosa che da secoli nessuno aveva più nemmeno immaginato di fare e di cui l’Inghilterra sentiva la mancanza: dare corpo e ali a una nuova epica, potenzialmente adatta a un pubblico di tutte le età, ma per la quale all’epoca non esisteva un mercato. 

Tolkien, coraggiosamente, scelse la strada più impervia.

mercoledì 17 giugno 2015

Il ponte del bosco





Tra i luoghi di ritrovo delle streghe citati nell'inchiesta del 1519 compare un "ponte di Armeno". Non è chiaro di quale si tratti. 

C'è però una singolare coincidenza. Al Punt dal bosc, una struttura in rovina alla confluenza tra l'Ondella e l'Agogna, era tradizione recarsi per invocare la pioggia.
Il rito prevedeva che le donne in processione raccogliessero acqua da una sorgente, prendendola in bocca, per poi sputarla dal ponte. Al centro di questo sorgeva una cappella sacra crollata anni fa e sostituita da una struttura di metallo. 

Onestamente non ci avevo fatto caso prima, e condivido la mia domanda con voi. Chi si è arrampicato su un ponte pericolante per lasciare davanti all'effige sacra una bottiglietta di acqua minerale? Un vandalo incivile? O il fatto che sia ordinatamente disposta accanto a due pietre ai piedi dell'immagine non è una coincidenza?



domenica 14 giugno 2015

Il messaggero

Il cielo stellato si stendeva ancora sull’erba profumata di rugiada della prateria, ma i primi chiarori dell’alba preannunciavano il sorgere di un nuovo giorno. E il cavaliere riprese a parlare.

“Guarda, amico mio, l’alba è vicina e presto vedremo le bianche mura della capitale. 
Essere un messaggero del re è un ruolo importante, non per vantarmi, che richiede devozione, discrezione e abilità. Pericoli e spie sono dappertutto, occorre essere astuti. E la fatica aumenta sempre. Un tempo il regno era più piccolo, ma abbiamo sovrani valorosi in guerra e saggi in pace che hanno esteso i confini. Io stesso quando ero giovane avrei potuto attraversare il paese in pochi giorni, mentre ora mi ci vorrebbero mesi. 

Per lunghi anni non ho fatto altro che portare i dispacci del Re e ora che questo viaggio sta per terminare non so cosa sarà di me. Da sempre la mia stirpe ha portato messaggi per i Re di questo paese. Come la tua ha portato in groppa i messaggeri del Re. Da molti anni chiedevo al Re di mettermi a riposo. È molto vecchio ormai, il Re, benché dica di essere più giovane di me e mi chiami “vecchio mio”. A volte, ma che rimanga tra noi, dice cose strane, che non capisco, ma in fondo è un brav’uomo. Per molti anni ha respinto le mie richieste scuotendo la testa e borbottando tra sé, ma alla fine ha ceduto. Quando ci siamo congedati mi è sembrato persino commosso. Ora sono felice, benché ignori cosa sarà di me. Non ho mai incontrato messaggeri a riposo, ma so che il Re provvederà a tutto.

Ho viaggiato tanto. Si sa che i viaggi danno l’esperienza, che è la base della saggezza. Ho percorso miglia e miglia sulle piste di tutto il regno. Ho visto città splendide e tuguri miserrimi, uomini di ogni razza ceto sociale e religione. E donne... Ne ho viste di bellissime sai? Bionde e more, ricche e povere, vergini e prostitute. Ho solo un unico rimpianto, quello di non essermi mai fermato in una città, per parlare con la gente. 

Ho anche un figlio, sai? Un mattino di primavera il Re mi chiamò e mi disse che dovevo avere un figlio, che potesse prendere un giorno il mio posto. Risposi che per me andava bene quello che a lui piaceva. Mi condussero una ragazza bionda. Non era bellissima, ma mi amava. Sono stato con lei a lungo, quasi sette mesi, finché non rimase incinta, poi ripresi la pista.

Sono molto orgoglioso di mio figlio. Come è bello! Così fiero nel cavalcare, che sembro io a vent’anni, lanciato sulle piste ingoiando la polvere. Ogni tanto ci incontriamo. Quasi sempre procediamo in direzione opposta, ma una volta mi è persino capitato di fare un breve tratto assieme a lui. Ci intendiamo al volo, sai? Io so quello che prova quando mi vede e sono sicuro che anche lui nutre gli stessi sentimenti. 

Guarda le bianche mura della capitale! Il mio galoppo lungo una vita è giunto alla fine.”

Il Viceré lesse il messaggio consegnatogli dal vecchio e sollevò un sopracciglio. Poi ordinò ai suoi uomini più fidati di dargli una morte rapida e indolore, secondo gli ordini del Re.





venerdì 12 giugno 2015

Tolkien alla ricerca di un seguito per Lo Hobbit



L’editore Stanley Unwin, della Allen & Unwin, dopo la pubblicazione de “Lo Hobbit” nel settembre 1937 chiese a Tolkien un seguito della storia, che aveva avuto un buon successo editoriale. Il professore gli presentò una borsa piena di carte, che conteneva anche una copia in prosa del “Silmarillion”. 

L’editore però era alla ricerca di un’altra avventura “per bambini” dove comparissero Bilbo e gli altri protagonisti della Terra di Mezzo. E lo stesso Tolkien sapeva che l’opera per lui più preziosa, il “Silmarillion”, non era ancora pronta per la pubblicazione. 

Si mise dunque a scrivere “Una festa a lungo attesa”, che l’editore accolse molto bene, invitandolo a portarlo avanti. Vari problemi personali, la guerra e soprattutto una profonda evoluzione della storia nella mente di Tolkien avrebbero reso la scrittura del “seguito de lo Hobbit” una faccenda molto lunga. E quello che ne sarebbe uscito alla fine sarebbe stato qualcosa di profondamente diverso.

mercoledì 10 giugno 2015

Un'elegante cacciatrice

Ieri sera, uscendo di casa per sbrigare una di quelle simpatiche occupazioni note come “portare fuori la spazzatura” ho notato in mezzo alla strada un animaletto.

“Cosa fai lì, micetto?” ho chiesto, preoccupato del possibile sopraggiungere di un’automobile.
Non che mi aspettassi una risposta naturalmente, ma rientra nella normalità parlare agli animali. I problemi casomai cominciano quando ti rispondono…

Ad ogni modo l’animaletto mi guardò in modo strano, dopodiché fece dietro front, portandosi sull’altro lato della strada. Fu allora che mi avvidi dell’errore. Quello che avevo di fronte non era un gatto, ma certamente un mustelide. Fece un po’ avanti e indietro, senza mostrare troppo timore, prima di lanciarsi di corsa per la strada verso il cancello di una vecchia fabbrica semidiroccata, dentro cui svanì.

Non avevo modo di fotografarlo, ma in seguito, controllando sul web, ho ipotizzato potesse trattarsi di una donnola, viste le piccole dimensioni e una certa eleganza che distingue questo grazioso animale dalla più grossa faina.

Proseguendo nell’opera di documentazione ho scoperto che la donnola era considerata da Brunetto Latini, il celeberrimo maestro di Dante Alighieri, il peggior nemico di una temibile creatura di cui abbiamo già avuto modo di parlare.

E pensando alle balze scoscese e pietrose che si trovano alle mie spalle ho rivolto un pensiero di riconoscenza alla piccola e graziosa donnola che pattuglia queste aspre rocce alla ricerca del suo grande avversario e della sua preda più ambita: il velenoso e pericolosissimo basilisco.



domenica 7 giugno 2015

L’intortatore a pedali


Da parecchio tempo non parliamo di lui, ma lui continua a esistere e operare. Per fortuna, o sfortuna, delle sue amiche e nostra che abbiamo argomenti di conversazione.
Ho incontrato il Rubinettaio a una cena di paese e mi ha raccontato del nostro comune amico munito di macchina da millanta cavalli.
Pare però che il Nostro, un po’ per seguire la moda, un po’ perché ci tiene alla linea, abbia deciso di dedicarsi anche a uno sport diverso dalla caccia alle pollastre. 
Così, acquistata una bicicletta in fibra di carbonio da qualche migliaia di euro e l’attrezzatura completa da ciclista che nemmeno Chiappucci ai suoi tempi, ha inforcato i pedali e ha cominciato a macinare chilometri.
Però a pedalare da soli dopo un po’ ci si annoia. Inoltre, seguendo la legge di gravitazione universale del ciclista domenicale, dove ce n’è uno dopo un po’ un secondo si aggrega e poi un terzo e così via a formare dei bei greggi di tutine variopinte.
Naturalmente il simile trova il simile, così l’Intortatore ha trovato un gruppo di suoi Pari. Così questi simpatici ritrovi diventano l’occasione per competizioni sportive autogestite basate sul chilometro e il minuto secondo. Oltre che per dare sfogo alla loro virilità sputacchiando allegramente a destra e a manca, marcando il terreno come fanno i cagnetti maschi quando trovano un albero.
A differenza però di tutti gli altri ciclisti della domenica, che girano rispettosi del codice della strada, il Nostro e i suoi Pari hanno messo insieme un gruppetto di facinorosi teppistelli su due ruote che se ne infischia allegramente delle regole.
Se vi capitasse il caso di incontrarli li riconoscereste immediatamente perché invece di procedere in fila indiana sul bordo della strada l’Intortatore guida la sua mandria cercando di occupare tutta la carreggiata, poco importa se sia una strada rettilinea o piena di curve cieche pericolosissime. 
Al grido di “la strada è nostra!” i baldi pedalatori si lanciano in manovre spericolate, seguendo il proprio Codice d’Onore: 
mai fermarsi agli stop; superare sempre sulla destra i veicoli lenti o incolonnati; pretendere sempre e comunque la precedenza; accodarsi ai mezzi pesanti per sfruttarne la scia; ignorare i semafori; non cedere mai un centimetro di strada agli automobilisti; accelerare in prossimità delle strisce pedonali; e soprattutto ribattere colpo su colpo a ogni offesa.
Tra quelle intollerabili, la più insopportabile per l’Intortatore e la sua piccola, per fortuna, gang a pedali, è l’utilizzo del clacson. 
“Se la mia bicicletta non ha il campanello" dice il Nostro "non vedo perché tu debba utilizzare un avvisatore acustico più potente del mio per ordinarmi di farti strada. Stai lì dietro e muori, come io soffro sui pedali per costruire un mondo migliore!”
Quel giorno poi l’Intortatore era particolarmente in forma. Stava cercando di battere un proprio record personale e l’ultima cosa che aveva voglia di fare era perdere tempo con qualche automobilista col piombo sull’acceleratore.
Così all’ennesimo colpo di clacson, nemmeno singolo ma addirittura in coppia, il Nostro decise di rispondere come si doveva. Sguainando la sinistra eresse l’indice verso l’alto a indicare all’impaziente autista la via che doveva prendere.
Seguì un breve istante sospeso, in cui anche il rumore della macchina parve svanire. Attorno si era fatto silenzio come ai tempi del vecchio west, quando l’eroe sfidava a duello il malvagio ladro di bestiame.
Quella stasi durò pochissimo. Il suonatore di clacson non era un bandito, ma piuttosto lo sceriffo. L’auto dei Carabinieri accese le sirene e con tanto di paletta intimò al Nostro e ai suoi Pari un arresto immediato.
Seguirono le contestazioni. Secondo una ignorata norma del codice della strada infatti “i ciclisti devono procedere su unica fila in tutti i casi in cui le condizioni della circolazione lo richiedano e, comunque, mai affiancati in numero superiore a due; quando circolano fuori dai centri abitati devono sempre procedere su unica fila”. Prima contravvenzione.
La pattuglia inoltre disponeva il sequestro di tutte le biciclette in quanto veniva contestata la mancanza dell’obbligatorio avvisatore acustico. Il famoso campanello, insomma. 
Infine, ma questo riguardava solo il Nostro, si procedeva a denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale.
L’Intortatore ha molti mezzi e certamente un buon avvocato per smontare tali infamanti accuse. Nel frattempo però, e questo era ciò che più gli bruciava, la possibilità di battere il sopra citato record era svanita.


venerdì 5 giugno 2015

Un buco nel tappeto per il professor Tolkien


In un noioso pomeriggio di un caldo giorno d’estate il professor Tolkien stava correggendo i compiti di letteratura inglese. 

Notando un buco nel tappeto gli venne l’impulso di scrivere, su una pagina lasciata in bianco da uno degli esaminandi: “In un buco del terreno viveva uno Hobbit”. 

In seguito cominciò a immaginare cosa fosse uno Hobbit e quale potesse essere la sua storia. Nessuno però, nemmeno lo stesso Tolkien, è riuscito a dare una data precisa a questo episodio, entrato nella leggenda.

mercoledì 3 giugno 2015

Antiche streghe a Crana


Secondo gli atti di accusa raccolti dal vice inquisitore della Diocesi di Novara nel 1519 a Crana le streghe si recavano sovente per i loro malefici.
Una notte "guastarono" un giovane che era sulla strada e un'altra scagliarono un maleficio sul bambino di un certo Giacomino Testore di Crana, che però risiedeva ad Ameno.
Ma Crana non era certo l'unico luogo scelto dalle streghe per i loro incontri notturni...

Post più popolari

"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.