domenica 8 aprile 2012

La sibilla cusiana



Si narra che ai tempi del re Tarquinio il Superbo, che fu l’ultimo re di Roma prima della repubblica (tra il 534 al 509 a.C.), si presentò alla sua corte una donna di nome Amaltea che portava con sé nove libri in cui era scritto il destino della città e gli domandò 300 monete d’oro in cambio.
Il re, trovando esagerato il prezzo richiesto, rifiutò di comprare i volumi. Ma la sibilla tornò qualche giorno dopo dicendo di aver bruciato tre libri e di volerne vendere sei per trecento monete d’oro. Il re rifiutò ancora, ma quando la Sibilla tornò per la terza volta chiedendo trecento monete per tre soli libri, avendo dato alle fiamme gli altri, il re impressionato decise infine di comprarli. Al prezzo di nove.

La donna era la Sibilla Cumana, una profetessa che viveva nei pressi del lago d’Averno, considerato una delle porte degli inferi e lì i suoi oracoli erano scritti su foglie di palma. Il vento, che entrava nell’antro della Sibilla da cento aperture, le scompigliava rendendo di difficile interpretazione, sibillino appunto, il responso.
In Italia la Sibilla Cumana era famosissima ed è citata anche nell’Eneide di Virgilio, ma esistevano altre Sibille conosciute con il nome della località dove risiedevano, come la Sibilla Eritrea, nel Mar Egeo e la Sibilla Delfica, in Grecia.

Il nome di “sibilla” era un titolo che veniva attribuito a profetesse vergini che entravano in uno stato di trance. Rispondevano alle domande che venivano loro poste emettendo oracoli in forma poetica, oscura e ambivalente.
Complice anche la lingua latina, che consentiva di collocare le parole di una frase in un ordine non fisso. Così il celebre oracolo della Sibilla “ibis redibis non morieris in bello” poteva essere letto, a seconda di dove si metteva la virgola, sia "Andrai, ritornerai e non morirai in guerra" che "Andrai, non ritornerai e morirai in guerra". Anche per questo gli oracoli della Sibilla erano considerati infallibili.

Accanto a queste famose sibille dell’antichità esiste però anche una sibilla dalle nostre parti. Per la precisione sul lago d’Orta. Nell’Ottocento venne dato alle stampe un libro intitolato “L'oracolo della Sibilla Cusiana” che nel titolo richiama un “Oracolo della Sibilla Cumana” di Pico della Mirandola.
È un libro che tra il serio e il faceto gioca con le possibili combinazioni dei responsi permettendo al lettore di avere un oracolo sul comodino. C’è da dire che alla fine dell’Ottocento la passione per l’occulto si diffuse a macchia d’olio tra le classi dirigenti e gli intellettuali, in un moltiplicarsi di sedute spiritiche, società teosofiche e sette di vario genere. E anche sul lago d’Orta, nelle sere tranquille, insospettabili personaggi si trovavano per evocare gli spiriti e conoscere il proprio destino.

sabato 7 aprile 2012

Buona Pasqua






Vi auguro Buona Pasqua 
richiamando un mio viaggio 
sull'isola più misteriosa del mondo.

Un viaggio in due tappe.





La Bottega del mistero è un bel rebus



Antichi oracoli trapiantati sulle sponde del lago d’Orta. E canzoni enigmatiche che ci conducono oltre gli specchi ad incontrare inquietanti cattivi dei fumetti.

Avete indovinato? Benissimo, allora ascoltateci questa sera nella bottega del mistero, la rubrica all’interno del programma Siamo in Onda  su Puntoradio  in cui si parla di storie del territorio (nella prima parte) e di quelle che si celano dietro una canzone (nella seconda).

La puntata di sabato 7 aprile ha come tema, appunto, REBUS


Per ascoltare Siamo in Onda:
- FM 96.3 da Novara, Vercelli, Verbania, Biella, Alessandria, Torino, Varese, Milano, Pavia
- FM 93.5 - 96.00 da Borgosesia e Valsesia
- INTERNET in streaming su www.puntoradio.net

Per intervenire in DIRETTA:
- via email: diretta@puntoradio.net - redazione@siamoinonda.it
- via SMS:.389 96 96 960

Buon Ascolto...
(Sarà possibile seguire la trasmissione in replica il martedì successivo sempre alle 21,00)


La foto è una cortesia di ELE.

venerdì 6 aprile 2012

Siamo in Onda è un rebus



Lo so. Questo post avrebbe dovuto essere pubblicato ieri. Ma c’è una domanda che non siamo riusciti a formularvi in tempo.

So anche che c’è un’altra domanda che tormenta qualcuno di voi (solo qualcuno per fortuna). Perché, dopo poco più di un anno, Alfa è tornato? E dove è stato in questo periodo?

Enigmi che meritano una risposta, ma non l’avranno ora.

Perché ora è il momento di annunciare la trasmissione radiofonica che vanta innumerevoli tentativi di imitazione, proprio come quella famosa rivista di enigmistica.

È Siamo in Onda, il talk show di Puntoradio, che sabato 7 aprile  avrà come tema della serata proprio REBUS.

Da tradizione ecco anche il quesito posto agli ascoltatori

quale indizio daresti per farti conoscere al meglio?



Ditelo inviando un sms oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.
Potrete trovare le foto della serata su Facebook oppure sul blog www.siamoinonda.it


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La foto è una cortesia di Ele

mercoledì 4 aprile 2012

L’enigmatico caso dell’uccello aronese



Agli appassionati di misteri non sarà sfuggito un articolo sul numero 4 del mensile «Il sasso nel lagone», pubblicato il primo di ogni mese. Ideato e diretto da Massimo Sole, brillante penna trasteverina trapiantata sulle rive del Verbano, «Il sasso nel lagone» è una rivista su cui ci riserviamo di tornare in altra occasione in quanto ha tutte le caratteristiche per scuotere la sonnacchiosa vita culturale della cittadina in cui viene stampato, per il suo stile accattivante e gli approfondimenti rigorosamente documentati.

Torniamo però al reportage a firma di M.S., sigla dietro cui si nasconde verosimilmente lo stesso Massimo Sole, dedicato a un misterioso episodio accaduto poco più di un secolo fa. Lo spunto è dato da un articolo comparso sul n. LXVI di «Annals of Cryptology» che contiene un elenco di straordinarie scoperte di specie precedentemente ritenute fantastiche. Pesci come i celacanti (Latimeria chalumnae e Latimeria menadoensis), autentici fossili viventi che si credevano estinti assieme ai dinosauri ed invece sorprendentemente ricomparsi sui mercati del pesce nell’Oceano Indiano. O mostri degli abissi fino a pochi anni fa ritenuti leggendari, come gli Architeuthidae, i calamari giganti che vivono nelle profondità dell’oceano e i cui tentacoli possono raggiungere  25 metri di lunghezza.

Oltre a queste e ad altre specie l’articolo di «Annals of Cryptology» citava il caso di una fenice (il cui ultimo avvistamento, in terra di Egitto, risale all’anno 34 d.C.) in Piemonte agli inizi del Novecento. La fonte di tale segnalazione era indicata brevemente in un diario di un cittadino aronese che un ufficiale americano, il capitano John A. Fisher, aveva potuto leggere alla fine della seconda guerra mondiale grazie alla nipote, con cui aveva avuto una breve ma intensa relazione.

M.S. ha avviato quindi una sua personale ricerca che l’ha portato infine a mettere le mani sul famoso diario, consegnatogli dall’ormai anziana signora. Il racconto che ne è scaturito è altamente godibile e vi invito a leggerlo nella versione originale. Mi limito, con il consenso dell’autore, a riassumerne i contenuti.

Tutto cominciò con il ritrovamento di una strana creatura in uno dei boschi sulle colline sopra Montrigiasco. Era l’anno della cometa di Halley, il cui passaggio non mancò di scatenare ancestrali paure. Lo scrittore Lev Tolstòj, scrisse a questo proposito sul suo diario: “La cometa sta per catturare la Terra, annientare il mondo, e distruggere tutte le conseguenze materiali della mia attività e delle attività di tutti. Ciò prova che tutte le attività materiali, e le loro presunte conseguenze materiali, sono prive di senso. Solo ha un senso l'attività spirituale.”

Come sappiamo lo scrittore fu smentito dai fatti (a dimostrazione di quanto poco avveduti possano essere talora gli scrittori) e le attività materiali proseguirono alacremente, ad ogni modo in quei mesi molti erano in attesa di eventi straordinari. È in questo contesto che si collocano gli eventi descritti nel diario del giovane Randolfo Carroccio.

In esso si descrive il rinvenimento da parte di una banda di ragazzini di uno strano uccello, che nessuno aveva mai visto prima, ma che tutti trovarono straordinariamente bello. Particolare curioso, l’animale copriva sempre accuratamente il fianco sinistro, impedendo in tutti i modi di vederlo nonostante gli sforzi di quanti si avvicinavano.

Dopo poco, comunque, tutti cessarono di interessarsi a questo aspetto, incantati dalla bellezza e dalle straordinarie tonalità del suo piumaggio. Randolfo sottolinea che solo pochi invece prestarono attenzione ai suoni che emetteva, trovandoli nel complesso piuttosto banali.

Poiché l’uccello sembrava incapace  di volare, uno strano gruppo di persone prese a radunarsi per accudirlo e ammirarlo in segreto, formando una sorta di setta. M.S. li descrive come “ragazzini viziati da piccoli e fanciulle dagli occhi sgranati”, ma anche come “poeti di arte incerta,
impiegati saccenti, ingegneri di poco ingegno e uomini di mezza età dalle fantasie eccessive”.

E aggiunge che tutti erano affascinati dalla bellezza di questo straordinario uccello. Tutti erano impegnati a lodarlo e nutrirlo. E tutti erano convintissimi di trovarsi di fronte ad una fenice, la mitica creatura che gli antichi Egizi pensavano potesse rinascere dalle proprie ceneri.

Dalla lettura del diario emerge un altro elemento sconcertante. Tutti i componenti del gruppo degli adoratori della fenice raccontavano agli altri di strane visioni, in cui si vedevano nei panni di cavalieri senza macchia e senza paura, coperti da bianche armature, impegnati improbabilmente a combattere il male che li circondava. Dalla lettura è impossibile comprendere se si trattasse di fantasie o di vere e proprie allucinazioni. 

La realtà apparve improvvisamente, in tutta la sua drammaticità, un giorno di aprile dell’anno 1911. Quel pomeriggio lo strano gruppo di amici si radunò per sfamare il sempre più famelico uccello, ma questo, evidentemente insoddisfatto dall’offerta, alzò l’ala sinistra, mostrando il suo lato orribile e crudele. Con una zampa artigliata strappò il cuore ad uno di quelli che l’avevano amorevolmente curata fino a quel momento e lo divorò. Quindi spiegando le ali si levò in cielo lanciando urla che risuonavano come un’orribile maledizione. E svanì per sempre.

Non sappiamo esattamente cosa accadde in seguito. I giornali parlarono brevemente della scomparsa di un certo A.M., tornando sulla vicenda solo per riferire di una voce secondo la quale un aronese sarebbe stato tra i dispersi nel naufragio del transatlantico RMS Titanic, naufragato nella notte tra il 12 e il 13 aprile 1912. Inutile dire che nessun nome corrispondente compare nei registri dei passeggeri imbarcati.

Non risultano altre indagini sul caso. Dobbiamo pertanto desumere che il resto del gruppo si sia guardato bene dal denunciare il fatto. Il diario di Randolfo Carroccio si fa lacunoso e, in un punto, davvero inquietante quando dice che “fecero ciò che andava fatto, portando a termine l’opera della fenice”.

Allo scoppio della Grande Guerra Randolfo Carroccio si arruolò volontario e fu tra i primi caduti sul fronte italiano. Il suo diario rimase in un cassetto, a lungo dimenticato. Finché non fu ritrovato, gettando nuova luce su questo episodio che ha dell’incredibile.

martedì 3 aprile 2012

Domenica, maledetta domenica

Cosa c’è di più allegro e spensierato dei piedi dei bimbi che corrono ai lati delle strade? Ma se sotto i piedi dei bambini vi sono i pezzi di vetro di bottiglie incendiarie e ai lati della strada vi sono dei corpi sparsi come bambole rotte ecco che l’idillio si spezza e la tragedia irrompe sulla scena.
Alla fine degli anni Sessanta in un angolo di Irlanda sottoposto al governo inglese era cresciuta la tensione tra la popolazione di fede cattolica e quella protestante. Quest’ultima, discendente dei coloni inglesi, giunti un paio di secoli prima in Irlanda, costituiva la maggioranza e deteneva gran parte del potere, discriminando i cattolici.

Di fronte alle rivendicazioni della minoranza cattolica, parte della quale chiedeva la riunificazione dell’Irlanda del Nord (Ulster) con il resto dell’Irlanda, gruppi estremisti protestanti iniziarono ad attaccare le manifestazioni e le case della comunità cattolica. 
Sull’altro fronte la violenza andava ad ingrossare le fila dell’IRA l’esercito repubblicano clandestino che dava vita a vari atti di terrorismo. In tutto questo il governo inglese decise l’invio dell’esercito per ristabilire l’ordine.

Il 30 gennaio 1972 era domenica e i movimenti per i diritti civili dei cattolici organizzarono una manifestazione non autorizzata per protestare contro la nuova legge che consentiva l’arresto di chiunque a tempo indeterminato e senza processo.
Al 1º Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell'esercito britannico fu ordinato di disperdere la manifestazione. Cosa che i soldati fecero utilizzando l’armamento in dotazione. Spararono sulla folla disarmata uccidendo 13 persone e ferendone altrettante, una delle quali morì 4 mesi dopo.

Quella giornata passò alla storia come la “domenica di sangue”, segnando l’inizio di una fase ancora più crudele della guerra civile perché moltissimi furono i volontari che andarono ad arruolarsi nell’IRA dopo la strage e l’insabbiamento della vicenda da parte del governo inglese.
Una guerra che si è trascinata fino ad oggi, nonostante un netto miglioramento della situazione a seguito dell’accordo di pace del 1998. Una domenica di sangue che colpì molto un ragazzino di 11 anni figlio di madre protestante e padre cattolico. Che non riusciva a capacitarsi di come cattolici e protestanti non potessero vivere assieme, pur credendo tutti nel medesimo Dio dell’amore.

Quel ragazzino si chiamava Paul Hewson e nel 1976 avrebbe risposto ad un annuncio pubblicato sulla bacheca di una scuola di Dublino.
Il volantino cercava giovani musicisti per formare una band. Paul Hewson, con il nome di Bono Vox, entrò così a far parte degli U2, scrivendo, tra le tante canzoni, una dedicata proprio a quella maledetta domenica di sangue.

Festival della letteratura per bambini e ragazzi

LIBRINFESTA 2012
Festival della letteratura per bambini e ragazzi
17-21 aprile 2012   (IX EDIZIONE)

Venerdì 20 Aprile

EVENTO SPECIALE
¡BIENVENIDO PERÚ! GIORNATE PERUVIANE A LIBRINFESTA
Consulenza Scientifica: Anna Lavatelli
Coordinamento Generale, Relazioni Istituzionali, Traduzioni: Lisa Devincenzi
Sponsor: Associazione Culturale Il Contastorie

Ore 9 Yo creo que mi papá le teme a la oscuridad Galleria San Lorenzo
Lettura animata e intervista all’autore limeño Javier Enrique Arévalo Piedra, con la partecipazione di Anna Lavatelli
Età: da 7 anni

Ore 9 Leggende di Cuzco Galleria San Lorenzo
Lettura animata a cura dell’autrice Ana Ponce Paredes
Età: da 8 anni

Ore 10.30 Inaugurazione Istituzionale delle Giornate Peruviane Sala Consigliare del Comune di Alessandria
Saluto da parte del Presidente de Il Contastorie e delle Autorità locali
Saluto del Console Liliana Gomez de Weston (Consolato Generale del Perù a Torino)
Un Pinocho con madera del Amazonas: saluto dell’autore Javier Enrique Arévalo Piedra
Vale un Perù: saluto dell’autrice Anna Lavatelli
Saluto dell’autrice Ana Ponce Paredes
Con la partecipazione di Maria Teresa Rodari e Walter Fochesato, Coordinatore Redazionale della rivista Andersen

Ore 11.30 Visita guidata alla mostra di testi peruviani Leer es un recreo , a cura di Javier Enrique Arévalo Piedra

Ore 14.30-17.30: Minitour del Basso Monferrato
a cura della Guida Turistica Lisa Devincenzi

Ore 21.30 Cumbre Alessandria Palazzo del Monferrato
Proiezione del docufilm realizzato dal Club Alpino Italiano (Sezione di Alessandria) per raccontare la spedizione dell’Agosto 2008
Special Guest: Edgar Roca (guida andina)

In Galleria San Lorenzo, per tutta la giornata:

Leer es un recreo
Mostra di libri delle case editrici peruviane Alfaguara-Santillana, Norma, SM Perù, Recreo
A cura dell’Associazione Culturale Il Contastorie, del Consolato Generale del Perù a Torino, del Grupo ReCreo (Lima)


Ediciones de libros para niños
Video con contributi critici tratti dal Programa Académico del Libro del Centro de Educación Continua dell’Universidad Ricardo Palma di Lima

Mukashi Mukashi
Video del contastorie Pepe Cabana Coyachi
Storia di una fusion tra il tradizionale retablo peruviano e il teatro giapponese kamishibai

A soñar aprendí leyendo
Video sul progetto di promozione della lettura nella zona di Tambogrande (Piura) a cura di Gabriela Tenicela

Benvenuti in Perù
Proiezione di slide turistiche a cura del Consolato Generale del Perù a Torino



Sabato 21 Aprile

EVENTO SPECIALE
¡BIENVENIDO PERÚ! GIORNATE PERUVIANE A LIBRINFESTA
Consulenza Scientifica: Anna Lavatelli
Coordinamento Generale, Relazioni Istituzionali, Traduzioni: Lisa Devincenzi
Sponsor: Associazione Culturale Il Contastorie

Ore 9.30  Gastón e la ricetta perfetta Galleria San Lorenzo
Laboratorio a cura dell’autrice Anna Lavatelli
Sul Rio delle Amazzoni inseguendo le tracce di Gaston
Età: dai 9 anni

Ore 10.30 ¿Te gusta leer? Galleria San Lorenzo
Letture ad alta voce in italiano e spagnolo a cura di Anna Lavatelli, degli studenti del Liceo Linguistico di Alessandria e dello staff de Il Contastorie
Età: dagli 11 anni

Ore 16 Una scrittrice tra i due mondi Galleria San Lorenzo
Incontro con Anna Lavatelli
Ovvero come avvenne che Anna cominciò a sentirsi Anita

Ore 17.30 Danza con migo! Galleria San Lorenzo
Spettacolo di danze folkloristiche realizzate da bambini italo-peruviani, a cura di Ana Ponce Paredes dell’Associazione Culturale Mi Perù di Torino

Ore 18.30 Perù: mucho gusto! Galleria San Lorenzo
Degustazione di prodotti enogastronomici peruviani
A cura del Consolato Generale del Perù a Torino e del Ristorante 1492 Specialità Sudamericane di Torino
Ore 20.00 Cena peruviana Ristorante Alli Due Buoi Rossi, Via Cavour 32
A cura del Consolato Generale del Perù a Torino
Lo chef peruviano Reyna Ramos del Ristorante 1492 Specialità Sudamericane di Torino sarà ospite dello Chef Domingo Schingaro del Ristorante Alli Due Buoi Rossi di Alessandria

In Galleria San Lorenzo, per tutta la giornata:

Leer es un recreo
Mostra di libri delle case editrici peruviane Alfaguara-Santillana, Norma, SM Perù, Recreo
A cura dell’Associazione Culturale Il Contastorie, del Consolato Generale del Perù a Torino, del Grupo ReCreo (Lima)

Ediciones de libros para niños
Video con contributi critici tratti dal Programa Académico del Libro del Centro de Educación Continua dell’Universidad Ricardo Palma di Lima

Mukashi Mukashi
Video del contastorie Pepe Cabana Coyachi
Storia di una fusion tra il tradizionale retablo peruviano e il teatro giapponese kamishibai

A soñar aprendí leyendo
Video sul progetto di promozione della lettura nella zona di Tambogrande (Piura) a cura di Gabriela Tenicela

Benvenuti in Perù
Proiezione di slide turistiche a cura del Consolato Generale del Perù a Torino

lunedì 2 aprile 2012

Rumore di piedi dietro di me

Questa è una delle Storie di Siamo in Onda, scritta per la trasmissione dall'autore di questo blog. Una storia ambientata lontano, in un altro continente, ma che ha come protagonista un emigrante, uno dei tanti che lasciarono il Cusio per cercare fortuna altrove. Un emigrante molto particolare, occorre dirlo subito, e abbastanza inquietante, a bene vedere. Buona lettura.





Per ascoltare l'audiostoria clicca su questo link



Ecco. L’ho sentito di nuovo! Un rumore dietro di me... Lo so, mi hai già detto più volte che non c’è nessuno! Il tuo guaio però è che ci senti male! È sempre stato così. Fin da piccolo io sentivo le voci, mentre tu non ci riuscivi.
E non è il tuo unico difetto. Non hai mai creduto in me e nei miei sogni. Quando ti ho proposto di venire in America per trovare l’oro mi hai risposto che quasi tutti quelli che lo cercano finiscono per perdere se stessi.
Alla fine però ti sei rassegnato, anche perché del resto nella casa sul lago non potevamo restare. Non dopo quello che è successo a quelle due ragazze. Lo so, hai sempre ragione, mi avevi detto di lasciarle stare, ma è acqua passata, ormai.
Comunque, sei venuto, è vero, ma ti sei messo d’accordo con tutta quella gente, per cercare di mettermi paura con quelle storie di indiani che ammazzano la gente e di quelle strane creature dei boschi, come il Sasquatch, l’Uomo Selvaggio dai grandi piedi.
Io sono andato avanti e tu sempre dietro a lamentarti, finché a furia di evocarli hai fatto arrivare davvero uno di questi mostri.
Ricordo che a parlarmene la prima volta fu quel vecchio al saloon, quello che raccontava di aver trovato una pepita gigantesca e di averla persa per sfuggire al Nascondidietro. Come ridevano quegli stupidi e gli davano del pazzo. Invece nei suoi occhi brillava la luce di chi ha la vista lunga.
Diceva che il Nascondidietro è velocissimo, così riesce sempre a starti alle spalle. Tu senti un rumore alle tue spalle, ti giri di scatto, ma lui… zac! si è già messo dietro di te. Fa sempre così con le sue vittime. Dapprima è lontano, ma giorno dopo giorno si avvicina in cerchi sempre più stretti, fino a quando riesce a morderle sul collo.
Ma io ho trovato il modo per impedire al Nascondidietro di succhiarci il sangue. Lo so, me l’avevi detto. Avremmo dovuto andarcene prima. Ma sono davvero stanco di doverti sempre dare ragione. E anche di averti sempre tra i piedi. Non mi dirai più nulla, finalmente, dopo che ti avrò infilato la testa dentro questo cappio. E il Nascondidietro resterà senza pranzo.

domenica 1 aprile 2012

I piedi sulla roccia

La roccia è simbolo di qualcosa di stabile ed immutevole. Passano le generazioni degli uomini, ma le rocce rimangono al loro posto, a differenza della sabbia in cui i segni scompaiono nel giro di una manciata di minuti. Per questo motivo trovare impronte sulle rocce è per molti aspetti sconvolgente e fonte di miti e leggende.
Talora si tratta di antichissime impronte di ominidi, come quelle scoperte a Laetoli, in Africa, che rappresentano un’istantanea di 3,7 milioni di anni fa, impressa per sempre sulla cenere vulcanica solidificata.

Impronte come queste possono generare curiose leggende. È il caso delle “Ciampate del Diavolo”, a Tora e Piccilli, un piccolo comune dell’Alto Casertano dove si trovano delle impronte che tradizionalmente si credeva fossero state lasciate da Lucifero su una colata di lava incandescente.
In realtà si tratta delle impronte lasciate da uno dei primi uomini giunti in Europa. Tra 385.000 e  325.000 anni fa un Homo Erectus camminò su uno stato di fanghiglia vulcanica. Dalla loro misurazione sappiamo che era  alto circa 1,60 m e di piede avrebbe potuto indossare scarpe di numero 35-36.

Altre volte le impronte hanno forme strane e particolari. La loro forma, la distanza tra un’orma e l’altra suggeriscono che non siano state lasciate da esseri umani.
E infatti si tratta in certi casi di impronte di dinosauri, che dalle epoche più remote giungono a noi impresse nella pietra. Impronte che assieme al ritrovamento di ossa fossili hanno contribuito a far nascere i miti dei draghi e dei giganti.

Ci sono anche impronte collegate a personaggi importanti, capaci di imprimere nella roccia la forma del proprio piede, a testimonianza di eventi miracolosi.
Così, al Sasso Gambello, all’imbocco della Valle Strona c’è una roccia su cui si trova l’impronta del piede di San Giuseppe. In fuga dagli ariani con la Sacra Famiglia nella piana di Cireggio, avrebbe preso la Madonna e Gesù Bambino in braccio, spiccando un gran balzo oltre il torrente Strona. Lasciando il suo segno nella roccia.

Anche San Giulio, personaggio molto legato al lago d’Orta, lasciò il segno su una roccia, dalle parti di San Maurizio d’Opaglio. Precisamente alla Fontana di san Giulio (nella foto), una sorgente perenne considerata miracolosa, dove da tutto il Novarese si andava in processione a prendere l’acqua limpidissima per bagnare i campi in tempo di siccità per invocare la pioggia.
Narra la leggenda che il santo, andando verso l’isola che sorge in mezzo al lago si sia fermato lungo la costa occidentale e chinandosi a bere a questa fonte abbia impresso l’impronta del suo sandalo su una pietra in cui è ancora visibile…

sabato 31 marzo 2012

A piedi nella Bottega del mistero



Ci sono rocce su cui antichi piedi impressero segni indelebili. Ci sono tracce antiche come l’uomo
Ci sono tracce a dir poco miracolose. Di questo parleremo nella prima parte della bottega del mistero.
Nella seconda parte parleremo di piedi di bambini che trovano qualcosa di molto brutto per le vie della città.



Di questo parleremo stasera nella bottega del mistero, la rubrica all’interno del programma Siamo in Onda  su Puntoradio  in cui si parla di storie del territorio (nella prima parte) e delle storie che si celano dietro una canzone (nella seconda).

La puntata di sabato 31 marzo ha come tema PIEDI

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giovedì 29 marzo 2012

Ai piedi di Siamo in Onda

Tra le poche tracce lasciate dall’uomo su un corpo celeste diverso dalla Terra ci sono le impronte degli astronauti che effettuarono le passeggiate lunari. Impresse nella polvere ma destinate a durare nei secoli per l’assenza di agenti atmosferici in grado di cancellarle.

Perché una delle caratteristiche dell’uomo è di marcare il territorio con le orme dei  propri piedi.

E quando Robinson Crusoe vide impronte di piedi nudi sull’isola deserta dove era naufragato comprese di non essere solo, ma in compagnia di cannibali…


C’è però solo un programma radiofonico in grado di rimettere in piedi il buonumore con buona musica e divertimento intelligente. È Siamo in Onda, il talk show di Puntoradio, che sabato 31 marzo avrà come tema della serata proprio PIEDI.

Come tradizione c’è anche un quesito posto agli ascoltatori:

guardando il mondo con più calma, cosa apprezzi di più?

Ditelo  inviando un sms oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.

Potrete trovare le foto della serata su Facebook oppure sul blog www.siamoinonda.it


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martedì 27 marzo 2012

Le vespe della musica


Dal Cinquecento l’Inghilterra diede vita a vari tentativi di colonizzazione del nord America. In molti casi l’esperimento riuscì. In altri fallì. È il caso della colonia dell’isola di Roanoke, la seconda fondata nel nord America (nel 1585), i cui 117 abitanti scomparvero misteriosamente nel 1590.
Ancora oggi non c’è certezza sulla loro sorte. Le teorie spaziano dalle guerre con gli indiani, alla siccità che avrebbe costretto i coloni a cercare rifugio altrove, fino a quelle romanzesche che ipotizzano maledizioni demoniache o attacchi di morti viventi contro la “colonia perduta”.

I discendenti dei coloni inglesi che nel Seicento diedero vita alla colonie americane vengono individuati con l’acronimo WASP (in inglese  significa “vespa”), che indica un individuo “White Anglo-Saxon Protestant” vale a dire un “Bianco Anglo-Sassone Protestante”.
I WASP costituiscono una sorta di aristocrazia americana, coi suoi rituali, passatempi, circoli esclusivi e formazione nelle migliori università. Cultura, buona educazione, legami familiari e religione sono gli elementi che hanno consentito ai WASP di detenere le chiavi del potere economico e politico.

Quando però a salire sul palco è una band che porta il nome di W.A.S.P.(coi punti tra le lettere) ci dobbiamo aspettare qualcosa di molto lontano dalla classica educazione WASP.
Quel che pensa Blackie Lawless, il leader incontrastato del gruppo, di un’esibizione live è molto chiaro: «Mi sono sempre annoiato a morte guardando band che salivano sul palco in t-shirts e jeans e stavano ferme per tutta la notte… Preferirei essere morto che stare sul palco in quel modo. Ciò che posso dire è che se pensate di aver già visto cose folli, dateci tempo e non crederete ai vostri occhi. »

Capelli lunghi, vestiti eccentrici, performance piene di allusioni sessuali e sangue finto per una musica energica che coniuga le sonorità del rock americano con la potenza della musica heavy metal inglese.
Il primo singolo dei W.A.S.P è “Animal (Fuck Like a Beast)”, una canzone così perversa e trasgressiva da scatenare la durissima reazione della P.M.R.C. (Parents Music Resource Center), che scatenò una guerra legale ed ideologica con la band che si trascinò a lungo.

L’origine del nome della band è misteriosa. Tra i fan è persino corsa la leggenda che W.A.S.P. significhi  "We Are Sexual Perverts" ("siamo maniaci sessuali").
Secondo il primo bassista Rik Fox il nome deriverebbe invece molto più semplicemente da una vespa, schiacciata sotto una foglia di un albero di avocado. Ma Blackie Lawless ha risposto negando, contro ogni evidenza, che Rik Fox abbia mai fatto parte dei W.A.S.P. 

W.A.S.P. - Wild child

domenica 25 marzo 2012

Ronzanti pungiglioni volanti



Fin dall’antichità le api furono considerate simbolo dell’operosità, della fatica virtuosa e dell’ordine. La loro natura sociale ne faceva il modello a cui ispirarsi per le comunità umane, in particolar modo quelle dalla struttura gerarchica fortemente piramidale.
Così nell’antico Egitto il simbolo geroglifico dell’ape indicava il Faraone. Che comandava su sudditi che evidentemente desiderava veder lavorare, operosi, instancabili e obbedienti come api.

Per contro le vespe erano usate per indicare uomini feroci, dediti al male e nascosti in luoghi sotterranei e inaccessibili. I loro nidi erano simbolo degli inferi, da cui era meglio tenersi alla larga. Infatti ancora oggi si dice “cadere in un vespaio” per indicare luoghi pieni di malignità e pericoli.
Invece i prodotti delle api andavano sugli altari. Nelle candele, la cera era simbolo della carne di Cristo, lo stoppino della sua anima e la fiamma della sua divinità. Le vespe al contrario erano simbolo dell’eresia, insidiosa, pericolosa e da soffocare col fumo e il fuoco.

Le api compaiono negli emblemi araldici come simbolo di operosità, lavoro e dolcezza. Famose sono le tre api della famiglia romana Barberini; o le api sul mantello di Napoleone, che rappresentavano l’industriosità dei Parigini e riprendevano un antico simbolo dei primi re francesi.
Mentre i sovrani tenevano per sé le api, sul lago d’Orta, per la precisione a San Maurizio d’Opaglio gli abitanti delle diverse frazioni venivano indicati con “titoli” scherzosi. Così gli abitanti di Briallo erano i “Matarogn” (calabroni), mentre quelli di Lagna “Vesp” (vespe). E c’è da scommettere che quando s’incontravano volassero scintille.

La vespa insomma per molto tempo ebbe una fama negativa, di animale collerico e attaccabrighe, dedito al male. Ci volle una guerra per cambiare questo sentire diffuso. Nel 1944 una casa motociclistica con sede a Pontedera (PI) fu costretta a trasferire la produzione nel Biellese, zona ritenuta più sicura rispetto ai bombardamenti degli Alleati.
Qui venne concepito un prototipo di scooter denominato Moto Piaggio 5 o MP5 Paperino. Il prototipo non venne messo in produzione, ma nel 1946 fu rielaborato e divenne il modello della Vespa Piaggio, che rivoluzionò i trasporti negli anni Cinquanta con la sua praticità ed economicità.

Dalla Vespa nacque un altro veicolo di grande successo. Nel 1948 venne progettato un motofurgone su tre ruote che originariamente era una vespa con un rimorchio attaccato. E l’Ape Piaggio ebbe un successo straordinario.
Per dimostrare la validità del mezzo, nel 1998, due milanesi, che si fanno chiamare gli Apenauti effettuarono la traversata del continente euroasiatico, da Lisbona a Pechino a bordo di due Ape TM a miscela.

La foto è una cortesia di ELE.

sabato 24 marzo 2012

Una vespa nella Bottega del mistero



Gli antichi miti riguardanti quegli insetti ronzanti e dotati di pungiglione che rispondono al nome di api e vespe. Utili e laboriose le prime, rapaci e pericolose le altre. Ma se ad un insetto attaccate la targa tutto cambia.
Nella seconda parte parleremo di un gruppo musicale oltraggioso e pungente… come una vespa.



Di questo parleremo stasera nella bottega del mistero, la rubrica all’interno del programma Siamo in Onda  su Puntoradio  in cui si parla di storie del territorio (nella prima parte) e delle storie che si celano dietro una canzone (nella seconda).

La puntata di sabato 24 marzo ha come tema VESPA




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Buon Ascolto...
(Sarà possibile seguire la trasmissione in replica il martedì successivo sempre alle 21,00)


La foto è una cortesia di ELE.

giovedì 22 marzo 2012

Siamo in Onda prende la vespa



Vespe truccate, anni '60, girano in centro sfiorando i 90, rosse di fuoco, comincia la danza, di frecce con dietro attaccata una targa.
Lunapop


Il nome di un insetto pungente con attaccata una targa diventa un mito dell’Italia del dopoguerra. Basta pensare a Gregory Peck e Audrey Hepburn che sfrecciano per le vie di Roma nell’indimenticabile “Vacanze romane” che fece scoprire al mondo le bellezze dell’Urbe e la sua “dolce vita”



C’è però solo un programma capace di mettervi in sella per farvi scoprire le bellezze del sabato sera radiofonico regalandovi buona musica e divertimento intelligente. È Siamo in Onda, il talk show di Puntoradio, che sabato 24 marzo avrà come tema della serata proprio VESPA.

Come tradizione c’è anche un quesito posto agli ascoltatori:

cosa rappresenta per te un mito?


Ditelo  inviando un sms oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.

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martedì 20 marzo 2012

Rompendo ogni regola



“Se le porte della percezione fossero spalancate, ogni cosa apparirebbe all'uomo come realmente è, infinita.” È una frase del poeta, incisore e pittore inglese William Blake (1757-1827).
Considerato ai suoi tempi un pazzo visionario, Blake fu il cantore della tigre, cui dedicò una delle poesie inglesi più famose. “Tigre! Tigre! Divampante fulgore / nelle foreste della notte / quale fu l'immortale mano o l'occhio / che ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?”
Tra i molti suoi lavori, Blake illustrò l’Inferno di Dante, continuando l’opera fin sul letto di morte. Smise solo per disegnare un ultimo ritratto della donna amata, il suo angelo disse, prima di chiudere gli occhi per sempre.
Blake esercitò una forte influenza sulla cultura visionaria del Ventesimo secolo. In particolare influenzò lo scrittore Aldous Huxley che scrisse il saggio “The Doors of Perception”. Nel saggio è contenuta anche la citazione di Blake e ad essa si ispirarono alcuni giovani musicisti californiani in cerca di un nome per la loro band. Nacquero così The Doors.
Una miscela di rock psichedelico e rock and roll per questo gruppo dominato dalla figura carismatica di Jim Morrison, voce e front man, che sul palco e fuori sfidava ogni regola, andando persino contro la legge.
All’inizio del 1967 esce il loro primo album, “The doors”. Alla fine dell’anno, durante un concerto, Morrison viene arrestato dalla polizia con l’accusa di oscenità in luogo pubblico. Poco prima di salire sul palco aveva litigato con un poliziotto che l’aveva sorpreso con un’amica nelle docce e si era pure preso una manganellata in faccia.
La dipendenza da alcool e droga di Morrison gli causò negli anni seguenti altri problemi, con nuovi arresti, processi e persino un collasso sul palco. In un crescendo di strappi alle regole, più o meno leggendari, Morrison fu persino accusato di atti osceni sul palco di un concerto a Miami.
Nell’agosto 1970 i Doors partecipano al grande festival dell'isola di Wight, l’ultimo dell’era hippie cominciata con il Monterey Pop Festival nel 1967 e consacrata da quello di Woodstock del 1969. Un’era contrassegnata dal desiderio di rompere tutte le regole della società tradizionale.
Al festival dell'isola di Wight era presente anche Jimi Hendrix che uno strano destino accomuna a Jim Morrison. Un destino che sembra avere i connotati di una maledizione.
Il 18 settembre 1970, Hendrix venne trovato morto in un appartamento preso in affitto a Londra. Il 3 luglio 1971 una sorte simile toccò Jim Morrison in una casa di Parigi. In entrambi i casi sono sorte leggende e misteri attorno alle cause del decesso. Una cosa è certa: entrambi avevano 27 anni e sono tra le vittime della “maledizione del 27” che sembra perseguitare molti cantanti.

domenica 18 marzo 2012

Le antiche leggi del lago d’Orta



Il 25 ottobre 1219 una grande folla si era riunita nella basilica di San Gaudenzio a Novara. Dopo circa 20 anni di guerra tra il Comune e il Vescovo la pace era finalmente vicina. Le parti si erano affidate a due arbitri che avrebbero deciso i termini dell’accordo.
I due erano Giacomo da Carisio, vescovo di Torino e vicario dell’imperatore, e l’arcivescovo di Milano, Enrico di Settala. Ma quando lessero la sentenza, a loro sfavorevole, i Novaresi si alzarono in piedi, protestando. Allora Giacomo da Carisio li richiamò al rispetto del giuramento solenne che avevano prestato, di accettare in ogni caso l’arbitrato.
Con l’accordo del 1219 al Vescovo di Novara veniva riconosciuta la signoria su un’area comprendente varie comunità sulle rive del lago d’Orta da Gozzano in su, con l’esclusione di Omegna.
Nasceva così un feudo che si caratterizzò per la decisa autonomia rispetto alle altre terre del Novarese. Anche quando quest’ultimo fu annesso allo Stato di Milano per passare poi sotto il dominio spagnolo, la Riviera di San Giulio mantenne la propria autonomia, sino alla fine del Settecento.
Nel 1344 il cremonese Guglielmo Amidano, Vescovo di Novara, promulgò nuovi statuti per la Riviera di San Giulio, al fine di “rimuovere i motivi di scandalo e comporre le liti che la natura dell’uomo ogni giorno tende a suscitare”. I suoi successori li integrarono con altre norme nei secoli seguenti.
Gli statuti comminavano pene severe ai ladri, che rischiavano la fustigazione per le vie di Orta, il taglio della mano destra e persino la forca in caso di recidiva. Ma erano puniti anche la bestemmia e il gioco d’azzardo, rei di minare le virtù morali degli abitanti. E vi erano persino prescrizioni su norme che definiremmo di igiene pubblica, come le frodi alimentari.
Per i reati più gravi il giudizio spettava al Vescovo, che esercitava sia il potere spirituale che quello civile, mentre per gli altri era il Castellano, un funzionario laico nominato annualmente dal Vescovo.
Esso risiedeva nel castello che sorgeva sull’Isola di San Giulio, dove si trovavano le carceri (altre erano a Gozzano) e dove si eseguivano le condanne capitali. L’aspetto interessante è che il Castellano non poteva insediarsi sull’isola senza il consenso degli abitanti. Cosa che talora avvenne, ad indicare che non si trattava di un parere formale.
Secondo molti storici il dominio vescovile era decisamente più mite rispetto a quello esercitato su altre terre dai poteri laici.
In effetti la Riviera di San Giulio era nella sostanza una sorta di repubblica, benché fosse sottoposta al Vescovo che era anche Conte. Larghe autonomie erano concesse alle comunità, che potevano votare ed eleggere i propri rappresentanti che si trovavano nel palazzotto di Orta per decidere degli affari comuni.

sabato 17 marzo 2012

Le regole della Bottega del mistero



Un feudo medievale ai confini della Lombardia e del Piemonte. Una repubblica retta da un vescovo conte. Una serie di regole sorprendentemente moderne. E all’estremo opposto di un gruppo capace di rompere ogni regola che si ispira alle parole di un poeta visionario ebbro d’arte e d’amore.

Di questo parleremo stasera nella bottega del mistero, la rubrica all’interno del programma Siamo in Onda  su Puntoradio  in cui si parla di storie del territorio (nella prima parte) e delle storie che si celano dietro una canzone (nella seconda).

La puntata di sabato 17 marzo ha come tema REGOLE




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giovedì 15 marzo 2012

Siamo in Onda e le sue regole



Le regole sono nate per impedire ai disonesti e ai cretini di fare disastri. Ma la lotta è impari, perché i disonesti le conoscono e sanno come aggirarle, mentre i cretini vi diranno, dopo, che non le conoscevano.

C’è però solo un programma che ha una sola regola ben precisa: darvi buona musica e divertimento intelligente. È Siamo in Onda, il talk show di Puntoradio, che sabato 17 marzo avrà come tema della serata proprio REGOLE.

Come tradizione c’è anche un quesito posto agli ascoltatori:

qual è una tua regola fondamentale di vita?

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martedì 13 marzo 2012

La danza del ragno




In una delle terre che anticamente portavano il nome di Enotria si coltiva un vitigno il cui nome è doppiamente nero.
Il nome viene infatti dal latino “niger” (“nero” in latino”) e “mavros” (“nero” in greco antico, diventato “maru” nel dialetto). Il Negroamaro (o Negramaro), un vitigno a bacca nera che viene coltivato soprattutto nel Salento, in Puglia.

In questa terra dalla storia antichissima esisteva una tradizione antica e misteriosa. Si riteneva infatti che il morso di un ragno velenoso e di grosse dimensioni che vive da quelle parti, la tarantola, potesse indurre una malattia simile all’epilessia ma diversa da questa, chiamata appunto tarantismo.
Per curarla i malati si recavano alla chiesa di San Paolo di Galatina dove venivano curati attraverso un particolare esorcismo musicale e utilizzando l’acqua di un pozzo. Da un lato la sua acqua serviva a curare i Tarantolati; dall’altro la sua presenza benefica ha sempre preservato i galatinesi dal contagio. La scelta di San Paolo è dovuta al fatto che negli Atti degli Apostoli si dice che fu morso da una vipera senza subire alcun danno dal veleno.

I tarantolati, oltre a bere l’acqua, cominciavano a danzare al ritmo di una musica ossessiva e indiavolata, la “pizzica”, lasciandosi andare a movimenti sempre più sfrenati. E se la musica cessava cominciavano a singhiozzare e disperarsi. Quando infine vomitavano nel pozzo l’esorcismo si considerava riuscito e i malati guariti.
Alcuni ritengono che il tarantismo, oggi scomparso, fosse una forma di isteria che colpiva soprattutto le giovani donne nubili nel caldo periodo estivo. Altri ipotizzano che potesse essere innescato dal morso di un ragno, ma non quello dell’innocua (di fatto) tarantola, ma quello della più pericolosa vedova nera mediterranea o malmignatta (Latrodectus tredecimguttatus). Studi recenti hanno ipotizzato tra l’altro che il ballo convulso possa favorire il rilascio di endorfine capaci di neutralizzare gli effetti del veleno di questo ragno.

La “pizzica”, come musica, è comunque sopravvissuta alla fine del tarantismo, dando vita ad una riscoperta delle tradizioni musicali salentine che ha portato a farle conoscere ad un pubblico non solo nazionale. In questo movimento vari artisti si sono fatti notare per la capacità di innovare la tradizione dando vita a sonorità moderne con radici molto antiche.
Tra questi i più famosi sono i Negramaro, che prendono il nome proprio dal vitigno, esplosi con il brano “Mentre tutto scorre”, presentato senza successo a Sanremo, ma che scalò subito le classifiche, grazie anche al fatto che il regista D’Alatri scelse varie canzoni per la colona sonora del film “La febbre” con Fabio Volo. Attualmente i Negramaro sono uno dei gruppi più apprezzati del panorama musicale italiano.

Negramaro – Sing-hiozzo

lunedì 12 marzo 2012

Presentazione Quaderni Cusiani n. 3



Sabato 17 marzo 2012, alle ore 15,30 presso la Chiesa Parrocchiale di San Maurizio d’Opaglio si terrà la presentazione dei
Quaderni Cusiani 3
Rivista dell’Associazione Cusius
Interverranno:
dott. Andrea Del Duca,
direttore Ecomuseo del Lago d’Orta e del Mottarone

dott. Giacomo Gagliardini
Presidente dell`Ente regionale di gestione dei Sacri Monti del Piemonte

Seguirà piccolo rinfresco
 

Sommario
  • Uberto Pestalozza, Premesse allo studio dell’istituto consolare nell’ordinamento della Riviera d’Orta, di Gozzano e pieve e di Soriso.
  • Carlo Carena, L. A. Cotta, il simposio e la poesia. Cultura letteraria cusiana nel Seicento.
  • Fiorella Mattioli Carcano, Vicende istitutive e formative del Comune di Orta San Giulio tra Ottocento e Novecento.
  • Maurizio Bettoja, Il costume sulla Riviera d’Orta.
  • Francesco Ronchetti, Il culto e le feste di santa Concordia martire nel borgo di Orta.
  • Simone Riccardi, Un poco noto crocifisso del Trecento proveniente da Armeno.
  • Angelo Marzi, Modelli e tipologie dei Sacri Monti italiani.
  • Valerio Cirio, Primi risultati sui pittori Rinaldi di Armeno.
  • Tiziano Villa, Intervento di restauro dell’apparato decorativo interno alla Chiesa parrocchiale di San Maurizio d’Opaglio.
  • Marina Dell’Omo, Dipinti da lontano per la chiesa parrocchiale di Coiromonte.
  • Susanna Borlandelli, La cappella della Madonna del Rosario nella parrocchiale di Coiromonte (con aggiornamenti sull’attività dei pittori Monti e dell’intagliatore Bartolomeo Ravelli).
  • Battista Beccaria, I mulini di S. Giulio nel Medio Novarese tra Alto e Basso Medioevo. Una presenza di protoindustria “fortificata” del tempo nel “Borgomanerese”.
  • Lino Cerutti, Se non si fosse uomini si piangerebbe. Diario di guerra nei Balcani.
  • Magda Peretti, Maria Maddalena Peretti, un’imprenditrice dell’Ottocento.
  • Dorino Tuniz, Piccole cronache di un paese di montagna.
  • Gianmaria Brambilla, Lo storico Circolo Vela di Orta.
  • Silvano Ferro, In Internet una nuova metodologia che facilita le ricerche genealogiche.  Località del Verbano Cusio Ossola e del Novarese fra “I Luoghi del Metodo Ferro”.
  • Inserto fotografico di Carlo Pessina: Il paesaggio del Cusio nei dipinti.

domenica 11 marzo 2012

Un tralcio molto antico



Quando si parla di singhiozzo nelle barzellette si pensa agli ubriachi. Ma chi prese la prima, mitica sbronza? Secondo la Bibbia il patriarca Noè, sfuggito al Diluvio Universale, scese dall’Arca e cominciò a coltivare la vite. Fu il primo e poiché non conosceva gli effetti del vino ne bevve troppo e si addormentò ubriaco fradicio e mezzo nudo.
Secondo i Greci il vino giunse nella loro terra dall’oriente. Fu Dioniso, il dio straniero, a portarlo. Infatti era raffigurato con una tazza in mano ed era accompagnato da un corteo di satiri ubriachi. Nell’Odissea invece l’astuto Ulisse, consapevole degli effetti che poteva avere, per sfuggire al gigante cannibale Polifemo gli offrì tantissimo vino. E quando quello si addormentò, completamente sbronzo, lo accecò bruciandogli l’unico occhio.

Quando colonizzarono l’Italia meridionale i Greci introdussero la coltivazione della vite che attecchì così bene che quelle terre presero il nome di Enotria vale a dire “terra dove si coltiva la vite e si produce il vino”.
Alcuni studiosi ritengono però che la vite fosse già coltivata in Italia prima dell’arrivo dei Greci. Gli Etruschi la coltivavano infatti con un sistema diverso. Facevano crescere i tralci appoggiandoli agli alberi invece di sorreggerli con bastoni. Il sistema della “vite maritata”, come viene chiamato, fu introdotto dagli Etruschi anche nella Pianura Padana, dove avevano fondato dodici città (ma a parte Bologna, Mantova e Marzabotto l’ubicazione delle altre rimane misteriosa).

Poiché il clima era diverso dalle calde colline mediterranee fu necessario selezionare dei vitigni resistenti al freddo e ai climi nebbiosi della pianura. Nacque così l’antenato del Nebbiolo.
Poiché le popolazioni celtiche che vivevano dall’altra parte del fiume Po apprezzavano molto il vino impararono a loro volta a coltivare la vite. Nel frattempo vendevano i pregiati vini greci ed etruschi ai loro cugini Galli che abitavano dall’altra parte delle Alpi.

I Celti avevano un loro modo di trattare il vino. Innanzitutto coltivavano la vite maritata secondo il metodo etrusco. Tracce di queste coltivazioni si vedono ancora nel Novarese, ad esempio a Carpignano Sesia.
Inoltre erano capaci di costruire botti grandi come case, come riferirono gli sbigottiti viaggiatori Romani. E poi bevevano il vino puro, come la birra che producevano da tempo immemorabile, prendendo sbronze epiche. I Romani invece tagliavano il vino con l’acqua e altre sostanze come miele, frutta e petali di fiori. E persino diacetato di piombo, detto zucchero di piombo, per addolcirlo. Un composto molto pericoloso per la salute. Dopo di che davano dei  barbari ai Celti.

sabato 10 marzo 2012

Un singhiozzo nella Bottega del mistero


Si può singhiozzare per vari motivi. Per il dolore di un pianto, per aver mangiato troppo o per eccessivo consumo di vino. Noi alla fine preferiamo questo ultimo motivo e ve ne parleremo stasera nella bottega del mistero, la rubrica all’interno del programma Siamo in Onda  su Puntoradio  in cui si parla di storie del territorio (nella prima parte) e delle storie che si celano dietro una canzone (nella seconda).
La puntata di sabato 10 marzo ha come tema SINGHIOZZO

giovedì 8 marzo 2012

Siamo in Onda vi fa passare il singhiozzo!


Il vino fa buon sangue, si dice. Ma troppo vino vi ha fatto venire il singhiozzo? Niente paura, bevete da un bel bicchiere d’acqua sette gocce e il singhiozzo magicamente sparirà! Dimenticavo: probabilmente sparirà anche la vostra patente, se dopo vi fanno l’alcool test al volante. E non sarà un bicchiere d’acqua a salvarvi…

C’è però solo un programma che può farvi passare il singhiozzo: è Siamo in Onda, il talk show di Puntoradio, che sabato 10 marzo avrà come tema della serata proprio SINGHIOZZO.

Come tradizione c’è anche un quesito posto agli ascoltatori:

Cosa reputi così fastidioso quanto gratuito?

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La foto è una cortesia di Ele  che di vino se ne intende…

martedì 6 marzo 2012

Quando l’estremismo sale sul palco



Nel 1975 il cantautore romano Francesco De Gregori pubblica l’album “Rimmel”, uno dei più venduti del decennio, che contiene singoli di successo (“Rimmel”, “Buonanotte fiorellino”, “Il signor Hood”).
I Settanta non sono anni facili per l’Italia. Alla contestazione studentesca iniziata nel Sessantotto aveva risposto la stagione delle bombe (da Piazza Fontana nel 1969). La crisi petrolifera del 1973, a seguito del blocco delle esportazioni di petrolio dai paesi arabi nei confronti delle nazioni occidentali che appoggiavano Israele, costringeva a piani di “austerity” che includevano il divieto della circolazione la domenica e programmi di risparmio energetico. L’’inflazione galoppava con percentuali a due zeri. Ed era solo l’inizio.


La canzone “Rimmel” contiene vari riferimenti al gioco delle carte. A partire dai quattro assi giocati dalla donna, che il cantante aveva conosciuto sventando lo scippo del suo collo di pelliccia da parte di due balordi. Ma anche il verso "come quando fuori pioveva" e il ricordo di un altro episodio vero, uno zingaro che gli predetto un futuro “vincente”.
Nel frattempo a una stagione di dure lotte sindacali si sovrapponeva una deriva estremista che portava migliaia di giovani a ricercare “l’azione politica”, anche a costo di imbracciare le armi. Non solo formazioni “rivoluzionarie” (come le “Brigate Rosse”), ma anche altri gruppi organizzati. E le ragioni della protesta finivano con l’essere coperte dal rumore dei violentissimi scontri di piazza con la polizia e gli estremisti fascisti, con uso di armi da fuoco, e con feriti e morti da entrambe le parti.


“Rimmel” fu violentemente criticato da alcuni giornalisti, come Giaime Pintor, che accusò il cantautore di aver scritto una canzonetta priva di impegno politico e zuccherosa, nello stile della famosa scrittrice di romanzi rosa, Liala.
Rimmel uscì alla vigilia degli anni più duri e violenti, in cui persino il segretario del sindacato comunista della CGIL Luciano Lama sarebbe stato duramente contestato dagli Autonomi (nel 1977) e le Brigate Rosse avrebbero rapito e assassinato il segretario della DC Aldo Moro (1978) dopo aver massacrato i cinque uomini della scorta. Nessuno poteva dirsi al sicuro.


Il 2 aprile 1976, durante un concerto al Palalido di Milano alcuni studenti della sinistra extraparlamentare salirono sul palco e dopo aver ripetutamente interrotto il concerto leggendo dei comunicati, inscenarono un “processo” contro il cantautore accusandolo, in sostanza, di arricchirsi con la musica.
De Gregori fu duramente colpito da quell’episodio e meditò addirittura di ritirarsi dalle scene. Tornerà sul palco solo due anni dopo in un concerto allo Stadio Flaminio di Roma con Lucio Dalla, con cui aveva già collaborato in “Rimmel” (“Pablo”) e con cui inizierà nel 1979 una fortunata tournée che segnò il ritorno dei concerti pubblici in Italia dopo un periodo di stop a questi eventi causato proprio dal “processo” del Palalido.


De Gregori - Rimmel


La foto è una cortesia di ELE.

domenica 4 marzo 2012

Un tavolo verde sul lago


Un gruppo di uomini si ritrova furtivamente di sera in una casa sul lago, cercando di fare il meno rumore possibile. Tende vengono tirate per riparare l’interno da sguardi indiscreti. Cassetti vengono aperti per estrarne misteriosi oggetti avvolti in carta di giornale. Ed ecco che un panno verde viene steso sul tavolo e le carte fanno la loro comparsa. È l’inizio di un famoso film, girato quasi integralmente sul Lago d’Orta.
Si tratta di “il piatto piange” del 1974, un film di Paolo Nuzzi tratto dal primo e più famoso dei romanzi di Pietro Chiara. Originalmente ambientato a Luino, il film fu girato sul lago d’Orta per ragioni tecniche, ed è solo uno dei tanti realizzati sulle sponde del lago.

sabato 3 marzo 2012

Come quando fuori piove e si trova rifugio nella Bottega del mistero



Questa sera parleremo di uomini che s’incontrano di nascosto per riunioni misteriosissime, di scrittori e dei loro amori, di cantanti e fanatici.

Dove? Ma naturalmente nella bottega del mistero, la rubrica all’interno del programma Siamo in Onda  su Puntoradio  in cui si parla di storie del territorio (nella prima parte) e delle storie che si celano talora dietro una canzone (nella seconda). La puntata di sabato 3 marzo ha come tema COME QUANDO FUORI PIOVE


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