lunedì 24 dicembre 2018

La ragazza del sogno - Parte 6


Il paese che non esiste più

I paesi sorgono lentamente. Una casa isolata di contadini nella campagna, accanto a una piccolo sentiero, a cui progressivamente se ne aggiungono altre, mentre il viottolo diventa una via che va a collegare ad altri gruppi di case. Talora la crescita viene accelerata dal passaggio di viaggiatori e commercianti, che hanno bisogno di punti di sosta e ristoro, o dall'insediarsi di artigiani che trovano le giuste condizioni per produrre e vendere i propri oggetti. Talaltra il paese esplode, crescendo in maniera esponenziale per il continuo arrivo di nuove persone in cerca di condizioni migliori di vita e di lavoro. E da un piccolo centro nasce una città.

Capita però che il processo si interrompa. Può avvenire per drammatici eventi esterni. Guerre, epidemie, terremoti, epidemie, eruzioni vulcaniche possono distruggere le case e indurre le persone a trovare un luogo migliore e più sicuro dove ricostruirle. Ma ciò può accadere anche per lenta emorragia. Una famiglia se ne va, un negozio chiude, una casa abbandonata non trova persone che vogliano occuparla e poco alla volta, o rapidamente, il paese si svuota. Alla fine non restano che mura che crollano, finché la natura riprende il sopravvento. L'edera e i rovi riempiono gli spazi un tempo occupati dagli amori e dagli odi, dal lavoro e dal riposto. E cosa resta di tante vicende umane? Spesso null'altro che qualche sasso, buono per tirare su un muretto di confine di un campo. Rubato anche quello, secoli dopo nessuno potrebbe immaginare che in quel luogo un tempo sorgesse un paese.

In Cento anni di solitudine sono narrate le vicende del villaggio di Macondo, dalla sua fondazione ad opera di José Arcadio Buendía e sua moglie Ursula Iguarán, alla sua totale distruzione ai tempi della settima generazione dei Buendía, come predetto dalle antiche pergamene dello zingaro Melquíades.

Ma non occorre andare in America per trovare villaggi misteriosamente scomparsi. Mi basta risalire le vie di Bolzano Novarese. Il paese sorge su una serie di terrazze naturali che digradano sul versante occidentale delle colline che separano il Cusio dalla valle dell'Agogna. Un luogo ricco d'acqua e ben soleggiato, da cui si vedono la torre del castello di Buccione e il Monte Rosa.

Superata la casa torre medievale e le misteriose incisioni di volti umani sul lato della via, lasciata alla mia sinistra l'antica chiesa parrocchiale risalgo ancora per la stretta via, fino a raggiungere la sommità dell'altura, dove trovo fertili campi coltivati. Nessuna abitazione, nessun muro sorge in questo luogo, eppure io so che qui, mille anni fa sorgeva un piccolo paese. Cosa resta dei suoi cento e cento Natali festeggiati nelle case le cui porte si aprivano su piccole strade in terra battuta? Solo polvere e poveri resti che forse un giorno qualche archeologo scoprirà nel sottosuolo.

Lo so perché il suo nome compare in pergamene più antiche di quelle di Melquíades, che nulla però ci dicono del mistero della sua scomparsa. Fu la peste, un incendio, l'azione furente di nemici implacabili? O fu solo il lento migrare dei suoi abitanti verso il sottostante borgo di Bolzano?

Certo non fu poca cosa all'epoca. Una chiesa romanica sorge ancora, accanto al cimitero, a tramandarne il nome. Un edificio riccamente affrescato, dedicato a San Martino protettore, tra gli altri, dei viaggiatori e degli albergatori. Segno probabile che un tempo di qui passava una via ben più importante della strada che ora conduce a Invorio.

È quindi alla chiesa di San Martino di Ingravo, questo il nome del paese scomparso ma conservato in quello della chiesa, che mi recherò nella prossima tappa del mio viaggio, per tentare di dare risposta all'enigma.


Questa è la sesta parte de "La ragazza del sogno".

Settima parte


Hai perso le prime parti? eccole

Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
Quinta parte





domenica 21 ottobre 2018

La ragazza del sogno - Parte 5


Dove il filo di ferro fu battuto e sciolto

Ottavio arrivò con un libro dalla copertina blu, estratto da un cofanetto del medesimo colore. Rapidamente scorse l'indice di uno dei quattro volumi finché trovò la storia che cercava. 

Alla fine dell'Ottocento nel paese di Gozzano si riunì un gruppo di sfaccendati frequentatori di osterie che, bicchiere dopo bicchiere, diede ascolto alle parole del più balordo della compagnia. 
Egli parlava un linguaggio facilmente intendibile anche per le menti più semplici e le sue parole erano così chiare e gradite che non si poteva non dargli ragione.
"Perché dobbiamo pagare ogni volta il vino all'oste, quando sarebbe assai più comodo e divertente bere a gratis?"
Il punto era come trasformare questa idea in realtà. Anche qui però la soluzione era semplice. 
"Se siamo abbastanza numerosi, entriamo, ordiniamo, beviamo e ce ne andiamo senza tirare fuori un soldo. E se qualcuno non è d'accordo... giù botte!"
Tra gli applausi nacque così la "Compagnia del filo di ferro", che in dialetto locale suonava "cumpagniä dal fil de fèer", e che in breve divenne il terrore di osti e avventori in tutti i paesi a sud del lago d'Orta, da Briga a Vacciago e da San Maurizio a Gargallo.
Una di queste incursioni colpì a sorpresa anche il paese di Bolzano Novarese, suscitando l'indignata reazione degli abitanti, che si riunirono a consiglio per far fronte all'emergenza.
All'epoca ancora il telefono e le automobili non esistevano, pertanto l'idea di richiedere l'intervento rapido della forza pubblica era impraticabile. Nel tempo in cui un messaggero fosse arrivato a Gozzano o Orta per chiedere aiuto la Compagnia si sarebbe facilmente data alla macchia, non senza aver prima creato danni e violenze. Non c'era che da arrangiarsi da soli. 
Fu così escogitato un piano ben preciso e si restò in attesa degli eventi, che non tardarono a verificarsi.
Una domenica, mentre gli uomini erano tutti in chiesa a cantare i Vespri, la Compagnia fece il suo ingresso in paese, contando proprio sulla scarsità di avventori nell'osteria.
Non sapevano però che sentinelle erano state poste. Appena furono avvistati un messaggero corse in chiesa a dare l'allarme. Il parroco non solo era al corrente della cosa, ma aveva dato la propria benedizione e fornito ottimi consigli. Più che ai Vangeli si era probabilmente lasciato ispirare dal Vecchio Testamento, forse da questo passo dell'Ecclesiaste.

Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. [...]
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

Sia come sia, al segnale convenuto e con l'accordo del parroco, tutti gli uomini lasciarono la chiesa e il canto alle donne e si precipitarono nei posti convenuti.
All'ingresso dell'osteria si presentò il Giganti, che già dal nome si comprendeva essere l'uomo più forte di Bolzano, e a male parole ingiunse alla Compagnia di sgombrare. 
Accecati dall'ira e dall'alcol i bulli si gettarono su di lui per dargliene tante, ma si trovarono di fronte a una brutta sorpresa.
Invece di combattere, l'uomo li prendeva di peso a uno a uno e letteralmente li scaraventava fuori. Qui non avevano nemmeno il tempo di rendersi conto di dove si trovavano perché li attendeva un nodoso randello, maneggiato a due mani da un secondo uomo. Il colpo era così forte e inaspettato da spingere istintivamente i malviventi verso l'unica via di fuga, una stretta strada in discesa. Dove però li attendeva un'amara sorpresa. Dietro ogni porta stava nascosto un uomo con un bastone, pronto a caricare di legnate qualunque cosa si muovesse.
Fu così che la fuga dei compari si trasformò in una Via Crucis di dolore, contrassegnata da botte da orbi che piovevano da tutte le parti a cui inutilmente tentavano di sottrarsi gridando, correndo e rotolando.
I buoni consigli del parroco fecero si che quel giorno delle molte legnate che furono caricate sui gropponi nessuna colpì punti vitali come la testa. 
La Legge, infatti, che fino a quel momento aveva dormito il sonno dei giusti, non avrebbe certo potuto chiudere un occhio davanti a uno o più cadaveri, mentre un po' di ossa rotte sarebbero state considerate il risultato delle classiche risse tra ubriachi.

Fu così che, per parafrasare il celebre Bollettino della Vittoria scritto in ben altre circostanze un secolo fa, la Cumpagniä dal fil de fèer fu annientata. I resti di quella che era stata la più temuta banda di furfanti del basso Cusio discendevano in disordine e senza speranza la strada che avevano risalito con orgogliosa sicurezza.
Quel giorno la Compagnia si sciolse e nessuno ebbe più l'ardire di riformarla. La domenica successiva in compenso giunsero a Bolzano delegazioni da tutti i paesi vicini per festeggiare la vittoria con grandi bevute. A pagamento, naturalmente, anche se qualche brindisi offerto ci fu di sicuro.

"Sembra la conclusione di una delle classiche avventure del piccolo villaggio gallico dell'Armorica" osservo divertito. "Che sia per via delle antiche radici celtiche? Ad ogni modo ora che sappiamo dove il filo di ferro fu battuto e si sciolse sarà facile risolvere la seconda parte dell'enigma!"



Nota 1. Il libro che Ottavio ha in mano è Bolzano si racconta. Un paese. il suo consueto vivere, di Stefano Umberto Frattini. La storia della compagnia, tratta da "Paese nuovo" del 1977, che raccolse la testimonianza di un ottantenne, si trova alle pagine 60-62. Mi sono divertito a riscriverla. Spero vi piaccia anche questa versione.

Nota 2. La testa incisa si trova a Bolzano Novarese e ne testimonia le antiche origini medievali.



Questa è la quinta parte de "La ragazza del sogno".

Sesta parte

Qui trovi le puntate precedenti

Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte

Continua

mercoledì 19 settembre 2018

La ragazza del sogno - Parte 4


Conversazione in biblioteca

I raggi del sole al tramonto attraversavano i vetri della biblioteca dopo aver dipinto con colori d'acquarello le nubi sopra il Monte Rosa. Le due tazze in porcellana inglese sul tavolino in radica contenevano ormai poche gocce del tè che Amar aveva preparato secondo le regole di una sapienza antica.
"Cosa ne pensi?" domandai.
Ottavio si appoggiò allo schienale della poltrona. Le dita giunte arrivarono a sfiorare le labbra, quasi a voler aiutare le parole a trovare la strada.
"Se mi avessi posto questa domanda alcuni anni fa ti avrei risposto in modo molto razionale, attribuendo alla casualità la strana coincidenza tra il sogno che hai fatto e la lettera che hai trovato nascosta sotto la pietra. Non sarebbe stata una vera risposta, perché non ti avrei dato una reale spiegazione, ma probabilmente avrei contribuito a riportare un po' di tranquillità alla tua anima."
Sorrise, come se stesse ricordando i giochi di quando era bambino.
"Oggi, dopo quello che ho avuto modo di vedere e conoscere, potrei dirti che esistono forze soprannaturali che si pongono al di fuori del nostro piano di esistenza, ma che ogni tanto interferiscono con esso."
Mi sembrò che cercasse le parole fuori dalla finestra.
"Ci sono cose che si muovono nelle tenebre che sfuggono alla nostra comprensione. Alcune solo per l'insufficienza dei nostri mezzi di indagine, altre per l'impossibilità di spiegarle razionalmente. Mettiamo che tu abbia una certa capacità di sentire, diversa da quella della maggior parte degli altri. Poniamo che le porte della tua percezione si aprano, o si possano aprire in situazioni particolari, su percorsi che conducono ad altri piani di esistenza. Ad altri mondi forse. Ci sono libri che parlano di passaggi occultati, di porte sigillate in ere remote. Come anche di creature in grado di superare queste barriere. Bene, sia come sia, potresti aver intercettato nel sogno un atto reale, il porre sotto una pietra in un luogo particolare un messaggio di aiuto, e averlo portato sul piano della tua memoria."
Mi guardò, forse per comprendere la mia reazione.
"Tuttavia mi rendo conto che nemmeno questa è una spiegazione, oltre a non essere soddisfacente, in quanto non risponde alla tua domanda."
"Chi è quella ragazza e perché ha bisogno del mio aiuto?" 
"Questa è la domanda fondamentale. Per scoprirlo dovrai risolvere l'enigma che si cela nelle sue parole, anche se forse sarà solo l'inizio del tuo viaggio."
"Dove il filo di ferro fu battuto e si sciolse, cerca il paese che non c'è più" mormorai. "Potrebbe essere un maglio. Ce n'erano diversi che utilizzavano l'acqua dei torrenti attorno al lago d'Orta e nella valle dell'Agogna, se non fosse che un filo di ferro battuto non si scioglie. A meno di metterlo in un altoforno, naturalmente, ma non mi sembra questo il senso dell'enigma."
"No, infatti, non credo proprio."
"E poi c'è la questione del paese che non c'è più" osservai. Di quelli ne abbiamo diversi. Compaiono nelle carte medievali e anche posteriori per poi scomparire dalla storia per l'abbandono da parte dei loro abitanti. Paesi fantasma potremmo definirli ormai. Di cui spesso restano pochi ruderi o nessuno proprio. Pestilenze, guerre, incendi o semplice abbandono. Talora è impossibile dirlo. Mi domando però che nesso possa esserci tra un filo di ferro e un paese abbandonato..."
"Aspetta!" gridò battendosi una mano sulla fronte e alzandosi. "Mi sono ricordato di una vecchia storia, che risale forse a un secolo fa più o meno. L'ho letta in un libro che deve essere qui da qualche parte."
Ottavio si mise a cercare tra gli scaffali, mentre la mia curiosità cresceva.


Questa è la quarta parte de "La ragazza del sogno".

Quinta parte


Qui trovate le puntate precedenti

Prima parte 
Seconda parte 
Terza parte 

venerdì 31 agosto 2018

La ragazza del sogno - Parte 3



La Dimora degli Erranti

Le case di questo piccolo borgo circondato dalla foresta si sporgono su vicoli stretti. Un tempo era una forma di difesa contro i predatori a quattro e due zampe che si aggiravano nell'oscurità della notte. Alla sera bastava chiudere i robusti cancelli agli ingressi del paese per trasformarlo in un fortino.
Ora le case pericolanti, puntellate frettolosamente dal comune, costituiscono un pericolo per chi osi avventurarsi tra quelle rovine abbandonate da anni. Dove un tempo lavoravano e combattevano, invidiavano e amavano settanta famiglie ora non restano che case dai tetti sfondati e mura invase dalla vegetazione. La gente se n'è andata, lasciando una vita dura per cercare fortuna altrove. Molti hanno attraversato il mare per trovarla. Altri ancora vi hanno perso la vita, assieme a tanti altri italiani emigrati in tutto il mondo. Ma questo è ormai un passato scomodo che preferiamo dimenticare.
Non tutti però hanno lasciato Pregallo. Passo davanti alla grande chiesa, da anni sconsacrata, e trovo una macchina olandese. La casa di fronte è stata recentemente restaurata, con gusto e rispetto per la sua storia. Anche qui cominciano ad affluire nuovi abitanti, che hanno scoperto la bellezza incantata di questi luoghi da cui nelle mattine terse puoi vedere il Monte Rosa illuminato dai primi raggi del sole e hanno deciso di tornare a popolare il borgo.
C'è una casa però che non è mai stata abbandonata, generazione dopo generazione. Si trova appena sopra il paese e la strada asfaltata termina esattamente davanti al suo portone barocco. Un alto muro impedisce la vista del grande parco ben curato che circonda la villa coi suoi misteri.
Il campanello si trova sul pilastro di destra, sopra una piastrella con la riproduzione del mosaico romano "cave canem" e la scritta incisa in caratteri eleganti "Dimora degli Erranti". Non è esattamente il cognome dei proprietari, forse piuttosto un monito a loro stessi. Qui abita il mio amico Ottavio Errante.
Al suono del campanello fece eco un latrato sempre più vicino, finché dall'altra parte del portone risuonò il richiamo di alcuni giganteschi Do-khyi. Un istante dopo l'uscio più piccolo del portone si aprì e comparve Amar.
"Namasté" mi inchinai rispettosamente con un sorriso.
Non chiedetemi di descriverlo. Posso dirvi che Amar è un nepalese di bassa statura, ma nonostante l'abbia visto più volte non riesco ad imprimermi nella mente nessun altro tratto distintivo. Anche l'età è indefinibile, benché non debba essere troppo giovane, essendo stato già al servizio del padre di Ottavio. Non saprei nemmeno dire esattamente quale sia il suo suolo. Potrei forse definirlo il  domestico di famiglia, ma ho la sensazione che questa idea sia più soprattutto un riflesso condizionato dei miei schemi mentali. Factotum forse sarebbe più preciso, perché Amar è custode, giardiniere, cuoco e chissà cos'altro ancora della Dimora degli Erranti. Perché se devo dar retta al mio sesto senso in lui c'è molto di più di quello che potrebbe sembrare.
A un suo sommesso fischio i molossi tibetani si erano acquietati e ci scortarono trotterellando mentre procedevamo sul viale, finché vidi venirci incontro la figura atletica di Ottavio.
Sorrisi pensando a quanto dovessero essere affollate di signore e signorine di ogni età le messe che celebrava. Ma questo appartiene a una vita passata dell'Errante, che da tempo ha lasciato la tonaca e si è ritirato in questa sorta di eremitaggio.
"Carissimo" mi saluta calorosamente "vieni a raccontarmi davanti a una tazza di té caldo cosa ti porta a Pregallo!"

Questa è la terza parte de "La ragazza del sogno".

Quarta parte



Parti precedenti

prima parte

seconda parte

giovedì 2 agosto 2018

La ragazza del sogno - Parte 2


Antiche strade  

Risalgo velocemente la strada, camminando su pietre antiche che hanno visto passare mercanti e contrabbandieri, fuggiaschi ed eserciti. Un tempo qui terminava l'antica Riviera di San Giulio, un feudo che per oltre cinquecento anni fu praticamente indipendente, e iniziava il Ducato di Milano. Oltre il confine s'ergeva la forza delle armi viscontee, sforzesche, spagnole e infine austriache. 

Da questa parte la fragile difesa delle leggi e di un diritto consuetudinario che non era disposto a venire a patti con l'arbitrio.
Lo imparò a sue spese un signorotto che aveva la sua base nel Vergante e passò alla storia come "il Viscontino". Una mattina partì baldanzoso da Massino alla testa di un centinaio di masnadieri per saccheggiare Ameno e Armeno e catturare dei prigionieri che a caro prezzo avrebbero poi dovuto riscattare la propria libertà.

La pazienza delle genti della Riviera era però finita. Fin dal mattino, quando gli invasori erano stati avvistati, da ogni campanile e da ogni torre le campane avevano preso a suonare a stormo. Dai pascoli del Mottarone al castello di Gozzano, dalla ricca sponda orientale agli aspri monti di quella occidentale ogni uomo valido, e anche molte donne, brandivano picche, moschetti, lance, scuri falci, roncole, forche e ogni tipo di arma o strumento adatto a combattere.
Se li trovò davanti nella valle ai piedi del Motto Duno. Erano contadini, artigiani, pescatori, boscaioli e pastori, ma c'era persino qualche notaio e dottore. Li guardò e rise il Viscontino che maneggiava le armi fin da bambino e aveva imparato a cavalcare prima ancora di camminare. Ordinò sprezzante ai suoi uomini di spazzare via quella marmaglia e lui stesso guidò la carica.

Ma le genti di Riviera non si diedero alla fuga, stringendosi compatti e protendendo le picche e le lance per fermare i cavalli, mentre con ogni tipo di arma bersagliavano i nemici.
Essendo impossibile vincere il Viscontino ordinò la ritirata, ma troppo tardi si accorse di essere finito in trappola. La milizia della Riviera era sbucata dai boschi e scesa dai monti, chiudendo ogni via di fuga. Una collera sorda animava i rivieraschi. Non avevano scordato le violenze, le ruberie, gli stupri e gli omicidi degli anni precedenti. Non si sarebbero fatti prigionieri quel giorno.

Il Viscontino abbandonò i suoi soldati che a piedi tentavano invano di resistere a quella marea montante e si lanciò a cavallo in un punto dello schieramento avversario che aveva notato essere meno fitto. Lo sfondò brandendo la spada e fuggì verso il suo castello. 
Un colpo di archibugio lo prese in pieno, sbalzandolo di sella. Un piede rimase attaccato al cavallo in fuga, che prese a trascinarlo sul terreno. Riuscì con la lama a tagliare la staffa, ma mentre tentava di alzarsi, ferito e sfinito, fece appena in tempo a vedere la furia piombare su di lui.

“Dove l’uomo più pecca, là egli muore” scrisse come epitaffio di quella vicenda il notaio Olina di Orta, che partecipò a quel "gran duello", una resa dei conti finale in cui trovarono la morte un'ottantina di masnadieri.

Non sono però le vicende del Viscontino avvenute nel secolo decimosesto a guidare i miei passi su questa strada. Mi sto recando a casa di un amico. L'unico, credo, che possa aiutarmi a svelare il mistero della ragazza del sogno che è tornata a trovarmi puntualmente ogni notte, come un incubo che non riesce a trovare pace. E del biglietto che ho trovato realmente e che riporta le sue stesse parole. 

C'è solo un uomo, tra quanti conosco, che abbia avuto modo di confrontarsi con fenomeni ai confini della realtà. Un amico che in passato affrontò orrori indicibili e sopravvisse per raccontarli.

Devo incontrarlo e per farlo devo andare a Pregallo. Lì abita Ottavio Errante.



Questa è la seconda parte di una storia a puntate intitolata "La ragazza del sogno".

Terza parte


Qui puoi trovare la prima parte



giovedì 26 luglio 2018

La ragazza del sogno - Parte 1

Era l'ultima notte che avrei passato nel bosco da solo, in una vecchia casa di legno e pietra sulle pendici dei monti. La pioggia che cadeva leggera sul tetto aveva trovato il modo di infiltrarsi tra le pietre e gocciolava lentamente nel secchio che avevo posizionato sulla pozza d'acqua. Ogni luce era spenta e il silenzio era interrotto solo dal cinguettio di qualche uccello tra i rami e dai richiami degli ungulati tra i cespugli.

Di tutto questo ero ignaro, preso com'ero dai sogni del tempo passato, cercando inutilmente quelli del tempo futuro. Fu allora che una mano si posò sulla maniglia e aprì la porta. Vidi la ragazza avanzare incerta coi piedi scalzi, i capelli gocciolanti e il viso, un tempo noto, che non riuscivo a ricordare.

"Aiutami" disse. "Ho bisogno del tuo aiuto."

Vidi una mano spostare un sasso accanto a una grande pietra e nascondervi un biglietto. 

"Dove il filo di ferro fu battuto e si sciolse, cerca il paese che non c'è più."

Mi svegliai di colpo tentando invano di trattenere i lineamenti di quel volto dolcemente triste.

Era ormai mattina e il sole splendeva. Mi affrettai a preparare i pochi bagagli e mi diressi a passo spedito verso l'uscita dal bosco. Quando l'avevo quasi raggiunta mi tornò in mente lo strano sogno notturno e deviai dal sentiero per raggiungere il masso che avevo visto e che ben conoscevo, essendo di quelli segnati. Dalle streghe si sarebbe detto in tempi antichi. Tempi di sciocche e incredibili superstizioni avrei detto fino a pochi anni fa, prima di vederne di nuove e ben più risibili sorgere come funghi velenosi sparsi da un vento tecnologico.

Trovai facilmente il sasso. Lo sollevai con timore, trovandovi un biglietto con una breve scritta.

Aiutami. Ho bisogno del tuo aiuto!



sabato 24 marzo 2018

Amori nel bosco




Nel folto del bosco, dove gli alberi sono secolari, guidato infallibilmente dalla giovane Evelyn scopro un luogo che in teoria non dovrebbe esistere. Su tutti i tronchi, ma anche su ogni roccia tenera stavano due nomi legati insieme da diversi nodi. Erano incisioni antiche, parzialmente coperte dal muschio, ma i nomi erano ancora perfettamente visibili. 
"Angelica e Medoro" lessi ad alta voce.
Quel luogo era impossibile. Come potevano essere davanti a noi le tracce dell'amore cantato dall'Ariosto cinquecento anni orsono? Un amore che ai suoi tempi, se non fosse stato frutto della sua mente, di anni ne avrebbe avuti circa settecento, peraltro.

Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto
vedesse ombrare o fonte o rivo puro,
v'avea spillo o coltel subito fitto;
così, se v'era alcun sasso men duro:
ed era fuori in mille luoghi scritto,
e così in casa in altritanti il muro,
Angelica e Medoro, in vari modi
legati insieme di diversi nodi.


Guardando quelle scritte mi vennero in mente le storie raccontate millanta volte da pupari che conoscevano a memoria l'Orlando furioso e le altre opere dei paladini pur senza averle imparate a scuola.

Come avesse letto nei miei pensieri Evelyn inizia a raccontarmi proprio la sua discendenza da una famiglia di pupari la cui arte era capace di rendere vivi e in carne ed ossa marionette di legno.

E mentre parlava mi sembrava di vedere gli alberi prendere forma e muoversi, come personaggi di un racconto incantato.

lunedì 19 marzo 2018

Gli scherzi di un dio burlone



Odino era un dio bugiardo, l'abbiamo detto, ma non poteva certo competere in questo col perfido Loki, un autentico specialista in inganni, nonché padre di creature assolutamente spaventose. 
Come il lupo Fenrir, che divorerà lo stesso Odino nel fatale giorno del Ragnarok. O come il gran serpente drago Jǫrmungandr, che si contorce eternamente nelle profondità dell'abisso mordendosi la coda tra le fauci. 
La più terribile era però la figlia, Hel. Odino per togliersela di torno la relegò nel mondo sotterraneo rendendola regina dei morti. Grata comunque di questa corona, Hel regalò a Odino due corvi, Huginn e Muninn. Divenuti i suoi fidati aiutanti, i due uccelli gli riferivano tutto ciò che avevano visto e udito.
Loki amava molto fare scherzi, così decise di partecipare ad un gioco che gli dei organizzavano ogni giorno. Tempo prima, presagendo la propria morte, il dio Baldr era corso a chiedere aiuto ai genitori. Odino scese da Hel e vide che in effetti tutto era pronto per accogliere il figlio tra i morti. La madre, Frigg, decise di opporsi a quel destino e radunò ogni creatura e oggetto intimando di giurare che mai avrebbe fatto male a Baldr. Gli dei, sapendolo, si divertivano a scagliare ogni sorta di cosa contro Baldr, che riceveva spavaldo i colpi inoffensivi.
Quel giorno Loki si avvicinò al dio cieco Hodr e gli disse che trovava una grande ingiustizia il fatto che non potesse divertirsi come gli altri.
"Lascia che ti aiuti io a prendere la mira con l'arco... ecco così... un po' più a destra... un po' più in alto... bene così, puoi scoccare la tua freccia."
Questa però altro non era che un rametto di vischio, datogli dallo stesso Loki, il quale ben sapeva che il vischio era l'unico essere a non aver prestato giuramento, perché Frigg l'aveva giudicato inoffensivo.
Fu così che Baldr venne trapassato da parte a parte e morì, tra lo sconcerto degli dei.

Così terminò il racconto che stavo facendo a Evelyn, la quale in cambio mi disse di aver visto una cosa molto strana nel folto del bosco...


giovedì 15 marzo 2018

L'albero della Conoscenza



Ce ne stavamo seduti sotto le fronde di un albero, intenti a consumare le merende prima che i nostri passi ritornassero a portarci su sentieri divergenti.
Ogni tanto Evelyn e io lanciavamo qualche briciola di pane agli uccellini che scendevano a becchettare nell'erba. Alcuni più timidi si tenevano a distanza, mentre altri più coraggiosi o sfrontati si avvicinavano per cogliere i bocconi più grossi. 
Quella scena non poteva non evocare il ricordo di Hänsel e Gretel, del loro obbligato inoltrarsi in un bosco pericoloso fino alla casa di marzapane costruita come una trappola per bambini affamati dalla strega cannibale. 

Del resto più ci si inoltra nel fitto della foresta più gli alberi sono antichi e le loro radici profonde. Nessuno di essi tuttavia ha rami alti e radici profonde quanto un frassino ricordato da un'antica leggenda norrena.
Ad esso si rivolse un viandante, cieco di un occhio, che viaggiava appoggiandosi a una lancia ed era seguito da due corvi. Un tipo ingannevole, di quelli capaci di giurare sul proprio anello, mentendo spudoratamente. Un tipo di quelli, insomma, a cui sarebbe meglio non aprire la porta, se vengono a bussare dopo il tramonto. Un tipo troppo pericoloso, tuttavia, per rifiutargli gli antichi doveri dell'ospitalità. 

Il viandante era pronto a tutto per conquistare il potere della Conoscenza. Così egli cercò il grande frassino, "Yggdrasill lo chiamano, alto tronco lambito d'acqua bianca di argilla" com'è scritto nella Profezia della Veggente.

"Io so, fui appeso all’albero esposto al vento
per nove notti intere, ferito da una lancia
e sacrificato ad Óðinn, a me stesso,
a quell’albero di cui nessuno sa
dove affondino le radici.
Non mi saziarono col pane né dissetarono coi corni,
guardai in basso, conobbi le rune,
le conobbi soffrendo, e poi caddi giù."

Così il Viandante, che altri non era se non lo stesso re degli dei del Valhalla, Odino, conquistò il potere delle Rune sacrificando sé stesso ad Odino.





lunedì 12 marzo 2018

Quante matite stanno in un albero?



Narra un antico mito che il dio del Sole, Apollo, un giorno si vantò con il dio dell'Amore, sostenendo di essere assai più bravo con l'arco e le frecce.
Eros però era un dio tra i più permalosi e si sentì punto sul vivo. Così prese due frecce, una dalla punta d'oro e l'altra di piombo. Scagliò la prima contro Apollo, mentre con la seconda trafisse il cuore di Dafne. 
Fu così che il dio s'innamorò perdutamente della bellissima ninfa, la quale invece, tale era l'effetto del piombo nel suo cuore, lo rifiutò sdegnosamente e prese a fuggire per sottrarsi agli abbracci del focoso innamorato. Poiché le forze erano impari e tentare di persuaderlo a parole non era nemmeno da prendersi considerarsi, la disperata Dafne invocò la madre, che era la dea della Terra. Udendo le grida della figlia, Gea, per salvarla non trovò di meglio che trasformarla in una pianta di lauro. I piedi divennero radici e le braccia rami protesi verso il cielo. All'innamorato non restò che farne il proprio albero sacro, con le cui fronde incoronare coloro che meritano nelle arti e, oggigiorno, inseguono una laurea.
Sarà per questo che chi è a caccia di ispirazione percorre i boschi e si avvicina agli alberi? Di certo la cercava la misteriosa ragazza dagli occhi sognanti incontrata nel bosco. Non che mancasse a Evelyn, questo era il suo nome, dal momento che fin da piccola aveva coltivato la passione per il disegno e il fumetto (qui trovate, se volete, la sua biografia).
Ma trovava nelle creature vegetali, mi disse, vibrazioni positive capaci di trasferirsi nelle sue matite. E poiché aveva con sé alcuni lavori me li mostrò. Uno in particolare mi risultò subito assai simpatico, dal momento che anche per me un'umile pianticella era stata fonte di ispirazione 
A questo proposito, dovrei andare a controllare come sta il mio piccolo cactus...

giovedì 8 marzo 2018

Inaspettati incontri nel bosco




La mia immersione nel folto del bosco è durata più di quanto immaginassi. Colpa delle molte distrazioni che puoi trovare qui dentro. Vedi un fiore, un fungo, un frutto e ti allontani dal sentiero. ed è lì che l'avventura comincia. Ne sanno qualcosa alcuni bambini famosi, come l'ingenua Cappuccetto Rosso, il furbo Pollicino o i coraggiosi Hansel e Gretel.
Del resto, come diceva Bernardo di Chiaravalle "Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà."
Guardandoti attorno ti rendi conto infatti che gran parte di essi è nata molto prima che tu emettessi il primo vagito. E a una tale antichità si associa sovente un'aura divina.
"Quando entri in un bosco popolato da antichi alberi, più alti dell’ordinario, e che precludono la vista del cielo con i loro spessi rami intrecciati, le maestose ombre dei tronchi, la quiete del posto, non ti colpiscono con la presenza di una divinità?" scriveva Lucio Anneo Seneca un migliaio d'anni, anno più anno meno, prima di Bernardo.
Una divinità o un essere malvagio? O un po' l'una e un po' l'altra? Talvolta la differenza è sottile e impalpabile, come un velo leggero. Come definire Circe, figlia del dio sole e strega potentissima, capace di terribili magie?
"Scôrsi un fumo salir d’infra una selva / di querce annose, che in un vasto piano / di Circe alla magion sorgeano intorno" scriveva parlando di Ulisse il grande Omero, un migliaio d'anni, anno più anno meno, di Lucio.
Nel mio piccolo anch'io ebbi un incontro inaspettato nel bosco. Una figura femminile mi comparve davanti, così inaspettatamente vicina da non poter far altro che fermarsi e tentare di intavolare una conversazione.
Se fosse una fata, una strega o qualcosa d'altro ancora ve lo dirò la prossima volta, nel frattempo godetevi questo bel disegno di Evelyn


domenica 24 dicembre 2017

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza



Nel 1845 lo scrittore Henry David Thoreau Decise di abbandonare la civiltà per vivere sulle sponde di un lago, in una capanna  autocostruita.

"Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto" scrisse alcuni anni dopo in " Walden ovvero Vita nei boschi", il resoconto di questa sue esperienza, pubblicato nel 1854.

Thoreau è uno degli autori culto della controcultura statunitense e ha ispirato scrittori del calibro di  Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Gary Snyder. In campo cinematografico i suoi versi sono citati nelle riunioni della "Setta dei poeti estinti" nel film "L'attimo fuggente", con lo straordinario Robin Williams. 

Altri compaiono nel film "Into the Wild - Nelle terre selvagge" di Sean Penn, basato su una storia vera di "ritorno alla natura". Che ebbe esito drammatico con la morte per avvelenamento del ragazzo, Christopher McCandless, che tentò di vivere da solo nella selvaggia Alaska.

Nei boschi, metaforicamente, s'inoltrerà quindi questo blog che sulle sponde di un lago sta già, cogliendo lo spunto dalla recente conferenza sugli alberi svoltasi a Miasino, Axis Mundi, e dalle festività natalizie, che vedono l'albero al centro dei festeggiamenti.

Un pensiero affettuoso va, d'obbligo, all'ormai mitico "Spelacchio" romano le cui foto hanno fatto il giro del mondo facendolo diventare, come un Charlie Brown arboreo, l'emblema delle cose che nella vita vanno storte, nonostante le migliori intenzioni.

Buone feste a tutti voi!

martedì 5 dicembre 2017

Albero axis mundi



C'è qualcosa di arcaico e profondo nel fascino che l'umanità prova per gli alberi. Ricordo forse ancestrale di un tempo in cui i nostri progenitori vi trovavano cibo e rifugio contro i pericoli di una vita nomade. Con rami tesi come braccia ad accogliere, sfamare, proteggere; fusti che sfidano le tempeste per secoli, a indicare la strada a molte generazioni di umani; e radici nascoste ripiene di rimedi medicamentosi noti attraverso una sapienza misurabile in decine di migliaia di anni.
Non stupisce quindi trovare gli alberi associati al concetto di divino fin dalle epoche più antiche. Senza alcuna pretesa di voler esaurire l'argomento sabato proveremo a fare un viaggio attraverso le civiltà europee cogliendo, è il caso di dirlo, fior da fiore.


A
Albero 
axis mundi

Simbologia, antropologia 
e tradizione intorno agli alberi
Miasino, Orangerie di Villa Nigra
 9/12/17
h.15,30

sabato 14 ottobre 2017

Seminando



Un post a proposito degli alpinisti della Belle Epoque, di blog amici, di Lovecraft, di fumetti, di vampiri, di cactus e altro ancora.

Del mio pollice assai poco verde ho parlato varie volte, raccontando del mio cactus  (a proposito, devo ricordarmi di dargli un po' di acqua, perché sono passati un po' di mesi dall'ultima volta...).
Capita però a volte che un seme gettato a caso generi una bella pianta. Anni fa successe così con un nocciolo di una pesca lanciato dalla finestra. Cadde in un punto fortunato del giardino e generò una bella piantina che crebbe rigogliosa e finché campò produsse in abbondanza. Avete presente le pesche dell'orto? Non quelle grandi e insipide dei supermercati, ma quelle piccoline, pelose e saporitissime? Ecco, a quei tempi nella stagione giusta ne raccoglievamo a decine ogni giorno. Non essendo trattate dopo poche ore cominciavano ad attirare sciami di moschine della frutta (altra differenza con le pesche comperate che restano inviolate per giorni nel cestino e anche quando marciscono sono disdegnate dai moschini). Allora bisognava far fronte alla bisogna. E quindi oltre alla consueta razione di frutta, che non manco mai di mangiare, la fantasia di mia madre si scatenava. Oltre alla marmellata di pesche e alla macedonia faceva delle ottime pesche al forno, aprendole a metà e riempiendo il buco con una pezzetti di mandorle. 

È capitato curiosamente lo stesso coi post di questo blog. Nell'ormai lontano 2011 accadde che l'Errante si mettesse in viaggio. Se non sapete o non ricordate chi sia Ottavio Errante e cosa ha combinato siete ampiamente giustificati. Buona parte delle sue avventure oltretutto non sono più disponibili online. Sospetto che questo abbia a che fare con le complesse vicende che aveva vissuto alcuni mesi prima e che lo videro alle prese con un temibile Arcivampiro e con un'ancora più temibile, sotto altri aspetti, giornalista. 
Tuttavia l'Errante è ancora vivo e vegeto e di tanto in tanto dei suoi brevi racconti vengono pubblicati su A6 Fanzine. L'ultimo è dedicato a Lovecraft, giusto per restare nell'ambito degli orrori misteriosi. 

Ma sto divagando e ve ne chiedo scusa. Deve essere una conseguenza degli anni che passano. 
Torniamo a quel fatidico agosto 2011. In quel post si parlava del Mottarone e di come si affermò nel bel mondo come meta di escursioni e delle prime gare di sci.

Qualche giorno fa il Marchese Florindo dei Bocabéla mi ha fatto l'onore di citare quel post in un suo pubblicato sul blog "Amëgn dèmm cünta sü! Il Raccoglitore ossia Archivj di Istoria, di Archeologia, di Novelle, di Belle Arti e di Miscellanee adorni di Rami". Già dal titolo si capisce che contiene notizie importanti, in particolare incentrate sull'antichissimo paese di Ameno. Uno dei primi ad essere citato nella zona del Lago d'Orta e con importanti testimonianze archeologiche che risalgono al millecinquecento avanti Cristo. Anno più, anno meno.

Il post è interessante perché approfondisce la storia che ruota attorno all’avv. Orazio Spanna “l’apostolo” del Mottarone e alle visionarie (queste si) idee di chi pensò di trasformare una montagna in una meta turistica.

Non posso che ringraziare di cuore, invitandovi alla lettura.

giovedì 5 ottobre 2017

Viaggio tra draghi, streghe, folletti e altre creature leggendarie del Cusio


Gli appassionati indagatori di misteri, i ricercatori di creature fatate e quanti amano le leggende possono venire a dare un'occhiata...

sabato 23 settembre 2017

Autunno, tempo di draghi, alieni e spade incantate



La durata dell'oscurità ha ormai superato quella della luce e poiché quella di Nibiru si è rivelata l'ennesima bufala per creduloni da tastiera, posso uscire dalla mia caverna e tornare a occuparmi del Lago dei Misteri.

Si moltiplicano le iniziative leggendarie sulle colline che incorniciano il nostro grazioso specchio d'acqua, che per inciso un celebre giornale anglosassone ha definito "uno dei dieci luoghi al mondo in cui fare il bagno almeno una volta nella vita". Che scusate se è poco. D'altro canto qui da noi ormai l'acqua è tornata di un limpido da poter essere paragonata a celebri località marine.
Per non parlare dei pesci. Questa estate, mentre cercavo misteriosissime rovine sommerse, ho avuto modo di dare un'occhiata sotto la superficie. La quantità di pesciolini che nuotavano qualche metro sotto la barca era veramente impressionante. D'altro canto il lago d'Orta fu sempre pescosissimo e un tempo ci vivevano pescatori che usavano grandi reti per catturare pesci che esportavano ovunque. Ora che la pesca è limitata a qualche canna potete immaginare quanto essi si vadano moltiplicando, approfittando dell'acqua carica di delizioso plancton.

Comunque, lasciamo i pesci e veniamo ai draghi. In queste ore dalle parti di Bolzano (Bolzano Novarese, naturalmente) il drago del lago sta diventando un arazzo. La Rete Solare per l'autocostruzione sta infatti svolgendo un laboratorio di due giorni per imparare a realizzare un tappeto-arazzo in feltro di lana secondo le antiche tecniche artigianali dell’Asia minore. Attraverso il lavoro collettivo di tutti i corsisti verrà realizzato un grande arazzo ispirato al mito del drago dormiente nel lago d’Orta. Forse è un po' tardi per iscrivervi, ma potete andare a dare un'occhiata. Qui trovate tutte le informazioni.

Domani, domenica 24 settembre si svolgerà la terza edizione di Miasino Fantasy, con un ricco programma dedicato principalmente ai bambini.

Nel frattempo, all'altro capo del lago, là dove la Nigoglia rompe le buone regole degli emissari dei laghi prealpini, dirigendo coraggiosamente le sue acque contro le Alpi invece che verso la pianura, sono sbarcati gli UFO. Se non ci credete andate a vedere di persona. Ci sono anche alcuni alieni che hanno occupato il Forum Omegna, come testimonia la foto di apertura.

Quella che per me è però in assoluto la notizia più bella dell'estate ci porta nelle acque di un altro misteriosissimo lago. Sto parlando naturalmente del Dozmary Pool, in Cornovaglia. Se non lo conoscete ve ne racconto la storia.

Un giorno di tanti anni fa, quando a fatica i personaggi di quelle terre cominciavano a uscire dall'oscurità per incamminarsi nelle incerte nebbie della leggenda, un re di nome Artù sostò in lacrime sulla sua riva. Per stupido orgoglio aveva spezzato la spada che anni prima aveva estratto dalla roccia, rendendolo re di Britannia. Senza spada e con molti nemici ai confini, foschi scenari si affollavano nella sua mente. 
Improvvisamente dalle acque emerse la Dama del Lago, cui le leggende attribuiscono vari nomi, tra cui quello di Viviana. Essa consegnò ad Artù una spada invincibile il cui nome è leggenda. Artù utilizzò per l'ultima volta Excalibur nella battaglia di Camlann, quando alla testa di un esercitò di Britanni sconfisse gli invasori Sassoni guidati dal traditore Mordred, figlio incestuoso dello stesso Artù. Mentre infuriava lo scontro, padre e figlio si affrontarono in un duello reciprocamente mortale.
Ferito a morte, Artù fu trasportato verso la misteriosa isola di Avalon. Nel frattempo il cavaliere Bedwyr, obbedendo alle ultime volontà del re, gettò Excalibur nel Dozmary Pool.

Questa estate una bambina di sette anni, Mathilda Jones, ha scorto uno strano oggetto sul fondo del Dozmary Pool. Tuffandosi ha ripescato una spada lunga un metro e venti. 
Quale che sia la reale origine di questo oggetto ho trovato questa notizia molto divertente, perché ci ricorda quanto i miti e le leggende ci accompagnino ancora oggi. 

mercoledì 2 agosto 2017

Buon Lughnasadh!



Un tempo nei territori celtici d'Europa agli inizi agosto si celebrava una delle quattro feste importanti dell'anno. Questo infatti cominciava con il Trinozio di Samonios (1 novembre), era seguito da Imbolc (1 febbraio) e Beltane (1 maggio). Ad agosto si celebrava Lughnasadh, una festa istituita dal dio Lugh per celebrare la propria madre.
Lugh, conosciuto sul continente anche come Lug o Lugos (“luminoso“), era noto anche con gli appellativi di Esus (cfr. lat. optimus, "migliore") e Teutates ("uomo della tribù") e Samildanach,  eccellente in tutte le arti e le tecniche. Questa era infatti la caratteristica principale del dio, il cui attributo era la lancia sacra.
Cesare, da buon romano, lo identificava con Mercurio, ma avvertiva che per i Galli era questo dio a dominare sugli altri, non Giove.

In Irlanda Lughnasadh era il "Festival di Lugh" (per altri il "matrimonio") e si celebrava al tempo del raccolto, in coincidenza di fenomeni astronomici facilmente osservabili come la levata eliaca di Sirio o le “stelle cadenti”. In questo trova corrispondenza con l'anglosassone festa di Lammas ("Raduno del pane"). Con la certezza di aver assicurato le provviste per l'inverno, ci si poteva abbandonare alla gioia con giochi, gare e grandi banchetti, cogliendo l'occasione per stipulare accordi. Si celebravano pure i matrimoni di prova, che duravano un anno e avevano il vantaggio di consentire una scelta ponderata e reversibile senza troppe complicazioni.

Vennero poi i romani e istituirono le Feriae Augusti, il primo giorno del mese dedicato al Divo Augusto. Un modo forse per cancellare il ricordo di una festa cara ai Galli recentemente sconfitti. Fu poi la Chiesa a volerne lo spostamento al 15, giorno dell'Assunzione di Maria.

Approfittando della festa, questo blog si prende una pausa estiva, di studio e riflessione. Ci rivediamo attorno all'equinozio, con nuove storie. Vi lascio con un'immagine di rotoballe insubri, su cui meditare...



sabato 15 luglio 2017

Antichi dei



Ci fu un tempo, non così lontano, in cui attorno al lago non avreste potuto trovare neppure una chiesa. In quel tempo le persone pie e religiose offrivano sacrifici di sangue, dedicavano altari e invocavano il nome di divinità la cui antichità si contava in migliaia di anni.
Erano i tempi dei pagani, ufficialmente terminati nell'anno 380 dell'Era Volgare quando gli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio emanarono una legge che esordiva in modo perentorio: "Vogliamo che tutti i popoli che ci degniamo di tenere sotto il nostro dominio seguano la religione che san Pietro apostolo ha insegnato ai Romani."
Da quel momento chi non si fosse adeguato sarebbe stato considerato uno "stolto eretico" e sarebbe stato condannato "dal castigo divino, poi dalla nostra autorità, che ci viene dal Giudice Celeste".

Che non fossero solo parole lo si vide pochi anni dopo, quando una serie di decreti attuativi, come li chiameremmo noi oggi, andò a ordinare la materia. Tra il 391 e il 392 vennero proibiti i culti pagani. Sotto pena di multe salatissime, che andavano dalle 15 alle 30 libbre (1 libbra=327,168 g) d'oro e a rischio pure di essere accusati di lesa maestà, reato che poteva comportare la pena capitale, fu proibito di sacrificare agli dei ed entrare nei templi pagani che di fatto furono chiusi. Infine furono vietati anche i culti privati e nascosti.

Questi decreti misero un'arma fortissima in mano a molti sedicenti cristiani (nel senso che lo erano nel nome ma assai poco nello spirito caritatevole verso il prossimo). Accesi di fanatismo vandalico essi non erano nemmeno immuni da interessi economici, dal momento che i templi traboccavano di oro e metalli preziosi, essendo autentiche cassaforti ricolme di doni accumulate in secoli e secoli di storia. Si comprende quindi come alcuni fanatici abbiano potuto guidare masse di diseredati all'assalto di edifici che avevano fatto la storia. 
Il caso più eclatante avvenne ad Alessandria dove vi furono scontri violentissimi, con morti e feriti, tra i cristiani guidati dal vescovo Teofilo e i pagani, al termine dei quali il Serapeo fu abbandonato alla distruzione e al saccheggio.

Pochi anni dopo i pagani che ancora erano maggioranza nell'impero tentarono un'ultima resistenza armata, affidata agli eserciti semibarbarici dell'Imperatore Eugenio e del suo generalissimo, il franco Arbogaste. Presso il fiume Frigido nel settembre del 394 essi furono però sconfitti dal cattolicissimo imperatore Teodosio e trovarono la morte. Ne abbiamo parlato in chiusura della lunga storia sulla Legione Tebea, che si svolse in questo contesto.

Sarebbe ingenuo tuttavia pensare che il paganesimo sia morto in quei giorni. I barbari che invasero l'impero pochi anni dopo erano in gran parte ancora pagani o al più ariani. E l'opera di conversione al cristianesimo durò secoli. Durante i quali la convivenza tra credenze cristiane e pagane fu molto più vasta e importante, specialmente nelle campagne, di quello che normalmente si crede.

E un ruolo chiave l'ebbero dei monaci cristiani che erano stati a scuola dai druidi irlandesi. Ma questa è un'altra storia...


Note.
I testi tra virgolette sono tratti dall'Editto di Tessalonica del 380.

Se volete saperne di più sui culti pagani diffusi nella nostra zona prima dell'arrivo del cristianesimo vi aspetto ad Ameno presso Palazzo Tornielli in Piazza Marconi 1, venerdì 28 luglio alle ore 18:30 per il primo incontro della seconda edizione di Culturachilometro0 organizzata dall'Associazione Cusius.

Questo il programma:

Andrea Del Duca
(archeologo, direttore Ecomuseo Cusius)
Culti precristiani nel Cusio e nel Novarese.Le testimonianze dell’archeologia

Fiorella Mattioli Carcano
(storico, presidente Associazione Cusius)
Persistenze dell’antico credere nell’immaginario e nella ritualità in area cusiana dal Medioevo ad oggi

La partecipazione all’incontro, della durata di circa un’ora, è gratuita.

A fine incontro ai partecipanti sarà dedicato un assaggio di prodotti a “chilometro0”







mercoledì 17 maggio 2017

La fanciulla e il drago



C'era una volta un lago circondato dai monti e ricco di pesci. Un giorno un enorme drago sorse dall'acqua e rimase immobile davanti alla riva. Nessuno più osava uscire con le barche a pescare e il paese cominciò a soffrire la fame. Allora, su suggerimento di un mago, la gente del villaggio decise di offrire un sacrificio al mostro...

Un soldato trascinò una ragazza sulla spiaggia e la legò ad un palo. Una folla ostile li seguiva.

All'improvviso una musica si diffuse nell'aria e tutti furono presi da una irresistibile voglia di ballare. Nessuno era in grado di restare fermo ed era costretto a seguire il ritmo sempre più veloce.

Il Mago, immune all'incantesimo, entrò sulla spiaggia, osservò la scena e scosse la testa. Infine, alzando le braccia, lanciò un incantesimo per fermare quella follia. 

La folla s'immobilizzò, come congelata, rimanendo bloccata a lungo nelle posizioni più strane. Quando finalmente l'incantesimo fu rotto la gente lentamente lasciò la spiaggia.

Ma cosa aveva spezzato l'incantesimo? Il potere del mago aveva infine prevalso dopo una lotta invisibile? O era stato l'arrivo di un cavaliere solitario, che vista quella scena insolita aveva lasciato il cavallo legato a un albero e si era avvicinato per capire cosa stesse succedendo?

Il mago si frappose tra lui e la ragazza, dicendogli che un drago malvagio era sorto dall'acqua per minacciare il villaggio e che solo il sacrificio di una fanciulla avrebbe potuto saziare la sua voglia e salvare gli abitanti. 
Il cavaliere allora domandò il nome della fanciulla. 
"Silene", fu la risposta del mago.
"Tanto è vero che il mio nome è Giorgio, libererò Silene dal drago!"
"Attento" l'ammonì il Mago lasciando la spiaggia "densa di contraddizioni è la sapienza di un drago, che non parla mai apertamente, ma sa intessere abilmente menzogne e verità, in modo da far apparire vero ciò che non è e inganno ciò che è verità."

Giorgio però non aveva paura. Si portò sulla riva del lago e brandì la lancia cercando un punto dove colpire il mostro. Dalla bocca del drago uscivano fumo e fiamme.
"Perché mi combatti, uomo?" domandò improvvisamente il drago.
"Smetti di minacciare il villaggio e libera la ragazza, mostro!" gridò Giorgio.
Il drago emise una forte risata.
"Minacciare? Liberare? Tu credi di conoscere la verità, ma sei certo di non essere stato ingannato?"
Giorgio ricordava bene le parole del proprio Maestro: "Chiunque abbia avuto la ventura di incontrare un drago e di sopravvivere sa che il maggior pericolo l’ha corso quando il drago iniziò a parlare. Si può essere infatti tanto agili e forti da sfuggire ai colpi della sua coda, ma solo un animo saldo può affrontare la conversazione con un drago senza rimanere invischiato nella sua rete. Davanti al drago la ragione vacilla e basta un passo per precipitare nell'abisso."
"Non mi inganni, drago!" gridò il cavaliere. "Per l'ultima volta ti ordino lasciare andare la ragazza!"
"Che ti importa di lei, uomo?" domandò il drago. "La desideri per te? O magari pensi di amarla? E allora saresti pronto a sposarla, esserle fedele, sopportarla nella buona e nella cattiva sorte, e sottolineo cattiva, finché morte non vi separi?"
Giorgio sentì un brivido corrergli lungo la schiena.
"Quanto al liberarla" continuò il drago "sono forse stato io a incatenarla a quel palo? Ho forse detto io a quella gente di mettermela davanti? No, nemmeno hanno chiesto il mio parere. Avrebbero almeno potuto farmene vedere due o tre e farmi scegliere. Figurati, hanno preso questa e l'hanno messa lì. Che poi sai perché hanno scelto lei? Io lo so, noi draghi conosciamo tutto. Ma tu sei sicuro di volerlo sapere? Di voler conoscere la verità?"
"Parla drago, io non ho paura della verità!" rispose Giorgio.
"Hanno preso lei perché il Mago l'altro giorno l'ha vista e le ha detto qualche parola di troppo. Ha pure allungato le mani e lei per tutta risposta gli ha dato uno schiaffone su quella brutta faccia da ipocrita. Allora lui con un incantesimo l'ha resa muta per non consentirle di raccontare a nessuno questa cosa. Ma l'urlo della verità che usciva dal cuore di questa ragazza era così forte che è sceso fin nelle profondità del lago, svegliandomi dal mio sonno secolare. E sono venuto a vedere cosa stavano combinando. Altro che minacciare il villaggio, come ti hanno raccontato."
Giorgio sentiva la testa girare. Era confuso e faticava a tenere alta la lancia.
"Tu mi stai ingannando!" gridò.
"Siete tutti bravi a pretendere la verità, ma quando vi viene detta vi tappate le orecchie" rispose il drago.
Giorgio si appellò ai suoi ricordi scolastici: "Sta scritto che un drago non parla mai apertamente!" 
"Sta pure scritto" rispose la bestia "che il drago più pericoloso è quello che sorge dall'abisso dell'odio e della paura. E io invece sorgo dalle trasparenti acque di un bellissimo lago".
"La sapienza del drago è un dolcissimo veleno che uccide lentamente!" gridò il cavaliere.
"Vedo che hai studiato a memoria" rispose il drago "Ma non è mai una cosa buona studiare a memoria. Bisogna saper leggere con gli occhi e con la mente ma soprattutto con il cuore."
"Basta parole, combatti!" Giorgio scagliò la lancia, che però mancò il bersaglio. Estrasse la spada. 
Il drago rise.
"Non comprendo il desiderio di voi uomini di usare sempre la forza, deboli come siete. O forse è una cosa compensatoria? Comunque hai ragione: è giunto il momento che questa storia finisca. Lasciamo che decida la ragazza. Principessa, dico a te: cosa desideri? Vuoi venire con me a vedere la mia collezione di tesori o preferisci sposare questo cavaliere, rispettarlo, essergli fedele nella buona e nella cattiva sorte, e nuovamente sottolineo cattiva, lucidargli le corazze, stiragli le braghe, trovargli i calzini nei cassetti, aspettarlo mentre dice di essere fuori a caccia di draghi e invece chissà dov'è, sopportarlo mentre russa, il tutto finché morte, finalmente, non vi separi? Parla, io ti libero da ogni legame e incantesimo! Cosa vuoi?"

Silene si liberò le mani, allontanandosi dal palo. 
"Io voglio... io voglio..." disse "io voglio essere libera!"

E fuggì di corsa dalla spiaggia.
Giorgio, stravolto, si sedette sulla sabbia.

Allora il drago riprese a parlare. 
"Nella mia tana ho un barile di birra buona, Giorgio. Lo vado a prendere, ce lo beviamo qui e facciamo di quei rutti che in confronto i fuochi di San Vito sembreranno dei petardi. Che ne dici, Giorgio?"


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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.